“VEBLEN Thorstein”,”La teoria della classe agiata.”,”‘La teoria della classe agiata’ è una lettura in chiave antropologica dei meccanismi di formazione della società capitalistica, e insieme una diagnosi della distorsione fondamentale che caratterizza le istituzioni economiche americane: il predominio del capitale finanziario sul capitale industriale. Quest’opera di VEBLEN (1857-1929) offre una critica graffiante dei comportamenti e dei valori propri della classe agiata. L’A ebbe fortuna postuma, soprattutto dopo il crollo finanziario del 1929 nel quale molti videro una verifica delle sue teorie. Come scrisse WRIGHT MILLS, VEBLEN fu il “”miglior critico dell’ America che l’ America abbia prodotto””.”,”TEOS-070″
“VEBLEN Thorstein”,”La teoria della classe agiata. Studio economico sulle istituzioni.”,”‘T. VEBLEN è il miglior critico dell’ America che l’ America abbia prodotto.’ ‘T. VEBLEN è il miglior critico dell’ America che l’ America abbia prodotto.’ “”Queste comunità che sono senza una classe agiata definita, si rassomigliano anche in alcuni altri tratti della loro struttura sociale e delle loro maniera di vita. Esse sono piccoli gruppi e di struttura semplice (arcaica); sono usualmente pacifiche e sedentarie; sono povere; e la proprietà individuale non è la nota caratteristica del loro sistema economico. Nello stesso tempo non ne consegue che esse siano le più piccole fra le comunità esistenti o che la loro struttura sociale sia sotto tutti i rispetti la meno differenziata; né la loro categoria include necessariamente tutte le comunità primitive che non hanno nessun sistema definito di proprietà individuale. Ma è da notare che la categoria comprende i più pacifici gruppi primitivi di uomini – forse tutti quelli caratteristicamente pacifici. (…)””. (pag 9)”,”TEOS-161″
“VECA Salvatore”,”Saggio sul programma scientifico di Marx.”,”Salvatore VECA (Roma, 1943) insegna filosofia della politica nell’Univ degli Studi di Milano e dirige le attività di seminario e di ricerca della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Tra i suoi lavori: ‘Fondazione e modalità in Kant’ (Milano, 1969), ‘Marx e la critica dell’economia politica’ (Milano, 1973), ‘Modi della ragione’ nel volume a cura di A.G. GARGANI ‘Crisi della ragione’ (Torino, 1979).”,”MADS-016″
“VECA Salvatore”,”La filosofia politica.”,”Il libro espone le teorie della giustizia (utilitarismo, contrattualismo, libertarismo, pluralismo, comunitarismo). Il secondo capitolo del volume ha utilizato passi del capitolo su “”La teoria politica e il paradigma della giustizia””, comparso in GEYMONAT-L , “”Storia del pensiero filosofico e scientifico””, IX, 4, ac di BELLONE-E e MANGIONE-C, GARZANTI, Milano, 1996. pp 74-111, e poi inserito con qualche variante in MAFFETTONE-S, VECA-S (ac), “”Manuale di filosofia politica, DONZELLI, Roma, 1996, con il titolo “”Il paradigma delle teorie della giustizia””. VECA-S (Roma, 1943) insegna Filosofia politica all’ UNIVERSITA’ di PAVIA ed è p FONDAZIONE FELTRINELLI. BIBLIOGRAFIA: – “”La società giusta””. SAGGIATORE, Milano, 1982.”,”FILx-111″
“VECA Salvatore”,”Marx e la critica dell’ economia politica.”,”VECA (Roma, 1943) ha studiato filosofia all’ Università di Milano e si è laureato nel ’66 con Enzo PACI con una tesi sulla Critica di KANT.”,”MADS-319″
“VECA Salvatore a cura; TESCARI Giuliano MARCUZZO M. Cristina MEDIO Alfredo VECA Salvatore”,”Marxismo e critica delle teorie economiche.”,”””Rileggiamo quelle pagine dei manoscritti marxiani degli anni 1861-63 che introducono l’esame delle teorie ricardiane (…). Il discorso smithiano risulta spezzato in due parti, una “”parte esoterica””, sede dell’esame del “”nesso interno””, e una parte “”essoterica”” che ripete e rappresenta il “”nesso apparente”” dei fenomeni, “”il loro nesso quale is manifesta esternamente””; “”questi due modi di concepire (…) non solo corrono parallelamente in modo disinvolto, ma s’incrociano e si contraddicono continuamente””. Ricardo supera questa contradditorietà e duplicità della teoria, unificandola grazie all’istituzione di un saldo fondamento: “”Il fondamento, il punto di partenza della fisiologia del sistema borghese – della comprensione del nesso organico interno e del processo vitale — è la determinazione del ‘valore mediante il tempo di lavoro’.”” (…) Due per Marx sono dunque i grandi meriti di Ricardo: uno l’aver dato un fondamento unitario alla scienza dell’economia politica; il secondo è illustrato così da Marx: “”strettamente connesso a questo merito scientifico è il fatto che Ricardo scopra, esprima il contrasto economico delle classi – quale lo mostra il nesso interno – e perciò nell’economia viene colta, scoperta la sua radice, la lotta storica e il processo di sviluppo””.”” (pag 14-15) Ma Ricardo si occupa solo della grandezza di valore e trascura del tutto la forma valore; non comprende ildenaro, non comprende il capitale; non capisce e non si spiega il processo di valorizzazione, identifica i prezzi con i valori, identifica e confonde il plusvalore con una delle sue forme particolari, il il profitto. (pag 17)”,”TEOC-531″
“VECA Salvatore”,”Salvatore Veca ‘incontra’ Marx.”,”Salvatore VECA, laureato in filosofia, allievo di Enzo Paci e Ludovico Geymonat. Dal 1990 è professore ordinario di filosofia politica alla Facoltà di scienze politiche dell’Università di Pavia, di cui dal 1999 al 2005 è stato Preside. Dal 1984 al 2001 è stato presidente della ‘Fondazione Feltrinelli’ sviluppando il Centro di Scienza politica. Direttore degli “”Annali”” della Fondazione. Condirettore di ‘Aut Aut’ con Enzo Paci e P.A. Rovatti dal 1971 al 1973, ha diretto anche alcune collane editoriali. E’ autore di opere di carattere filosofico. Tra i molti libri pubblicati figurano ‘Marx e la critica dell’ economia politica’ (1973) e ‘Saggio su programma scientifico di Marx’ (1977).”,”FILx-469″
“VECA Salvatore”,”Etica e politica.”,”Salvatore Veca (Roma, 1943) è professore di filosofia della politica all’Università di Firenze e Presidente della Fondazione Feltrinelli di Milano (1989). Collabora al ‘Corriere della Sera’. Ha all’attivo molti volumi tra cui, con Francesco Alberoni ‘L’altruismo e la morale’, Garzanti, 1988. Equità. “”L’economista Andrew Olun ha chiarito efficacemente la natura della questione, connettendola allo sfondo di una teoria della democrazia. Il punto è che ‘abbiamo eguali diritti, ma reddito e ricchezza diseguali’ (6). Il criterio di equità nell’allocazione di beni sociali primari dipende, come sappaio, da un’inferenza dall’idea degli eguali diritti di cittadinanza (la risposta possibile alla sfida di Marx)”” (pag 157) [(6) Cfr: Okun, Economis for Policymaking’, cit., p. 608]”,”TEOP-572″
“VECA Salvatore a cura, saggi di Giuliano TESCARI M. Cristina MARCUZZO Alfredo MEDIO”,”Marxismo e critica delle teorie economiche.”,”Salvatore Veca (Roma, 1943) insegna Filosofia della politica all’Università statale di Milano e dirige le attività di ricerca della Fondazione G. Feltrinelli di Milano. Giuliano Tescari (Milano 1947) ha studiato filosofia a Milano, dove si è laureato con Paci nel 1973 con una tesi su Ricardo. Collabora all’Istituto Giangiacomo Feltrinelli. M. Cristina Marcuzzo (Udine 1948) ha studiato filosofia a Milano do si è laureata nel 1971 con Paci con una tesi su Böhm-Bawerk, Lavora all’Istituto di Filosofia della Statale. Alfredo Medio (Genova 1938) ha studiato giurisprudenza a Genova, dove si è laureato nel 1961. Assistente di Economia e Storia delle dottrine economiche a Genova dal 1970 è a Cambridge per studi perfezionamento.”,”TEOC-127-FL”
“VECCHIO Concetto”,”Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi.”,”Concetto Vecchio (1970) è giornalista nella redazione politica di ‘Repubblica’. Ha scritto ‘Vietato obbedire’ (2005), un saggio sul ’68 alla facoltà di Sociologia di Trento; ‘Ali di piombo’ (2007), sul movimento del ’77 e il delitto Casalegno; ‘Giovani e belli’ (2009). Gli slogan della campagna di propaganda xenofoba di James Schwarzenbach: ‘Svizzeri svegliatevi!’, ‘Prima gli svizzeri’. Tra gli annunci immobiliari: ‘Non si affitta a cani e italiani’. ‘Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, sono rumorosi, non si lavano’ (4° di copertina) “”James Schwarzenbach, un editore colto e raffinato di Zurigo, rampollo di una delle famiglie industriali più ricche della Svizzera, cugino della scrittrice Anne Marie Schwarzenbach, a metà degli anni sessanta entra a sorpresa in Parlamento a Berna, unico deputato del partito di estrema destra Nationale Aktion, e come suo primo atto promuove un referendum per espellere dalla Svizzera trecentoquarantamila stranieri, perlopiù italiani. È l’inizio di una campagna di odio contro gli emigrati italiani che dura anni e che sfocerà nel referendum del 7 giugno 1970, quando Schwarzenbach, solo contro tutti (giornali, establishment, Confindustria sono schierati su posizioni opposte), perderà la sua sfida solitaria per un pelo. Com’è stato possibile? Cosa ci dice del presente questa storia dimenticata? E come si spiega il successo della propaganda xenofoba, posto che la Svizzera avrà dal 1962 al 1974 un tasso di disoccupazione inesistente e sono stati proprio i lavoratori italiani, i Gastarbeiter richiamati in massa dal boom economico, a proiettare il paese in un benessere che non ha eguali nel mondo? Eppure Schwarzenbach, a capo del primo partito antistranieri d’Europa, con toni e parole d’ordine che sembrano usciti dall’odierna retorica populista, fa presa su vasti strati della popolazione spaesata dalla modernizzazione, dalle trasformazioni economiche e sociali e dal ’68. Schwarzenbach fiuta le insicurezze identitarie e le esaspera. “”Svizzeri svegliatevi””,””Prima gli svizzeri!”” sono i suoi slogan, mentre compaiono le inserzioni “”Non si affitta a cani e italiani”””” “”Il 21 giugno 1969 nella sala strapiena del Volkshaus di Zurigo, Schwarzenbach (1) annuncia che la raccolta di firme è stata dichiarata valida dal Consiglio federale. “”Ora bisogna mantenersi calmi. Dominare passioni e desideri, evitare atti impulsivi, basarsi sull’intelligenza, sulla ragione e sul buonsenso. Non possiamo abbassarci – come i nostri avversari desidererebbero – al livello degli xenofobi. Peccato che le donne non abbiano diritto di voto. Molte che volevano firmare le abbiamo dovute respingere. Le donne sono state colpite più degli uomini dall’arrivo degli stranieri, se avessero potuto firmare le adesioni sarebbero state superiori, e la nostra vittoria al referendum certa””. Seicentocinquanta persone si alzano i piedi, “”La Svizzera agli svizzeri!”” gridano. Sei mesi dopo , il 16 dicembre 1969, prende la parola in Parlamento. È il suo manifesto politico. (…) Quindi la critica di Schwarzenberg è anche una critica al capitalismo, a un Nord che si fa ricco pagando due soldi i diseredati del Sud. «Non lamentatevi se questo Paese sarà presto trasformato. Meno stranieri vuol dire più appartamenti liberi, meno concorrenza sul lavoro. Siamo un piccolo Paese, con uno spazio limitato. Nessun altro popolo si lascerebbe invadere in questo modo. Cito un articolo della “”Neue Zürcher Zeitung”” del 30 gennaio 1969: “”Il ministro degli Esteri belga Major ha annunciato nel Senato di Bruxelles che il Belgio ridurrà l’ingresso di popolazione straniera. Attualmente vivono in Belgio 180 mila lavoratori stranieri, a fronte di 9,5 milioni di abitanti, è un rapporto molto più ragionevole rispetto a quello elvetico. Eppure anche l’economia del Belgio è florida””»”” (pag 149-151) [(1) James Schwarzenbach è un editore colto e raffinato di Zurigo. La sua è una delle famiglie industriali più ricche della Svizzera. A metà degli anni sessanta entra a sorpresa in Parlamento, unico deputato del partito di estrema destra Nationale Aktion. Come suo primo atto promuove un referendum per espellere dal paese trecentomila stranieri, perlopiù italiani. E’ l’inizio di una campagna di odio contro i nostri emigrati che durerà anni, e che sfocerà nel voto del 7 giugno 1970, quando Schwarzenbach, solo contro tutti perderà la sua sfida per un pelo”” [dalla quarta di copertina]]”,”EURx-348″
“VECCHIONI Domenico”,”Suez. Il canale che ha cambiato la geografia del mondo.”,”Domenico Vecchioni laureato in Scienze politiche, intraprende la carriera diplomatica. Presta servizio a Le Havre (consolato), a Buenos Aires (ambasciata) e a Bruxelles (Nato). In seguito ricopre incarichi presso la Farnesina. Console generale d’Italia a Nizza e a Madrid, è quindi Vice rappresentante permamente presso il Consiglio d’Europa (Strasburgo). Dal 2005 al 2009 ricopre l’incarico di Ambasciatore d’Italia a Cuba. Come storico e saggista, ha collaborato a varie riviste di politica internazionale.Con Rusconi Libri ha pubblicato ‘Storie insolite della Seconda guerra mondiale’ (2020) e ‘I misteri della storia’ (2021). La nazionalizzazione del canale voluta da Nasser “”L’idea della nazionalizzazione del canale faceva parte del programma politico dei nuovi governanti egiziani. Nasser tuttavia, pur sbilanciandosi con grandi proclami pubblici, nella realtà esitava a confermare la fatale decisione. Temeva che, in caso di fallimento, la posizione inglese ne sarebbe uscita rinforzata. Voleva prima essere sicuro che gli egiziani sarebbero stati in grado di gestire il canale con le proprie forze. Fu quindi data la massima priorità al reclutamento e alla formazione dei piloti, degli addetti amministrativi e dei contabili. Proseguivano quindi, seppur tra alti e bassi, le trattative con la Compagnia. Nel giugno del 1956 la tensione sembrava essersi placata: i britannici si apprestavano a evacuare le ultime truppe presenti sul territorio egiziano e Il Cairo si era avvicinato a Washington nella speranza di ottenere il finanziamento della grandiosa diga di Assuan.Un progetto che si situava al cuore della strategia di sviluppo del paese voluta da nuovo regime: fornire l’elettricità necessaria all’industria pesante e irrigare più di un milione di ettari. Un progetto che avrebbe comportato anche l’intervento della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRS). Con quella mancanza di visione politica di lungo respiro che spesso caratterizza le iniziative americane in politica estera, adottate sull’onda di eventi contingenti, Washington, dopo aver molto tergiversato, il 19 luglio 1958 dichiarò finalmente che non avrebbe finanziato il progetto, giustificando la propria decisione con gli atteggiamenti troppo filo-sovietici assunti da Il Cairo. Non rendendosi conto che, così facendo, avrebbe spinto ancora di più Nasser nella braccia di Mosca. Dopo il rifiuto del governo americano, anche la BIRS fece un passo indietro. Nasser si ritrovò senza finanziatori del suo ambizioso progetto. Fu un enorme smacco per il Consiglio della rivoluzione, che s’infiammò di sentimenti antiamericani e antioccidentali. Il gran rifiuto americano fece precipitare la situazione. La decisione di nazionalizzare il canale di Suez, aspirazione come abbiamo visto antica e particolarmente sentita dal nuovo regime, subì un’improvvisa accelerazione. Il dado era ormai tratto!”” (pag 109-110)”,”VIOx-236″
“VECCHJ A.V. (Jack LA-BOLINA)”,”Memorie di un luogotenente di vascello.”,”Il volume fornisce informazioni sulla battaglia di Lissa dove la marina italiana, dopo l’affrettata fusione della Marina sabuda e della Marina del Regno delle due Sicilie e un ambiente troppo misto, venne sconfitta. L’autore, dopo aver lasciato il servizio divenne scrittore e pubblicista. Fornisce informazioni, con un linguaggio un po’ arcaico, sulla formazione marinara e militare dopo la costituzione del Regno d’Italia.”,”ITQM-230″
“VEDOVATO Giuseppe”,”I diritti della Chiesa e dei cattolici (Polemica con i comunisti). Discorso pronunciato alla Camera dei Deputati nella seduta del 25 febbraio 1958.”,”Giuseppe Vedovato, deputato al parlamento Discorso di Vedovato sulla mozione Gullo (G.C. e Giuliano Paietta, Togliatti, Caprara, Cavallari, Diaz, Corbi, Alicata, Bardini, Berti, D’Onofrio, Gianquinto, Ingrao, Li Causi, Fogliazza, Lozza, Maglietta, Natoli, Pessi, Rossi, Tognoni, Laconi) presentata il 25 febbraio 1958 alla Camera.”,”RELC-001-FB”
“VEDOVATO Giuseppe”,”Politica di sviluppo delle esportazioni. Discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella seduta del 13 luglio 1959.”,”Giuseppe Vedovato, deputato al parlamento “”E’ necessario riconoscere che nel nostro Paese manca completamente, contrariamente a quanto avviene in altri, una struttura creditizia specializzata nel commercio di esportazione. Le conseguenze di questa mancanza si fanno pesantemente sentire, mettendo i nostri operatori in condizioni di marcata inferiorità nei confronti della concorrenza straniera”” (pag 10) Discordo di Giuseppe Vedovato e risposta del ministro del Commercio estero Dino Del-Bo”,”ITAE-001-FB”
“VÉGÈCE Flavius (VEGEZIO), a cura di François REYNIERS”,”Végèce. Les institutions militaires de Flavius Vegetius Renatus.”,”VEGEZIO. (Trec) Di Flavius Vegetius Renatus (un codice anche Publi Vegeti Renati), autore di una Epitoma rei militaris, si sa molto poco. Era un alto funzionario, vir inlustris comes (pare comes sacrarum largitionum, ministro delle finanze) e cristiano. Non pare abbia mai servito nell’esercito. L’imperatore, al quale l’opera è dedicata, è ritenuto da alcuni Teodosio I (379-395); altri pensarono a Valentiniano III (424-455) o a Teodosio II (408-450). Siamo quindi alla fine del sec. IV o al principio del V d. C. Vegezio era persuaso che la decadenza dell’impero aveva la sua causa principale nella decadenza dell’esercito, che aveva perduto la disciplina Romana e s’era imbarbarito. Bisognava quindi tornare all’antico e vedere come e dove gli antichi reclutavano i soldati e come li istruivano. V. scrisse così il primo libro, che, offerto all’imperatore, piacque e l’autore fu invitato a trattare anche le altre parti della scienza miliiare. E così V. espose nel secondo libro l’organizzazione e l’addestramento antico della legione, nel terzo trattò della condotta delle operazioni. Il quarto libro tratta della guerra d’assedio, con un’appendice sulla guerra navale (IV, 31 seg.). Vegezio indica egli stesso le fonti alle quali attinse (I, 8; cfr. II, 3): Catone Censorio (cons. 195 a. C.), Aulo Cornelio Celso, scrittore enciclopedico del sec. I d. C., Sesto Giulio Frontino, pure del sec. I d. C., autore di un trattato, perduto, di arte militare e degli Sratagemata a noi giunti, Tarrutenio Paterno, prefetto del pretorio sotto Commodo e ucciso nel 183, soldato e giurista, autore di quattro libri di diritto militare, e infine le ordinanze militari di Augusto, di Traiano e di Adriano. Né pare che a tutte queste fonti egli abbia attinto direttamente: conobbe forse Catone attraverso Celso e Frontino. L’antico esercito romano è per V. l’esercito anteriore al sec. III d. C. e su questo antico esercito egli dà notizie attinte a fonti che andavano dal sec. II a. C. al II d. C. E privo di esperienza di cose militari e di cultura storica, egli mise assieme notizie che si riferivano ad età e ordinamenti diversi, donde quel disordine e quella confusione, che attirarono sull’opera di V. i più aspri giudizî della critica moderna. Ma egli ha conservato molti materiali preziosi per la storia militare romana, che si potranno meglio apprezzare, quando un’accurata indagine sulle sue fonti avrà distinto, fin dove è possibile, ciò che in lui proviene dagli autori delle varie epoche e ciò che egli stesso ha aggiunto; indagine che è stata anche di recente tentata con frutto. Col nome di P. Vegetius Renatus ci è stata tramandata anche un’opera di veterinaria, Digestorum artis mulomedicinae libri, della fine del sec. IV d. C., che, per la corrispondenza dell’età e per altre ragioni, sembra dello stesso autore dell’opera sull’arte militare. Essa è in sostanza un rimaneggiamento, soprattutto quanto alla forma, della Mulomedicina Chironis, testo in latino volgare conservato in un codice di Monaco di Baviera, con aggiunte derivate principalmente da Columella. Ediz.: L’opera di Vegezio sull’arte militare fu molto letta nel Medioevo ed è perciò giunta a noi in numerosissimi codici, dei quali sono noti quasi 150. L’ultima edizione è: Flavi Vegeti Renati epitoma rei militaris, di C. Lang, 2ª ed., Lipsia 1885; trad. ital. con proemio e annotazioni di Temistocle Mariotti, Treviso 1878, riprodotta con note di L. A. Maggiorotti in un volume della collezione La guerra e la milizia negli scrittori italiani d’ogni tempo, Roma 1936. L’opera veterinaria P. Vegeti Renati digestorum artis mulomedicinae libri, ed. E. Lommatzsch, Lipsia 1903. Bibl.: M. Schanz, Gesch. der röm Litteratur, IV, i, 2ª ed., Monaco 1914, p. 194; sulle fonti dell’opera militare: D. Schenk, Fl. R. V. Die Quellen der Epitoma Rei Militaris, in Klio, Beiheft 21°, Lipsia 1930. Per l’opera veterinaria, v. K. Hoppe, in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., XVI, col. 511.”,”QMIx-005-FSL”
“VEGETTI Mario a cura; saggi di Sergej L. UTCHENKO George THOMSON Karl POLANYI Moses I. FINLEY Charles PARAIN Jean-Pierre VERNANT Michel AUSTIN e Pierre VIDAL-NAQUET Diego LANZA e Mario VEGETTI Geoffrey E.M. DE-STE. CROIX”,”Marxismo e società antica.”,”Mario Vegetti, nato nel 1937, è professore di storia della filosofia antica presso l’Università di Pavia (1977). E’ autori di studi sulla storia del pensiero scientifico greco, in particolare su Ippocrate, Aristotele, Galeno e sulla sociologia della scienza nel mondo antico. Ha scritto una storia complessiva del pensiero filosofico greco-romano. Dibattito sulla questione della ‘contraddizione’ (principale o fondamentale) nel mondo antico (pag 305-306) Morto Mario Vegetti, filosofo studioso di Platone È scomparso l’11 marzo 2018 nella sua casa milanese all’età di 81 anni Aveva esaltato l’importanza del pensiero scientifico della Grecia antica Raffinato studioso e commentatore di Platone, conosceva come pochi altri anche il versante scientifico della cultura classica. E aveva un carattere piuttosto schivo, non cercava la popolarità e non amava i riflettori. Tuttavia Mario Vegetti, scomparso ieri nella sua casa milanese all’età di 81 anni, era ben consapevole della necessità di far conoscere la civiltà antica al grande pubblico. Diversi suoi libri hanno infatti un carattere didascalico — non a caso sono articolati in lezioni — o d’introduzione alle opere dei grandi filosofi. Concepiva l’università come un luogo aperto al confronto con il territorio, gli dispiaceva che, dopo alcuni tentativi, le istituzioni accademiche avessero rinunciato a essere «protagoniste attive del tessuto cittadino». Nato a Milano il 4 gennaio 1937, Vegetti era stato alunno del prestigioso collegio Ghislieri di Pavia e si era laureato nell’ateneo di quella città con una tesi su Tucidide, nel 1959. Sempre a Pavia era stato professore ordinario di Storia della filosofia antica per trent’anni, dal 1975 al 2005. Poi aveva lasciato, un po’ deluso per lo scarso dinamismo dell’ambiente accademico, che addebitava non solo ai colleghi, ma anche ai giovani: «Un tempo gli studenti — ricordava — ponevano domande di senso. Oggi non più». Convinzione profondamente radicata di Vegetti era appunto che lo studio del mondo classico fosse fondamentale per aprire le menti. I grandi pensatori greci, sottolineava, avevano sviluppato le proprie riflessioni in un ambiente privo di sacre scritture o di autorità che pretendessero di possedere e imporre dottrine prefissate, quindi avevano potuto avanzare le ipotesi più varie, a volta geniali, a volte strampalate, in completa libertà. Avevano così animato un immenso laboratorio intellettuale non solo in campo filosofico, ma anche scientifico. La medicina, per esempio, aveva compiuto passi enormi attraverso la pratica quotidiana proprio perché non vincolata da regole previste nei libri sacerdotali, come avveniva al contrario nell’Egitto dei faraoni. A questo rapporto sinergico tra sperimentazione diretta (condotta affondando la lama nella carne di animali e cadaveri) e accumulo del sapere teorico Vegetti aveva dedicato il suo saggio significativamente intitolato Il coltello e lo stilo (il Saggiatore, 1979), prodotto di un’approfondita ricerca sul pensiero scientifico ellenico condotta secondo l’indirizzo di uno dei suoi maestri, il filosofo marxista eretico Ludovico Geymonat, e proseguita poi in diverse altre opere. In seguito Vegetti aveva pubblicato il lavoro altrettanto importante L’etica degli antichi (Laterza, 1989) e si era progressivamente caratterizzato come uno dei più acuti e validi studiosi di Platone a livello internazionale. Aveva curato una monumentale edizione commentata della Repubblica, opera più nota del filosofo greco, in sette volumi usciti tra il 1998 e il 2007 presso l’editore Bibliopolis. Ma aveva realizzato anche saggi rivolti a un pubblico di non specialisti come Quindici lezioni su Platone (Einaudi, 2003), Guida alla lettura della «Repubblica» di Platone (Laterza, 2007), Un paradigma in cielo (Carocci, 2009). Su Platone, Vegetti si era confrontato con un altro accademico italiano di notevole prestigio, Giovanni Reale, scomparso nel 2014. Quest’ultimo riteneva che la «dottrina non scritta» del grande filosofo greco, di carattere metafisico, fosse l’autentico contenuto del suo insegnamento, mentre i Dialoghi ne sarebbero stati soltanto l’introduzione. Una lettura che non convinceva affatto Vegetti, secondo il quale andava viceversa riconosciuto il «pieno valore filosofico» dei testi platonici. In particolare il suo interesse era attirato dal problema della politica così come era stato affrontato dall’autore della Repubblica. Da una parte Vegetti, affascinato dalle infinite sfaccettature dell’eredità di Platone, poneva l’accento sulla sua ineludibile polivalenza e sottolineava che quell’insegnamento trasmesso in forma dialogica, attraverso il confronto fra punti di vista differenti, «non può venire ridotto a un sistema univoco di significati». Dall’altra, apprezzava l’afflato ideale che percorre quelle medesime pagine, nelle quali la politica viene «pensata in grande», assegnandole «una capacità di orientamento della vita sociale nella sua complessità economica, militare, etica». Uomo di sinistra, impegnato socialmente al fianco della moglie Silvia Vegetti Finzi (psicologa di primo piano e firma del «Corriere della Sera»), era consapevole di quanto spinoso sia il nodo della legittimità del potere, su cui si era soffermato con grande finezza di argomentazioni nel libro Chi comanda nella città (Carocci, 2017). Ma riteneva comunque che la politica avesse bisogno di uno slancio utopistico, dovesse nutrirsi di valori, per non diventare miope e conservatrice. E proprio per questo diffidava di Aristotele e della sua tendenza a «naturalizzare» le istituzioni umane storicamente determinate, che a suo avviso finiva per risolversi in una pericolosa giustificazione integrale dell’esistente. Ma certo non sottovalutava il pensatore di Stagira, al quale aveva dedicato il volume Incontro con Aristotele, firmato con Francesco Ademollo (Einaudi, 2016). Va comunque aggiunto che Vegetti dissentiva da coloro che, ponendo al centro l’opera dei maestri più illustri, svalutano il successivo periodo ellenistico e la ancor più tarda fase imperiale, con la Greca ormai sottomessa al dominio di Roma. Considerava l’ellenismo «fondamentale per l’etica, per la logica, in fondo anche per la fisica». E guardava con estremo interesse alla dialettica tra il pensiero classico e le nuove religioni di salvezza, in primo luogo il cristianesimo. Nella vasta Storia della filosofia antica da lui diretta con Franco Trabattoni (Carocci, 2016) Platone e Aristotele occupano solo un volume su quattro. Per presentare quell’opera Vegetti aveva partecipato per «la Lettura» del «Corriere» (numero 228 del 10 aprile 2016) a un incontro con alcuni studenti, nel corso del quale aveva riaffermato la sua fiducia nella funzione civile della filosofia. Lo allarmava un dibattito pubblico ridotto a frastuono e a ingannevoli espedienti di marketing. Considerava più che mai urgente «mettere ordine nel modo di pensare». Corriere della Sera, 11 marzo 2018″,”TEOC-770″
“VEGEZIO Flavio Renato”,”Dell’ arte militare (De re militari).”,”Minoranze esercitate. “”In ogni battaglia la vittoria suol essere il prezzo non tanto del numero e del valore indisciplinato, quanto degli ordini militari e dell’ esercizio; perciocché vediamo il popolo romano aver sottomesso l’ orbe terrestre con nessun altro mezzo che l’ esercizio delle armi, con la disciplina degli accampamenti, con l’ uso della milizia. Infatti a che cosa avrebbe valso l’ esiguità numerica dei Romani di contro alla moltitudine dei Galli? Che cosa la lor piccola statura avrebbe potuto osare contro l’ altezza dei Germani? E’ chiaro che pur gl’ Ispani superato avrebbero i nostri non solo col numero, ma altresì colla gagliardia del corpo. Agl’ inganni ed alle ricchezze degli Africani sempre fummo al di sotto: niuno dubitò mai che i Greci ci superassero per arte, per prudenza. Ma contro siffatti inconvenienti ci giovò far buona scelta di reclute, insegnar loro, come dissi, la ragione delle armi, invigorirli col quotidiano esercizio, conoscere anticipatamente, mercè il tirocinio de’ campi, ogni probabile eventualità delle schiere e delle battaglie, punire severamente gl’ infingardi, conciosiacchè la scienza dele cose guerresche nel combattimento alimenta l’ audacia. Niuno tema di seguire ciò ch’è convinto di aver bene appreso; nei conflitti di guerra il picciol numero esercitato è più pronto alla vittoria, la rude inesperta moltitudine è sempre esposta alla strage.”” (pag 4-5)”,”STAx-114″
“VEGEZIO Flavio Renato, a cura di Marco FORMISANO”,”L’arte della guerra romana.”,”Alla fine del IV secolo dopo Cristo l’esercito romano sembrava ormai incapace di resistere agli assalti dei barbari, ed era ancora fresco il ricordo della tremenda disfatta di Adrianopoli in cui lo stesso imperatore Valente era morto combattendo contro i Goti. Il trattato di Vegezio intendeva porre rimedio alla sfacelo della macchina militare romana attraverso il recupero degli schemi tattici e strategici che avevano permesso ai romani, cinque secoli prima, di conquistare il mondo conosciuto: enorme fu tuttavia la sua fortuna, tanto da esercitare un’influenza non solo nel campo militare, ma anche in quello politico, letterario, e con Tommaso d’Aquino persino in quello teologico. Nell’indice dei nomi.non viene citato Giulio Cesare”,”QMIx-099-FSL”
“VEJERANO Juan Trias ELORZA Antonio JULIA Santos RODRIGUEZ AGUILERA DE PRAT Cesareo LASO PRIETO José Maria FERNANDEZ BUEY Francisco BRUTTI Massimo COTARELO Ramon Garcia SARTORIUS Nicolas”,”El pensamiento politico de Togliatti.”,”E’ un colloquio organizzato dalla FIM e tenutosi presso l’ Instituto de Ciencias Juridicas del CSIC (novembre 1984). Togliatti e il Comintern. “”Come ricorda Vacca, la linea politica dei “”Fronti Popolari””, lanciata dalla I.C. a partire del 1935, rivalorizza, per la prima volta nel movimento comunista, le libertà democratiche “”borghesi”” e lo Stato rappresentativo””. (pag 73)”,”PCIx-160″
“VELASCO Carlos Garcia CORDOVILLA Sergi Roses, a cura; scritti di Paul MATTICK Helmut WAGNER Karl KORSCH e HARTWIG”,”Expectactivas fallidas (España 1934-1939). El movimiento consejista ante la guerra y revolucion españolas: articulos y reseñas.”,”Scritti di Paul MATTICK Helmut WAGNER Karl KORSCH e HARTWIG. Contiene un profilo biografico di Cajo BRENDEL.”,”MSPG-098″
“VÉLEZ I. MARIE Jean Jacques BROUÉ Pierre SOKOLOVSKAIA A.L. DINGELSTEDT Fedor N. NIN Andrés SEDOV Léon DACHKOVSKY I.K.”,”De la revolution de 1917 au combat des bolcheviks-leninistes. Les Jeunesses socialistes à Petrograd en 1917 (Vélez); L’activité du Comité de Pétersbourg, de février à octobre 1917 (Marie); Compléments sur les trotskystes en URSS (Broué); La main d’oeuvre «blanche» de Staline; A la veille du «dimanche rouge» (1905) (Sokolovskaia); Le printemps de la révolution prolétarienne (Dingelstedt); Lettre d’URSS d’Andrés Nin à Maurin (Nin); La situation des B.I. en 1934 (Sedov); Un Vieux-Bolchevik à la ‘Pravda’ (Dachkovsky).”,”Profilo biografico di Fedor N. Dingelstedt, oppositore di Stalin e prossimo a Trotsky (pag 95-96) Fedor N. Dingelstedt. Entra nel partito bolscevico nel 1910. Durante la rivoluzione di febbraio viene inviato a Cronstadt dove è uno dei fondatori dell’organizzazione bolscevica. Dopo la rivoluzione è uno di primi militanti dell’ Istituto dei professori rossi che deve formare l’elite del nuovo regime rivoluzionario. Ne esce diplomato proprio in cui nasce attorno a Trotsky l’ Opposizione del 1923 in cui entra fin dall’inizio. Ed è, con un altro professore rosso, lo storico Grigori Ia. Iakovin, uno degli animatori di Pietroburgo. Messo subito da parte nell’apparato, è nominato direttore dell’Istituto delle foreste e pubblica varie opere teoriche ed altre di popolarizzazione. La sua tesi sulla ‘Questione agraria in India’, elaborata dopo un soggiorno di studi e di ricerche a Londra, viene pubblicata nel 1928, quando è già in deportazione. Victor Serge, che ha militato con lui a Leningrado diceva che egli possedeva una ‘invincibile ostinazione’ e che non verrà piegato dallo stalinismo. Fece parte dell’ Opposizione unificata dopo i negoziati per la fusione del 1926. E’ uno degli uomini della seconda generazione dell’Opposizione. Già deportato entrerà in corrispondenza con Trotsky. Dopo varie peregrinazioni e persecuzioni al confino e in varie carceri finirà nel campo di Vorkuta con altri trotskisti, e dopo lo sciopero della fame guidato dal suo ex compagno Iakovin, si metterà in prima fila davanti al plotone di esecuzione e alle mitragliatrici della GPU. (pag 95-96) DINGELSTEDT Fedor Niklausévitch ( 1890 – 1937 ) Bolchevik proche du groupe Sapronov 27 août 2008 par jo Fils d’un universitaire d’origine allemande, étudiant en sociologie, au parti en 1910, il est un des quatre militants qui vont gagner aux bolcheviks les marins de Kronstadt : « Fedor Dingelstaed avait été à vingt ans, avec l’enseigne Rochal, Iline-Genevski [1] et Raskolnikov, un des agitateurs bolcheviks qui en 1917 soulevèrent la flotte de la Baltique. Il dirigeait l’Institut des forêts et publiait un livre sur La Question agraire aux Indes. Il représentait parmi nous une extrême gauche voisine du groupe Sapronov qui considérait la dégénérescence du régime comme achevée. Le visage de Dingelstaed, dans sa laideur heurtée et inspirée, exprimait une invincible obstination. « Celui-là, pensais-je, on ne le brisera jamais. » Je ne me trompais pas, il devait suivre sans défaillance les mêmes chemins que Iakovine [2] . » (V. Serge, Mémoires page 671) Membre de l’Opposition unifiée, il est exclu et déporté, il conduit victorieusement des grèves de la faim à Solovki [3]). Il est exécuté en août 1937 à Vorkouta [4] ou en chemin. Sources : — BROUE Pierre, Communistes contre Staline, Paris, Fayard, 2003, cf. p. 370 ; — SERGE Victor, Mémoires d’un révolutionnaire et autres écrits politiques, Paris, Robert Laffont, Collection Bouquins, 2001 ; cf. pp. 360, 381, 671, 709 ; — SKIRDA Alexandre, Les anarchistes russes, les soviets et la révolution de 1917, Editions de Paris/ Max Chaleil, 2000 ; cf. pp. 267-271 sur « L’exil et les prisons » ; [1] Iline-Genevsky A. F. (1894-1941) : Frère de Raskolnikov, journaliste et écrivain, arrêté après la fuite de son frère, il meurt en prison. [2] Iakovine Grigori Iakolevitch (1896-1938) : Professeur spécialiste de l’Allemagne, membre de l’opposition de 1923, puis de l’Opposition unifiée qu’il tenta d’organiser clandestinement dès 1928. Arrêté, plusieurs fois condamné, un des dirigeants de la grève de la faim de Vorkouta. (Voir V. Serge, pages 433, 671, 692, et Broué, page 380) [3] Solovki : Perdues dans les brumes de la mer Blanche, situées à 160 km du cercle polaire,les îles Solovki forment un vaste archipel de six grandes îles et d’une multitude d’îlots. En 1920, le nouveau pouvoir soviétique choisit de nouveau les îles Solovki pour ouvrir un camp où seront enfermés en priorité prêtres mais aussi savants, intelligentsia littéraire, puis prisonniers politiques, koulaks, cadres du parti éloignés par Staline à partir des années 1930. Le pouvoir souhaitait créer aux Solovki un camp modèle, pourvu de son théâtre, d’une bibliothèque, d’un journal intérieur, le tout animé et rédigé par les détenus eux-mêmes, mais les conditions de détention, le travail et le climat font bientôt du mot même de Solovki un synonyme d’horreur et de mort. « Détenu à Verkhnéouralsk, Ivar Ternissovitch Smilga disait pourtant : Quand on a de si vastes espaces et tant de steppes à sa disposition, on n’a vraiment pas besoin de la guillotine. » […] Solovki a plus d’une fois été qualifié de camp immonde, de Guyane arctique, pourrissant d’humidité […] Mais personne ne nous dit que dans l’enceinte monacale, au début de 1935, les déportés sont les seuls à vivre. Ils sont bien sûr privés de sortir, mais les gardiens le sont de celui d’entrer, sauf une fois par jour pour l’appel. A Solovki, les prisonniers travaillent s’ils le désirent, peuvent se livrer aux activités intellectuelles de leur choix, suivre des cours secondaires ou universitaires, parfois apprendre un métier ou des langues, pratiquer un sport dans la mesure du possible. La seule barrière, terrible il est vrai, est celle du froid. (in Broué, pages 171 et 196) [4] Vorkouta est une ville minière appelée aussi la « ville de la toundra » et située à 150 km au nord du cercle polaire. Ce fut un des camp du Goulag les plus durs, construit en 1932 et surnommé « la guillotine glacée ». Voir les chapitres XX et XXII du livre de Broué sur la grève de la faim.”,”TROS-359″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 1. A-Ame.”,”Volume 1 A-Ame Concetto di Alienazione in diritto, filosofia (Hegel, ecc), sociologia (Marx, ecc.) (pag 388-389-390) Bibliografia. – G. Prezzolini, Giovanni Amendola, Modena, 1926 F. Rizzo, Giovanni Amendola e la crisi della democrazia, Roma, 1956 – M. Salvadori, Ricordo di Giovanni Amendola, Bologna, 1976″,”REFx-144″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 2. Amf-Asmar.”,”Volume 2 Amf-Asmar Concetto di Alienazione in diritto, filosofia (Hegel, ecc), sociologia (Marx, ecc.) (pag 388-389-390) Bibliografia. Voce Anarchismo (pag 561) – A. Lorulot, Les theories anarchistes, Paris, 1913″,”REFx-145″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 3. Asmat-Bat.”,”Volume 3 Asmat-Bat Concetto di Alienazione in diritto, filosofia (Hegel, ecc), sociologia (Marx, ecc.) (pag 388-389-390) Bibliografia: – E. Ceccarini, Ugo La Malfa: una vita politica’, Napoli, 1985″,”REFx-146″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 4. Bau-Brief.”,”Volume 4. Bau-Brief Concetto di Alienazione in diritto, filosofia (Hegel, ecc), sociologia (Marx, ecc.) (pag 388-389-390)”,”REFx-147″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 5. Brieg-Caspe.”,”Volume 5. Brieg-Caspe. Bibliografia voce Filippo Buonarroti (il Giovane) – A. Saitta, Ricerche storiografiche su Buonarroti e Babeuf, Roma, 1986″,”REFx-148″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 6. Caspi-Cok.”,”Volume 6. Caspi-Cok.”,”REFx-149″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 7. Col-Danil.”,”Volume 7. Col-Danil. Bibliografia (Partito comunista sovietico) – F. Gori, Il XX Congresso del Pcus, Milano, 1988 (voce Croce) – M. Bazzoli, Fonti del pensiero politico di Croce, Padova, 1973″,”REFx-150″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 8. Danim-Elis.”,”Volume 8. Danim-Elis. Bibliografia:. – M.L. Silvestre, Democrito ed Epicuro, Napoli, 1985″,”REFx-151″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 9. Elit-Flynn.”,”Volume 9. Elit-Flynn. In bibliografia, voce F. Engels: – Der junge Engels. Eine historisch-biographische Studie seiner weltanschaulichen Entwicklung in den Jahren 1834-1845. Erster u. zweiter Teil. 2 . Ullrich, Horst:”,”REFx-152″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 10. Flys-Gion.”,”Volume 10. Flys-Gion. Nella bibliografia su Giovanni Giolitti: – G. Negri, a cura, Giolitti e la nascita della Banca d’Italia nel 1893, Bari, 1989 – A. Berselli, L’Italia dall’età giolittiana all’avvento del fascismo, Roma, 1970″,”REFx-153″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 11. Giop-Iden.”,”Volume 11. Giop-Iden. Bibliografia: A. Gramsci (pag 554) – G. Lentini, Croce e Gramsci, Palermo, Roma, 1967 – M.A. Manacorda, Il principio educativo in Gramsci “”Americanismo e conformismo””, Roma; 1970 – A. Broccoli, Gramsci e l’educazione come egemonia, Firenze, 1972 – N. Bobbio, Saggi su Gramsci, 1990″,”REFx-154″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 12. Ideo-Kamaw.”,”Volume 12. Ideo-Kamaw.”,”REFx-155″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 13. Kamb-Lupo.”,”Volume 13. Kamb-Lupo. Bibliografia. – G. Berti, Per uno studio della vita e del pensiero di Antonio Labriola, Roma; 1954, p. 61″,”REFx-156″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 14. Lupol-Mineo.”,”Volume 14. Lupol-Mineo. Bibliografia. – R. Aron, Delle libertà. Alexis de Tocqueville e Karl Marx, Varese, 1991″,”REFx-157″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 15. Miner-Notti.”,”Volume 15. Miner-Notti. Bibliografia. – G. Bocca, Nenni, quarant’annni dopo, FIrenze, 1964 – Maria Grazia D’Angelo Bigelli, Nenni, dalle barricate a Palazzo Madama, Milano, 1971 – G. Spadolini, Nenni sul filo della memoria, Firenze, 1982″,”REFx-158″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 16. Notto-Pave.”,”Volume 16. Notto-Pave Bibliografia. (Operaismo) – R. Zangheri, Studi storici sul movimento operaio italiano dal 1900 al 1914, Roma 1951, p. 39″,”REFx-159″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 17. Pavi-Probi.”,”Volume 17. Pavi-Probi. Bibliografia. (Pisacane) – L. Cassese, La spedizione di Sapri, Bari, 1969″,”REFx-160″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 18. Probl-River.”,”Volume 18. Probl-River. Bibliografia. (Proudhon) – G. Gurvitch, Proudhon et Marx: une confrontation, Paris; 1964″,”REFx-161″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 19. Rives-Seca.”,”Volume 19. Rives-Seca. Bibliografia. (C.H. Saint-Simon) – G. Gurvitch, Les fondateurs françoises de la sociologie contemporaine: Saint-Simon et Proudhon, Paris, 1955 – I. Manfredini, Henri Saint-Simon, Milano, 1988″,”REFx-162″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 20. Secc-Stee.”,”Volume 20. Secc-Stee. Bibliografia. (Sindacalismo) – R. Melis, I sindacati italiani, Roma; 1964 – G. Baglioni, Sindacato e proteste operaie, Milano, 1969 (Socialdemocrazia) – O. Lizzadri, Il socialismo italiano dal frontismo al centro-sinistra, Roma, 1969 (Socialismo) – Milorad M. Drachkovitch, Les socialistes français et allemands et le probleme de la guerre, 1870-1914, Ginevra, 1953″,”REFx-163″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 21. Stef-Trava.”,”Volume 21. Stef-Trava. Bibliografia”,”REFx-164″
“VELLA Jason, direzione editoriale”,”Grande Enciclopedia De Agostini. Volume 22. Trave-Z.”,”Volume 22. Trave-Z. Bibliografia. (Trotsky) -N. Mosley, L’assassinio di Trotsky, Milano, 1975 (F. Turati) – G. Mariotti, F. Turati, Firenze, 1947 – L. Valiani, Gli sviluppi ideologici del socialismo democratico in Italia, Roma, 1956″,”REFx-165″
“VELLAS Pierre ARAI M. CABROL H. GUIRAUD A. MARTY G. OLIVIER D. POUCHARD J. ROBERT P.”,”La nouvelle politique commerciale japonaise.”,”””La situazione dell’ agricoltura giapponese è estremamente artificiale per il fatto che è incentrata sulla coltura del riso e che il governo controlla completamente la distribuzione e il prezzo di questa derrata. Per motivi più politici che economici il prezzo di acquisto del riso ai coltivatori è stato fissato al doppio del corso mondiale, mentre il prezzo di vendita al consumatore veniva mantenuto relativamente basso. E’ naturalmente il bilancio che copre la differenza”” (pag 80)”,”JAPE-012″
“VELLUZ Léon”,”Maupertuis.”,”ANTE3-18 “”Si je me trompe, je préfère que ce soit à l’avantage des personnes””, (Leibnitz) in L. Velluz, Maupertuis Biografia. (wikip) Pierre Louis Moreau de Maupertuis (Saint-Malo, 7 luglio 1698 – Basilea, 27 luglio 1759) è stato un matematico, fisico e filosofo francese. Scienziato francese introdusse in Francia il newtonianismo con l’opera Sulle leggi dell’attrazione e il Discorso sulle differenti figure degli astri del 1732. Ha formulato per la prima volta il principio di minima azione, che da lui prende il nome di Principio di Maupertuis. Nacque a Saint-Malo, in Francia, imparò la matematica grazie all’assistenza di un tutore privato. La sua reputazione come scienziato e come uomo di lettere accrebbe notevolmente quando si trasferì a Parigi. Nel 1723 fu ammesso alla “”Accademia delle Scienze””. [1] I suoi primi studi si concentrarono sulle teorie di Isaac Newton, che ancora ai suoi tempi non erano accettate al di fuori dell’Inghilterra. In seguito contestò i modelli proposti da Jacques Cassini sulla presunta forma ovale della terra. Fece un importante viaggio in Lapponia per dimostrare, attraverso la misurazione di un grado di meridiano, che la terra era schiacciata ai poli. Oltre agli studi che lo resero celebre per il principio che prese il suo nome, si dedicò alla filosofia naturale sostenendo idee originali che vennero in parte pubblicate nel celebre libro Venus physique (1745). In quest’opera Maupertuis si oppone al preformismo allora imperante, sostenendo idee (quali l’ereditarietà dei caratteri parentali, la mutazione casuale, ecc.) che anticipano in qualche misura i concetti della moderna genetica. Nel 1740 si recò a Berlino invitato da Federico II di Prussia e venne fatto prigioniero dagli austriaci. Successivamente fu nominato presidente della Reale Accademia delle Scienze di Berlino, ma la sua posizione soffrì la sarcastica e pungente penna di Voltaire e il lungo conflitto tra la Francia e la Prussia. Trascorse gli ultimi anni di vita, dapprima nel sud della Francia e infine a Basilea, dove morì nel 1759 ospite della famiglia Bernoulli. Venne sepolto a Dornach, nella chiesa cattolica (ora sconsacrata e sede di un piccolo museo di storia locale) nella quale si può ancora vedere, sul pavimento in cotto, la pietra tombale con la sola scritta MAUPERTUIS e, sulla parete, una lapide celebrativa (non originale). Il finalismo e il principio di Maupertuis [modifica] Con la formulazione del principio di minima azione, Maupertius fece rispolverare il finalismo in meccanica. Tutta la questione è legata allo studio della propagazione della luce, noto sin dall’antichità, sviluppato poi nel Medioevo con la formulazione di una seconda legge, detta legge di riflessione e ampliato nel Seicento con la legge di rifrazione.[2] Tutti i più grandi scienziati dell’era moderna, da Descartes a Newton tentarono di migliorare le conoscenze al riguardo, ma tra i più originali nell’approccio alla tematica fu senza dubbio il matematico francese Pierre de Fermat che perseguì una spiegazione metafisica finalistica per il fenomeno. Maupertuis intervenne il 15 aprile 1744 all’ “”Accademia delle Scienze”” di Parigi, affrontando il problema, da un punto di vista finalistico, seppur in aperto contrasto con Fernat. Maupertius sostenne che le ipotesi formulate dai suoi colleghi non individuarono correttamente la quantità che la natura rendeva minima, che non era sicuramente né il tempo e nemmeno la quantità proposta da Leibniz. Secondo Maupertuis la luce sceglie : “”una via che ha il vantaggio più reale. Il cammino che essa segue è quello per il quale la quantità d’azione è minima””.[2] Quantità di azione significava che per passare da un punto ad un altro, il corpo necessitava di una certa azione, dipendente dalla somma degli spazi moltiplicati ciascuno per la velocità con cui il corpo li percorre. Secondo Maupertuis questa quantità di azione è quel che la natura risparmia nel moto della luce.[2]”,”SCIx-289″
“VELO Dario a cura; saggi di Robert TRIFFIN Tibor SCITOVSKJ Ronald McKINNON Alberto MAJOCCHI F. MORRIS e J. LITTLE Alexander SWOBODA Claudio SEGRE’ M. BROOKE e H. REMMERS Dario VELO”,”Le imprese multinazionali. Caratteristiche funzionali della loro gestione finanziaria. Parte I. La crisi del sistema monetario internazionale e il problema della moneta europea. Parte II. La formazione di un mercato europeo dei capitali e la strategia finanziaria delle imprese multinazionali.”,” Contiene tra l’altro: Robert Triffin, L’Unione Europea dei Pagamenti, 1950-1955 (pag 57-80) Dario Velo, La crisi del sistema monetario internazionale e il problema della moneta europea (pag 3-56)”,”ECOG-112″
“VELTRI Elio TRAVAGLIO Marco”,”L’odore dei soldi.”,”Elio Veltri, medico chirurgo, eletto alla Camera dei deputati nelle liste dell’Ulivo. Marco Travaglio, giornalista della ‘Repubblica’ con l’Espresso e Micromega (2001).”,”BIOx-007-FMP”
“VENANZI Francesco FAGGIANI Massimo a cura; testi di Giuseppe LOCOROTONDO Giuseppe RATTI Mario PIRANI Eugenio CEFIS Raffaele GIROTTI”,”Eni, un’autobiografia.”,”Massimo Faggiani laureato in Filosofia e specializzato in Psicologia e Sociologia del lavoro. E’ stato responsabile del Personale ENI. Francesco Venanzi, laureato in Scienze statistiche e attuariail a Roma, ha lavorato nel gruppo ENI dal 1955 al 1988 (Ufficio Studi economici). Successivamente è stato amministratore, presidente, e direttore di altre aziende.”,”ECOA-028″
“VENDITTI Renato”,”Il manuale Cencelli.”,”Renato Venditti è nato a Roma nel 1926. Ha lavorato a lungo all’ Unità come redattore di politica interna, ruolo che attualmente (1981) ricopre a ‘Paese Sera’. Ha pubblicato ‘Il giornalismo parlamentare e politico’ (Accademia, 1977). “”Uno dei libri da dimenticare (purché lo dimentichino tutti)”” (Giulio Andreotti)”,”ITAP-002-FPB”
“VENE André”,”Vie et doctrine de Karl Marx.”,”VENE riporta molte brevi citazioni dal carteggio e dalle opere di MARX ed ENGELS. L’A riporta delle riflessioni, anche divergenti, di MARX ed ENGELS sulle crisi.”,”MADS-301″
“VENE’ Gian Franco”,”La borghesia comunista. Da dove vengono i nuovi voti del PCI?”,”””La riprova è che da parte non marxista già si parla, a proposito dell’ atteggiamento piccolo e medio borghese, di conformismo di sinistra, di ricaduta nel trasformismo.”” (pag 26) Casalinghe e pensionati al secondo posto dopo gli operai. “”Nel 1973 casalinghe e pensionati iscritti formavano il 29.03 per cento del partito. Gli operai iscritti erano allora il 41.05, mentre tutti gli altri gruppi, proletari e no, precipitavano a quote imparagonabilmente inferiori. (I braccianti e i salariati agricoli, per esempio, non raggiungevano il 6.30 per cento; i contadini non supervano il 7 per cento).”,”PCIx-163″
“VENE’ Gian Franco”,”Il processo di Verona. La storia, le cronache i documenti, le testimonianze.”,”VENE’ Gian Franco (1935) ha pubblicato ‘Letteratura e capitalismo in Italia dal ‘700 ad oggi’. “”Ma tra le tante comprensibili menzogne che imputati e testimoni pronunciarono in quei primi giorni del 1944, questa è una delle poche verità: i “”traditori”” del 25 luglio mai pensarono di cambiare bandiera. Al contrario: giocarono il tutto per tutto per mantenere all’ Italia la stessa bandiera di prima, o almeno la stessa struttura sociale di prima.”” (pag 13)”,”ITAF-189″
“VENE’ Gian Franco”,”Mille lire al mese. Vita quotidiana nella famiglia dell’ Italia fascista.”,”VENE’ Gian Franco inviato speciale di alcuni giornali e caporedattore di Panorama. Ha scritto vari libri. “”In questo clima, l’ aumento dei matrimoni e il calo delle nascite testimoniano soprattutto che gli italiani impararono ad adottare misure precauzionali proprio nel periodo in cui i due massimi poteri, quello dello stato fascista e quello della chiesa, concentrarono le loro forze per debellare il rapporto sessuale sterile. Gli è che fascismo e chiesa muovevano da principi opposti: per la chiesa era fornicazione qualsiasi rapporto non intenzionalmente volto a procreare; per il laico fascismo bisognava fornicare il più possibile onde procreare. (…) Una famiglia operaia o piccolo borghese non poteva permettersi di pagare l’ aborto: era una pratica riservata ai borghesi veri e proprio quando mettevano incinta clandestinamente una ragazzina””. (pag 169-170)”,”ITAF-201″
“VENE’ Gian Franco”,”Il capitale e il poeta. Storia dei rapporti tra il capitalismo e la letteratura italiana dall’illuminismo a Pirandello.”,”VENE’ Gian Franco nato nel 1935 ha pubblicato altri libri presso le edizioni Sugar tra cui ‘La letteratura della violenza’ e ‘Il processo di Verona’.”,”ITAB-243″
“VENE’ Gian Franco”,”Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile.”,”VENE’ Gian Franco giornalista già inviato speciale di alcuni giornali, ha collaborato con Panorama, ed ha scritto molti libri tra cui ‘Mille lire al mese. Vita quotidiana della famiglia nell’Italia fascista’ (1988).”,”ITAF-297″
“VENÉ Gian Franco”,”La lunga notte del 28 ottobre 1922. Cronaca e storia della marcia su Roma.”,”Qualche danno nell’angolo in alto alle pagine nell’ultima parte del volume “”I tre operai socialisti che prendono a mattonate un intero treno di squadristi armati assumono tutt’altro che un comportamento eroico: semplicemente, isolati dalla crisi del socialismo, non riescono a credere che il fascismo sia una cosa seria, che esso abbia ormai fermi addentellati con il potere; proprio come, “”al vertice””, il leader socialista Serrati alla vigilia della marcia su Roma parte per Mosca nella certezza che in Italia non cambierà nulla”” (pag 15)”,”ITAF-329″
“VENÉ Gian Franco”,”L’ideologia piccolo borghese. Riformismo e tentazioni conservatrici di una classe nell’Italia repubblicana 1945-1980.”,”Gian Franco Vené, ligure, vive a Milano e ha 45 anni. Saggista e giornalista ha pubblicato diversi libri tra i quali: Capitale e letteratura, Pirandello fascista, Il golpe fascista del 1922 con prefazione di Pietro Nenni. Un suo lavoro teatrale è stato messo in scena da Giorgio Strehler. É fondatore e responsabile culturale del Premio internazionale di cultura città di Anghiari.”,”ITAS-058-FL”
“VENE’ Gian Franco”,”Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile: 1943-1945.”,”Gian Franco Vené giornalista già inviato speciale di alcuni giornali, ha collaborato con Panorama, ed ha al suo attivo varie pubblicazioni tra cui ‘Mille lire al mese. Vita quotidiana della famiglia nell’Italia fascista’ (1988). ‘Coprifuoco, usanza nata nel Medioevo di avvertire i cittadini col suono di una campana, a una data ora della sera, che era giunta l’ora del riposo e di spegnere o coprire di cenere i fuochi di casa (e segnò anche l’ora della chiusura delle porte nelle città murate). Oggi è una disposizione dell’autorità, o dei comandi militari nelle regioni occupate, che, per misura di ordine pubblico, vieta la circolazione da una determinata ora della sera a un’altra del mattino’ (fonte Salvatore Battaglia, ‘Grande Dizionario della Lingua italiana’, Torino, 1967) (in apertura). Nel ricco inserto fotografico ci sono immagini sulle difficoltà del trasporto pubblico nelle città, in particolare a Milano. Per esempio un autocarro requisito per il trasporto del bestiame adibito a mezzo pubblico per le tratte cittadine più lunghe. L’azienda tranviaria milanese nel 1944, avendo il materiale rotabile distrutto dai bombardamenti, rimette in funzione un vecchio trenino a vapore. A volte i vagoni erano carri bestiame. Scomparse le automobili e gli autocarri privati per sgomberare le masserizie raccolte tra le macerie nei centri cittadini si ricorreva ai carri trainati da cavalli. Altre immagini mostrano la vendita clandestina per strada di pane (borsanera), e un barbiere rimasto senza negozio che serve i clienti per le vie di Milano. Via via che gli angloamericani risalivano la penisola, i tedeschi distruggevano le linee ferroviarie alle proprie spalle con il vomere sradicabinari aggangiato ad una potente locomotiva. Altre immagini mostrano episodi di sfollamento. Nelle stazioni periferiche, gli sfollati alla sera aspettavano i parenti rimasti in città durante la giornata per lavorare. Le famiglie cittadine già sfollate nei paesi cominciarono in un secondo tempo a inoltrarsi nella campagna per evitare i bombardamenti più estesi e i rastrellamenti. A volte gli sfollati si mettevano in cammino a piedi, rifornendosi di acqua al fiume. Per i bambini di città la guerra civile fu anche la scoperta della vita di campagna. Le ultime immagini riguardano i bambini in armi, figli di volontari della Rsi e i bambini mascotte dei partigiani. Per ultimo ci sono foto di fascisti arrestati e sotto processo e di donne fasciste ausiliarie rapate a zero ed esposte al pubblico.”,”QMIS-038-FV”
“VENE’ Gian Franco”,”Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile.”,”Gian Franco Vené giornalista, già inviato speciale di alcuni giornali, ha collaborato con Panorama, e ha scritto tra l’altro ‘Mille lire al mese. Vita quotidiana della famiglia nell’Italia fascista’ (1988).”,”ITAS-004-FGB”
“VENE’ Gian Franco”,”Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile.”,”Gian Franco Vené giornalista, già inviato speciale di alcuni giornali, ha collaborato con Panorama, e ha scritto tra l’altro ‘Mille lire al mese. Vita quotidiana della famiglia nell’Italia fascista’ (1988). “”Paradossalmente la Repubblica (Salò, ndr) che avrebbe scatenato la guerra civile prima ancora di darsi un nome definitivo, spalancò molte porte con una ventata che lì per lì sembrò di libertà. Ai nuovi fascisti si aggregavano personaggi che veramente fascisti non erano mai stati e che anzi più di una volta si erano lasciati sorprendere mentre ruminavano balordaggini sovversive. Ora costoro si facevano avanti con lettere ai giornali, con affannati comizi nelle sedi del fascio appena riaperte, ostinandosi su di un ritornello che a molti piaceva: seppellire il passato,dimenticare i perniciosi odi tra le fazioni per radunare le forze della nazione in difesa del suolo patrio. In una parola, pacificazione. E chi reclamava il riconoscimento dei partiti, chi il libro confronto, chi plaudiva alla proposta che le iscrizioni al fascio fossero poche e rigorosamente volontarie onde potersene esimere, chi, più ingenuamente ancora, vedeva nella catastrofe accaduta la conferma delle proprie trascorse e inascoltate lamentele contro i malversatori del regime, scoperti i quali non c’era più nulla da temere”” (pag 97)”,”QMIS-006-FER”
“VENEGONI Dario”,”Uomini, donne e bambini nel lager di Bolzano. Una tragedia italiana in 7809 storie individuali.”,”””La resistenza di lingua tedesca, riunita attorno all’ “”Andreas-Hofer-Bund”” – organizzazione fondata nel novembre del 1939 guidata da Hans Egarter – identificò uno dei suoi obbiettivi prioritari nella liberazione dei prigionieri del KZ, ma la cosa non fu però praticabile: ulteriori azioni di soccorso non sono documentate.”” (pag 388) Dario Venegoni, giornalista, (53 anni) è figlio di Ada Buffulini e Carlo Venegoni, superstiti del Lager di Bolzano. Ha diretto il periodo ‘Triangolo rosso’. Membro del Consiglio Nazionale dell’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti.”,”ITAR-192″
“VENERUSO Danilo”,”La vigilia del fascismo. Il primo ministero Facta nella crisi dello stato liberale in Italia.”,”VENERUSO è nato a La Spezia nel 1932. Funzionario degli Archivi di Stato, incaricato di Storia contemporanea nella facoltà di scienze politiche dell’ Università di Genova, conduce attività di ricerca presso l’ Istituto storico per l’ età moderna e contemporanea. (v. retrocopertina).”,”ITAF-128″
“VENERUSO Danilo”,”L’ Italia fascista (1922-1945).”,”Danilo VENERUSO insegna storia contemporanea nella Facoltà di lettere dell’ Università di Genova. Ha scritto ‘La vigilia del fascismo’ (1968). “”Per quanto rigoroso in definitiva fosse il controllo del partito sulle masse, questo non era neppure paragonabile ai gradi di consenso di cui era capace e protagonista la Chiesa italiana, specialmente nelle campagne e nella piccola borghesia urbana””. (pag 191) “”L’ importante, concludeva Grandi, era che l’ Italia non avesse fretta nello schierarsi in uno dei blocchi contrapposti. Del resto non c’era alcun disonore in questa posizione attendista. Non erano attendiste le stesse maggiori potenze del mondo, gli Stati Uniti, il Giappone, l’ Unione Sovietica? Eppure nessuna di loro si sentiva menomata per il non intervento. L’ iniziativa di Grandi non fece che precipitare la decisione nel cuore di Mussolini. Questi andava ormai parlando di guerra a destra e a manca. Il primo a valutare che la non belligeranza italiana era in pericolo fu la Santa Sede. Il 28 aprile 1940, Pio XII rivolse una lettera personale a Mussolini, scongiurandolo a non entrare in guerra. Questi rispose che “”senza dubbio, neppure Sua Santità avrebbe avuto piacere che l’ Italia conservasse una pace senza onore””. (pag 303)”,”ITAF-161″
“VENERUSO Danilo”,”La Grande Guerra e l’unità Nazionale. Il ministero Boselli giugno 1916 – ottobre 1917.”,”VENERUSO Danilo ordinario di storia contemporanea presso la Facoltà di scienze politiche prima a Torino e poi a Genova. “”Nella seduta dell’11 luglio 1917, il ministro del tesoro Carcano, dopo aver dato assicurazioni sulla sollecita approvazione della nuova legge sulle pensioni di guerra, che riordinava completamente la legislazione vigente , non adeguata alle impreviste necessità di una guerra di così vaste proporzioni come l’attuale, sull’aumento dei sussidi alle famiglie dei richiamati e sulle indennità di caro-viveri agli impiegati e ai salariati dello Stato, fece un’esposizione sulle entrate, aumentate nell’esercizio 1915-1916 di 1455 milioni rispetto all’esercizio precedente. Tuttavia il bilancio complessivo era egualmente poco confortante in quanto le spese erano aumentate assai più che le entrate, avendo raggiunto la somma vertiginosa di 20.066 milioni, coperta con emissioni di buoni del tesoro, con anticipazioni degli istituti di credito e con emissioni di biglietti di banca e di Stato. Il recente prestito superò i sette miliardi di lire, e la legge sui sovraprofitti di guerra fruttò 248 milioni. Il socialista Turati illustrò, a sua volta, un ordine del giorno a favore della pace e delle libertà parlamentari, e contro l’annessione all’Italia dell’Albania: prima di pensare all’Albania, il governo aveva il dovere di pensare alle abbandonate regioni dell’Italia meridionale. Invece di polemizzare con il governo russo per le note da esso diramate per la revisione dei fini di guerra, il governo italiano avrebbe dovuto cogliere al volo l’occasione offerta evitando, invece, di mostrarsi come il più meschino erede dell’imperialismo degli Imperi centrali. I socialisti italiani che avrebbero dovuto andare a Stoccolma per il prossimo convegno internazionalista avrebbero sostenuto il metodo dei plebisciti per risolvere le questioni nazionali che sarebbero sorte nel dopoguerra.”” (pag 343-344)”,”ITAA-139″
“VENERUSO Danilo”,”Il pontificato di Pio XI () / Cattolicesimo, cultura e impegno civile in Italia e nel Riminese. Una contestualizzazione storica della figura di Alberto Marvelli e dell’Azione Cattolica tra gli anni Trenta e Quaranta ().”,”Lotta di Pio XI contro il ‘nazionalismo esagerato’ (pag 18) Nel secondo fascicolo si cita il saggio di Veneruso ‘La chiesa genovese e l’Unione Sovietica’ (pag 6)”,”RELC-316″ “VENERUSO Danilo”,”L’Italia fascista (1922-1945).”,”Danilo Veneruso, nato a La Spezia nel 1932 e morto a Genova nel 2019, ha insegnato Storia contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Genova. Ha scritto tra l’altro, per il Mulino, ‘La vigilia del fascismo’ (1968). “”Sentendo odore di morte, il regime decise allora di mobilitare la resistenza civile. Il 24 giugno 1943 fu rispolverato per l’occasione il filosofo Gentile, il quale tenne un discorso in Campidoglio per incitare al supremo cimento. L’impostazione del discorso gentiliano era singolarmente arretrata: egli non poteva fare a meno di ammettere la frattura che si era aperta tra fascismo e paese, ma nello stesso tempo invitava la popolazione a mettere da parte le divisioni e i risentimenti politici per contribuire unanime alla suprema difesa della patria. In un contesto di arroventamento ideologico, le parole di Gentile caddero nel vuoto. L’era nazionale, che il fascismo aveva voluto artificialmente prolungare, era finita. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, truppe anglo-americane sbarcarono in diversi punti della costa sud-orientale della Sicilia. Siracusa e la munita piattaforma di Augusta caddero subito nelle mani degli invasori insieme con i depositi di viveri, di carburanti e di munizioni. Poiché la difesa di queste piazze era affidata alla marina, i fascisti estremisti si confermarono nella loro convinzione che gli alti comandi marittimi non solo avevano perduto la fiducia nella vittoria, ma erano passati al nemico. Come già nella battaglia di El Alamein e nello sbarco nelle coste dell’Africa settentrionale, gli anglo-americani fecero le cose in grande, per non lasciare il minimo margine all’imprevisto. (pag 396-397-398)”,”ITAF-035-FF” “VENEZIANI Marcello”,”Comunitari o liberal. La prossima alternativa?”,”Marcello Veneziani, editorialista di Libero, ha fondato i settimanali L’Italia e Lo Stato. É autore, tra l’altro, di Processo all’Occidente, La rivoluzione conservatrice in Italia, Sinistra e Destra, L’Antinovecento, 68 pensieri sul ’68, Il secolo sterminato, Il segreto del viandante, I vinti, La sposa invisibile. Per i nostri tipi ha pubblicato Di padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra, La sconfitta delle idee.”,”TEOP-039-FL” “VENEZIANI Marcello”,”Sud. Un viaggio civile e sentimentale.”,”””Il sociologo napoletano Mimmo De Masi ha trovato l’espressione magica per redimere il Sud: «ozio creativo»”” (pag 15) Marcello Veneziani editorialista di ‘Libero’ e di altri quotidiani e settimanali, è autore di vari saggi tra cui ‘La cultura della destra’ (2002).”,”ITAS-190″ “VENEZIANI Marcello”,”La cultura della destra.”,”Marcello Veneziani, editorialista di Libero, ha fondato i settimanali L’Italia e Lo Stato. É autore, tra l’altro, di Processo all’Occidente, La rivoluzione conservatrice in Italia, Sinistra e Destra, L’Antinovecento, 68 pensieri sul ’68, Il secolo sterminato, Il segreto del viandante, I vinti, La sposa invisibile. Per i nostri tipi ha pubblicato Di padre in figlio, Elogio della Tradizione, La cultura della destra, La sconfitta delle idee.”,”ITAP-040-FL” “VENNER Dominique”,”Histoire de l’armee rouge. La revolution et la guerre civile 1917 – 1924.”,”L’A è uno storico specialista nello studio dei conflitti. Ha pubblicato una ventina di volumi che formano due opere distinte. La prima è storica e tratta dalla guerra di Secessione americana fino ai corpi franchi di Weimar. L’altra è consacrata agli eserciti e in particolare tratta dell’esercito sovietico. L’A è membro dell’ IISS, Istituto Internazionale di Studi Strategici. Collabora a varie riviste.”,”RIRO-040″ “VENNER Dominique”,”Les Blancs et les Rouges. Histoire de la guerre civile russe 1917-1921.”,”L’A è uno storico che ha già pubblicato nella stessa collezione ‘Histoire critique de la Resistance’ e ‘Histoire d’un fascisme allemand’. Dirige la rivista ‘Enquête sur l’histoire’. I suoi lavori sull’Armata Rossa gli hanno fatto acquisire una conoscenza estesa della storia russa contemporanea.”,”RIRO-006″ “VENNER Dominique”,”Il bianco sole dei vinti. L’epopea sudista e la guerra di secessione 1607-1865.”,”La guerra di Secessione è stato il conflitto più sanguinoso dell’intera storia americana. Le perdite risulteranno superiori di un terzo a quelle subite dagli USA durante la 2° GM: 618 mila contro 407 mila, per una popolazione sette volte meno numerosa.”,”USAQ-012″ “VENNER Dominique”,”Baltikum. La storia dei “”Corpi Franchi”” nella Germania del primo dopoguerra.”,” “”Questi preparativi gettano nel panico i comunisti di Monaco. Le truppe che si preparano a scagliarsi contro di loro non sono composte da militari da operetta come quelle di Hoffmann, ma da veri soldati. L’ esercito rosso di Rudolf Eglhofer si dilegua via via che avanzano i corpi franchi: in pochi giorni, passa da 60.000 a 12.000 uomini. Ma quelli che rimangono sono pronti a battersi fino alla morte. E infatti muoiono nei primi combattimenti fuori Monaco. Il loro coraggio non può nulla contro la organizzazione e la superiorità tecnica dei corpi franchi che si avvicinano inesorabilmente alla città. (…) Il 29 aprile, Eglhofer lancia un appello disperato: “”Operai! Soldati dell’ Armata rossa! “”Il nemico è alle porte di Monaco. Ufficiali, studenti figli della borghesia e guardie bianche mercenarie sono già a Schleissheim. Non c’è più un’ ora da perdere. A Stanberg, questi cani di guardie bianche hano massacrato il nostro personale medico. Proteggete la Rivoluzione! Difendetevi! Avanti, per la causa del proletariato!”” Ma gli appelli non servono contro i cannoni ben manovrati. La linea di difesa stabilita da Eglhofer viene travolta. Le trattative che vengono febbrilmente intavolate con Hoffmann dimostrano che questi è un giocattolo nelle mani di Noske. Nel pomeriggio del 30 aprile, il governo della “”Repubblica dei Consigli”” tiene un’ ultima seduta. (…) Axelrod e Levien riescono a fuggire; passeranno in Austria. Levine si confonde nella città facendosi passare per uno studente. Solo Eglhofer resta al suo posto.”” “”Il maggiore Schulz, del corpo franco Lützow, rivolgendosi ai suoi ufficiali nella giornata del 4 maggio parla chiaro: “”Signori, chiunque non comprende che noi dobbiamo adempiere una triste bisogna e si sente frenato da scrupoli di coscienza sarà meglio che parta. Meglio uccidere qualche innocente in più che lasciarsi sfuggire un solo colpevole””.”” (…) Eglhofer, che tenta di fuggire a bordo di una automobile, viene strappato dal sedile ed ucciso sul posto. (…) Se giustiziano i capi, la cui responsabilità personale è fuori discussione (come per esempio Eugen Levine, riconosciuto malgrado ilsuo travestimento), fucilano anche il guercio Gandorfer e Gustav Landauer, che non si sono macchiate le mani di sangue. Ventun operai cattolici, membri della Società di San Giuseppe, riunitisi secondo la loro abitudine alla taverna dell’ Augustusstrasse, vengono scambiati per pericolosi spartachisti e abbattuti malgrado le loro veementi proteste di innocenza. Questa strage fa esplodere la rivolta della cattolica Baviera. I prussiani, che sono luterani, vengono immediatamente accusati di soddisfare vecchi odi religiosi. (…) Il 6 maggio il generale Von Oven può informare Noske di aver compiuto la sua missione””. (pag 119-125) Presenza di Hitler e altri futuri capi nazisti a Monaco durante le cruciali giornate di fine aprile primi di maggio.”,”GERG-062″ “VENNER Dominique”,”Baltikum. Dans le Reich de la défaite, le combat des Corps-francs. 1918-1923.”,”VENNER D. è nato nel 1935.”,”GERG-072″ “VENNER Dominique”,”Le Siècle de 1914. Utopies, guerres et révolutions en Europe au XXe siècle.”,”VENNER Dominique La strategia del KPD favorisce Hitler (pag 229) Trotsky e l’analisi del nazismo. “”La théorie du “”social-fascisme”” est vivament critiquée par Trotski, exilé depuis 1929 et principal adversaire communiste de Staline. Avec pertinence, il comprend que cette ligne va conduire au pouvoir le “”super-Wrangel de la bourgeoisie mondiale”” (Léon Trotski, Comment vaincre le fascisme?, p. 42), comme il appelle Hitler. Pourtant, appliquant à l’Allemagne son expérience de la guerre civile russe, Trotski commet une grosse erreur d’appréciation. Il imagine en effet qu’après quelques mois de pouvoir nazi, l’Allemagne connoîtra une situation insurectionnelle. “”Sur la balance de la statistique électorale, écrit-il, mille voix fascistes pèsent aussi lourd que mille voix communistes. Mais sur la balance de la lutte révolutionnaire, mille ouvriers pèsent plus lourd que mille employés des ministères avec leurs femmes et leurs belles-mères…””. Il est exact que des millions de petits-bourgeois (mais aussi d’ouvriers) ont voté pour le NSDAP. Pourtant, le noyau du parti est constitué par un autre type humain. Pour l’essentiel, il reste formé par un grand nombre d’officiers de la guerre mondiale et des corps-francs qui n’eurent pas leur équivalent dans la Russie de 1917. Et ceux-là se sont déjà révélés plus coriaces que les militants rouges les plus endurcis”” (pag 230) [La battaglia di Verdun. ‘Verdun fut la plus inhumaine des batailles, un hachoir d’hommes. Jamais affrontement ne s’était poursuivi avec un tel acharnement et aussi longtemps (300 jours et 300 nuits) sur un espace aussi réduit (20 kilomètres de large sur 8 de profondeur). Du côté français, les pertes on été de 162 000 tués et 218 000 blessés. Du côté allemand, 143 000 tués et 190 000 blessés. Ce fut une bataille inégale, livrée contre des hommes au moyen d’un déluge de métal et d’explosifs. la consommation d’obus fut d’une telle ampleur que l’industrie ne pouvait suivre, ce qui explique les pauses durant la bataille. Et pourtant, le rôle des combattants ne fut jamais plus grand. Alors que des centaines de milliers de soldats et des million d’obus étaient jetés dans la bataille, l’issue dépendit à maintes reprises de quelques dizaines d’hommes. Sur un terrain dantesque où des régiments entiers avaient été pulvérisés par des bombardements géants, l’ultime empoignade fut souvent, de part et d’autre, le fait de quelques rescapés, petits groupes de spectres enragés, commandés par un sergent ou un lieutenant. Et ce sont ceux-là qui l’ont emporté. Terrés dans leur trous d’obus, sans liaison, sans espoir, ils ont continué de se battre avec des armes aussi primitives que des grenades, des couteaux ou des fusils mitrailleurs, prouvant que rien n’est perdu tant que ne faiblit pas le coeur que le soldat porte en lui. Pendant que se poursuivant la bataille de Verdun, le 1er juillet 1916, 37 divisions franco-britanniques, soutenues par une puissante artillerie, déclenchaient soudain la bataille de la Somme qui faillit briser le front allemand. Falkenhayn ne se remit pas de ce coup qui prouvait l’erreur de son calcul stratégique. Ayant démissionné le 26 août 1916, il fut remplacé dans ses fonctions à la tête de toutes les forces allemandes par le maréchal von Hindenburg, toujours assisté de Ludendorff. Pourtant, avec abnégation, chassant de lui toute vanité, Falkenhayn consentit à reprendre du service, bien qu’à un niveau très modeste, sur le front des Balkans’ (pag 78). Sulla partecipazione americana al conflitto si veda il capitolo 2: ‘Le grand naufrage. Wilson et la Première Guerre mondiale’ (pag 63-98)] Venner, Eur-283″,”EURx-283″ “VENNER Dominique”,”Histoire critique de la Résistance.”,”Dominique Venner è uno scrittore e uno storico. Dirige la ‘Nouvelle Revue d’Histoire’. Ha pubblicato numerosi libri sulla Resistenza, la Liberazione, la Collaborazione, il fascismo tedesco, la guerra civile russa e il terrorismo. La sua ‘Storia dell’Armata Rossa’ è stata premiata dalla Académie française. Questo volume non sarebbe stata scritta senza François de Grossouvre, ex consigliere personale di François Mitterand. Tasca (Amilcare Rossi) (pag 161-162) La ‘carriera’ di François Mitterand negli anni Trenta: “”A Parigi, in via Gustave Zedé, [Mitterand] frequenta la famiglia Bouvyer, nota in Charente. Uno dei figli, Jean, diventerà un membro attivo della Cagoule, e sarà incarcerato nel 1938 per aver preso parte all’ assassinio di un antifascista italiano, Carlo Rosselli; liberato nel 1940, diventerà incaricato di missione nel dipartimento di Xavier Vallat, commissario generale alle questioni ebraiche ma, grazie ad una attestazione di François Mitterand, non sarà indagato alla Liberazione”” (pag 153)”,”FRAV-177″ “VENOSTA Felice”,”Guglielmo Pepe – Carlo Pisacane e compagni martiri a Sanza – Rosolino Pilo e la rivoluzione siciliana. Notizie storiche di Felice Venosta.”,”G. PEPE: Patriota e Generale venne definito dal De Sanctis “”Padre della Rivoluzione italiana””, figlio di Gregorio e di Teresa Assanti, nacque a Squillace il 13 Febbraio 1783; di temperamento irrequieto ed esuberante, poco incline alla sottomissione, amante più di comandare che di ubbidire, nel 1797 abbandonò gli studi ed entrò nel Reale Collegio Militare di Napoli, iniziando così la sua brillante carriera di soldato. Combattente della Repubblica Partenopea a servizio del re di Napoli – Giuseppe Bonaparte – nel 1799 contro i Sanfedisti (borbonici), fu arrestato e condannato al patibolo dal quale lo salvò la sua giovane età, per cui andò in esilio e si rifugiò in Francia dove si arruolò, come semplice soldato, nell’esercito napoleonico che discese vittorioso in Italia nel 1800; Catturato a Napoli nel Giugno del 1803 dalla polizia borbonica e condannato al carcere a vita, fu liberato nel 1805 dai Francesi; in seguito combattè in Spagna (1811) a fianco del re Gioacchino Murat coi gradi di Maresciallo di Campo; Dopo la restaurazione dei Borboni rimase nel servizio attivo e conservò il grado di Ten. Generale ed in seguito ebbe il comando supremo dell’esercito; nel 1818, ebbe la mansione di estirpare il brigantaggio nelle provincie di Avellino e di Foggia, compito che assolse egregiamente. Quando però il re Ferdinando I fece intervenire gli Austriaci nel napoletano, li affrontò ad Antrodoco presso Rieti (7 Marzo 1821), ma sconfitto, ritornò solo a Napoli, raggiunse la Spagna e successivamente Londra dove rimase per lungo tempo e dove fu amico del Foscolo, ed in seguito si trasferì in Francia dove scrisse libri di carattere storico; passò poi a combattere in Spagna e in Portogallo per conto dei Francesi. Organizzò militarmente la “Carboneria”” della quale fu fervente apostolo. Scoppiata in Italia la rivoluzione del 1848, ritornò a Napoli dove ebbe il comando delle truppe, combattendo a fianco di quelle piemontesi. Avendo il re Ferdinando I di Borbone (1810 -1859) cambiato improvvisamente idea circa la condotta della guerra, richiamò a Napoli il Pepe il quale non ubbidì all’ordine, ed unicamente a molti volontari napoletani si mise a disposizione della città di Venezia, dove il Manin gli affidò il Comando Generale dell’Esercito. Si distinse durante l’assedio di quella città in difesa della quale combattè anche, coi grado di Ten. Colonnello, il nipote Damiano Assanti, deputato e senatore del regno. Con la caduta di Venezia (12 Agosto 1849) ebbe termine la sua lunga carriera di soldato. Si rifugiò a Corfù e successivamente in Francia, a Parigi, dove scrisse le sue memorie; dopo la proclamazione dei nuovo impero napoleonico (2 Dicembre 1851) abbandonò la città e si trasferì a Torino dove morì il giorno 8 Agosto 1855. Una delle pochissime volte che ritornò a Squillace per riabbracciare i suoi familiari fu nel 1817, quando la famiglia era a villeggiare nei pressi di Copanello; Scrisse molti libri sulle vicende storiche del suo tempo. Nel Dicembre 1863 le sue spoglie mortali furono trasportate e sepolte, con solenni onori, a Napoli. Guglielmo fu anche un fervente politico ed un agitatore e trascinatore d’uomini e di masse. Squillace lo ha onorato innalzandogli un busto di marmo e dando il suo nome alla strada principale della cittadina (f. Squillace.org) CARLO PISACANE (wikip) Biografia [modifica] Studi militari e viaggi [modifica] Nacque da famiglia aristocratica decaduta, figlio del Duca Gennaro Pisacane di San Giovanni, e di Nicoletta Basile De Luna. Iniziò a coltivare la sua formazione marziale all’età di dodici anni, quando entrò nella Scuola militare di San Giovanni, a Carbonara. Due anni dopo passò nel collegio militare della Nunziatella. Anche suo fratello Filippo era allievo di quel collegio: sarebbe diventato tenente del reggimento degli Ussari e sarebbe rimasto fedele al proprio re sino all’esilio. Pisacane compì in giovinezza studi confusi ma appassionati che ne caratterizzarono una personalità idealista e visionaria, tanto da farlo considerare a taluni studiosi come uno dei primi socialisti propugnatori dell’utopia egualitaria. Nel 1839 venne nominato alfiere del “”5º reggimento di linea Borbone””. La brillante carriera militare che gli si prospetta tuttavia mal combaciava con il suo carattere e la sua personale visione del mondo. Nel 1840 venne inviato a Gaeta affinché coordinasse il lavoro di costruzione della ferrovia Napoli – Caserta, e l’anno successivo fu trasferito alla fortezza di Civitella del Tronto, condannato per adulterio. Quest’ultima esperienza venne riportata nell’opera Memoria sulla frontiera nord-orientale del Regno di Napoli. Intorno ai trent’anni diventò sempre più insofferente al conformismo caratteristico degli ambienti aristocratici e militari borbonici, abbandonò la carriera militare e fuggì, con la sua innamorata, Enrichetta De Lorenzo, da Napoli a Marsiglia, poi a Londra e a Parigi rifugio degli esuli politici italiani e non solo. Lì conobbe molti personaggi illustri come il generale Pepe, esule a Parigi sin dai tempi dei moti del 1820, Dumas, Hugo, Lamartine e George Sand. Nel 1847, a Parigi, abbandonò Enrichetta, si arruolò nella legione straniera francese come sottotenente e partì per l’Algeria, dove era da poco stata domata la guerriglia antifrancese capeggiata dall’Emiro ‘Abd el-Qader. Quell’esperienza indusse il giovane Pisacane a riflettere sui vantaggi della tattica imprevedibile della guerriglia contro un esercito regolare ancora di stampo post-napoleonico, abituato ad agire secondo schemi fissi. Tuttavia, l’ozio e l’inattività non gli piacquero e appena seppe che la rivoluzione di Parigi del febbraio 1848 (che aveva rovesciato Luigi Filippo), si era allargata anche in Italia, si congedò dalla legione e si imbarcò per la patria. Il fallimento della Repubblica Romana [modifica] In Veneto e in Lombardia combatté contro gli Austriaci come capitano comandante la 5^ Compagnia Cacciatori dei Corpi Volontari Lombardi e fu ferito a un braccio in uno scontro con gli austriaci a Monte Nota. Poi, entrò come volontario nell’esercito piemontese partecipando alla prima guerra d’indipendenza. Il conflitto si risolse in una sconfitta per il Piemonte, ma Pisacane non si lasciò abbattere e si trasferì a Roma dove, insieme a Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi e Giuseppe Mazzini (che incontrò per la prima volta in quell’occasione e di cui divenne un seguace convinto) fondò la Repubblica Romana, difendendola con tenacia a capo dell’esercito popolare, ma con poca fortuna, dagli attacchi dei francesi chiamati da Papa Pio IX per reprimere, così sostenevano i papalini, la sovversione istigata dalla massoneria anticlericale.[1] Con il fallimento dell’impresa, il 3 luglio 1849 venne arrestato e imprigionato in Castel Sant’Angelo. Liberato poco dopo, partì per Marsiglia, poi per Losanna e infine esule a Londra dove visse con la sua compagna Enrichetta. L’avvicinamento al socialismo utopistico e libertario [modifica] Nel periodo londinese, rielaborò il proprio progetto politico, prima manifestazione di un nucleo italiano di pensiero socialista, in cui si collegava l’ideale dell’indipendenza nazionale alle aspirazioni di riscatto sociale e politico delle masse contadine. Avvicinandosi in parte al pensiero di Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, fu profondamente influenzato dalle idee francesi del “socialismo utopistico” e libertario espresso dalla sua formula «libertà e associazione». Pisacane credeva che prima ancora dell’istruzione e formazione del popolo, secondo quanto predicava la dottrina mazziniana, occorresse risolvere la questione sociale, che poi era la questione contadina, con la riforma agraria. Negli anni tra il 1848 e quello della tragica spedizione in Campania, le meditate letture di Proudhon e Fourier lo portarono a polemizzare con Mazzini sul carattere della futura rivoluzione italiana. L’atteggiamento di Pisacane non si discostava sostanzialmente da quello dell’anarchico russo Bakunin nella sua fase panslavista. L’ideologia bakuniana del resto aveva una consistente influenza sulla formazione politica di una parte dei patrioti italiani come ad esempio Garibaldi.[2] La rivoluzione nazionale doveva scaturire dalla rivoluzione sociale. Per liberare la nazione occorreva che prima insorgessero le plebi contadine offrendo loro la liberazione economica con l’affrancamento dai loro tiranni immediati: i proprietari terrieri. Come Proudhon, Pisacane teorizzava che a ciascuno fosse garantito il frutto del suo lavoro e che ogni altra proprietà non fosse solamente abolita, ma «dalle leggi fulminata come il furto» e, oltre Proudhon, si dichiarava sostenitore della proprietà collettiva delle fabbriche e dei terreni agricoli. Coerentemente alle idee di Proudhon per Pisacane lo scopo ultimo della rivoluzione non era lo stato centralizzato dei giacobini o dei blanquisti, ma l’unica forma di governo giusta e sicura: l’anarchia. Chiese la semplificazione delle istituzioni sociali, e affermò che la società «costituita nei suoi reali e necessari rapporti, esclude ogni idea di governo».[3] La propaganda del fatto [modifica] Pisacane fu il teorizzatore in Italia di quella che sarebbe poi diventata la “”propaganda del fatto””, ovvero l’azione avanguardista che genera l’insurrezione, l’esempio che consente l’innesco per il propagarsi della necessaria rivoluzione sociale e da questo la necessità di impegnarsi fisicamente e attivamente nell’impresa rivoluzionaria. Solo dopo aver liberato il popolo dalle sue necessità materiali si sarebbe potuto istruirlo ed educarlo per condurlo alla rivoluzione. Ribadiva ancora infatti nel suo testamento politico posto in appendice al Saggio sulla rivoluzione[4]: «profonda mia convinzione di essere la propaganda dell’idea una chimera e l’istruzione popolare un’assurdità. Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, e il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma sarà ben tosto istrutto quando sarà libero». Questo il senso del suo affermare che «L’Italia trionferà quando il contadino cambierà spontaneamente la marra con il fucile». Nello stesso scritto, egli polemicamente sosteneva che «la dominazione della casa Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa» e che «il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II».[5] Espressioni questi di un socialismo radicale avverso a ogni riformismo e alle soluzioni della questione sociale in senso interclassista come auspicava lo stesso Mazzini. Per questo Carlo Pisacane è da molti considerato non solo un patriota ma un precursore dell’anarchismo, se non un vero e proprio anarchico[6]. Si trasferì a Genova, sempre tenuto d’occhio dalla polizia, per proseguire i suoi studi. Qui frequentò il filosofo russo Aleksandr Herzen che lo persuase del potenziale che avevano le masse. Carlo Pisacane iniziò a pensare a un’azione che partisse dal profondo Sud dello stivale coinvolgendo le grandi masse di contadini. La pianificazione della guerriglia nel Sud Italia [modifica] Allo scopo di mettere in atto le proprie convinzioni, iniziò a prendere contatti con altri patrioti e cospiratori che condividevano le sue stesse idee. Fra questi si ricorda Nicola Fabrizi, conosciuto all’epoca della difesa di Roma e col quale strinse una forte amicizia. Fabrizi contattò diversi patrioti intenzionati a portare la guerriglia nel Meridione: Giuseppe Fanelli, ex combattente per la Repubblica Romana, aveva seguito Fabrizi nell’esilio in Corsica e a Malta, operava segretamente a Napoli e in seguito sarà propagatore dell’anarchismo bakuniano in Spagna[7]; Luigi Dragone e sua moglie Rosa che militavano anch’essi a Napoli; Nicola Mignogna ricercato dalla polizia come complice dell’attentato a Pio IX nel settembre 1849; Giovanni Nicotera che diventerà ministro dell’interno nel governo dell’Italia unita; Giovan Battista Falcone, giovane cospiratore rifugiato a Malta; Rosolino Pilo. In principio, si pensò di partire dalla Sicilia dove era molto diffuso il dissapore contro i Borbone, ma il piano definitivo della spedizione previde la partenza dal porto di Genova e lo sbarco a Ponza per liberare alcuni prigionieri politici lì rinchiusi. Dopo di che partire per Sapri, al confine tra Campania e Basilicata, in un punto strategico ideale per attendere i rinforzi che si attendevano numerosi e con i quali marciare su Napoli. Il 4 giugno 1857 Pisacane si riunì con gli alti capi della guerriglia per stabilire tutti i particolari dell’impresa. Un primo tentativo si ebbe il 6 giugno, ma fallì perché l’avanguardia di Rosolino Pilo aveva perso il carico di armi in una tempesta. Con l’intento di raccogliere armi e consensi, Pisacane si recò a Napoli, travestito da prete. Ma l’esito fu molto deludente. Pisacane, però, non si lasciò scoraggiare persistendo nei suoi intenti. Lo sbarco di Carlo Pisacane è ricordato a Sapri con un monumento nei pressi della spiaggia «Eran trecento, eran giovan e forti e sono morti…» [modifica] [8] Il 25 giugno 1857 Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro rivoluzionari, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari, della Società Rubattino, originariamente diretto a Tunisi. Venti tra i partecipanti alla spedizione redassero e sottoscrissero un documento che ben rifletteva l’ideologia politica di Pisacane fondata sulla “”propaganda del fatto””: « Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti nella giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiaramo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange de’ martiri italiani. Trovi altra nazione al mondo uomini, che, come noi, s’immolano alla sua libertà, e allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino a oggi ancora schiava » (Su Il Cagliari la sera del 25 Giugno 1857, alle 21.30[9]) La spedizione ebbe un contributo economico da Adriano Lemmi banchiere livornese di stampo mazziniano. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi e i rinforzi che gli erano necessari. Pisacane continuò senza cambiare piani: impadronitosi della nave durante la notte, con la complicità dei due macchinisti britannici, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti, poche decine dei quali per reati politici, aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì carico di detenuti comuni e delle armi sottratte al presidio borbonico. La sera i congiurati sbarcarono presso Sapri, probabilmente, per la precisione, in contrada Uliveto nel comune di Vibonati, a circa 1,5 km dal confine con il comune di Sapri[10]. Lo sbarco, infatti difficilmente sarebbe potuto avvenire nella baia di Sapri in quanto i fondali non lo permettevano. Inoltre, la mappa trovata addosso a Pisacane riportava una X sulla località “”Oliveto””, territorio di Vibonati.[11][12] Cippo sepolcrale di Carlo Pisacane, presso il luogo della morte, località Salemme, Sanza (SA)[13] Il 30 giugno Pisacane giunse a Casalnuovo (dopo l’Unità, Casalbuono) dove fu ben accolto dalla popolazione che rimase però malamente impressionata dalla condanna a morte inflitta, per dare prova di onestà e come ammonimento ai galeotti liberati a Ponza, al rivoluzionario Eusebio Bucci, che aveva derubato una donna.[14][15] Nella sua marcia verso Napoli, Pisacane decise di fermarsi a Padula dove era attivo un gruppo settario mazziniano i cui capi erano stati da poco arrestati dalla polizia. Qui fu ospitato nel palazzo di un simpatizzante della rivoluzione, Don Federico Romano che cercò nella notte tra il 30 giugno e il 1º luglio di convincere Pisacane a rinunciare all’impresa improvvisata.[16] La mattina seguente accadde un episodio che impressionò i rivoluzionari: una donna, Giuseppina Puglisi, che si era imbarcata a Ponza, per vendetta ammazzò un membro della spedizione, un tale Michelangelo Esposito , un ex militare borbonico in congedo che anni prima le aveva ucciso il marito.[17] I rivoltosi non trovarono ad attenderli quelle masse rivoltose che si sarebbero aspettati ma iniziarono lo stesso la rivolta liberando i carcerati di Padula e assaltando le case dei nobili. Nel frattempo i “”ciaurri””[18] sobillavano i contadini contro i ribelli tra i quali erano banditi conosciuti e attivi in quei territori. L’arrivo dei gendarmi borbonici e del VII Cacciatori costrinse Pisacane e i suoi a ritirarsi nell’abitato di Padula dove tra gli spari, provenienti dalle finestre della case e dagli angusti vicoli, morirono 53 seguaci di Pisacane. Gli altri, per un totale di 150, vennero catturati e consegnati ai gendarmi. Pisacane, con Nicotera, Falcone e gli ultimi superstiti, riuscì a fuggire a Sanza dove all’alba del 2 luglio il parroco don Francesco Bianco fece suonare le campane per avvertire il popolo dell’arrivo dei “”briganti””. I ribelli furono ancora una volta aggrediti e massacrati uno a uno a colpi di roncola, pale, falci. Perirono in 83 e tra questi Pisacane e Falcone.[19] Secondo un diverso resoconto, i due si suicidarono con le loro pistole a Sanza vicino “”Buonabitacolo””,[20] mentre quelli scampati all’ira popolare furono poi processati nel gennaio del 1858: condannati a morte, furono graziati dal Re, che tramutò la pena in ergastolo. I due macchinisti britannici, che avevano favorito l’imbarco di Pisacane sul piroscafo “”Cagliari””, per intervento del loro governo furono dichiarati non perseguibili per infermità mentale. Nicotera, gravemente ferito, fu portato in catene a Salerno dove venne processato e condannato a morte. Anche per lui la pena fu tramutata in ergastolo solo per l’intervento del governo inglese che guardava con crescente preoccupazione la furia repressiva di Ferdinando II. Con il successivo intervento di Garibaldi fu liberato e si avviò alla carriera politica. Il valore politico e morale della spedizione fallita [modifica] Come lasciò scritto nel suo testamento politico, Pisacane ribadiva l’ideale mazziniano del «sacrificio senza speranza di premio»: «ogni mia ricompensa io la troverò nel fondo della mia coscienza e nell’animo di questi cari e generosi amici… che se il nostro sacrifico non apporta alcun bene all’Italia, sarà almeno una gloria per essa aver prodotto figli che vollero immolarsi al suo avvenire».[21] Ciò che contava dunque era dare l’esempio per stimolare gli animi all’azione[22], un’azione volta non alla mera sostituzione di un potere con un altro, bensì alla rivoluzionaria ricostruzione di una società più equa e libera[23]. La spedizione fallita ebbe in effetti il merito di riproporre all’opinione pubblica italiana la “”questione napoletana””, la liberazione cioè del Mezzogiorno italiano da quel governo borbonico che il ministro inglese Gladstone definiva «negazione di Dio eretta a sistema di governo». Infine il tentativo di Pisacane sembrava riproporre la possibilità di un’alternativa democratico-popolare come soluzione al problema italiano: era un segnale d’allarme che costituì per il governo di Vittorio Emanuele II uno stimolo ad affrettare i tempi dell’azione. Carlo Pisacane non si lasciò dietro nessun movimento. Esercitò tuttavia una profonda influenza sui repubblicani più giovani, sia attraverso i suoi personali collaboratori, sia dopo la sua morte attraverso i suoi scritti, questa influenza contribuì a creare il clima favorevole che accolse Bakunin arrivando a Firenze nel 1864. È significativo il fatto che sia della Fratellanza Fiorentina che della Fratellanza Internazionale, fondata più tardi a Napoli, fecero parte vecchi compagni di Pisacane. La figura di Pisacane rimane tutt’oggi fra le più importanti del Risorgimento italiano. Pubblicazioni [modifica] Carlo Pisacane, che aveva pubblicato le opere Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 (1850) e Saggi storici-politici-militari sull’Italia (1854) e che nel 1856 aveva fondato insieme a Rosolino Pilo il periodico La parola libera, in virtù di questa sua avventura, venne ben presto eletto a eroe nazionale dalla propaganda risorgimentale. Note [modifica] ^ cfr.R. Molteleone,op.cit. ^ Al Congresso per la Pace di Ginevra del 1867 Bakunin, in contrasto con l’Internazionale, fu accolto freddamente da i partecipanti ma «Garibaldi, che era il presidente dell’assemblea, scese dal palco e lo abbracciò fra gli applausi generali.» (M. Bakunin, Stato e anarchia, a cura di N. Vincileoni – G. Corradini, Ed. Feltrinelli, 2000 pag.17) ^ Carlo Pisacane, Saggio su la rivoluzione. Edizione 2ª, 1944, pag. 114. ^ C. Pisacane, Saggio sulla rivoluzione, ed. Universale Economica , Milano 1956 ^ : «Per quanto mi riguarda, io non farei il più piccolo sacrificio per cambiare un ministero e per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli austriaci della Lombardia e riunire questa provincia al Regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della Casa di Savoia e la dominazione della casa d’Austria sono precisamente la stessa cosa. Io credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all’Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II […] Io credo al socialismo… il socialismo di cui parlo può definirsi in queste due parole:libertà e associazione» /testamento politico di Carlo Pisacane) Il Testamento politico ^ Un precursore del comunismo anarchico: Carlo Pisacane ^ Biografia Giuseppe Fanelli ^ È questo il noto ritornello della poesia La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini. Composta alla fine del 1857, essa narra la sfortunata spedizione di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie con il massacro che ne seguì. Ospite fissa di tutte le antologie scolastiche fino a tempi abbastanza recenti questa poesia è tuttora considerata come una delle migliori testimonianze della lirica patriottica risorgimentale. ^ Firmarono: Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera, Giovanni Battista Falcone, Achille Perrucci, Cesare Faridone, Domenico Rotta, Federico Fuschini, Giovanni Sala, Lorenzo Giannone, Filippo Faiello, Giovanni Cammilucci, Pietro Ruscone, Ludovico Negroni di Orvieto, Cesare Gavini di Ancona, Domenico Massone di Ancona, Barbieri Luigi de Lerici, Gaetano Poggi de Lerici, Felice Poggi de Lerici, Giovanni Gagliani de Lerici, Francesco Metuscè de Lerici. ^ Verbale del Sopralluogo Processo Pisacane- Archivio di Stato di Salerno. Busta 197, vol.I, c.197 ^ Note intorno alla biografia di Carlo Pisacane, pag.761, cap 18 di Leopoldo Cassese. ^ La poesia del Mercantini avrebbe dunque condizionato e distorto una verità storica, che solo ricercatori di questo specifico settore conoscono bene. In realtà, l’abitato di Vibonati è situato in collina e a molti km dalla contrada “”Uliveto””, che a tutti gli effetti è da considerarsi comunque una propaggine saprese, basti pensare che il luogo dello sbarco si trova proprio di fronte al cimitero comunale di Sapri, anch’esso formalmente appartenente al territorio del comune di Vibonati. Questa puntigliosa precisazione, ha stimolato recentemente un dibattito sulla realtà storica connessa al titolo della famosa poesia del Mercantini, in quanto alcuni studiosi originari dei luoghi pretendono quasi il cambio del titolo della poesia, sostenendo che sarebbe da inficiare il lavoro del Mercantini che avrebbe dato lustro e memoria storica a Sapri anziché a Vibonati. ^ Sul cippo sono incise diverse iscrizioni commemorative: di fronte: «1857 – 2 luglio – Nuovo decio – disfidante il fato – Carlo Pisacane – da queste glebe livide di strage – riuniva alla morte – né mai selvaggia tirannide – strappò all’avvenire della patria – un più eroico cuore». Agli altri lati del cippo: «4 settembre 1860 – il genio presago del duce – segnava col sangue della sua breve corte – il transito auspicato – cui la fortuna d’Italia – guidò vindice Giuseppe Garibaldi» e «4 settembre 1903 – Dalle tenebre dell’oblio – radiante si sublima e infutura la visione dell’indomito precursore. -Con lui è il cuore dei liberi cittadini che questo cippo commemorativo affidano- al culto dei posteri» ^ Filippo Palleschi, Giovanni Nicotera e i fatti di Sapri Tip. Fioretti, 1876 ^ Nello Rosselli, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, ed. G. Einaudi, 1977 p.257 ^ Luciano Russi, Carlo Pisacane: vita e pensiero di un rivoluzionario, ed. Il saggiatore, 1982 p.250 ^ Oreste Mosca, Vita di Pisacane: l’uomo e l’impresa, Atlante, 1953 ^ «Ciaurro = “”Sostenitore del re borbone e del suo regime””. Estensione del termine spregiativo cia(v)urru ‘cialtrone’ (in calabrese), ciaurro ‘corsaro, uomo efferato’ (a Napoli), dal turco gàvur (che si pronuncia giàvur) ‘giaurro, infedele’» in Manlio Cortelazzo, Carla Marcato, I dialetti italiani: dizionario etimologico, UTET, 1998 ^ Tommaso Mantuano, Giuseppe Mazzini e il suo tempo. E-book. Simonelli Editore p.113 ^ «Nei pressi del Monastero di San Francesco, a Sanza, nella carneficina consumata da una folla imbestiata, Battistino Falcone, visto Pisacane cadergli vicino suicida, alza l’arma contro se stesso e cade riverso sul corpo del Comandante» in Atti del … Congresso di storia del Risorgimento italiano, Volume 37, Regio Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1960 ^ Carlo Pisacane, Saggio su la rivoluzione. Edizione 2ª, 1944. ^ L’ideologia di Pisacane è stata identificata da alcuni interpreti di tipo «terroristico» (In Marco Fossati, Terrorismo e terroristi, Pearson Paravia Bruno Mondadori, 2003 pag.32) ^ Un precursore del comunismo anarchico: Carlo Pisacane Bibliografia [modifica] E. Negri, L’idea politico-sociale di Carlo Pisacane, in La rivendicazione, Forlì, n. 45, 27 agosto 1887. Renato Monteleone, Cospiratori, Guerriglieri, Briganti. Storie dell’altro Risorgimento. Einaudi Ragazzi Storia, Trieste 1995 George Woodcock, L’Anarchia – Storia delle idee e dei movimenti libertari. Feltrinelli Editore, Milano 1966. Manlio Cancogni, Gli angeli neri Storia degli anarchici italiani da Pisacane ai circoli di Carrara , Mursia, 2011. ISBN 9788842544715. Luciano Russi, Carlo Pisacane. Vita e pensiero di un rivoluzionario senza rivoluzione. Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2007. ROSOLINO PILO (wikip) Quartogenito del conte Gerolamo di Capaci della famiglia Pilo e di Antonia Gioeni dei principi di Bologna e di Petrulla, fu un patriota italiano. All’anagrafe era stato registrato come Rosolino, ma egli si firmò sempre Rosalino.[1] Fu il promotore con Giuseppe La Masa della rivolta palermitana che provocò la Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848 contro il regime borbonico. Quando i liberali si impadronirono della città, tenne il comando delle batterie e delle artiglierie palermitane, sino al momento in cui la città fu costretta a capitolare. Con la repressione e il fallimento dei moti nel maggio 1849, Rosolino Pilo partì esule verso Marsiglia, e poi per Genova. Qui, frequentò Giuseppe Mazzini, grazie all’amicizia con la Famiglia Orlando, riallacciò i contatti con gli altri esuli siciliani e conobbe e si innamorò di Rosetta Borlasca. Durante i moti falliti del 1853 a Milano, Rosolino Pilo era a Torino per coprire la fuga dei cospiratori che cercavano di espatriare. Qui conobbe Giuseppe Piolti, agente mazziniano del quale non condivideva i propositi di agitazione di piazza. Pilo era più propenso alla guerriglia e, nell’estate 1856, iniziò i contatti con Carlo Pisacane per aprire un fronte rivoltoso in Sicilia. Ai primi di dicembre dello stesso anno Rosolino Pilo salpò da Genova su un piroscafo inglese diretto a Malta con l’intento di unirsi alla rivolta capeggiata dal barone Francesco Bentivegna. Ma, arrivato a Malta, seppe del fallimento del tentativo e non poté far altro che ritornare a Genova. A Genova incontrò Carlo Pisacane aderendo con entusiasmo al suo progetto di guerriglia che sarebbe partito da Sapri per sollevare la Campania e giungere a Napoli. Un primo tentativo si ebbe il 6 giugno 1857, si imbarcò su un battello diretto verso l’isola di Montecristo con diversi guerriglieri e col carico delle armi utili alla spedizione, precedendo la partenza di Carlo Pisacane. L’intesa con Pisacane prevedeva il loro ricongiungimento sull’isola. Durante la traversata, però fu travolto da una tempesta che lo costrinse, per alleggerire lo scafo, a gettare fuoribordo l’armamento. Pilo dovette far ritorno a Genova per avvisare gli altri cospiratori e non compromettere l’intera missione. Il tentativo definitivo iniziò con la partenze di Pisacane e i suoi, il 25 giugno. Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi e partì il giorno dopo a bordo di alcuni pescherecci, con l’accordo di unirsi a Pisacane successivamente. Ma, anche questa volta, per sfortuna o per inesperienza come navigatore, Pilo finì per sbagliare rotta e, non potendo più raggiungere Pisacane, tornò a Genova lasciandolo senza i rinforzi e le armi che erano a lui necessarie. A Genova, Pilo e Mazzini, non poterono altro che attendere fiduciosi notizie dal Sud Italia. Il governo piemontese, nel frattempo, attuò misure repressive nei confronti dei cospiratori e Mazzini dovette far ritorno a Londra, mentre Pilo riuscì a rifugiarsi a Malta. Alle prime voci dello sbarco di Giuseppe Garibaldi alla guida dei Mille, il 28 marzo 1860, Rosolino, insieme a Giovanni Corrao, si affrettò a tornare nella sua Sicilia. Alla testa di un gruppo di volontari, si unì alla colonna garibaldina che marciava su Palermo, ma, in uno scontro a fuoco, cadde sei giorni prima della presa della città. Alla memoria fu conferita, il 30 settembre 1862, la medaglia d’oro al valor militare con questa motivazione: « Morto sul campo combattendo con valore a San Martino di Monreale il 21 maggio 1860. » Note [modifica] ^ Cfr. H. Hearder, Reviewed work(s): Lettere di Rosalino Pilo by Rosalino Pilo; Gaetano Falzone, The English Historical Review, Vol. 88, No. 348 (Jul., 1973), pp. 657 Published by: Oxford University Press Bibliografia [modifica] Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito. Arsano Aristite. Come morì Rosolino Pilo. In: Memorie Storico-Militari, vol. X. Anno 1914. Roma, 1914, pp.101-118. R. Molteleone, Cospiratori, Guerriglieri, Briganti. Storie dell’altro Risorgimento, Einaudi Ragazzi Storia, Trieste 1995″,”BIOx-227″ “VENTRONE Angelo”,”La liturgia politica comunista dal ’44 al ’46.”,”‘Propaganda all’americana e oro di Mosca’”,”PCIx-386″ “VENTRONE Angelo”,”Grande guerra e novecento. La storia che ha cambiato il mondo.”,”Malattie mentali dei soldati. ‘In effetti, la strada perché fosse accolto dalla maggioranza dei medici un approccio più empatico alla malattia mentale sarebbe stata ancora lunga. Negli anni di guerra, nonostante tutto, resto infatti predominante la convinzione che in fondo i disertori, i renitenti, i fuggiaschi, gli autolesionisti fossero dei “”degenerati””; cioè individui portatori di un’inferiorità biologica, di una debolezza costituzionale, che li rendeva incapaci di adattarsi alle esigenze della disciplina e della responsabilità che un’organizzazione complessa come un esercito di massa richiedeva (Yanikdag, 2013). Per questo, ci fu chi, nel corso del conflitto, sostenne l’opportunità di approfittare della guerra per condurre una spietata ma efficace politica eugenetica, invocando l’applicazione massiccia della condanna a morte o l’esposizione dei “”devianti”” ai maggiori pericoli, per liberare la società dagli elementi “”antisociali, anormali e degenerati”” (Bianchi, 2000, p. 17). Non è un caso che in Italia su circa 40.000 ricoverati negli ospedali psichiatrici, sembra che solo 2000 riuscirono a ottenere una pensione di guerra; pochi rispetto ai 65.000 britannici. C’era dunque poca comprensione per questi ragazzi che, come abbiamo visto, arrivavano “”sporchi, infangati, silenziosi, tesi, tremanti, storditi dalla paura””, e che dopo il ricovero tornavano spesso ad assumere le stesse posizioni di quando erano in trincea sotto il fuoco nemico: rannicchiati su se stessi, con le braccia incrociate sul ventre. Per molti di loro il rumore era diventato un’ossessione (…)’ (pag 135-136); I fatti di Torino. ‘Anche l’Italia conobbe una forte ondata di proteste popolari nel mese di agosto. I primi razionamenti erano stati introdotti nel 1916, ma nell’estate del 1917 la scarsezza di alimenti divenne particolarmente grave. A Torino gli operai decisero di sospendere il lavoro e migliaia di donne scesero in piazza per chiedere pane e pace. Furono presi d’assalto negozi di generi alimentari e costruite barricate per difendersi dall’intervento delle forze dell’ordine e dell’esercito. La tradizionale ostilità verso ogni forma di protesta popolare e soprattutto la convinzione che dietro la sommossa ci fosse un preciso piano organizzato dai socialisti per scatenare la rivoluzione (l’esempio di quanto stava accadendo in Russia terrorizzava le classi dirigenti) spinse le autorità a far intervenire l’esercito. La Brigata Sassari, una delle unità più prestigiose, fu così inviata a reprimere i moti. Negli scontri che ne derivarono furono uccisi circa 40 dimostranti e più di 200 furono feriti. In realtà, come oggi sappiamo, il ruolo dei socialisti in quell’occasione fu sostanzialmente marginale. (…) In effetti le vere ragioni della protesta erano essenzialmente di carattere non ideologico, ma semplicemente legate (…) alla fame, alle privazioni, alla stanchezza e alla lontananza dei propri cari”” (pag 189). Angelo Ventrone insegna storia contemporanea all’Università di Macerata. Studioso di culture politiche e movimento sociali ha pubblicato tra l’altro ‘La seduzione totalitaria. Guerra, modernità, violenza politica, 1914-1918’ (2004), ‘Piccola storia della Grande guerra’ (2005), ‘Il nemico interno. Immagini e simboli della lotta politica nell’Itala del ‘900’ (2005)]”,”QMIP-246″ “VENTRONE Angelo a cura; saggi di Massimo L. SALVADORI Angelo VENTRONE Maurizio RIDOLFI Emanuele MACALUSO Pietro SCOPPOLA Giovanni GOZZINI Andrea SANGIOVANNI Marco TACCHI Edoardo NOVELLI Alessandro CAMPI Giovanni SABBATUCCI”,”L’ossessione del nemico. Memorie divise nella storia della Repubblica.”,”Angelo Ventrone insegna Storia contemporanea all’Università di Macerata. Si occupa di movimenti, partiti, culture politiche. La rappresentazione del nemico interno. “”Nel primo conflitto mondiale, come in ogni momento in cui sia enfatizzata e assolutizzata la coesione sociale, inoltre, si impose ufficialmente una morale di stampo puritano che mirava a confinare all’interno di un recinto sicuro il ‘desiderio individuale’, potenziale fattore di disgregazione della coesione sociale. Per questo motivo, si cercò di regolamentare e irreggimentare anche la sessualità dei singoli e di criminalizzare ogni forma di devianza in questo campo: in primo luogo, l’omosessualità. Quest’ultima appariva infatti come uno spreco – per di più sterile, e dunque senza alcuna ragione – di prezione energie volte a soddisfaer solo il piacere personale. L’omosessualità appariva, tra l’altro, anche un preoccupante sintomo della progressiva degenerazione femminile del maschio, provocata dall’eccesso di lusso, di confort, che la società moderna metteva a disposizione. In questa prospettiva, furono accusati di essere dei sodomiti sia tutti i nemici interni, cioè coloro che si opponevano al conflitto – socialisti, giolittiani, cattolici – sia i nemici esterni, in particolare i tedeschi (12). I socialisti, in particolare, furono accusati di essere stati «sudekumizzati», con riferimento al socialdemocratico tedesco, Albert Sudekum, che nell’autunno del 1914 era venuto in Italia per convincere il Psi a impegnarsi per la neutralità. Anche dopo l’avvento del fascismo, l’accusa di omosessualità continuò a essere usata per screditare l’avversario e mostrarne la presunta indegnità morale; ma pure in anni molto recenti, coloro che si sono dichiarati contrari all’intervento contro Saddam Hussein sono stati definiti, significativamente, «saddamiti» (13). La demonizzazione dell’avversario, tuttavia, valeva da una parte e dall’altra (…)”” [Angelo Ventrone, ‘Il nemico interno e le sue rappresentazioni] (pag 24)”,”ITAP-229″ “VENTURA Angelo”,”Padova.”,”Angelo VENTURA insegna Storia contemporanea presso la facoltà di Lettere e filosofia dell’ università di Padova. Ha scritto anche – ‘Nobiltà e popolo nella società veneta del Quattrocento e Cinquecento’. UNICOPLI, MILANO, 1993. – con FINZI Roberto ‘L’università dalle leggi razziali alla Resistenza’. 1996″,”ITAS-041″ “VENTURA Angelo a cura; saggi di Giannantonio PALADINI Maurizio REBERSHAK Marco BORGHI Irene GUERRINI e PLUVIANO Marco VALDEVIT Giampaolo GENTILE Carlo BRUNETTA Ernesto ROSSI Marina BERTUZZI Gian Carlo ROVERATO Giorgio BOSARI Otello FIORAVANZO Monica DE-VIVO Francesco LENCI Giuliano PUPPINI Marco NACCARATO Alessandro JESU Guido COSLOVICH Marco FRANZINA Emilio”,”La società veneta dalla Resistenza alla Repubblica. Atti del Convegno di studi, Padova, 9-11 maggio 1996.”,”””Allo scopo di “”mostrare alle bande in tutta chiarezza la forza dei propri mezzi”” il maresciallo Kesserling ordinò l’esecuzione di una ‘Bandenbekämpfungswoche’ (una “”settimana della lotta alle bande””) dall’8 al 14 ottobre (1944, ndr). Alle truppe fu lasciata mano libera nella scelta delle aree in cui eseguire le operazioni. (…) In questo primo tentativo di risposta tedesca alla enorme crescita del movimento partigiano avvenuta nell’estate, le uniche operazioni che Kesserling ordinò espressamente furono rastrellamenti nell’Italia nord-orientale tendenti a riprendere saldo possesso delle via di comunicazion ritenute secondarie fino all’estate, ma divenute ormai importanti per i rifornimenti delle truppe sull’Appennino. Mentre in Veneto già nel settembre i comandi tedeschi erano riusciti a strappare alle formazioni partigiane il possesso di gran parte del territorio necessario alla costruzione delle fortificazioni – ma, nei primi giorni di ottobre, si svolge nel Vicentino ancora una operazione di rastrellamento – sono le vie di comunicazion ancora in mano ai partigiani nelle ‘Operationszonen’ che interessano ora Kesserling”” (pag 210-211) [Carlo Gentile, La repressione antipartigiana tedesca nel Veneto e nel Friuli, pag 171-214] Altri due saggi tra quelli dedicati alla resistenza:: – Geografia e consistenza delle formazioni partigiane del Veneto e del Friuli Venezia Giulia’ di Ernesto Brunetta (pag 215-246) – Soldati sovietici nelle formazioni partigiane del Veneto e del Friuli Venezia-Giulia, di Marina Rossi (pag 247-270)”,”ITAR-019-FSD” “VENTURI Franco”,”Le origini dell’ enciclopedia. L’ illuminismo politico in Francia.”,”Fin dal 1753 GRIMM lo aveva notato: uno degli aspetti più importanti dell’azione di DIDEROT enciclopedista fu lo sforzo fatto allora per conoscere BACONE in Francia, per immettere il pensiero inglese nel processo vivo dell’ illuminismo della metà del secolo. L’A comunica che le indicazioni bibliografiche essenziali su DIDEROT si troveranno nel volume ‘La giovinezza di Diderot'”,”FILx-099″ “VENTURI Franco a cura; CONFINO Michael LEWIN Moshe ZALESKI Eugene PICCHIO Riccardo; altri contributi di Alexis BERELOVITCH Wladimir BERELOWITCH Yves COHEN Nicholas WERTH Ettore CINELLA Andrea GRAZIOSI Antonello VENTURI”,”Correspondance de la direction bolchevique Tome 2. 1912 – 1927.”,”Collaborano gli istituti europei Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Ecoles des Hautes Etudes en Sciences Sociales Maison des Sciences de l’ Homme. Altri contributi di Alexis BERELOVITCH, Wladimir BERELOWITCH, Yves COHEN, Nicholas WERTH, Ettore CINELLA, Andrea GRAZIOSI, Antonello VENTURI.”,”RIRO-162″ “VENTURI Antonello”,”Rivoluzionari russi in Italia 1917 – 1921.”,”Antonello VENTURI è nato nel 1953 a Torino, dove si è laureato in lettere. Attualmente (1979) è borsista presso la Fondazione G. Feltrinelli; dove continua le ricerche sui rapporti fra il movimento socialista russo e quello italiano. Scopo del libro è riportare alla luce il canale attraverso cui la conoscenza delle rivoluzioni russe del 1917 ebbe modo di diffondersi in Italia: quello costitutito dalle attività svolta in Italia da alcuni personaggi rappresentativi della tradizione dell’ intelligencija rivoluzionaria russa.”,”RIRO-167″ “VENTURI Franco”,”Roots of Revolution. A History of the Populist and Socialist Movements in Nineteenth Century Russia.”,”VENTURI Franco professore di storia moderna all’ Università di Torino.”,”MRSx-028″ “VENTURI Franco”,”Jean Jaures e altri storici della Rivoluzione francese.”,”””Guesde aveva infatti un bell’insistere sull’ opposizione programmatica allo Stato, presto anche questa posizione si sarebbe resa insostenibile ed avrebbe trionfato ben tosto la visione di un Jaures, che accoglieva apertamente quello Stato che Guesde finiva per accettare praticamente. E’ vero che per questi il giacobinismo elementare di Guesde era ormai superato. Legato in fondo ad una mentalità ancora “”opportunistica”” Jaures vedeva lo Stato, oggi come domani, dominato dalle forze attuali come in avvenire dalle forze popolari, piuttosto come uno strumento atto a rimuovere ostacoli che non a compiere di per sé atti rivoluzionari. “”La rivoluzione non è l’ organizzazione autoritaria e dittatoriale di una società: è la rimessa in libertà del movimento umano. Il potere rivoluzionario non deve avere altra funzione che la guardia di questa libertà””. (pag 27-28) “”Jaures cercò una giustificazione di questa sua posizione estrema nel pensiero di Marx. Il testo di Barnave gli pareva come una “”applicazione anticipata del pensiero di questi alla Rivoluzione borghese””. “”E’ veramente un primo abbozzo del materialismo dialettico di Marx””, concludeva. Era, in realtà, un materialismo storico ridotto da storia della lotta di classe a storia del “”fattore economico””, comunque fosse esteso ed allargato. Jaures, in verità, animato dalla sua passione per la vita sociale, era più vicino a Marx quando parlava di un concreto fatto storico che non quando tentava così di avallare il materialismo storico attraverso Barnave””. (pag 76)”,”JAUx-032″ “VENTURI Franco”,”Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria.”,”””L’ egoismo, il timore e l’ ossequiosità del patriziato raggiungeva così il suo punto culminante, al momento stesso in cui Genova era liberata dagli insorti. Gioco timoroso e doppio, tanto con gli insorti quanto con gli austriaci, che ha potuto essere considerato esempio di mirabile saggezza politica soltanto da eruditi ispirati da una meschina e provinciale ragione di stato, rediviva negli anni venti del nostro secolo””. (pag 221, Guerra e rivolta: Piemonte e Genova) “”Questi orrori furono attribuiti dai contemporanei soprattutto alle truppe irregolari, ai corpi speciali, ai panduri, ai varasdini, nell’ esercito austriaco e ai valdesi in quello piemontese. La ferocia prese forma religiosa: contro le cattolicissime truppe genovesi stavano numerosi eretici, pronti ad ogni nefandezza sugli uomini e sulle cose, capaci di castrare un frate, come di vendere agli inglesi le campane asportate dalle chiese dei villaggi””. (pag 247) “”Genova non fu così che l’ epicentro d’un vasto movimento, diffuso ovunque nelle valli alpine e appenniniche, minacciate nella loro vita e nella loro chiusa esistenza dagli austro-sardi e dai gallispani. Se Genova poté resistere all’ assalto del febbraio-luglio 1747, e poté in ultima analisi “”mantenere illibato il tesoro inestimabile di sua antica libertà””, lo dovette innanzitutto al suo popolo e ai suoi paesani. Lo dovette pure, in misura notevole, ai francesi””. (pag 248)”,”ITAG-126″ “VENTURI Franco”,”Les intellectuels, le peuple et la révolution. Histoire du populisme russe au XIX siècle. Volume II.”,”””Nel movimento populista della fine degli anni ’70, vediamo confluire elementi che non sono più solamente di origine nobile, borghese o piccolo borghese, ma che provengono pure dalla classe operaia. Le previsioni di Tkacev sull’ elite socialista – diversa per la sua origine sociale, unita solamente dall’ ideale rivoluzionario, e che doveva prendere su di sé tutta la responsabilità del movimento sociale – sembravano dunque verificarsi. Una parte non trascurabile dell’ influenza blanquista (nel senso specificatamente tkaceviano del termine) che constateremo nella Narodnaja Volja, derivava precisamente da questa situazione obiettiva””. (pag 888)”,”MRSx-039″ “VENTURI Franco, a cura di Leonardo CASALINO”,”La lotta per la libertà. Scritti politici.”,”VENTURI Franco (Roma 1914-Torino 1994) professore di storia moderna all’ Università di Torino e direttore della ‘Rivista storica italiana’ è stato tra gli animatori della casa editrice Einaudi. Ha lasciato opere fondamenali quali il ‘Pupulismo russo’ (1952, 1972), ‘Le origini dell’ Enciclopedia’ (1963, 1977) e ‘Utopia e riforma nell’ Illuminismo’ (1970, 1992). E il monumentale ‘Settecento riformatore’ in cinque volumi e sette tomi (1969-1990). pag 80 ‘Filippo Buonarroti, prima egualitario italiano’ (pag 80-91) “”L’ invasione tedesca non deve quindi farci dimenticare quello che è il fatto centrale di questa crisi: il crollo dello Stato italiano. Le rovine sono ancora troppo fumanti perché si possa già scorgere con chiarezza l’ entità precisa del crollo. Nell’ esercito è totale. Nello Stato quegli organi locali che sussistono sono in via di liquidazione per ordine dell’ autorità occupante e domani probabilmente per spinta analoga del governo fascista. Più visibili le rovine psicologiche: il senso del tradimento, la netta visione che tutta una classe dirigente ha fatto fallimento dopo un mese di prova, o, meglio di riprova. E a dominare quest’ira di sentirsi traditi, l’immenso senso della paura, paura dei tedeschi, paura del futuro, paura di tutto, paura che ha le sue radici prime nel sentirsi senza protezione, senza Stato, allo scoperto, esposti ad ogni assalto, ad ogni ruberia, paura dell’ anarchia organizzata dell’ Europa ancora Nazi.”” (pag 181)”,”STOx-202″ “VENTURI Franco”,”Settecento riformatore. IV. La caduta dell’ Antico Regime (1776-1789). Tomo primo. I grandi stati dell’Occidente.”,”Nota: le parole chiave comprendono anche quelle del Tomo secondo. VENTURI Franco professore di storia moderna all’ Università di Torino, si è occupato di storia delle idee democratiche e socialiste nell’ Europa del Settecento ad oggi. Le ‘Recherches’ di Mazzei. “”La pubblicazione delle ‘Recherches’ venne a polarizzare, all’inizio del 1788, l’interesse, l’entusiasmo per quanto stava accadendo in America. Condorcet lo recensì sul ‘Mercure de France’, non senza mettere così a repentaglio la situazione del libraio Panckoucke, che di questo periodico deteneva il privilegio e che venne minacciato di vederselo ritirare per aver permesso si celebrasse “”avec trop de complaisance tout ce que le citoyen de Virginie(e cioè Mazzei) a osé dire en faveur de la liberté indéfinie de conscience établie dans cette province par la loi de 1784, rédigée par M. Jefferson””. L’ampia e calorosa recensione delle ‘Recherches’ apparsa all’inizio del 1788 sul ‘Journal de Paris’, riprendeva le considerazioni di Jefferson e di Condorcet e testimoniava del peso che aveva avuto Mazzei nel formare l’opinione pubblica francese sui problemi degli Stati Uniti d’America.”” (pag 138-139)”,”STOS-136″ “VENTURI Franco”,”Il populismo russo. Volume primo.”,”Dedica prob. dell’Autore a P. COSTELLO in ricordo degli anni moscoviti (1952) Il primo volume finisce con il trattare di Necaev (pag 578-634) Dizionario Sabatini Coletti: nichilismo [ni-chi-lì-smo] s.m. 1 filos. Tendenza a negare in modo assoluto l’esistenza della realtà o di alcuni valori di essa; usato più spesso con riferimento al pensiero di F.W. Nietzsche (1844-1900) 2 Movimento anarchico sorto in Russia alla fine dell’Ottocento 3 estens. Nel l. com., ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori • a. 1869″,”RUSx-138″ “VENTURI Franco”,”Il populismo russo. Volume secondo.”,” Organizzazione centralizzata. (pag 697, Tkacev)”,”RUSx-139″ “VENTURI Antonello a cura; scritti di Michael CONFINO Adriano VIARENGO Franco VENTURI Andrea GRAZIOSI Manuela ALBERTONE Fabio BETTANIN Daniela STEINA Marco BRESCIANI Alberto MASOERO Andrea PANACCIONE”,”Franco Venturi e la Russia. Con documenti inediti.”,”Scritti di Michael CONFINO Adriano VIARENGO Franco VENTURI Andrea GRAZIOSI Manuela ALBERTONE Fabio BETTANIN Daniela STEINA Marco BRESCIANI Alberto MASOERO Andrea PANACCIONE Annale n° 40″,”STOx-133″ “VENTURI Franco”,”Il populismo russo. 1. Herzen, Bakunin, Cernysevskij.”,” Venturi, nato nel 1914, è professore di storia moderna nell’Università di Torino. Ha scritto ‘Le origini dell’Enciclopedia’, ‘Jean Jaures e altri storici della rivoluzione francese’ (1948) e molte altre opere.”,”MRSx-045″ “VENTURI Franco a cura; scritti di Antonio GENOVESI Gaetano FILANGIERI Francesco Mario PAGANO”,”Illuministi italiani. Tomo V. Riformatori napoletani.”,”26 “”Se dalla spontanea semplice confessione non può nascer la piena dimostrazione, qual forza avrà quella che una feroce e barbara tortura, o l’angustie e l’orror di un oscuro criminale strappa di bocca ad un infelice, che a’ confusi accenti del dolore mischia le voci della mensogna? Egli è contro natura costringer il reo a rinunziare, confessando, a’ primi doveri della natura, che impone la propria conervazione: ma forzarlo colla tortura è violar la natura istessa. La tortura, questa tiranna dell’umanità, fu la prole della barbarie de’ secoli e de’ superstiziosi errori. (…) Questo fallace metodo d’investigare il vero, contro gli schiavi soltanto venne adoprato da’ Greci e da’ Romani, le leggi de’ quali quanto elevarono il cittadino, tanto iniquamente violarono ne’ servi la natura. Ma quando poi in Roma agli schiavi vennero uguagliati i cittadini dalla dispotica mano, che colla libertà estinse i dritti di quelli, la tortura estese la sua crudeltà anche sui liberi uomini, e confuse i gemiti di costoro con quelli de’ servi”” (F.M. Pagano: Teoria delle pruove. Della confessione estorta ne’ tormenti) (pag 635-636)”,”TEOP-469″ “VENTURI Franco”,”Il Populismo Russo. III. Dall’andata nel popolo al terrorismo.”,”Franco Venturi, nato nel 1914, è professore di storia moderna nell’università di Torino. Tra le sue opere: Le origini dell’Enciclopedia, Jean Jaurès e altri storici della Rivoluzione francese, Saggi sull’Europa Illuminista, Alberto Radicati di Passerano, Il moto decabrista e i fratelli Poggio, Esuli russi in Piemonte dopo il 1948, Settecento riformatore, Da Muratori a Beccaria, Utopia e riforma nell’illuminismo.”,”MRSx-002-FL” “VENTURI Antonello a cura, Saggi di CONFINO Michael VIARENGO Adriano VENTURI Franco GRAZIOSI Andrea ALBERTONE Manuela BETTANIN Fabio STEILA Daniela BRESCIANI Marco MASOERO Alberto PANACCIONE Andrea”,”Franco Venturi e la Russia. Con documenti inediti.”,” Annale Feltrinelli 2004 40° Manuela Albertone insegna Storia moderna all’Università di Torino. É studiosa di storia del XVIII secolo, con una particolare attenzione alla Francia e al rapporto tra riflessione economica e politica. Fabio Bettanin è docente di Storia dell’Europa orientale all’Università degli Studi di Napoli-L’Orientale. Marco Bresciani si è laureato in Storia contemporanea presso l’Università di Pisa e si è diplomato alla Classe di Lettere e Filosofia della Scuola Normale Superiore. Presso l’Università di Pisa ha quindi discusso una tesi di dottorato in Storia sulla biografia intellettuale di Andrea Caffi. Michael Confino. professore emerito di Storia russa e dell’Europa orientale all’Università di Tel Aviv; membro della Israel Academy of Sciences and Humanities. Andrea Graziosi è professore di Storia contemporanea all’Università di Napoli Federico II. Ha insegnato storia russa e sovietica alle Università di Harvard, Yale e all’École des Hautes Études. Alberto Masoero si è laureato all’Università di Torino nel 1982. Dopo un periodo di specializzazione di due anni alla Princeton University, ha conseguito il dottorato di ricerca nel 1990. Dal 1992 è ricercatore alla Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove dal 1996 a oggi ha insegnato Storia dell’Europa orientale e poi Storia della Russia. Andrea Panaccione è docente di storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia. Direttore scietifico della Fondazione Giacomo Brodolini di Milano. Daniela Steila si è formata all’Università di Torino, dove ora insegna Storia della filosofia. Si è occupata di storia del pensiero russo del XIX e XX secolo, in particolare del rapporto tra cultura russa e filosofie europee. Antonello Venturi, ricercatore di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa, ha pubblicato saggi sull’emigrazione russa in Italia, sul Partito socialista-rivoluzionario russo, sul populismo legale, sulla storiografia sovietica. In collaborazione con Alberto Masoero, ha curato Rusica, Studi e ricerche sulla Russia contemporanea. Adriano Viarengo è insegnante, redattore e condirettore della ‘Rivista Storica Italiana’, dove ha a lungo lavorato con Franco Venturi. Si occupa di storia del Risorgimento, con particolare riferimento alla storia delle idee democratiche.”,”STOx-043-FL” “VENTURI Antonello / CASTELLI Clara”,”Guerra e rivoluzione: Plechanov e il socialismo italiano, 1914-1917 (Venturi) / Internazionalismo e storia. Gli storici sovietici ai congressi internazionali di scienze storiche, 1928-1936 (Castelli).”,”Plechanov, un sostenitore del “”defensismo”” socialista (pag 836) Plechanov convito delle possibilità di giustificare da un punto di vista marxista la politica di unità nazionale suscitata dalla guerra (pag 837) Plecanov in Italia: regolare presenza invernale a San Remo dal 1908 (pag 842)”,”RIRO-447″ “VENTURI Franco, a cura di Manuela ALBERTONE Daniela STEILA, saggi di Manuela ALBERTONE Michele BATTINI Girolamo IMBRUGLIA Daniela STEILA”,”Comunismo e Socialismo. Storia di un’idea.”,”Franco Venturi (1914-1994) massimo storico dell’illuminismo, studioso di storia russa e intellettuale antifascista insegnò Storia moderna all’Università di Torino dal 1958 al 1984, dopo aver iniziato la carriera nelle Università di Cagliari e di Genova. Compì gli studi a Parigi, dove aveva seguito il padre Lionello Venturi, storico dell’arte, che nel 1931 aveva rifiutato di prestare giuramento al partito fascista. A Parigi collaborò con Giustizia e Libertà e prese poi parte alla Resistenza in Piemonte. Fu addetto culturale a Mosca dal 1947 al 1950 e dal 1959 diresse la “”Rivista storica italiana””. Tenne lezioni in numerose Università in Inghilterra, Francia e Svizzera, Stati Uniti, Giappne e Australia. I suoi libri ‘Settecento riformatore’ (1969-1990), il ‘Populismo russo’ (1952) e ‘Utopia e riforma nell’Illuminismo’ (1970) ne hanno sancito la fama internazionale. Contiene inoltre i saggi di Manuela ALBERTONE (Illuminismo e comunismo); Michele BATTINI (Entriamo in un’epoca di necessario Illuminismo), Girolamo IMBRUGLIA (“”Il problema del comunismo nella sua integralità””. Tra Croce e Marx), Daniela STEILA (La Russia rivoluzionaria) “”Nella “”Sacra famiglia””, nell'””Ideologia tedesca”” come pure ancora nella “”Miseria della filosofia”” la funzione storico-dialettica del proletariato e l’interpretazione anti-utopistica del comunismo si va approfondendo e sviluppando. Nella prima di queste opere sono sempre più chiaramente espressi i legami tra le dottrine antimetafisiche ed il comunismo. Tutto il libretto è pieno di spunti in questo senso: “”Non occorre grande sforzo mentale per comprendere, date le dottrine materialistiche sulla bontà primitiva, sulla uguale intelligenza degli uomini, sull’onnipotenza dell’esperienza, sull’abitudine, sull’educazione, sull’influenza delle circostanze esteriori sull’uomo, sull’alta importanza dell’industria, sul diritto al godimento ecc., il loro necessario legame col comunismo e col socialismo… Se l’uomo è formato dalle circostanze, bisogna riformare umanamente le circostanze. Se l’uomo è per sua natura socievole, esso sviluppa la sua natura soltanto nella società… Fourier parte immediatamente dalle dottrine dei materialisti francesi. I babeuvisti erano materialisti rozzi, non civilizzati, ma anche il comunismo sviluppato data immediatamente dal materialismo francese”” (48). E Marx traccia tutto uno schizzo della storia del Settecento francese, distinguendo la corrente antimetafisica che condusse alla scienza (e, potremo aggiungere, all’economia) e quella che sbocca direttamente al socialismo. Anche se più complessa è, credo, la germinazione del comunismo. Marx ha visto con estrema chiarezza l’esistenza di un legame innegabile. E questa interpretazione storica corrisponde all’evoluzione stessa del pensiero di Marx in quegli anni: il momento umanistico, pur restando sempre vivissimo nella sua personalità ed in tutta la sua attività, diventa sempre meno evidente nella formulazione della sua ideologia. Anche questo riattaccarsi ai materialisti francesi contribuisce a trasformare il “”praktische Humanismus”” nell’attività dei “”praktischen Materialisten, d.h. Kommunisten”” (49). Nell'””Ideologia tedesca”” il passaggio dalla dottrina realistica del proletariato e del comunismo (materialismo storico) è già compiuta: le diverse critiche contro gli aspetti negativi del comunismo sboccano nella critica del comunismo stesso come ideologia. “”Il comunismo non è per noi uno stato che deve essere stabilito, né un ideale verso il quale la realtà dovrebbe dirigersi . Chiamiamo comunismo il movimento reale che supera l’attuale situazione”” (50): Marx si ‘era effettivamente staccato da ogni “”vero socialismo””‘. “”La miseria della filosofia”” è la lucida prova fatta su Proudhon delle sue precedenti critiche. Contro Bray, uno dei più intelligenti chartisti inglesi egli fa, in quelle sue pagine, l’obbiezione fondamentale che questi non vede che il suo rapporto egualitario, il suo “”ideale correttivo”” (51) che egli vorrebbe applicare al mondo non è altro che il riflesso del mondo attuale e che è, per conseguenza, assolutamente impossibile ricostruire la società su un base che non è che l’ombra abbellita di essa. Riconosciamo le critiche al carattere negativo di tanto socialismo, e in fondo l’argomento fondamentale di questo opuscolo contro Proudhon è ancor sempre questo: lo scrittore francese vuole abolire il lato cattivo della società conservando quello buono, cadendo così in un doppia astrazione. Così, dopo questa critica il “”Manifesto”” poteva aprirsi con una lunga lista di “”socialismi”” condannati: a ben guardare la quasi totalità dei movimenti che hanno preceduto Marx [1, (52)]: che cosa restava? Restava soprattutto il legame proletariato-comunismo. E’ il problema di Babeuf, di Saint-Simon e di tanti altri prima di lui che trova una forma di soluzione. La rivolta proletaria ed il comunismo trovano una giustificazione storica e politica. Anche storica perché il dogma è respinto all’orizzonte ed al centro viene una forza realmente esistente carica di tante esigenze spirituali e sociali del secolo. Il comunismo è una bandiera, il “”regno della libertà””, la scarna formula dei mezzi di produzione e di scambio e nient’altro. La selva mitologica è semplificata al massimo. Restava non soltanto una forza rivoluzionaria, ma la fede stessa nella rivoluzione, nella forma più viva”” [Franco Venturi, ‘Comunismo e Socialismo. Storia di un’idea’, Torino, 2014] [(48) K. Marx, ‘Die heilige Familie’, cit., pp. 307-308; trad. it., cit., pp. 119-120; (49) Id., ‘Die deutsche Ideologie’, cit., p. 32; (50) Ibid., p. 25; (51) Id, ‘Misère de la philosophie’, in K. Marx F. Engels, Mega I, VI, 1933, ‘Miseria della filosofia’, con una prefazione di F. Engels, in K. Marx F. Engels, F. Lassalle, Opere, vol. I, cit, p.51; (52) Nota dell’autore Tipica la reazione a simili idee di un Weitling, tipico rappresentante di una ormai lunga tradizione utopistica, caratteristico il suo errore di fronte all’idea che non bisognasse più parlare di propaganda comunista, né di realizzazione di comunismo, poiché prima la borghesia doveva arrivare al potere] (pag 67-68)”,”SOCx-265″ “VENTURI Franco”,”Le origini dell’Enciclopedia.”,” Critica politica e religiosa. Baconismo di Diderot. “”Il cristianesimo illuminato del piccolo gruppo di abati che si raccolse intorno a Diderot doveva culminare nell’affare de Prades, l’illuminismo scientifico di D’Alembert incontrò, come si è visto, ostacoli e polemiche importanti, il baconismo di Diderot fornì la materia fondamentale, come vedremo, alla sua polemica con i gesuiti. Tuttavia, se vogliamo intendere le ragioni immediate della crisi del 1752, della repressione cioè che colpì allora l’Enciclopedia, dobbiamo risalire, al di là delle polemiche ideali, agli spunti di polemica politica e religiosa, nel senso più stretto di queste parole, sparsi ovunque nei due primi grossi volumi, quasi nascosti in mezzo alle discussioni più ampie e lontane”” (pag 122)”,”SCIx-007-FV” “VENTURI Franco, a cura di Manuela ALBERTONE”,”Pagine repubblicane.”,”Franco Venturi, (Roma 1914 – Torino 1994), figlio dello storico dell’arte Lionello, è stato professore di Storia moderna all’Università di Torino, dopo aver insegnato nelle Università di Cagliari e Genova.Tra le sue opere: Le origini dell’Enciclopedia, Jean Jaurès e altri storici della Rivoluzione francese, Saggi sull’Europa Illuminista, Alberto Radicati di Passerano, Il moto decabrista e i fratelli Poggio, Esuli russi in Piemonte dopo il 1948, Settecento riformatore, Da Muratori a Beccaria, Utopia e riforma nell’illuminismo.”,”TEOP-071-FL” “VENTURI Franco”,”Settecento riformatore. IV. La caduta dell’Antico Regime (1776-1789). Tomo primo. I grandi stati dell’Occidente.”,”Franco Venturi, (Roma 1914 – Torino 1994), figlio dello storico dell’arte Lionello, è stato professore di Storia moderna all’Università di Torino, dopo aver insegnato nelle Università di Cagliari e Genova.Tra le sue opere: Le origini dell’Enciclopedia, Jean Jaurès e altri storici della Rivoluzione francese, Saggi sull’Europa Illuminista, Alberto Radicati di Passerano, Il moto decabrista e i fratelli Poggio, Esuli russi in Piemonte dopo il 1948, Settecento riformatore, Da Muratori a Beccaria, Utopia e riforma nell’illuminismo.”,”FRAR-029-FL” “VENTURI Franco”,”Il populismo russo. II. Dalla liberazione dei servi al nihilismo.”,”Franco Venturi, nato nel 1914, è stato professore di storia moderna nell’Università di Torino. Apertura dell’Università e formazione del “”proletariato del pensiero””: un largo numero di studenti poveri e qualche volta poverissimi… (pag 35)”,”RUSx-004-FC” “VENTURI Franco”,”Il populismo russo. III. Dall’andata nel popolo al terrorismo.”,”Franco Venturi, nato nel 1914, è stato professore di storia moderna nell’Università di Torino. ‘Le parole d’ordine dei gruppi bakuninisti interpretavano lo stato d’animo dei giovani rivoluzionari, spesso strappandoli all’influenza di Lavrov”” (pag 161)”,”RUSx-006-FC” “VENTURI Franco”,”Il populismo russo. I. Herzen, Bakunin, Cernysevskij.”,”Franco Venturi, nato nel 1914, è stato professore di storia moderna nell’Università di Torino. Herzen. “”Il “”Kolokol”” poté pubblicare delle lettere di ufficiali russi che parlavano delle difficoltà, che essi dovevano superare, della diffidenza che li circondava, ma che riaffermavano la loro volontà di non combattere contro i polacchi. Non nascondendo la durezza della propria situazione, coraggiosamente essi legavano la loro sorte a quella della rivolta (87)”” (pag 221-222) [(87) Una lista degli ufficiali che facevano parte di questa organizzazione – russi e polacchi – venne portata a Londra, probabilmente da Potebnja ed è pubblicata in “”Literaturnoe nasledatvo””, 1953, vol. 61, pp. 515 sgg. Se non fosse altro a titolo di curiosità si noti che di questa organizzazione clandestina militare faceva parte il padre di N.K. Krupskaja, la moglie di Lenin]”,”RUSx-007-FC” “VENTURI Marcello”,”Bandiera bianca a Cefalonia. Romanzo.”,”I fatti bellici narrati in questo romanzo sono realmente accaduti: la loro ricostruzione è stata resa possibile da documentazioni e testimonianze di superstiti.”,”QMIS-002-FSD” “VENTURI Franco, a cura di Leonardo CASALINO, Saggi introduttivi di Vittorio FOA e Alessandro GALANTE GARRONE”,”La lotta per la libertà Scritti politici.”,”Franco Venturi, (Roma 1914 – Torino 1994), figlio dello storico dell’arte Lionello, è stato professore di Storia moderna all’Università di Torino, dopo aver insegnato nelle Università di Cagliari e Genova.Tra le sue opere: Le origini dell’Enciclopedia, Jean Jaurès e altri storici della Rivoluzione francese, Saggi sull’Europa Illuminista, Alberto Radicati di Passerano, Il moto decabrista e i fratelli Poggio, Esuli russi in Piemonte dopo il 1948, Settecento riformatore, Da Muratori a Beccaria, Utopia e riforma nell’illuminismo.”,”ITAD-012-FL” “VENTURI Franco”,”La prima crisi dell’Ancien Régime.”,”Si tratta della relazione di Franco Venturi al 5° Congresso internazionale sull’ Illuminismo che si è svolto a Pisa nel settembre 1979. Il testo integrale verrà pubblicato sul numero prossimo della rivista ‘Rivista storica italiana’ (o dicembre 1979 o gennaio1980…)”,”FRAA-002-FGB” “VENTURI Franco, a cura di Manuela ALBERTONE Daniela STEILA, saggi di Manuela ALBERTONE Michele BATTINI Girolamo IMBRUGLIA Daniela STEILA”,”Comunismo e Socialismo. Storia di un’idea.”,”Franco Venturi (1914-1994) massimo storico dell’illuminismo, studioso di storia russa e intellettuale antifascista insegnò Storia moderna all’Università di Torino dal 1958 al 1984, dopo aver iniziato la carriera nelle Università di Cagliari e di Genova. Compì gli studi a Parigi, dove aveva seguito il padre Lionello Venturi, storico dell’arte, che nel 1931 aveva rifiutato di prestare giuramento al partito fascista. A Parigi collaborò con Giustizia e Libertà e prese poi parte alla Resistenza in Piemonte. Fu addetto culturale a Mosca dal 1947 al 1950 e dal 1959 diresse la “”Rivista storica italiana””. Tenne lezioni in numerose Università in Inghilterra, Francia e Svizzera, Stati Uniti, Giappne e Australia. I suoi libri ‘Settecento riformatore’ (1969-1990), il ‘Populismo russo’ (1952) e ‘Utopia e riforma nell’Illuminismo’ (1970) ne hanno sancito la fama internazionale. Contiene inoltre i saggi di Manuela ALBERTONE (Illuminismo e comunismo); Michele BATTINI (Entriamo in un’epoca di necessario Illuminismo), Girolamo IMBRUGLIA (“”Il problema del comunismo nella sua integralità””. Tra Croce e Marx), Daniela STEILA (La Russia rivoluzionaria)”,”STOx-015-FSD” “VENTURI Franco”,”Giovinezza di Diderot (1713-1753).”,”Opera dedicata a Carlo Rosselli “”Chissà cosa avrà pensato il redattore di questa sentenza se gli sarà capitato tra mano il mio lavoro su Jean Jaurès e, peggio, il mio libro uscito nel 1952 e intitolato ‘Il populismo russo’. Né Marx, né Lenin entravano in realtà nei miei studi sull’illuminismo francese e neppure in quelli sulla storia del socialismo francese o del movimento rivoluzionario russo dell’Ottocento’ (pag 16-17) (prefazione)”,”BIOx-020-FSD” “VENTURI Franco”,”L’antichità svelata e l’idea del progresso in N.A. Boulanger (1722-1759).”,”‘Di questa essenziale differenza di concezioni tra Boulanger e Diderot si accorse il più intelligente dei critici ortodossi del nostro, Fabry d’ Autrey che volle contrapporre, nel 1766, una Antiquité justifiée’ alla Antiquité dévoilée” (pag 78) Nicolas-Antoine Boulanger (Parigi, 11 novembre 1722 – Parigi, 16 settembre 1759) è stato un ingegnere e filosofo francese, esponente dell’Illuminismo. Boulanger, come riporta Denis Diderot nella sua biografia, scrisse nella sua giovinezza una Vita di Alessandro, mai pubblicata, un Dizionario comparativo delle lingue antiche e moderne, in tre volumi in folio, sulla scia dell’enciclopedismo illuminista. L’opera principale può essere considerata le ‘Ricerche sull’origine del dispotismo orientale’, redatta da Boulanger nel 1755 e pubblicata postuma per la prima volta nel 1761 dal barone Paul Henri Thiry d’Holbach. Nel 1988 P. Sadrin ne ha preparato un’edizione critica basata su cinque manoscritti allora conosciuti. L’ultima parte dell’opera, inizialmente una serie di 14 memorie, dal titolo ‘L’Antichità svelata per i suoi usi’, fu edita ad Amsterdam nel 1766. Scrisse per l’Encyclopédie gli articoli: “”Diluvio””, “”Corvée”” e “”Società””. Secondo alcune testimonianze curiose riportate da Diderot, il quale fu suo intimo amico e raccontandone la storia creò la leggenda del «piccolo Socrate», scrive Venturi, «brutto come un satiro, dagli occhi vivi e lucenti, vissuto solitario ed indipendente», l’ingegnere filosofo fece montare un mappamondo relativo alle sinuosità dei continenti, agli angoli alternativi delle montagne e dei fiumi. Il globo terrestre vi era diviso in due emisferi: le acque ne occupavano uno per intero e i continenti ne occupavano l’altro e per una curiosità rimarchevole si trovava che il meridiano del continente generale passava per Parigi; in analogia con la Pangea, teorizzata da Alfred Wegener solo agli inizi del secolo XX. (wikip)”,”FILx-584″ “VENTURI Franco”,”Utopia e riforma nell’ illuminismo.”,”””Il potere e i filosofi si cercano, convergono o divergono a seconda dei momenti e delle circostanze. Le loro lotte e i loro accordi dominano l’Europa repubblicana così come quella monarchica, quella mediterranea così come quella centrale ed orientale. Un solo paese è assente in questo spiegamento dei lumi tra gli anni ’60 e ’70, ed è l’Inghilterra. Che proprio il pase che si va preparando alla rivoluzione industriale sia poi quello in cui non esiste un movimento illuminista è cosa che basterebbe da sola a far dubitare della troppo spesso ripetuta interpretazione marxista dei lumi come ideologia della borghesia. Né vale dire che la rivoluzione borghese l’isola britannica l’aveva già compiuta un secolo per l’innanzi, ché gli storici dell’economia son lí per spiegarci che le trasformazioni interne dell’Inghilterra durante il Settecento sono fondamentali, essenziali. Resta il fatto che a Londra non si forma un «parti des philosophes», il quale chieda di dirigere la società, che le lotte allora esistenti – basta pensare a «Wilkes and liberty» – non son quelle dell’intelligencija nascente. Anche il gigante inglese dei lumi, Gibbon, non solo è strettamente legato alla cultura del continente ma rimane un grande isolato, una torre solitaria nel suo paese. Né la ripresa della tradizione dei commonwealthmen e uomini come Thomas Hollis bastano a colmare questa lacuna, per interessanti che siano. Curiosi e significativi proprio perché sembrano sostituire qualcosa che manca. Il radicalismo inglese nasce anch’esso attorno al 1764, ma ha caratteri ben diversi dalla filosofia del continente. Bisognerà aspettare gli anni ’80 e ’90 per trovare i Bentham, i Price, i Paine e i Godwin. Il ritmo, in Inghilterra è diverso. Suppongo che per capire questa situazione la cosa più utile sia di guardare all’altro capo dell’isola britannica, e volgere lo sguardo alla Scozia. Là troviamo invece tutti gli elementi essenziali d’un moto illuminista”” (pag 162-163) [Franco Venturi, ‘Utopia e riforma nell’ illuminismo’, Einaudi, Torino, 1970]”,”FILx-007-FMB” “VENTURI Franco”,”Esuli russi in Piemonte dopo il ’48.”,”La lettera di Nikolaj Sazonov a Karl Marx: “”…Un rivoluzionario serio può essere soltanto comunista…”” “”Accanto a Bakunin, altre figure, di gran lunga minori certo, ma che erano pure degli elementi e simboli della nascente emigrazione russa, come Nikolaj Sazonov, l’amico di Herzen degli anni giovanili, quando insieme avevano creato a Mosca un gruppo sansimoniano, e che aveva poi partecipato alla vita dei ‘clubs’, dei giornali democratici e delle aspirazioni socialiste della Parigi quarantottesca (1), o come Ivan Golovin, anch’egli vicino a Herzen negli anni immediatamente antecedenti, e che si trovava ora accanto a lui a Nizza. Quando Herzen aveva dovuto rifugiarsi a Ginevra, Sazonov era stato, insieme a Edmund Chojecki, l’intermediario tra di lui e il gruppo dei prudhoniani francesi. Scriveva a lui e a Golovin lunghe lettere, nell’estate del 1849, descrivendogli la situazione sempre difficile della Francia e mettendolo minutamente al corrente degli sforzi che Proudhn – pur dal carcere – andava facendo per creare un nuovo giornale, «La Voix du Peuple». Herzen fornirà la base finanziaria per quest’impresa. Sazonov continuerà per qualche tempo a scrivere qua e là nella stampa parigina, nel “”National””, nel “”Temps””, nella “”Liberté””, ma dovrà ben presto rifugiarsi anch’egli a Ginevra (2). Là Sazonov era entrato a contatto con i rifugiati italiani e particolarmente con Ludovico Frapolli. In una curiosa lettera scritta da Ginevra il 2 maggio 1850 a K. Marx gli diceva: «Un attento studio dell’ultima opera di Proudhon (‘Idée générale de la révolution au XIX siécle’) e la lettura dei suoi articoli nella “”Voix du peuple”” mi hanno indotto a fare ancora un passo nella vostra direzione… Sì amico mio, il progresso naturale, l’incoercibile forza della logica, l’amore della libertà e l’amore dell’ordine mi hanno convinto che un rivoluzionario serio può essere soltanto comunista. Penso che la società attuale ha dato tutto quello che poteva dare: il principio della libertà individuale, posto nella sua forma isolata ed esclusiva alla base dell’ordine sociale. Ogni allargamento perciò di questo principio sarebbe puramente illusorio e fantomatico. Penso che la civiltà europea progredisce soltanto nel campo dell’industria e che da tutti gli altri punti di vista va atrofizzandosi sempre più.. Vi farà piacere sapere che io aderisco per l’essenziale a quel che avete detto sul manifesto da voi pubblicato a Bruxelles [e cioà il ‘Manifesto dei comunisti’]». Gli parlava poi delle sue delusioni d’emigrato a Ginevra. «Mazzini, per il quale io inizialmente nutrivo grande fiducia si è trasformato in un uomo non soltanto arretrato ma retrogrado…». E concludeva: «Siamo in due, io e Frapolli». Quest’ultimo aveva scritto un libro appunto per dimostrare la fragilità del repubblicanesimo formale (…). Sazonov terminava citando ‘Dall’altra sponda’ di Herzen e proponendo a Marx di pubblicare una rivista (loro tre e qualche altro emigrato) «per creare una forza europea onde realizzare il comunismo e indicare i mezzi pratici per la sua instaurazione» (3)”” (pag 76-77) [Franco Venturi, ‘Esuli russi in Piemonte dopo il ’48’, G. Einaudi, Torino, 1959] [(1) Su di lui vedi F. Venturi, ‘Il populismo russo’, Torino, 1952, vol. I, p. 63, nota 2, e le interessanti lettere ad Herzen ora pubblicate in ‘Literaturnoe nasledstvo’ (Eredità letteraria), tomo 62, ‘Gercen i Ogarëv’ (Herzen e Ogarëv), vol. II, pp. 522 sgg.; (2) Le lettere da Parigi di Sazonov sono state pubblicate da N.E. Zastenker, in ”Literaturnoe nasledstvo’, cit., tomo 62, pp. 522 sgg.; (3) D. Rjazanov, ‘Karl Marx i russkie ljudi sorkovich godov’ (Karl Marx e i russi degli anni ’40), Peterburg, 1918, pp. 31 sgg.]”,”QUAR-001-FMB” “VENTURINI Aldo saggio introduttivo e cura; scritti scelti di F.S. MERLINO”,”Alle origini del socialismo liberale. Francesco Saverio Merlino ritratto critico e biografico. Con una scelta di scritti e una lettera inedita.”,”Collaborazione di Massimo LA-TORRE “”Separatosi dagli anarchici, non compreso dai socialisti, fece parte per se stesso, ma non si chiuse in un isolamento sdegnoso: non glielo consentiva l’animo suo affettuoso ed espansivo. Così conservò per tutta la vita care amicizie come quella con Errico Malatesta e con Luigi Fabbri, il quale, abitando anch’egli a Roma nel primo decennio del secolo, gli fu molto vicino e sentì l’influenza del suo pensiero. Fu contrario alle imprese coloniali dell’Italia e al suo intervento nel primo conflitto mondiale. La crisi italiana del primo dopoguerra e il conseguente formarsi del movimento fascista lo ricondussero all’attività politica e di scrittore. Si collocò a sinistra, ma non si legò a nessun partito, considerandosi, in un certo senso, “”au dessus de la mêlée””, come egli stesso disse in una lettera al Nettlau. Caldeggiò – un’idea che gli era stata sempre a cuore – l’intesa fra i partiti di sinistra, dagli anarchici ai repubblicani, basata sui problemi concreti da risolvere in una situazione rivoluzionaria. Collaborò al quotidiano ‘Umanità Nova’ diretto da Malatesta e alal rivista ‘La Critica Politica’ del repubblicano Oliviero Zuccarini. Ma il suo maggior impegno lo dimostrò nelle aule giudiziarie, dove, talvolta con rischi personali, assunse la difesa di militanti antifascisti, spostandosi da un estremo all’altro del paese: e non di rado le sue prestazioni professionali erano gratuite o quasi. L’ultima battaglia della sua vita fu combattuta su due fronti: quello della lotta contro il fascismo e la reazione e quello dell’opposizione al bolscevismo, che dilagò anche in Italia dopo la rivoluzione russa dell’ottobre 1917″” (pag 59-60)”,”TEOC-043-FL” “VENTUROLI Ugo”,”Le armi da fuoco. Caccia, tiro, collezionismo.”,”””Pur non discutendo la superiorità dal punto di vista funzionale della pistola P. 38 nei confronti della Luger-Parabellum, la maggior parte degli appassionati ha sempre mostrato di preferire la seconda alla moderna arma della Walther. La ragione è nota: nella P. 38 è presente un certo numero di parti ricavate per stampaggio e di molle e mollettine in filo metallico davanti alle quali gli amatori della bella meccanica storcono il naso. (…) Apparsa nel 1937 con la denominazione di HP (Heers Pistole, cioè pistola militare) questa pistola cal. 9 mm Parabellum incorpora un meccanismo di scatto a doppia azione di tipo molto simile a quello di cui era dotata la pistola Walther modello PP apparsa alcuni anni prima (…). Adottata ufficialmente, dopo aver subito lievi modifiche nel 1938 con la denominazione P. 38, l’arma della Walther non ricoprì un ruolo di assoluta preminenza nell’armamento delle truppe germaniche fino alla fine del 1942 allorché venne a cessare definitivamente la produzione di pistole P. 08. Dal 1942 al 1945 la pistola P 38 fu prodotta dalle seguenti ditte: Carl Walther, Zella Mellis, Thüringen, Mauser Werke, Obendorf, Spreewerk, Metallwarenfabbrik, Spandau, Berlin. È stato autorevolmente riferito che anche la cecoslovacca Metall-Waffenwerke Brünn AG, Werk Vsetin ha prodotto pistole P. 38 durante il secondo conflitto mondiale (…)”” (pag 302-303)”,”QMIx-039-FV” “VENZA Claudio”,”Anarchia e potere nella guerra civile spagnola (1936-1939).”,”VENZA Claudio insegna storia della Spagna contemporanea presso l’Università di Trieste ed è condirettore della rivista ‘Spagna contemporanea’. Ha scritto libri e saggi sulla storia dell’anarchismo e dei movimenti popolari in Spagna e Italia. Le industrie in mano agli operai (pag 126)”,”MSPG-229″ “VENZA Claudio LORIGLIOLA Simonetta; interviste e testimonianze di Bruno ZORZINI Valdo VACCARO Carlo RICCI Roberto PIAGGIO Maurizio PESSATO Vladimir NANUT Maurizio FANNI Aldo COLLEONI Giuseppe CARLINI Bojan BREZIGAR Aldo COLLEONI”,”Microfisica di un movimento. Economia occupata. Trieste, dicembre 1969.”,”Dedica manoscritta di Claudio Venza a Vittorio. Claudio Venza laureato in Economia a Trieste nel 1970 è stato uno dei protagonisti del Movimento studfentesco. È storico contemporaneista, con particolare riferimento alla storia della Spagna contemporanea di cui ne è stato direttore. È direttore della rivista libertaria ‘Germinal’. Ha pubblicato ‘Anarchia e potere nella guerra civile spagnola’. Simonetta Lorigliola si è laureata alla facoltà di Lettere e filosofia dell’università di Trieste nel 1998 con una tesi in Storia dell’Italia contemporane. È stata ricercatrice presso l’Archivio Fiom di Sesto San Giovanni. Ha diretto la rivista ‘Konrad’.”,”ITAC-001-FSD” “VENZA Claudio”,”Anarchia e potere nella guerra civile spagnola (1936-1939).”,”VENZA Claudio insegna storia della Spagna contemporanea presso l’Università di Trieste ed è condirettore della rivista ‘Spagna contemporanea’. Ha scritto libri e saggi sulla storia dell’anarchismo e dei movimenti popolari in Spagna e Italia. Le industrie in mano agli operai (pag 126)”,”MSPG-009-FV” “VERBITSKY Horacio”,”L’isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina.”,”Verbitsky è uno dei più autorevoli giornalisti argentini impegnati nel denunciare i crimini del regime militare. Contiene il capitolo ‘Le due guance del cardinale’ in cui si parla di Bergoglio, ‘Generale’ dei gesuiti (pag 60-61) “”Orlando Yorio non si ristabilì mai pienamente. Lavorò nel Vicariato di Quilmes ma sentendosi minacciato si stabilì in Uruguay, dove morì nel 2000. Qualche tempo prima rievocò la sua relazione con Bergoglio. “”Non ho alcun motivo per pensare che fece qualcosa per la nostra libertà, bensì il contrario””. I due sacerdoti “”furono liberati grazie all’intervento di Emilio Mignone e all’intercessione del Vaticano, e non per la condotta di Bergoglio, che al contrario fu colui che li consegnò””, sostiene Angélica Sosa de Mignone. Secondo la moglie di una altro desasperacido, che si attivò presso il nunzio, Laghi gli riferì che era stato lui a “”tirar fuori dalla ESMA”” i due sacerdoti.”” (pag 60) “”A suo giudizio (Yorio, ndr), Bergoglio “”era in contatto con Massera, lo avranno informato che io ero il capo dei guerriglieri ed è per questo che se ne lavò le mani ed ebbe questo atteggiamento ambiguo. Non si aspettavano che ne uscissi vivo””. Anzi, sospetta che Borgoglio fosse presente nella sede operativa della Marina dove passarono diversi mesi. “”Una volta ci dissero che avevamo una visita importante. Arrivò un gruppo di persone. Jalics sentì che uno era Bergolio””, dice.”” (pag 63)”,”RELC-297″ “VERBRUGGEN J.F”,”The Art of Warfare in Western Europe durign the Middle Ages. From the Eighth Century to 1340.”,”L’autore è uno storico militare belga.”,”QMIx-133-FSL” “VERCELLI Claudio”,”Storia del conflitto israelo-palestinese.”,”Claudio Vercelli è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Ha pubblicato vari libri tra cui ‘Israele e Palestina: una terra per due’ (con G. Carpinelli), Torino, 2005.”,”VIOx-220″ “VERCELLI Claudio”,”Il negazionismo. Storia di una menzogna.”,”Claudio Vercelli è ricercatore di Storia contemporanea presso l’Istitutoi di Studi storici Gaetano Salvemini di Torino dove coordina un progetto didattico pluriennale ‘Usi della storia, usi della memoria’. La sinistra negazionista (Bordiga, vicenda Garaudy ecc.) “”Già si è fatta veloce menzione delle vicende dell’omonima libreria parigina, nata nel settembre del 1965 e gestita da un collettivo (82) che portava il suo stesso nome. Una parte dei suoi membri militò nell’organizzazione francese Pouvoir ouvrier, fondata dal filosofo Jean-François Lyotard, fino all’espulsione, avvenuta nel 1967. Impegnata nella diffusione di libri, opuscoli e periodici del radicalismo marxista, spesso in rottura con le linee seguite dalle organizzazioni maggioritarie, la libreria diventò quindi uno dei punti di riferimento di quei militanti del ’68 francese che vivevano l’azione politica all’interno della ramificata intelaiatura delle micro-strututre di cui la diaspora marxista era allora particolarmente ricca. Proprio nel 1967 Pierre Guillaume, figure di spicco in questo piccolo ambiente, aveva scoperto il volume di Paul Rassinier ‘Le Mensonge d’Ulysse’, giudicandolo di grande interesse. La ristampa del 1970 di ‘Aschwitz ou le grand alibi’, il testo bordighiano che sta indubitabilmente all’origine del negazionismo di sinistra (83), aveva poi fatto precipitare i rapporti tra Guillaume da una parte e queli altri membri del collettivo che, su un tema così delicato come lo sterminio degli ebrei, non condividevano le tesi economiciste e riduzioniste. Nel dicembre del 1972 la libreria chiuse i battenti. La Vieille Taupe conosceva poi una seconda stagione come casa editrice quando nel 1979 Guillaume ristampò il libro di Rassinier. Il sostegno aperto nei confronti della causa negazionista venne a quel punto stigmatizzato da molti vecchi militanti del gruppo. Tuttavia, costituiva un segna che Faurisson non poteva non gradire. Nel 1990 Guillaume aprì un’altra libreria, dove venivano venduti, tra gli altri, anche diversi testi negazionisti di autori prossimi se non organici alla destra radicale. Cinque anni dopo iniziò la pubblicazione di un periodico, «La Vieille Taupe», il cui secondo numero conteneva il saggio di Roger Garaudy, ‘Les Mythes fondateurs de la politique israélienne’ (84), poi rieditato come volume a sé”” (pag 74-75)”,”STOx-328″ “VERCELLI Claudio”,”Il secolo dei campi? I lager nazisti e i gulag staliniani tra interpretazione e comparazione.”,”Durante la Seconda guerra mondiale. Dal 1942 alla fine della guerra: a partire dalla seconda offensiva tedesca contro i sovietici, nella primavera del 1942, le esigenze di produzione bellica e il progressivo ingresso in una fase di ‘guerra totale’, ove ogni risorsa nazionale doveva essere impiegata per ottemperare alle innumerevoli richieste provienienti dai diversi teatri di combattimento nei quali la Wehrmacht era impegnata, concorrono a mutare il profilo e la funzione del circuito concentrazionario. L’impiego dei detenuti in quanto forza lavoro sottoposta a d un regime di produzione coatto sopravanza altre considerazioni di ordine più prettamente penale e/o punitivo. A tal guisa si ricorda che con il termine “”lavoro coatto”” si intende un’attività a fini produttivi imposta ad un individuo di contro ai suoi intendimenti, generalmente a seguito dell’impego contro di lui di strumenti di pressione psicofisica volti ad estorcene la volontà. Il lavoro coatto, quando è oltremodo gravoso sul piano fisico, oneroso psicologicamente, umiliante moralmente e debilitante sul piano esistenziale, oltrechè disgustoso e degradante, suole essere definito “”lavoro forzato””. In tale caso le condizioni in cui viene esercitato sono generalmente di natura schiavistica. Se precedentemente il lavoro forzato era stato uno dei metodi adottati per punire gli internati, sottoponendoli a corvée umilianti e debilitanti, o per ucciderli attraverso la consunzione derivante da un regime di fatiche insopportabile, ora l’attività ergonomica assume un connotato produttivo. Artefice di questa sostanziale innovazione è il nuovo Ministro degli Armamenti Albert Speer che introduce una serie di cambiamenti di destinazione per le attività dei detenuti destinati a riflettersi immediatamente sul regime organizzativo e funzionale dei lager. I prigionieri, infatti, vengono messi a disposizione delle imprese private che già operavano o iniziano ad operare in prossimità o all’interno stesso dei campi. La quasi totalità di esse concorrono allo sforzo bellico germanico o sono impegnate nella produzione di beni di sintesi – in particolare nella chimica – o nella lavorazione di materie prime. Il lavoro forzato assurge così a contributo strategico alle attività economiche in tempo di guerra. La riorganizzazione per parte speeriana comporta dei cambiamenti anche all’interno delle SS. La figura emergente è Oswald Pohl, titolare di due dipartimenti di lavoro delle SS, quello delle costruzioni e del budget (‘Haushalt und Bauten’) e quello dell’amministrazione e dell’economia (‘Verwaltung und Wirtschaft’). Viene creata una nuova struttura SS, l’Ufficio centrale economico-amministrativo (SS Wirtschafts-Verwaltungshaupt-Amt WVHA) che coordina, spesso anche nei più piccoli particolari, le innovazioni che progressivamente vanno introducendosi dietro al filo spinato. Intorno ai campi principali sorgono, a mò di costellazioni, un numero elevato di strutture satellite, destinate alle produzioni specialistiche. L’ispettorato dei campi – denominato sezione D dello WVHA – viene assunto da Richard Glücks che opera in regime di sostanziale autonomia. Ufficialmente non vengono più creati nuovi campi, almeno per parte delle SS, ma il numero di istituzioni per il lavoro coatto gestite da singole imprese tende a lievitare”” (pag 17)”,”QMIS-046-FGB” “VERCELLI Claudio”,”Capire le foibe.”,”Claudio Vercelli, storico contemporaneista e pubblicista, insegna presso la Limec-Ssml, Istituto Universitario per mediatori linguistici di Milano. Ha pubblicato tra l’altro ‘Neofascismo in grigio’ (Einaudi, 2021), e alcuni libri su Israele e il conflitto israelo-palestinese. Sulle foibe: ‘Frontiere contese a Nord Est. L’Alto Adriatico, le foibe e l’esodo giuliano-dalmata e Neofascismi (2020) (Ed. Capricorno). Jugoslavia. Sulla pratica italiana di deportare interi nuclei di popolazione civile residenti nelle aree di azione partigiana in campi di concentramento “”Il Terzo Reich ben presto avvia la penetrazione nello Stato croato così come l’Italia inaugura un sanguinoso regime d’occupazione nella Jugoslavia oramai smembrata. Un regime d’occupazione nella sostanza inefficace e inefficiente, incapace di raggiungere gli obiettivi prefissati, semmai capace solo di inimicarsi le popolazioni locali, incrementando ancora di più le tensioni preesistenti (49). Le violente repressioni, a volte pari a quelle tedesche, sono mitigate soltanto dalla minore potenza dell’apparato militare italiano. È tutta nostrana, per esempio, la pratica di deportare interi nuclei di popolazione civile residenti nelle aree di azione partigiana in campi di concentramento istituiti in Italia e nell’allora territorio italiano in Croazia (Gonars, in provincia di Udine, e isola di Arbe/Rab, nel Quarnaro). A fronte di ciò si verifica lo sviluppo, a partire dall’estate del 1941, di un vasto movimento resistenziale dai tratti disomogenei e con interne propensioni centrifughe, ma che nel corso del tempo si assesta e si coagula, non senza scossoni, violenze e tensioni nel suo stesso seno, intorno alla figua di Josip Broz Tito. Data a quel periodo la nascita dei primi nuclei partigiani nei territori sloveni e i loro contatti con le altre comunità nazionali jugoslave così come la costituzione del fronte di liberazione interetnico. Alla quale si associa l’assunzione della direzione della lotta armata e dell’indirizzo politico per parte del Partito Comunista, organizzato su basi nazionali, ma capace di unire etnie distinte. In buona sostanza, con il 1942 lo scenario è quello di una regione dove le autorità militari, soprattutto quelle italiane, non controllano più tutto il territorio, impegnate come sono a rispondere, colpo dopo colpo, agli attacchi dei partigiani. La spirale innescatasi è tale da sopravanzare le le risorse e le attitudini gestionali del Regio Esercito, coinvolto in un’estenuante lotta, tra attentati, rappresaglie e ritorsioni, i cui effetti si riverberano subito sulla popolazione civile”” (pag 121-124) [Claudio Vercelli, ‘Capire le foibe’, Edizioni del Capricorno, 2025] [(49) Su questo e altri aspetti cfr. l’ampio, rigoroso e innovativo studio di Davide Rodogno, ‘Il nuovo ordine mediterraneo’, Bollati Boringhieri, Torino; 2003]”,”QMIS-368″ “VERCELLI Claudio”,”La battaglia di Berlino.”,”Claudio Vercelli, storico contemporaneista e pubblicista, insegna presso la Limec-SSML, Istituto universitario per mediatori linguistici di Milano. Ha pubblicato tra l’altro ‘El Alamein’, ‘Frontiere contese a Nord Est’, ‘Capire le foibe’, ‘Israele. Una storia in 10 quadri’. La guerra contro gli inermi. “”Significativi due aspetti di questa delirante vicenda, che s’inserisce entro l’ancor più discutibile direzione della campagna militare tedesca di quelle settimane: i gerarchi che erano stati chiamati da Hitler a «comandare» le fortezze (nel caso Könisberg il ‘Gaulaiter’ Erich Koch, in quello di Brelavia Karl August Hanke) si garantirono pressoché da subito facili e certe vie di fuga (il primo in nave, il secondo in aereo), abbandonando il campo di battaglia senza lasciare ordini chiari; non di meno, proprio le cittè conquistate dopo feroci combattimenti dalle truppe sovietiche divennero gli scenari delle più atroci violenze contro gli inermi, che fossero soldati che nel mentre si erano arresi, civili indifesi e, soprattutto, donne. I sovietici avevano messo piede in territorio tedesco già nell’ottobre del 1944. Lo scrittore (e propagandista) Il’ja Ehrenburg così si esprimeva al riguardo: «Abbiamo fin troppo spesso ripetuto: arriva il giudizio universale! Ecco, adesso è giunto». E ancora: «Davanti a Könisberg, Breslavia e Schneidermühl pensiamo alle rovine di Voronez e Stalingrado. Gli uomini dell’Armata Rossa, ora all’attacco delle città tedesche, non dimenticano le madri che a Leningrado trasportavano su piccole slitte i corpi dei loro figlioletti morti. Berlino non ci ha ancora ripagato dei tormenti di Leningrado». Le violenze si avviarono già nell’autunno del 1944, quando fu raggiunta la località prussiana di Nemmersdorf (poi temporaneamente riconquistata dai tedeschi): le donne che vi risiedevano furono violentate e, molto spesso, barbaramente assassinate. In quelle circosanze, una prima ondata di profughi germanofoni, circa 200.000 elementi, baltici e residenti nella Russia – si mosse verso ovest. Con l’avvio dell’offensiva invernale sovietica dei primi giorni del 1945, tra il Warta (Polonia), la Prussia, il Brandeburgo orientale, la Slesia, la Pomerania e Danzica si mossero quasi 5 milioni di civili. Nel Baltico, in quei mesi, la flotta tedesca fu impegnata, senza alcun appoggio aereo, nel garantire un ponte tra l’Oriente e ciò che restava della Germania. Nel complesso, circa 800 navi, da quelle per il combattimento ai battelli civili, si adoperarono, entro la prima metà di maggio 1945, a evacuare due milioni e mezzo di civili. Alla fine di queste operazioni, molto spesso disperate, svolte nel caos generale, ciò che residuava erano due incrociatori, il ‘Prinz Eugen’ e il ‘Nürnberg’. S’inscrive in questa situazione quello che è forse il peggiore dei disastri marittimi di sempre, l’affondamento della motonave Wilhelm Gustloff, con un carico di 9000 civili (solo 1320 dei quali sopravvissuti), colpito da un siluro lanciato da un sottomarino sovietico. L’ultima operazione della Kriegsmarine avvenne l’8 maggio 1945, quando riuscì a trasportare 25.000 militari, approdando poi sulle coste dello Schleswig-Holstein. In un tale quadro, per molti aspetti apocalittico, la pratica degli stupri – commessi perlopiù da gruppi di militari temporaneamente lasciati liberi dai loro ufficiali dopo l’immediata conclusione dei combattimenti – si accompagnò a quella del saccheggio dei beni che avevano resistito alla furia dei combattimenti”” (pag 71-72)”,”QMIS-372″ “VERCELLI Alessandro”,”Teoria della struttura economica capitalistica. Il metodo di Marx e i fondamenti della critica all’economia politica.”,”«Metodo dialettico» e ‘ordine teorico’ “”La realtà è che esistono nel ‘Capitale’ (così come nelle opere preparatorie) due forme fondamentali di ordine teorico, nettamente distinte tra di loro. La prima forma è quella a cui si riferisce Engels nella sua recensione ed è effettivamente dominante in ‘Per la critica’, così come nelle prime due sezioni del I libro del ‘Capitale’ e gioca inoltre un ruolo importante in tutto il resto del primo e del terzo libro, mentre svolge un ruolo soltanto marginale nel secondo libro. Questo ordine teorico corrisponde a quello che siamo soliti chiamare «metodo dialettico» ed è anche l’unico che – stando alla mera forma – può essere considerato tale. D’altro canto, una analisi più approfondita ci rivela che questo ordine teorico serve a Marx soltanto per individuare e spiegare una dimensione della struttura reale, fondamentale fin che si vuole, specifica fin che si vuole (perché trascurata dagli scienziati sociali «borghesi»), ma niente affatto unica. La struttura reale ha viceversa, secondo Marx, per lo meno una seconda dimensione (trascurata da Hegel, Proudhon e da tutti i dialettici «idealisti», come Marx più volte sottolinea, polemizzando asparmente) che può essere analizzata e spiegata soltanto usando un diverso tipo di ordine teorico. Questa dimensione è precisamente quella a cui si riferisce Marx nel passo citato (a), quando parla di «articolazione organica all’interno della moderna società borghese» e di «relazione in cui esse (le categorie economiche) si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese». A questa seconda dimensione della struttura reale corrisponde una seconda forma di ordine teorico, che domina nel II libro del ‘Capitale’, giuoca nel primo e soprattutto nel terzo libro un ruolo almeno altrettanto importante del primo ordine teorico e infine determina la disposizione generale degli argomenti (4). Il metodo dialettico di Marx si fonda su di un complesso intreccio di questi due ordini teorici, per cui preferiamo mantenere il termine di «metodo dialettico» per la loro unità. Indicheremo invece i due metodi particolari con termini a sé, scelti in riferimento alla loro peculiare funzione teorica, in base a suggerimenti terminologici tratti dagli stessi testi di Marx, e cioè rispettivamente: «ordine teorico genetico» ed «ordine teorico funzionale» (5)”” (pag 120-121) [Alessandro Vercelli, ‘Teoria della struttura economica capitalistica. Il metodo di Marx e i fondamenti della critica all’economia politica’, Fondazione Luigi Einaudi, Torino, 1973] [(4) Lo stesso privilegiamento della categoria di capitale e la precedenza conferitagli rispetto la categoria della «proprietà fondiaria» risale a questo secondo criterio: si veda il notissimo passo in I, ’57, 194-195; (5) Un’avvertenza: sia il termine ‘genesi’ che il termine ‘funzione’ hanno in Marx una accezione peculiare che si distingue da molte altre oggi correnti. Così, per es., per spiegazione o analisi «genetica» si intende oggi spesso la ricostruzione della nascita e dell’evoluzione di un elemento singolo che caratterizza una certa struttura (si veda per es. la ricostruzione della spiegazione genetica effettuata da C.G. Hempel, in ‘La spiegazione nella scienza e nella storiografia’, trad. it., in: F. Bercelli, ‘Problemi di metodo e di logica nelle scienze sociali’, Trento, 1969, pp. 86-90). Noi ci riferiamo invece, con Marx, all’evoluzione di intere strutture (secondo un’accezione che trova comunque analogia in autori contemporanei come J. Piaget (1968) L. Apostel (1962) ecc. (…); (a) «Sarebbe dunque inopportuno ed erroneo disporre le categorie economiche nell’ordine in cui esse furono storicamente determinanti. La loro successione è invece determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, e che è esattamente l’inversa di quella che si presenta come loro relazione naturale o corrisponde alla successione dello sviluppo storico. Non si tratta della posizione che i rapporti economici assumono storicamente nel succedersi delle diverse forme di società ed ancor meno della loro successione «nell’idea» (Proudhon), che non è che una nebulosa rappresentazione del movimento storico, ma della loro articolazione organica all’interno della moderna società borghese» (Marx, Per la critica dell’economia politica’) (1., I, ’57, 196]; «Il modo logico di trattare la questione era dunque il solo adatto. Questo non è però altro che il modo storico, unicamente spogliato della forma storica e degli elementi occasionali perturbatori. Nel modo come incomincia la storia, così deve pure incominciare il corso dei pensieri, e il suo corso ulteriore non sarà altro che il riflesso in forma astratta e teoricamente conseguente, del corso della storia; un riflesso corretto, ma corretto secondo le leggi che il corso stesso della storia fornisce, poiché ogni momento può essere considerato nel punto del suo sviluppo in cui ha raggiunto la sua piena maturità, la sua classicità» (F. Engels, Recensione a ‘Per la critica’ (…), P.C., 208]”,”TEOC-013-FMB” “VERCELLIN Giorgio”,”Genghiz Khan.”,”Giorgio VERCELLIN insegna nel corso di laurea in Lingue e letterature orientali dell’ Università Cà Foscari di Venezia. E’ autore tra l’altro di ‘Istituzioni del mondo musulmano’ (EINAUDI, 1996). Nella primavera del 1206, nell’ estremo Est della steppa euroasiatica, un’ assemblea generale delle popolazioni nomadi di quella immensa regione si riunì per scegliere il leader destinato a guidare tutte le popolazioni nomadi dell’ Asia. La scelta cadde su Temüjin, un uomo che aveva già superato i quarant’anni. Nei vent’anni successivi egli avrebbe lanciato le sue tribù alla conquista del più grande impero che la storia abbia conosciuto. E il mondo avrebbe imparato a conoscere e temere il guerriero- ma anche il politico e il saggio amministratore- che i mongoli chiamavano Genghiz Khan.”,”ASIx-011″ “VERCELLIN Giorgio”,”Iran e Afghanistan. Questioni nazionali religiose e strategiche in una delle zone più calde del mondo.”,”Giorgio VERCELLIN (Lillianes, Aosta, 1950) è professore ordinario di lingua e letteratura afghana nell’Univ di Venezia. Ha scritto tra l’altro: – Afghanistan, 1973-1978. Dalla repubblica presidenziale alla Repubblica democratica, VENEZIA, 1979 – Asia occidentale. DE AGOSTINI, 1983 – Crime de silence et crime de tapage. Panorama sur l’ Afghanistan contemporain. Supplemento ad Annali dell’ Istituto Orientale, 1985.”,”VIOx-029 ASIx-012″ “VERCELLIN Giorgio”,”Tra veli e turbanti. Rituali sociali e vita privata nei mondi dell’ Islam.”,”VERCELLIN Giorgio insegna Storia e Istituzioni del Vicino e Medio Oriente nell’ Università Cà Foscari di Venezia. Tra i suoi saggi ricordiamo ‘Crime de silence et crime de rapage. Panorame des lectures sur l’ Afghanistan’ (EDITORI RIUNITI, 1989). Per MARSILIO ha curato l’ edizione italiana di Gerhard ENDRESS ‘Introduzione alla storia del mondo musulmano’ (VENEZIA. 1996). Attualemnte sta preparando per la Hurst di Londra la versione inglese del suo ultimo volume ‘Istituzioni del mondo musulmano’ (EINAUDI, 1996).”,”VIOx-069″ “VERCELLIN Giorgio”,”Jihad. L’ Islam e la guerra.”,”VERCELLIN Giorgio insegna nel corso di laurea in Lingue e letterature orientali dell’ Università Cà Foscari di Venezia.”,”VIOx-070″ “VERCELLIN Giorgio”,”Istituzioni del mondo musulmano.”,”VERCELLIN Giorgio si è occupato dell’ altipiano iranico (‘Afghanistan 1973-1978; ‘Iran e Afghanistan’), dei rapporti tra Occidente e Levante (‘Il ‘canone’ di Avicenna fra Europa e Oriente nel primo Cinquecento’, 1991), e di storia del mondo musulmano.”,”VIOx-071″ “VERCELLIN Giorgio”,”Islam. Fede, Legge e Società.”,”””Secondo i musulmani gli esseri umani nascono predisposti all’Islam e quindi – in teoria – dovrebbe esistere una sola comunità (umma) di credenti. Ma la realtà è diversa: al ‘dar al-islam’ (territorio dove prevale la ‘shari’a’), si contrappone il “”regno delle tenebre”” (dar al-harb), le regioni dove la Vera Fede non è ancora riconosciuta. Ma chi segue fedi errate deve essere tollerato o costretto a convertirsi? E ancora: convertito con la persuasione o anche con mezzi violenti? Su questo sfondo si colloca il ‘jihad’, termine oggi tristemente d’attualità ma stravolto nel suo vero significato: “”sforzo”” – più che “”guerra santa”” – rivolto a migliorare il comportamento del credente per realizzare il Bene”” (pag 22)”,”VIOx-208″ “VERCELLIN Giorgio”,”Istituzioni del mondo musulmano.”,”Giorgio Vercellin insegna nel corso di laurea in Lingue e letteratura orientali dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è occupato dell’altipiano iranico: Afghanistan 1973-1978: dalla Repubblica presidenziale alla Repubblica democratica, Iran e Afghanistan, dei rapporti tra Occidente e Levante: Il ‘canone’ di Avicenna fra Europa e Oriente nel primo Cinquecento. L’Interpretatio Arabicorum Nominum di Andrea Alpago, e di storia del mondo musulmano.”,”VIOx-095-FL” “VERCESI (Ottorino PERRONE)”,”La tattica del Comintern.”,” “”Mentre il movimento nazista progredisce a passi giganteschi, “”L’Internationale Communiste””, nel suo numero del primo maggio 1932, dopo le elezioni presidenziali, constata “”il rinculo particolare del partito nelle regioni industriali, rinculo che si manifesta proprio in quelle regioni dove in nazionalsocialisti conseguono una serie di grandi vittorie””. Ma non per questo la grancassa della demagogia tacerà. Thaelman dichiara: “”noi semineremo la disgregazione nel campo della borghesia. Noi allargheremo la breccia nelle file della socialdemocrazia e accresceremo il processo di effervescenza nel seno di questo partito. Noi formeremo delle brecce ancora più profonde nel campo hitleriano””. Questa tattica che, come avviamo visto, è in definitiva di affiancamento della politica nazista, non riceva altra giustificazione da parte dell’Internazionale al di fuori della rievocazione del ruolo giocato precedentemente dai socialdemocratici. “”Stato operaio”” del luglio-agosto 1931, in un articolo destinato a giustificare la politica del partito tedesco, scrive: “”chi accusa i comunisti di essere gli alleati del fascismo? … Sono i ministri dei polizia di Prussia, fucilatori di operai, e il signor Pietro Nenni (1), fascista della prima ora. Basterebbero queste considerazioni per giudicare la causa””. “” (pag 184) (1) Nenni il “”fascista della prima ora”” è restato coerente al suo programma del 1919. Egli fu guerrafondaio nel 1914-18, lo resterà nel corso della guerra di Spagna ed in quella mondiale del 1939-45. Togliatti e i suoio congeneri hanno raggiunto Nenni diventando, se possibile, più guerrafondai di lui per il successo della guerra imperialista in Spagna prima, e nel mondo intero in seguito”,”INTT-278″ “VERCESI Ernesto”,”Le origini del movimento cattolico in Italia, 1870-1922.”,”Il titolo originario del volume di E. Vercesi ora modificato era: ‘Il movimento cattolico in Italia, 1870-1922, con prefazione di Filippo Meda, Firenze, ‘La Voce, 1923 “”I cattolici italiani – va tributato loro quest’elogio – furono i primi, tra i cattolici dei paesi neutrali, a scindere nettamente la questione del Belgio ed a schiararsi per il popolo martire, in omaggio a un principio superiore di giustizia, in omaggio allo stesso principio di neutralità conculcato dai tedeschi. L’on. Augusto Melot – a differenza dell’on. Giulio Destrée, che non poté far breccia fra i socialisti italiani – trovò nella Penisola il più largo consenso, la più schietta solidarietà, anche tra quei cattolici che ritenevano preferibile il mantenimento della neutralità in Italia. (…)”” (pag 156) “”Non appena l’Italia ebbe passato il Rubicone, le polemiche tra interventisti e neutralisti non avevano più ragione d’essere. Un solo dovere doveva unire tutti gli italiani: il dovere di cooperare alla vittoria. I socialisti – per la loro pregiudiziale antibellica continuarono a proclamarsi e a mostrarsi neutralisti come se la vittoria o la sconfitta non li riguardasse punto. Tra i cattolici, il gruppo che faceva capo all’on. Miglioli, deputato di Soresina, s’ispirava – ‘mutatis mutandis’ – presso a poco allo stesso ordine di idee. Contro la guerra s’invocavano talora gli argomenti che si potevano desumere dagli organi intransigenti, tipo ‘Unità Cattolica’. Già dal 5 novembre 1914, l’organo fiorentino aveva scritto: “”Se l’Italia dichiarerà la guerra, i cattolici vi andranno senza entusiasmo, senza energia, senza il valore di chi può gridare: ‘Dio è con noi!’; ma soltanto come vittime al macello, nonostante la garanzia che l’onorevole Montresor ci dà fin d’ora della benedizione dei vescovi alle nostre armi!”” (pag 157)”,”RELC-337″ “VERCESI Ernesto”,”Il Vaticano l’Italia e la guerra.”,”””Ci fu un momento – quando il presidente Wilson eera all’apogeo della sua popolarità – in cui nel mondo continentale si era portati a fare dell’Uomo della Casa Bianca una specie di Papa laico, di contr’altare a Benedetto XV. Per la storia va subito notato che i due personaggi si sono trovati spesso assai più vicini di quanto una certa stampa avrebbe voluto far credere. È uscita la biografia del Cardinale Gibbons, arcivescovo di Baltimora, da cui risulta che i rapporti tra Casa Bianca e il Vaticano si mantennero sempre eccellenti, anche quando non erano identiche le vedute. Secondo il biografo Sinclair Will, ndr) del grande Cardinale americano «non v’erano che due grandi influenze che potevano riuscire più tardi a far cessare il massacro: da una parte la Santa Sede che supplicava i capi di Stato a cercare delle vie di conciliazione: dall’altra gli Stati Uniti, posti in una situazione disinteressata e per ciò stesso aventi delle probabilità di potere un giorno o l’altro far accettare i loro buoni uffici»”” (pag 208-209)”,”RELC-027-FV” “VERDINI Denis”,”La lira nella tempesta (1915-1922).”,”Fra il 1915 e il 1921 la finanza pubblica italiana viene sconvolta dalle spese per la guerra. Il bilancio dello Stato, il valore della moneta, la bilancia dei pagamenti vanno a picco; il debito pubblico e e il debito con l’estero raggiungono livelli mai prima ottenuti. In questa catastrofe annunciata, i governi che si succedono al potere si dimostrano incapaci di reagire e adottano provvedienti insufficienti a fermare l’inflazione galoppante. La spinta decisiva verso la crisi viene data dai forti aumenti salariali del dopoguerra che, aumentando i consumi, provocano inflazione e passivo della bilancia dei pagamenti. E’ solo con il progressivo contenimento della spesa pubblica che il calo dei consumi controlla il riequilibrio dei prezzi. ——————- Autore, Bibliografia ————————- Denis Verdini, 47 anni, è docente a contratto di storia economica presso la Luiss di Roma. In veste di esperto economico, è stato editorialista per i quotidiani “”Il Tempo”” di Roma e “”La Nazione”” di Firenze. Tra i soi scritti: “”Il tramonto del banchiere del re. Filippo Burlamacchi, 1618 -1633″”.”,”ITAE-346″ “VERDOJA Giuseppina (Pina)”,”Una trotskista nel dopoguerra. Intervista a cura di Diego Giachetti.”,”””D.: Nella FGS hai conosciuto personalmente molti compagni? R.: Si. Mi ricordo di Rino Formica, Nanni Dore, Ruggero Mura, Giorgio Modolo, Livio Maitan, Giorgio Ruffolo – che allora era uno dei più a sinistra – ed altri.”” (pag 12-13) “”D.: Quando aderiste al PCI? R.: La decisione di entrare nel PCI era stata presa dalle istanze internazionali e nazionali della nostra organizzazione, ed il gruppo torinese l’ aveva approvata. Renzo (Gambino, ndr) entrò prima di me, nell’ autunno del 1952. Io avevo delle resistenze ad entrare. Dicevo: “”Entriamo e poi non riusciamo a parlare. Entrare nel PSI è inutile perché, conoscendo la nostra storia, non ci lascerebbero parlare””. Poi presi spunto dalla campagna elettorale contro la “”legge truffa”” del 1953 ed entrai anch’io, anche perché ad un certo punto Renzo aveva cominciato a dirmi: “”Vieni anche tu. Io, da solo, non combino niente. Proviamo in due””. L’ unico che non entrò fu Leo Oggerino. (…) (pag 19) “”Non mi trovavo male. Certo, bisognava fare attenzione a quello che si diceva, perché il primo periodo dell’ iscrizione era un periodo di introduzione, di inserimento, e quindi non si poteva sgarrare in nessun modo. D.: Chi rimase fuori, a livello nazionale, per svolgere l’ attività indipendente? R.: Alcuni compagni a Roma, come Livio Maitan, altri a Milano, come Franco Villani, e Libero Villone a Napoli””. D.: Stavate all’ interno di un partito del quale non condividevate la linea (…) R.: Si. Mi ricordo la diffusione de l’ Unità, di domenica mattina. Dopo aver lavorato tutta la settimana alzandomi alle cinque, la domenica andavo a vendere il giornale. Per l’ attività svolta nel partito mi dettero persino un attestato di riconoscimento. Ne hanno dato uno anche a Bianca Guidetti Serra. Dovevamo “”crearci una verginità”” prima di poter parlare… D.: Quando sei entrata nel PCI, hai notato delle differenze rispetto alla tua precedente militanza nel PSI? R.: Tante! Nel PSI c’erano le correnti, e addirittura le frazioni. Nel PCI, invece, bisognava star buoni e zitti, e quando veniva l’ esponente della Federazione si doveva accettare quel che diceva. Al massimo – ma con molta, molta cautela – si poteva dire: “”Ma, veramente…””. Renzo stava per diventare segretario di sezione, ma dal centro l’ hanno fermato.”” (pag 19-20)”,”TROS-122″ “VERDON Jean”,”Il viaggio nel Medioevo.”,”VERDON Jean è professore di storia medievale all’ Università di Limoges. E’ autore di numerosi studi sul medioevo. “”La vita degli studenti è facilitata da alcune istituzioni. Le “”nazioni”” riuniscono quelli che vengono dalle stesse regioni. A Bologna il numero delle nazioni passerà da quattordici a diciassette, alle quali si devono aggiungere quattro nazioni italiane. Parigi invece ne ha soltanto quattro, benché con suddivisioni: francese, normanna, piccarda e anglo-tedesca. Le nazioni appaiono per la prima volta in bolle di Onorio III del 1219 e 1222; ma è solo nel 1249 che nazioni organizzate sono ricordate all’ Università di Parigi. Le loro frontiere, e quindi la loro composizione, sono variate col tempo.”” (pag 213)”,”STOS-091″ “VEREEKEN G.”,”La Guepeou dans le mouvement trotskiste.”,”Membro del CC del PC dal 1925, l’A difende la linea trotskista fino al 1928. Il Comintern si oppone alla sua presenza al Congresso in cui si produce la scissione. Dirigente di una tendenza in seno al movimento trotskista internazionale, è arrestato dalla Sureté belga prima del 1940. Quindi si rifugia nella clandestinità e sfugge alla Gestapo. Viene arestato di nuovo nel 1944 ed è internato fino alla liberazione. Il libro ha come tela di fondo la disfatta del movimento operaio (particolarmente quello tedesco e spagnolo) le responsabilità della 2° Internazionale e la degenerazione dello stalinismo, la persecuzione e l’assassinio di T.”,”TROS-031″ “VEREEKEN Georges”,”The GPU in the Trotskyist Movement.”,”Secretary of the Belgian Trotskyists in those years and party to the movement’s internal struggles, Vereeken documents the sinister role played by the provocateur Marc ‘Etienne’ Zborowski and traces the bloody chain of events which led to the assassination of Leon Trotsky in Mexico in 1940. Foreword, foto, notes, Glossary of Names, Glossary of Organisations, Index,”,”TROS-052-FL” “VEREMIS Thanos M. KOLIOPULOS Ioannis S.”,”La Grecia moderna. Una storia che inizia nel 1821.”,”T.M. Veremis è professore di Storia politica all’Università di Atene. Ha studiato a Boston e Oxford. I.S. Koliopulos è professore di Storia moderna presso l’Università di Salonicco. Ha studiato repsso la City University di New York e la London School of Economics (LSE). Markos. Guerra civile greca nell’immediato dopoguerra (pag 145-146) ‘Questa storia della Grecia dalla guerra di indipendenza dall’ Impero Ottomano ad oggi è basata sulle lezioni tenute a studenti greci e stranieri. Tra i temi: lo state-building, il nazionalismo, irredentismo, diaspora, leadership carismatica, occidentalizzazione, società segmentata e società civile. Tra i punti messi in evidenza: la guerra di indipendenza del 1821-1830, la distribuzione della terra e il consolidamento della società segmentata, la debacle dell’ Asia Minore del 1922-1923, e l’ occupazione italiana e tedesca e il conflitto del 1941-1949, il ritorno della democrazia dal 1974, la competizione per la presidenza Karamanlis-Papandreou e la visione greca dell’ Europa del Sud e del Sud Est’. (da Isco)”,”GREx-032″ “VERGA Giovanni”,”Tutte le novelle.”,” “”- Compare Alfio, – cominciò Turiddu dopo che ebbe fatto un pezzo di strada accanto al suo compagno, il quale stava zitto, e col berretto sugli occhi, – come è vero Iddio so che ho torto e mi lascierei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la mia vecchia che si era alzata per vedermi partire, col pretesto di governare il pollaio, quasi il cuore le parlasse, e quant’è vero Iddio vi ammazzerò come un cane per non far piangere la mia vecchierella. – Così va bene, – rispose compare Alfio, spogliandosi del farsetto – e picchieremo sodo tutt’e due. Entrambi erano bravi tiratori. (…)”” (pag 136, Cavalleria rusticana)”,”VARx-179″ “VERGA Giovanni GHIDETTI Enrico a cura”,”I Malavoglia. Con una scelta di racconti da Vita dei campi e Novelle rusticane.”,”Giovanni Carmelo Verga nasce a Catania il 2/9/1840. Nel 1858 si iscrive alla facoltà di legge dell’università di Catania, studi abbandonati nel 1861. Nel 1860 si arruola nella Guardia nazionale, istituita dopo lo sbarco di Garibaldi e la cacciata dei napoletani dalla città e presta servizio, nella I legione, II battaglione, V compagnia che nel maggio 1861 fu impiegata nella brutale repressione di una sommossa popolare conclusasi con la fucilazione di sette rivoltosi. Fonda con Niccolò Niceforo e Antonino Abate il settimanale politico Roma degli italiani.Nel 1864 per breve tempo dirige il giornale politico L’indipendente. Nel 1872 si trasferisce a Milano. Nel 1881 pubblica i Malavoglia. Nel 1912 sidichiara favorevolissimo al programma politico del movimento nazionalista. Muore nel 1922 nella casa natale.”,”VARx-022-FL” “VERGA Marcello”,”Storie d’Europa. Secoli XVIII-XXI.”,”Marcello Verga è professore di Storia moderna nella facoltà di Scienze politiche ‘Cesare Alfieri’ dell’Università di Firenze.”,”EURx-034-FL” “VERGA Giovanni”,”Mastro-don Gesualdo. Romanzo.”,”””La piazza, in fondo alla stradicciuola, sembrava un alveare di vespe in collera. (…) – Cosa vogliono, don Anselmo? Che diavolo li piglia oggi? Lo sapete? – Vogliono le terre de comune, signor marchese. Dicono che sinora ve le siete godute voialtri signori, e che adesso tocca a noi, perché siamo tutti eguali. – Padroni! padronissimi! Quanto a me non dico di no! Tutti eguali!…, Portatemi un bicchier d’acqua, don Anselmo. – Di tanto in tanto dal Rosario o dalla via di San Giovanni partiva come un’ondata di gente, e un brontolio più minaccioso, che si propagava in un baleno. Santo Motta allora usciva dall’osteria di Pecu-Pecu, e si metteva a vociare, colla mano sulla guancia: – Le terre del comune!…. Chi vuole le terre del comune!… Uno! … due!… tre!… – E terminava con una sghignazzata”” (pag 137)”,”VARx-166-FV” “VERGALLI Teresa”,”Storie di una staffetta partigiana.”,”Teresa Vergalli è nata a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, nel 1927. È stata staffetta partigiana e ha lavorato nell’UDI e nelle organizzazioni del PCI a Reggio e poi a Novara. Come insegnante ha partecipato al movimento di innovazione didattica dagli anni ’70 in poi. Ha pubblicao assieme a De Rienze e Detti, ‘Il giornalismo scolastico in Italia’, Giunti, 1982.”,”ITAR-024-FSD” “VERGER Jacques”,”Le università nel Medioevo.”,”VERGER Jacques insegna storia medievale all’Ecole Normale Superieure di Parigi ed è segretario della Commissione internazionale per la storia delle università.”,”GIOx-052″ “VERGILI MARONIS P. (VIRGILIO)”,”Opera. Bucolica – Georgiche – Eneide”,”Le Bucoliche, una raccolta di dieci egloghe in esametri, che trattano temi pastorali e celebrano la vita campestre. Sono dedicate a Pollione e Vario, due amici e protettori del poeta. Le Georgiche, un poema didascalico in quattro libri, che illustra le tecniche e le fatiche dell’agricoltura. Sono dedicate a Mecenate, il potente ministro e mecenate di Augusto. L’Eneide, un poema epico in dodici libri, che narra le avventure di Enea, il mitico eroe troiano che fonda la stirpe romana. È considerata l’opera più alta e compiuta di Virgilio, nonché il capolavoro della letteratura latina. (bing)”,”VARx-044-FSD” “VERGILI MARONIS P. (VIRGILIO Publio Marone), a cura di F.A. HIRTZEL”,”Opera. Bucolica – Georgiche – Eneide.”,”Le Bucoliche, una raccolta di dieci egloghe in esametri, che trattano temi pastorali e celebrano la vita campestre. Sono dedicate a Pollione e Vario, due amici e protettori del poeta. Le Georgiche, un poema didascalico in quattro libri, che illustra le tecniche e le fatiche dell’agricoltura. Sono dedicate a Mecenate, il potente ministro e mecenate di Augusto. L’Eneide, un poema epico in dodici libri, che narra le avventure di Enea, il mitico eroe troiano che fonda la stirpe romana. È considerata l’opera più alta e compiuta di Virgilio, nonché il capolavoro della letteratura latina. (bing)”,”STAx-023-FSD” “VERGINELLA Marta”,”L’ascesa della nazione ai confini dell’impero asburgico.”,”Per la maggioranza degli ‘opinion makers’ sloveni, i protagonisti del Risorgimento (Mazzini, Garibaldi, Cavour) non erano eroi o esempi da imitare, ma soprattutto nemici dell’ Austria (pag 74)”,”AUTx-046″ “VERGINELLA Marta”,”Il confine degli altri. La questione giuliana e la memoria slovena.”,”Marta Verginella è professore ordinario di Storia del XIX secolo presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Lubiana (Slovenia). Ha curato il numero monografico della rivista ‘Qualestoria’ dedicato alla storiografia slovena degli anni ’90.”,”EURC-001-FFS” “VERGNON Gilles JOUBERT Jean P. BOYARD Claude BROUÉ Pierre ROSMER Alfred SEDOV Léon LEONETTI Alfonso”,”Fascisme, Nazisme. Face a Hitler? Le KPD de 1930 à 1933 (Vergnon); Léon Trotsky, la montée du nazisme et les relations germano-soviétiques (Joubert); Joseph Goebbels et le parti nazi à Berlin (Vergnon); Les intellectuels français et le 6 février 1934 (La droite et les «inclassables») (Boyard); Faut-il récrire l’histoire de la montée au pouvoir du nazisme? (Broué); Lettre sur l’Allemagne, 6 juillet 1933 (Rosmer); Lettre sur l’Allemagne, 3 février 1933, 22 février 1933 (Sedov); Rapport à Trotsky sur le régime fasciste en Italie, 1933 (Leonetti).”,”Gilles Vergnon nel suo saggio sul KPD tra il 1930 e il 1933 analizza il calo dei consensi al KPD nel ciclo elettorale di questo triennio, la perdita di voti anche a livello circoscrizionale (pag 17)”,”TROS-353″ “VERGNON Gille JOUBERT Jean-Paul BROUÉ Pierre REVOL René BARCELO Agnès”,”Souvernir de 1936. Tome II. Le «rayon majoritarire» de Saint-Denis: du centrisme à la contre-révolution (Vergnon); Autour du VIIe congrès de l’Internationale communiste (Joubert); La non-intervention de l’URSS en Espagne (juillet-septembre 1936) (Broué); La Navarre, un révélateur? (Broué); Républicains bourgeois et radicaux dans la genèse du Frente Popular (Revol); Les intellectuels et le Front populaire: un bilan de quelques travaux récents (Roche); Lutte contre le fascisme au Brésil (Barcelo).”,”Commemorazione del 50° del Fronte Popolare Nell’articolo di Gérard Roche si citano e recensiscono i libri di Géraldi Leroy e Anne Roche ‘Les écrivains et le Front populaire’ e l’opera di Pascal Ory e Jean-François Sirinelli ‘Les intellectuels en France de l’Affaire Dreyfus à nos jours’ (pag 70-)”,”PCFx-126″ “VERLAINE Paul”,”I poeti maledetti.”,”Morgan (Marco Castoldi, Milano 1972), dal ’92 cantante, autore e produttore del gruppo musicale Bluvertigo. Claudio Rendina è nato nel 1938 a Roma, dove vive. Scrittore, poeta, vaticanista e romanista, critico d’arte e giornalista, editore, dirige la Rendina Editori, che pubblica libri di storia, arte e tradizione romana. Paul Verlaine pseudonimo Pauvre Lelian. In questo libro inclassificabile, se non come un’antologia, saggio critico / autobiografico. Verlaine consacra, o condanna, alla posterità letteraria anche se stesso.”,”VARx-095-FL” “VERLEY Patrick”,”Enterprises et entrepreneurs du XVIII siecle au debut du XX siecle.”,”Questo libro di sintesi ricostruisce la nascita e lo sviluppo delle varie imprese industriali in FR, UK, USA, GERM e JAP. Lo studio si estende dalla metà del secolo XVIII fino agli anni ’20 del nostro secolo. L’A insegna all’ Univ di Paris I. Ha già pubblicato: -La Revolution industrielle, 1760-1870. M.A. EDITIONS. 1985 -La nouvelle histoire economique de la France contemporaine. LA DECOUVERTE. 1989, tome 2″,”FRAE-006″ “VERLINDEN Charles”,”Le origini della civiltà atlantica.”,”Charles Verlinden è stato professore all’Università di Gand e ha diretto l’Accademia Belga di Roma. Studioso di fama internazionale. “”I Portoghesi avevano aperto agli Europei degli Oceani e dei paesi conosciuti da lungo tempo da altri popoli e ove si erano sviluppate delle civiltà brillanti e raffinate. Gli Spagnoli fecere di meglio. Essi diedero per primi alla zona atlantica le sue vere dimensioni, attraversando l’Oceano Atlantico e scoprendo un Mondo Nuovo ove doveva diffondersi la civiltà occidentale”” (pag 538)”,”STOS-006-FSD” “VERMEIL Edmond”,”Doctrinaires de la revolution allemande, 1918-1938. W. Rathenau, H. Keyserling, Th. Mann, O. Spengler, Moeller Van den Bruck, Le Groupe de la ‘Tat’, A. Hitler, A. Rosenberg, Hans F. K. Gunther, W. Darre, G. Feder, R. Ley, J. Goebbels.”,”””La Prussia si darà ormai per compito quello di penetrare i paesi tedeschi del suo spirito giuridico, amministrativo e militare. Al contrario, riceverà dall’ Ovest e dal Sud dei buoni apporti civilizzatori destinati ad umanizzarla. Ma essa si difenderà contro di loro, contro una invasione che la priverebbe della sua coesione così duramente conquistata. Essa semplificherà, “”protestantizzerà”” la cultura tedesca, diminuendo la portata degli elementi venuti da fuori e collegati a dei poteri internazionali: umanesimo greco-latino, idea romana, razionalismo e democratismo occidentali, socialismo dal volto universale, azione della razza ebraica.”” (pag 19)”,”GERN-108″ “VERMEIL Edmond”,”La Germania contemporanea. Storia sociale, politica e culturale, 1890-1950.”,”””Dal 1900 al 1914 la socialdemocrazia ed i sindacati si organizzavano secondo queste direttive; il proletariato prese il suo posto nel Reich e si preparò a trarre profitto delle eventuali vittorie economiche e militari. Nel 1903 il Congresso di Dresda non escluse il revisionismo; la socialdemocrazia si dichiarò solidale con un capitalismo che era giustificato ragionevole perché sembrava organizzarsi saldamente in un mondo sempre più nuovo e pericoloso. Essa difendeva gli interessi della comunità nazionale, e incanalando così le energie rivoluzionarie sperava di trionfare sul terreno della legislazione sociale, e senza riconciliarsi apertamente con i ceti padronali, faceva una politica esattamente complementare alla loro. Nel 1907 il Bernstein pubblicò il suo sensazionale articolo sulle possibilità di conciliazione tra il marxismo e il colonialismo, e un po’ più tardi, verso il 1912, il socialista Hildebrand si dichiarò per l’ espansionismo tedesco nel mondo. E’ vero che questo socialdemocratico imprudente fu espulso dal partito, ma ciò non impedì che nel 1914 Noske pubblicasse il suo studio su Politica coloniale e socialdemocrazia in cui, pur criticando i metodi capitalistici, riconosce tuttavia l’ importanza economica della colonizzazione. Il socialismo insomma non aveva altre mire se non la ripartizione più giusta possibile dei profitti tra padronato e proletariato operaio.”” (pag 96-97)”,”GERx-067″ “VERNA Anna Maria”,”Donne del Grand Siècle.”,”Anna Maria Verna è assistente ordinario di Storia delle istituzioni politiche nel Dipartimento di Studi politici dell’Università degli Studi di Torino. Fa parte del Centro interdipartimentale di studi e ricerche delle donne (Cirsde). Ha pubblicato: ‘Patriarcato e Potere nel pensiero politico di Thomas Hobbes e John Locke’, Roma, 1982, ‘Jean-Jacques Rousseau o la Nascita del ‘maternage”, in ‘Tematiche Femminili’, Torino, 1988, ‘Alterità. Le metamorfosi del femminile da Platone a Lévinas’, Torino, 1991.”,”DONx-003-FMB” “VERNANT Jean-Pierre”,”Mito e pensiero presso i Greci. Studi di psicologia storica.”,”‘Esiodo diceva: davanti al merito – ‘areté’ – gli dèi hanno posto il sudore; ed anche per Senofonte, l’agricoltura è innanzitutto ciò che permette ad un certo tipo di ‘areté’ d’esercitarsi. Non basta avere delle capacità e dei doni, “”bisogna impiegarli””: ‘ergázesthai’; non c’è virtù che non sia virtù pratica. (1). Così si definisce, in contrasto con una vita di mollezze, di pigrizia e di spensieratezza, una forma di virtù attiva fatta d’energia, d’iniziativa e d’occupazione: ‘epiméleia’. Ma, per capire su quale piano psicologico si situi questo “”ardore per il lavoro”” (2), bisogna notare ch’esso appare in opposizione rispetto all’attività artigianale, la quale, costringendo gli operai ad una vita casalinga, a restare seduti nell’ombra della bottega o tutto il giorno vicino al fuoco, rammollisce i corpi e rende gli animi più vili (3). In antitesi col lavoro dell’artigiano, l’agricoltura s’associa ora all’attività guerriera per definire il campo delle occupazioni virili, dei “”lavori”” (‘èrga’), nei quali non si temono né la stanchezza né lo “”sforzo””, il ‘pónos’ (4). “”Io non vado mai a cena – dice Ciro a Lisandro – senza aver sudato nella fatica di qualche lavoro guerriero o campestre”” (5). Si dividano, in caso di guerra, i coltivatori e gli artigiani in due gruppi per chieder loro che cosa vogliono fare: quelli che coltivano la terra decideranno di difenderla con le armi, “”gli artigiani di non battersi, ma, come la loro educazione li ha assuefatti, di restarsene tranquilli senza fatica, né pericolo: ‘méte ponoûntas méte kindyneúontas”” (6). Come la guerra, così l’agricoltura non appare come un mestiere. Ci si deve addirittura chiedere se sia lecito applicarle il termine ‘téchnê’. Chi dice ‘téchnê’ dice sapere specializzato, tirocinio, procedimenti segreti di riuscita. Ma niente di tutto ciò è nel lavoro agricolo: le sole conoscenze ch’esso richiede sono quelle che ognuno può acquisire da solo osservando e riflettendo; esso non esige alcun tirocinio speciale (7). mentre “”quelli che praticano le arti nascondono, più o meno tutti, i segreti essenziali della loro arte”” (8). La terra invece “”non usa trucchi da prestigiatore, ma mostra con semplicità, senza mascherarlo e senza mentire, quello di cui è capace e quelo di cui non è capace””; ci rivela generosamente tutti i suoi segreti (9). L’esposizione fatta da Senofonte della semina, della sarchiatura, della mietitura, della trebbiatura, della spulatura, della coltura degli alberi da frutta, è tutta destinata a mostrarci in queste operazioni, non degli artifizi umani, ma “”la natura””. (…) Allora come si spiega il fatto che gli uomini non riescono tutti egualmente in agricoltura? Non si tratta di “”conoscenza o d’ignoranza””, né di “”scoperta di qualche procedimento ingegnoso di lavoro della terra””, ma, come nelle cose della guerra, “”di sforzo””, di “”vigilanza””: ‘epiméleia’. Escludendo ogni specie di tecnicità, il lavoro della terra vale quel che vale l’uomo: “”La terra permette di ben discernere quelli che valgono e quelli che non valgono. Infatti i pigri non possono, come nelle altre arti, addurre come pretesto che non se ne intendono””. Contrariamente alla ‘téchnê’ degli artigiani, la cui potenza è sovrana negli stretti limiti in cui si esercita, l’agricoltura e la guerra hanno inoltre in comune il fatto che in esse l’uomo sente la sua dipendenza nei confronti delle forze divine, il cui concorso è necessario alla riuscita della sua azione: il potere degli dèi è “”altrettanto assoluto per i lavori dei campi che per quelli della guerra””. Non si concepisce un’impresa militare in cui dapprima non si consultino gli dèi attraverso i sacrifici e gli oracoli: allo stesso modo, senza essersi propiziati gli dèi, non si possono intraprendere lavori agricoli. (…) Qual è la portata di quest’opposizione così fortemente segnata da Senofonte tra lavoro agricolo e mestieri d’artigiani? Essa consiste in ciò, che essi si riportano a due piani d’esperienza che, in larga misura, si escludono: l’attività dell’artigiano appartiene a un campo nel quale si esercita in Grecia un pensiero già positivo; l’agricoltura invece resta integrata ad un sistema di rappresentazione religioso. In essa, l’aspetto tecnico e strumentale del lavoro non può comparire: la distanza, temporale e tecnica, fra lo sforzo umano ed il suo risultato è troppo grande (…)’ (pag 290-293) [(1) e seguenti: Senofonte, Economico’]”,”STAx-271″ “VERNANT Jean-Pierre a cura; scritti di VERNANT VANDERMEERSCH GERNER BOTTERO CRAHAY BRISSON CARLIER GRODZYNSKI RETEL-LAURENTIN”,”Divinazione e razionalità. I procedimenti mentali e gli influssi della scienza divinatoria.”,”Karel Teige (Praga 1900-1951) nota figura delle avanguardie europee.”,”STAx-046-FF” “VERNE Jules”,”Il vulcano d’oro.”,”Jules Verne nacque l’8 febbraio 1828, a Nantes dall’Avvocato Pierre V. e da Sophie Allotte de la Fuye, che proveniva da una famiglia d’armatori e appassionati del mare. Finiti gli studi liceali, a Nantes, passò a quelli universitari di legge. Si stabil’ a Parigi, nel ’48, a vent’anni, per concludere gli studi di legge e fare esperienza di teatro. Il grande incontro di Verne in quegli anni, è Dumas padre, che aveva pubblicato I tre moschettieri, 1844.”,”VARx-020-FL” “VERNE Jules, a cura di FERRATA Giansiro e SPAGNOL Mario”,”Michele Strogoff. Mosca-Irkutsk.”,”Jules Verne nacque l’8 febbraio 1828, a Nantes dall’Avvocato Pierre V. e da Sophie Allotte de la Fuye, che proveniva da una famiglia d’armatori e appassionati del mare. Finiti gli studi liceali, a Nantes, passò a quelli universitari di legge. Si stabil’ a Parigi, nel ’48, a vent’anni, per concludere gli studi di legge e fare esperienza di teatro. Il grande incontro di Verne in quegli anni, è Dumas padre, che aveva pubblicato I tre moschettieri, 1844.”,”VARx-021-FL” “VERNE Jules, a cura di Mariella DI-MAIO”,”Edgar Allan Poe.”,”Poe ‘capo della scuola dello strano'”,”VARx-113-FV” “VERNE Jules”,”Dalla terra alla luna e intorno alla luna.”,”‘La fantascienza è spesso denominata anche con l’appellativo di ‘narrativa d’anticipazione’. Una definizione che ne demarca la tendenza – più che ad ‘anticipare’ possibili invenzioni tecnologiche – ad immaginare futuri scenari sociali, politici ed economici, di cui oggi s’intravede qualche sintomo. Secondo alcuni critici, infatti, la funzione principale della science fiction è l’estrapolazione, ovvero il riconoscimento, sulla base di alcuni elementi, di una tendenza in atto per proiettarla nei suoi sviluppi futuri [1]. La fantascienza sociologica degli anni ’50 e ’60, ad esempio, fece propria questa caratteristica, accantonando l’avventura spaziale degli anni ’30 e ’40, e rivolgendo lo sguardo e la penna all’uomo, formulando anche dure critiche alla società del progresso tecnologico, del consumismo, della massificazione [2]. A ben guardare, però, tale caratteristica è già presente nella narrativa di due dei tre padri fondatori del genere, o almeno ritenuti tali dalla maggior parte dei critici: Herbert George Wells e Jules Verne. Come nota il critico russo Julij Kagarlickij: ‘Alla fine della vita Verne giunse alla conclusione delle possibili conseguenze catastrofiche del progresso scientifico. L’opera di Wells comincia proprio qui. Jules Verne affrontò il problema dell’incompatibilità fra progresso tecnico e morale. Wells conferì a questo pensiero una forma socialmente concreta’ [3].”” (di Carmine Treanni) (www.quadernidaltritempi.eu) ([1] Sulle varie posizioni di critici e studiosi sullo statuto ideologico della fantascienza si rimanda a Adolfo Fattori, L’Immaginazione tecnologica. Teorie della fantascienza, Liguori Editore, Napoli 1980 [2] Cfr. James Gunn, Storia illustrata della fantascienza, Armenia Editrice, Milano 1979 (1975) [3] Julij Kagarlickij, H. G. Wells. La vita e le opere, Mursia, Milano 1974 (1963))”,”VARx-158-FV” “VERNE Jules, a cura di Maurizio GRASSO”,”Parigi nel XX secolo. Edizione integrale. (1863)”,”Jules Verne (Nantes 1828 – Amiens 1905) fu autore di circa sessanta romanzi d’avventura ispirati al progresso tecnologico (Dalla Terra alla Luna, I figli del capitano Grant, Ventimila leghe sotto i mari, Il giro del mondo in ottanta giorni, L’isola misteriosa, Michele Strogoff. Maurizio Grasso ha pubblicato due raccolte di racconti e tradotto molti classici della letteratura francese. “”A furia di moltiplicare le succursali dell’Università, i licei, i collegi, le scuole elementari, i convitti cristiani, i corsi preparatori, i seminari, le conferenze, gli asili, gli orfanatrofi, una istruzione sia pur minima aveva permeato fin negli ultimi strati l’ordine sociale. Se nessuno leggeva più, almeno tutti sapevano leggere, e addirittura scrivere; non c’era figlio d’artigiano ambizioso o contadino declassato che non aspirasse a un posto nell’amministrazione; il funzionarismo si sviluppava sotto tutte le forme possibili; più tardi vedremo quale legione di impiegati il governo guidasse al passo, e militarmente. Per ora sarà sufficiente spiegare come i mezzi di istruzione dovettero incrementarsi di pari passo con il numero di persone da istruire. Nel diciannovesimo secolo, non si erano forse inventate le società immobiliari, le banche degli imprenditori, il Credito Fondiario , quando si volle rifare una nuova Francia e una nuova Parigi? Ora, costruire e istruire è tutt’uno per gli uomini d’affari, visto che l’istruzione in fondo, non è altro che un tipo di costruzione, solo un po’ meno solido”” (pag 11-12)”,”VARx-627″ “VERNETTE Jean”,”L’ateismo.”,”VERNETTE Jean docente alla facoltà di teologia di Tolosa. “”Si ritrovano presso Marx (1) due dei dati costitutivi dell’ateismo del XVIII secolo. Innanzitutto la critica anticristiana, rigorosa e acuta, poi il materialismo, interpretato come affezione a ciò che è reale e naturale – a differenza della religione cristiana che sarebbe irreale e antinaturale. D’Holbach aveva già definito la religione oppio del popolo, e affermava l’imperativo del lavoro per l’uomo in opposizione ai piaceri aristocratici che favoriscono troppo le elucubrazioni religiose e ideologiche. Marx lo citerà apertamente per illustrare la propria dottrina su tre punti: la relazione tra la miseria degli uomini e la concezione di Dio; la denuncia della credenza in un’altra vita come smobilitatrice dell’azione nella vita presente; la constatazione che il cristianesimo in particolare smobiliterebbe l’uomo dal suo reale insediamento nel mondo terreno. Quando il giovane Marx lascia lo studio del diritto per quello della filosofia, i maestri che comincia a incontrare a partire dall’ottobre del 1836 nel “”Club dei dottori”” a Berlino fanno essi stessi parte di una sinistra spinta a sviluppare una viva critica antireligiosa situantesi direttamente nella linea della problematica atea dei Lumi, dell”Enciclopedia’ e del barone d’Holbach. La religione per esempio vi è sottomessa all’analisi storica e ridotta a un mito da Frederic David Strauss. Essa è spogliata di ogni trascendenza e ricondotta alla sua dimensione umana da Bruno Bauer (1805-1882); ora questo si riferisce esplicitamente, nel suo ‘Cristianesimo disvelato. Un ricordo del XVIII secolo’, al ‘Cristianesimo smascherato’ di d’Holbach. Marx presenterà infine il barone come il primo filosofo che abbia saputo sviluppare una sintesi del materialismo ateo e sociale unendo e radicalizzando il materiale storico cartesiano e il materialismo empirista inglese. Così può scrivere: “”Anche il comunismo sviluppato ha come origine il materialismo francese”””” Jean Vernette, L’ateismo, 2000 Marx-Engels, Sur la religion. Textes choisis, 1968, citato da D. Lacompte, in ‘De l’athéisme au retour du religieux’, 1996, p. 156-157) (pag 68-69)”,”FILx-456″ “VERNON Raymond”,”The Dilemma of Mexico’s Development. The Roles of the Private and Public Sectors.”,”VERNON Raymond”,”AMLx-124″ “VERONESI Enrico”,”Il giovane Mussolini 1900-1919. I finanziamenti del governo francese. L’oro inglese e russo. Gli amori milanesi.”,”VERONESI Enrico nota avvocato milanese, è stato consulente per il documentario dei giornalisti F. Laurenti e G. Novelli, ‘Il segreto di Mussolini’ (Rai Tre, 2005). “”Il giorno dopo l’uscita di Mussolini dal carcere, cioè il 13 marzo, fallisce un attentato al re di matrice anarchica e i deputati decidono di recarsi al Quirinale per felicitarsi dello scampato pericolo. I deputati socialisti non adersicono, ma Bissolati, Bonomi e Cabrini, tutti e tre della corrente riformista di destra, si recano ugualmente al Quirinale. L’episodio è violentemente stigmatizzato dai socialisti rivoluzionari e, ovviamente, da Mussolini. Questi fatti metotno in secondo piano i motivi iniziali della separazione tra partito e federazione che si attenuano e sono superati. La federazione di Forlì rientra nell’organizzazione del partito e partecipa al XIII congresso, tenuto a Reggio Emilia nel mese di luglio del 1912. Il congresso approva un ordine del giorno di Mussolini per l’espulsione dal partito dei riformisti di destra Bissolati, Bonomi, Cabrini e Podrecca. Questi costituiranno il partito socialista riformista italiano. Bissolati nel 1892 era stato tra i fondatori del partito socialista. Lui e Bonomi saranno ministri, il secondo anche presidente del consiglio dei ministri nel 1921. Podrecca collaborerà con Mussolini, divenuto interventista, al “”Popolo d’Italia”” e sarà tra i partecipanti alla riunione fondativa del fascismo”” (pag 49)”,”ITAF-324″ “VERONICA Q”,”Vietato ai minori.”,”Veronica è nata a Roma, appartiene a una famiglia dell’alta borghesia e frequenta il liceo classico. Questo è il suo romanzo d’esordio. Questa è la sua vita”,”BIOx-002-FER” “VERRA Valerio”,”Letture Hegeliane. Idea, natura e storia.”,”Valerio Verra insegna Storia della filosofia nell’Università di Roma ‘La Sapienza’ e dal 1970 è membro dell’Ufficio di Presidenza della internazionale Hegel Vereinigung. Ha dedicato la maggior parte della sua ricerca alla filosofia tedesca, dal pensiero dell’età di Goethe al nichilismo e all’ermeneutica. Ha scritto La filosofia di Hegel, la traduzione di La scienza della logica, parte prima della Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio con le Aggiunte e la Introduzione a Hegel. “”L’oggetto infatti è la «contraddizione assoluta» della completa indipendenza del molteplice e della altrettanto completa non-indipendenza dei distinti. Di qui il primo tipo di rapporto o sistema della oggettività costituito dal meccanismo, dove gli oggetti sono in un rapporto di reciproca estrinsecità e indifferenza, danno luogo a un semplice aggregato; …”” (pag 201)”,”HEGx-014-FL” “VERRI Pietro, a cura di Renzo DE-FELICE, saggio storico di Franco VENTURI”,”Meditazioni sulla economia politica.”,”Insieme a ‘Dei delitti e delle pense’ di Cesare Beccaria, le ‘Meditazioni sulla economia politica’ di Pietro Verri è il testo che ebbe maggior circolazione e diffusione nell’Italia dei Lumi… (4° di cop)”,”ECOT-373″ “VERRI Pietro”,”Discorsi.”,”Pietro Verri, milanese, filosofo economista 1781.”,”TEOP-098-FL” “VERRI Pietro, a cura di Franco CUOMO”,”Osservazioni sulla tortura. E singolarmente sugli effetti che produsse all’occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l’anno 1630.”,”Pietro Verri (1728-1797) esponente della cultura illuminista lombarda. Prese parte alla polemica din dfesa di Cesare Beccaria.”,”DIRx-001-FAP” “VERRIERE Jacques”,”Troppi o troppo pochi? Popolazioni e politiche demografiche nel mondo attuale.”,”Edizione italiana ampliata a cura di Roberto MAINARDI, con saggi di Eugenio SONNINO e Antonio GOLINI.”,”DEMx-027″ “VERRINA BONICELLI Francesco”,”Teleki Pal, un uomo controvento. E alcuni saggi.”,”L’ultima parte del libro è composta da un saggio dal titolo: “”Comunismo, sindacati e Chiesa nei confronti dei militari e della Giunta. L’anti-semitismo argentino”” (pag 157-193) Francesco Verrina Bonicelli, nato nel 1991 a Novi Ligure ha studiato a Genova laureandosi in Storia dell’Europa Orientale con relatore Roberto Sinigaglia.”,”UNGx-013″ “VERRINA BONICELLI Francesco”,”Comunismo, sindacati e Chiesa nei confronti dei militari e della Giunta. L’antisemitismo argentino. [Saggio estratto dal volume ‘Teleki Pal, un uomo controvento’]”,”””Un ‘desaparecido’ su dieci è infatti un insegnante, due su dieci sono studenti”” (pag 188-189) “”Nel maggio 1977 [il cardinale] Primatesta si reca in visita a Roma da Paolo VI, in missione per conto di Videla, per respingere ‘le esagerate e inesatte informazioni ricevute da alcuni sacerdoti. Nel cablogramma dall’Ambasciata dell’Argentina presso Città del Vaticano, datato 31 maggio, Primatesta riassume così il suo incontro con Paolo VI: ‘Sono da ritenersi superate le accuse di alcuni circoli religiosi e giornalistici sulla morte del vescovo Angelelli [‘vescovo Enrique Angelelli, una delle prime vittime della dittatura’, citato a p. 171 dall’autore, ndr]. Il rapporto sulla lotta contro la sovversione ha suscitato positive e fervide impressioni negli ambienti vaticani. La Santa Sede comprende che la sovversione ha raggiunto in Argentina livelli di efferatezza sconosciuti in altri Paesi. La Chiesa giudica che i sacerdoti legati alla guerriglia siano incorsi in un errore gravissimo. Videla si è guadagnato un definitivo apprezzamento, il Vaticano è convinto che egli non nutra disegni totalitari’ (69). Addirittura il 26 ottobre dello stesso anno, il papa incontra l’ammiraglio Massera, un mese dopo nominato docente onorario dell”Universidad del Salvador’, di Buenos Aires. Massera si dedica alla “”evangelizzazione”” giovanile attraverso la sua associazione ‘Guardia de Hierro’, in omaggio alla omonima ‘Garda de Fier’, gruppo romeno degli anni ’30, formazione anti-semita, para-militare e filo-nazista di Corneliu Codreanu (dalle cui fila attinge a piene mani la ‘Securitate’). A tale proposito è utile ricordare il discorso che tiene Massera ricevendo la nomina di docente onorario: ‘La crisi attuale dell’umanità si deve a tre uomini. Nella seconda metà del XIX secolo Marx pubblica i tre volumi di ‘Das Kapital’ e mette in discussione il carattere inviolabile della proprietà privata; agli inizi del XX secolo lo spazio sacro dell’ambito intimo è aggredito da Freud nel suo libro ‘L’interpretazione dei sogni’, (…) e (…) Einstein enuncia nel 1905 la ‘Teoria della relatività’ (…)’ (70) “” (pag 182-183) (69) H. Verbitsky, Doppio Gioco, Fandango, Roma, 2011 (pp. 297-98) (70) F. Gallina, Le isole del purgatorio, Ombre Corte, Verona, 2011, p. 153″,”AMLx-155″ “VERSTRAETE Maurice”,”Mes Cahiers Russes. L’ ancien régime. Le gouvernment provisoire. Le pouvoir des soviets.”,”L’A, filo-menscevico, critica la politica estera, interna (terrore) ed economica (nazionalizzazioni) dei bolscevichi in generale e di Lenin Trotsky in particolare. “”I bolscevichi sono spinti dalle loro dottrine alla concezione centralizzatrice dello Stato onnipotente, e su questo punto si avvicinano all’ altra frazione del partito germanofilo in Russia, ovvero ai conservatori, i quali anch’essi concepiscono la Russia come un impero centralizzato sottomesso ad un potere autocratico. Nelle teorie di questi entusiasti avversari dell’ imperialismo c’è anche dell’ imperialismo. La sola differenza, è che invece di essere capitalista, il loro imperialismo è socialista (…)””. (pag 227) “”I minimalisti hanno un atteggiamento molto diverso da quello dei bolscevichi. L’ autorità morale del loro partito è cresciuta molto in questi ultimi tempi e il loro principale organo, la Novaia Jisn, che si pubblica a Pietrogrado, è uno dei giornali più influenti.”” (pag 298) “”Les bolcheviks n’ont pas manqué de supprimer le ‘Dielo Naroda’ et d’ accuser de trahison les socialistes révolutionnaires de droite. Le président de la Commune du Nord, Zinoviev, a prononcé contre eux un réquisitoire d’une violence extrême et les a accusés de s’être vendus au Japon, à la France et à l’ Angleterre.”” (pag 304)”,”RIRx-135″ “VERUCCI Guido”,”L’Italia laica prima e dopo l’Unità, 1848-1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana.”,”VERUCCI Guido nato nel 1929 è professore ordinario di storia moderna nell’Università di Salerno (1981). E’ stato allievo di Chabod all’Univ. di Roma e all’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli. Si è occupato di storia politica e culturale francese e italiana tra Ottocento e Novecento. “”Diversa era invece l’impostazione del problema dei rapporti del socialismo con la religione che davano Marx ed Engels, e che essi si sforzavano di far prevalere nell’Internazionale, la quale nei suoi statuti del 1864, cui peraltro si richiamava anche Bakunin, aveva affermato il principio, ribadito poi nel 1871, che l’adesione all’associazione comportava il riconoscimento di criteri di comportamento ispirati alla verità, alla giustizia e alla morale, “”sans distinction de couleur, de croyance ou de nationalité”” (111). Questa impostazione emerge già chiaramente nella corrispondenza del 1871-1872 di Marx ed Engels con Carlo Cafiero, da essi inviato in Italia come rappresentante del Consiglio generale dell’Internazionale. In una lettera a Cafiero del 1° luglio 1871 Engels, in polemica con Bakunin, pur rivendicando a se stesso e a Marx di essere “”quasi tanto vecchi e buoni atei e materialisti quanto Bakunin, siccome lo sono ancora quasi tutti i nostri membri…””, sosteneva che l’Internazionale non doveva diventare una setta, e non poteva pertanto accettare che l’ateismo e il materialismo fossero resi obbligatori per gli aderenti all’associazione, come pretendeva Bakunin; “”il porre queste cose nel nostro programma – concludeva, riferendosi anche ad altri principi, quali l’abolizione dell’eredità e l’abolizione dello Stato – sarebbe allontanare un immenso numero dei nostri membri, e dividere in luogo di riunire il proletariato Europeo”” (112). In una posteriore lettera allo stesso Cafiero, del 28 luglio 1871, Engels, pur accettando il punto di vista di Cafiero, cioè la necessità che i membri dell’Internazionale a più lunga scadenza affrontassero la discussione sulle questioni nelle quali vi fossero divergenze di opinione, ma senza turbare la solidità e la stabilità dell’associazione, sulla questione religiosa ribadiva che “”non possiamo ufficialmente parlarne, eccetto dove i preti ci provocano, ma voi sentirete lo spirito di ateismo in tutte le ns. pubblicazioni, ed inoltre noi non ammettiamo società alcuna che abbia il più lieve senso di allusione religiosa nei suoi statuti””; e concludeva dicendo che se, per esempio, a Napoli, “”la città in cui… non solo Dio è onnipotente, ma anche san Gennaro””, la sezione dell’Internazionale si fosse costituita come società di atei, avrebbe avuto scarse possibilità di propaganda (113). Era affermata qui, come si vede, una posizione di ateismo pratico, cui non corrispondeva , non doveva corrispondere, una dichiarazione di ateismo storico. Si trattava di una posizione dettata non solo da esigenze tattiche, ma da una precisa e coerente impostazione teorica, come si è detto nel capitolo precedente”” [Guido Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità, 1848-1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana, 1981] [(111) Cfr. ‘La Première Internationale. Recueil de documents publié sous la direction de J. Freymond’, I, Genève, 1962, p. 11; (112) Cfr. ‘La corrispondenza di Marx e Engels con italiani’, cit. p. 21; (113) Ivi, pp. 356] “”Nel programma elaborato al congresso di Genova la lotta del partito s’indirizza contro “”gli attuali organismi economico-sociali, difesi dall’odierno sistema politico”” (153). Non vi erano riferimenti alla religione e alla Chiesa, alla lotta da condurre contro di esse, alle motivazioni di questa lotta, com’era stato nei programmi e nelle dichiarazioni dei movimenti socialisti precedenti. Si trattava di una svolta importante, sempre sul piano dell’atteggiamento ufficiale del partito. Una svolta che era stata determinata essenzialmente dalla impostazione marxista della questione dell’emancipazione dei lavoratori e del socialismo indubbiamente prevalsa, sia pure, com’è noto, in modo tutt’altro che esclusivo, a Genova. Impostazione che per quel che riguarda l’atteggiamento verso la religione si riallacciava alla già illustrata presa di posizione di Marx ed Engels, nel 1871-72, nella corrispondenza con Carlo Cafiero, sul carattere determinante della lotta per l’emancipazione economica, e sulla necessità di accantonare le questioni religiose per non dividere il proletariato. Impostazione che era allora sostenuta in modo particolare da Bissolati, il quale contribuiva a mettere in circolazione la formula della religione “”affare privato”” che era stata elaborata nel programma di Erfurt del 1891 del partito socialdemocratico tedesco (154), fatta propria dal gruppo dirigente capeggiato da Turati, propagandata dalla stampa ufficiale del partito, da “”La lotta di classe”” all'””Avanti!””, a “”Critica sociale””, con dichiarazioni di rispetto per la religione onestamente professata, ecc.”” [Guido Verucci, L’Italia laica prima e dopo l’Unità, 1848-1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana, 1981] (pag 349) [(153) Cortesi, ‘La costituzione del Partito socialista italiano, cit., pp. 265-6; (154) Per la posizione di Bissolati, chiara già nella nota lettera a Ghisleri del 20 aprile 1885, in cui si raccomandava che “”noi nella piccola lotta quotidiana, nella propaganda di preparazione, si rimanga estranei al dibattito religioso mirando solo alla agitazione economica””, in ‘La scapigliatura democratica. Carteggi di Arcangelo Ghisleri’, cit., p. 54, si possono veder l’articolo della “”Critica sociale”” del 30 marzo 1891 ‘La religione e noi’, e la prefazione accanto a quella di Turati, della ristampa di ‘Dio e lo Stato’ di Bakunin (Firenze 1893)]”,”MITS-429″ “VERZI Ernesto”,”I metallurgici d’Italia nel loro sindacato.”,”ANTONIOLI è professore di storia contemporanea nell’Università Statale di Milano. Ernesto VERZI primo segretario della FIOM fondata a Livorno ne: 1901.”,”MITT-286″ “VERZI Juan”,”Artigas. Salvé tres veces la independencia americana.”,”Contiene dedica autore (1971) L’autore: Capitano Juan Verzi”,”AMLx-172″ “VESPA Bruno”,”Il cuore e la spada. Storia politica e romantica dell’Italia unita, 1861-2011.”,”VESPA Bruno giornalista Rai, direttore del Tg1, dirige la trasmissione ‘Porta a porta’. Libro donato da RC “”Mussolini scrisse alla segreteria di Stato vaticana di essere pronto ad accordare la grazia a Gramsci se il detenuto l’avesse richiesta. Ma Nino non lo fece, per orgoglio personale e politico: il regime si sarebbe servito della sua sottomissione come di un formidabile strumento di propaganda. Tuttavia sarebbe stato possibile il suo rilascio con uno scambio di prigionieri, caldeggiato dallo stesso Gramsci con la cognata Tatiana nel 1933. Tra il 1933 e il 1936, infatti, i rapporti del fascismo con Mosca furono molto buoni e la Santa Sede ne propose la liberazione in cambio di quella diun vescovo russo condannato a morte. Il vescovo fu liberato, ma Gramsci restò in carcere, e negli archivi del partito e dello Stato non c’è traccia di una richiesta sovietica all’Italia di rilasciare l’illustre detenuto. Resta documentata soltanto una visita al carcere di Turi nell’estate del 1932 del sostituto della segreteria di Stato vaticana, Giuseppe Pizzardo, fatta con l’unico scopo di lasciare a Gramsci un biglietto da visita con un’unica parola: “”Ossequi””. Non c’è traccia nemmeno di passi sovietici presso il regime fascista quando nel 1928, secondo Spriano, Togliatti avrebbe sollecitato Nikokaj Bucharin a chiedere al governo italiano la liberazione di Gramsci come segno di gratitudine nei confronti dell’Unione sovietica, il cui rompighiaccio Krassin aveva salvato alcuni membri della spedizione artica di Umberto Nobile. Scrisse nei suoi diari la nuora di Gramsci, Margarita, moglie di Giuliano: “”Nelle prigioni sovietiche era reclusa una spia che il governo italiano sarebbe stato disposto a scambiare con mio suocero. L’operazione non fu condotta in porto: per i servizi segreti sovietici e per la macchina della propaganda comunista era molto più conveniente che Antonio seguitasse a restare in prigionie in Italia”” (Giancarlo Lehner, La famiglia Gramsci in Russia)”” (pag 206-207) TOGLIATTI: CAPRARA, E’ VERO IL MIGLIORE ABBANDONO’ GRAMSCI IL GIALLO DELLE LETTERE E DEI DIARI Roma, 29 feb. -(Adnkronos)- E’ vero: Palmiro Togliatti abbandono’ Antonio Gramsci al suo destino. E nulla fece per farlo uscire dal carcere di Turi dove l’intellettuale era rinchiuso. La sua liberazione fu invece trattata dal Vaticano, in particolare da Monsignor Giuseppe Pizzardo, sostituto della segreteria di stato. A confermare i dubbi espressi da alcuni storici sui reali rapporti intercorsi tra i due leader e’ Massimo Caprara, che e’ stato per circa vent’ anni segretario di Togliatti e ha quindi vissuto dall’interno tutti gli avvenimenti piu’ importanti della storia del Pci. ”Non ci fu -ha rivelato Caprara- nei confronti di Gramsci da parte dell’Internazionale Socialista, di Mosca e del Komintern di cui Togliatti era numero due, un impegno analogo a quello della Chiesa, ne’ la stessa sollecitudine”. Anzi, dalla biografia del Migliore che Caprara ha ricostruito in forma di racconto in un libro che si intitola ”L’inchiostro verde di Togliatti” (pubblicato in questi giorni dalla nuova casa milanese Simonelli editore) si evince che la ”rottura” tra i due sarebbe databile al ’31. Fu allora infatti che Togliatti ricevette da Gramsci un plico sigillato di documenti. In uno di essi l’intellettuale scriveva ”La passione violenta vi fa perdere di vista e dimenticare i nostri doveri di militanti che non sono quelli di criminalizzare l’opposizione di Trotzkij e Zinoniev contro Stalin”. La risposta di Togliatti, scrive Caprara, fu un monito ”tanto secco e perentorio da escludere qualsiasi forma di tolleranza presente e futura”: ”cercate di tenere i nervi a posto”. (segue) (Adn Kronos) Giuseppe Pizzardo (Savona, 13 luglio 1877 – Roma, 1º agosto 1970) è stato un cardinale italiano della Chiesa cattolica, nominato da papa Pio XI nel concistoro del 13 dicembre 1937. Viene ricordato in particolare per gli interventi repressivi verso l’esperienza dei preti operai: nominato Prefetto della Congregazione dei Seminari, nel luglio del 1954 proibì a tutti i seminaristi di farsi assumere in fabbrica, per via del pericolo di contaminazione intellettuale e morale[1]. Cinque anni dopo fu l’autore della lettera ai preti operai in cui li obbligava a scegliere tra vita operaia e vita sacerdotale[2]. Con il Concilio le sue posizioni verranno superate da Paolo VI, che nel 1965 darà il consenso all’esperienza dei preti operai[3]. (wikip)i”,”ITAP-188″ “VESPA Bruno”,”Storia d’Italia da Mussolini a Berlusconi. 1943 – L’arresto del Duce. 2005 – La sfida di Prodi. Con le testimonianze di Giulio Andreotti.”,”””Perché il Pool di Mani Pulite ignorò Agnelli e De Benedetti?”” (pag 323)”,”ITAP-209″ “VESPA Bruno”,”L’Italia spezzata. Un paese a metà tra Prodi e Berlusconi.”,”B. Vespa, giornalista alla Rai,, è nato a L’Aquila nel 1944. 1948. Quando Togliatti pensava alle larghe intese (pag 134-) Questione insurrezione armata del Pci. Stalin disse no. (pag 138)”,”ITAP-223″ “VESPA Bruno”,”Vincitori e vinti. Le stagioni dell’odio. Dalle leggi razziali a Prodi e Berlusconi.”,” E (Otello) Montanari rivela i retroscena della strage dei Cervi. (pag 117) Montanari conosce anche la chiave dell’omicidio Onfiani, che per i fascisti fu l’occasione (o il pretesto) per ammazzare i fratelli Cervi (pag 121) “”””L’omicidio Vischi non fu opera di fascisti ma, come risultò in seguito, di persone iscritte al Pci””. L’ingegnere Arnaldo Vischi era l’uomo che stava ricostruendo le Fonderie Reggiane: non era un fascista (era stato chiamato alla guida dell’azienda dopo la Liberazione), bensì “”un padrone””.”” (pag 125)”,”ITAR-249″ “VESPA Bruno”,”Scontro finale. Chi vincerà l’ultimo duello.”,”Bruno Vespa, L’Aquila 1944) ha cominciato a sedici anni il mestiere di giornalista…”,”ITAP-043-FV” “VESPUCCI Amerigo, a cura di Cristiano SPILA”,”Mundus Novus.”,”Cristiano SPILA dottore di ricerca in italianistica all’Università La Sapienza (Roma) si è occupato di vari temi incentrati sul Rinascimento. “”Come è stato ampiamente sottolineato dagli studiosi, Vespucci non era un comandante, o un navigatore; semmai un mercante dapprima costretto a viaggiare, e poi divenuto appassionato di carte nautiche e di scienza della navigazione, e infine scopritore.”” (pag 11) “”Il motivo del nome ha lasciato tracce profonde nella memoria degli stessi americani. Spiritualisti come Ralph Waldo Emerson, ad esempio, reagiscono in modo parossistico, quasi che la questione della legittimità del nome contenga in qualche modo le ragioni stesse de suo esaurimento storico. L’assoluta indignazione provata da Emerson è, in certa misura, correlata a un evidente imbarazzo – in certo senso più che comprensibile – di fronte alla forza con cui il nome si è affermato a dispetto delle confutazioni storiche. Secondo lui, il nome America è frutto di una usurpazione (…)””. (pag 21) “”5) Lì ci rendemmo conto che quella terra non era un’isola ma un continente, poiché si estendeva per lunghissimi lidi che non la circondavano ed era piena di infiniti abitanti. E qui scoprimmo innumerevoli genti e popolazioni e animali selvatici di tutti i tipi, che non si incontrano nei nostri paesi, e molti altri da noi mai visti dei quali sarebbe lungo parlarne dettagliatamente.”” (pag 51)”,”ASGx-030″ “VESTUTI Guido”,”La rivoluzione permanente. Uno studio sulla politica di Trotsky.”,”””Le relazioni tra il partito degli operai rivoluzionari e la borghesia democratica sono basate su questo: marciare insieme con loro contro la fazione che occorre sconfiggere; opporsi invece ogni qual volta essi cerchino di consolidare la propria posizione, nel proprio interesse”” (Marx, Engels) (pag 12) “”La Russia non avrebbe potuto che seguire uno sviluppo storico di progressivo indebolimento dell’ autocrazia e di avvento di forme sociali borghesi, con la conseguente distruzione della comunità agricola. Questa si sarebbe salvata solo se la Russia avesse potuto fruire dell’ appoggio di una rivoluzione proletaria in Occidente. Nella prefazione dell’ edizione russa del Manifesto comunista viene infatti così affermato: “”la questione cruciale è ora: può l’ obscina russa… venir trasformata direttamente in una forma superiore di proprietà comunista del suolo, o dovrà passare attraverso lo stesso processo di decomposizione manifestantesi nella evoluzione storica d’ Occidente? Oggi una sola risposta è possibile alla questione. Se la rivoluzione russa suonerà da segnale per una rivoluzione proletaria in occidente, così da completarsi entrambe vicendevolmente, la prevalente forma di proprietà comunale della terra in Russia, potrà servire come punto di partenza per uno sviluppo comunista””. Il problema della rivoluzione internazionale, tanto importante per la politica di Trotsky, vien così richiamato per risolvere la situazione russa”” . (pag 25) “”La rivoluzione borghese diviene così una forma di “”assolutismo popolare””, socialmente borghese e politicamente estremista. Occorre quindi scindere il momento economico da quello politico. E’ il superamento più evidente apportato da Lenin al pensiero marxista e trova conferma nell’ esame delle tesi leniniste sull’ organizzazione del partito, che faremo in seguito. La fase borghese è necessaria – dice Lenin – ma occorre essere contro la borghesia moderata. “”Più ampi strati della borghesia monarchica, sono per la teoria dell’ accordo tra zar e popolo (liberazionisti o cadetti). La borghesia dimostra con tale teoria il proprio tradimento della rivoluzione, pronta a sostenerla all’ inizio, unita alla reazione contro di essa, poi. Il proletariato rivoluzionario, in quanto guidato dalla socialdemocrazia, esige l’ assolutismo popolare, vale a dire, la completa distruzione della forza di reazione, e prima di tutto, l’ abbattimento del governo zarista sostituito da un governo provvisorio rivoluzionario””. (pag 32, Lenin) “”Proprio nella classe operaia ripose, invece, le proprie speranze uno stranissimo personaggio; dalla vita movimentatissima, dalla dirittura morale discutibile, dall’ intelligenza assai acuta, a cui molto dovette Trotsky: Parvus. Lo scritto di Trotsky “”Prima del 9 Gennaio”” contiene una illuminante prefazione di Parvus, secondo il quale gli avvenimenti concreti hanno superato le tesi politiche più avanzate e apparentemente utopitiche. Egli ricorda l’ importanza dell’ artigianato e delle città nelle rivoluzioni borghesi dell’ Europa occidentale””. (pag 45) “”Trotsky così conclude: “”la nostra opinione è che la rivoluzione russa crea condizioni per le quali il potere politico può (e, in caso di rivoluzione vittoriosa, deve) passare nelle mani del proletariato, prima che i politici della borghesia liberale abbiano occasione di dare pieno slancio al proprio genio politico””””. (pag 50-51) “”I rapporti tra forze politiche e forze economiche, non sono costanti. Infatti dice Trotsky, “”tra le forze produttive di un paese, da un lato, e la forza politica delle classi sociali, dall’ altro, vi è in un dato momento, un incrocio di vari fattori socio-politici di carattere nazionale ed internazionale, che modificano e qualche volta completamente capovolgono l’ espressione politica delle relazioni economiche. Vediamo che gli Stati Uniti sono indubbiamente più avanzati industrialmente della Russia, mentre il ruolo politico degli operai russi, la loro influenza sulla vita politica del paese e le loro possibilità di influenzare la politica mondiale nel prossimo futuro, sono incomparabilmente più grandi di quelle del proletariato americano”””” (pag 51) “”Trotsky riteneva, una volta conquistato dal proletariato il potere politico, impossibile arrestarsi al limite borghese della rivoluzione.”” (pag 53-54) “”Insomma la supremazia politica del proletariato (questo l’ errore di Lenin, agli occhi di Trotsky) non può accompagnarsi alla dipendenza economica. Nel suo slancio rivoluzionario il proletariato non può arrestarsi””. (pag 55)”,”TROS-092″ “VESTUTI Guido”,”Il partito politico. Una introduzione critica.”,”””Il leninismo quale fusione di marxismo e teoria minoritaria”” (pag 62-66)”,”TEOS-009-FMB” “VETTER Cesare”,”Dittatura e rivoluzione nel risorgimento italiano.”,”VETTER Cesare insegna storia del risorgimento e storia della Francia presso l’ Università di Trieste. Coautore di ‘Nazionalismo e neofascismo nella lotta politica al confine orientale 1945-1975’ (1977), ha pubblicato molti saggi e monografie: ‘Carlo Pisacane e il socialismo risorgimentale’ (1984), ‘Il dispotismo della libertà. Dittatura e rivoluzione dall’ Illuminismo al 1848′ (1993). Dittatura rivoluzionaria: l’ influenza di Buonarroti. “”Abbiamo già segnalato elementi di ‘dittatura rivoluzionaria’ in Carlo Botta (1796), Girolamo Bocalosi (1797), Vicenzo Russo (1798) e analizzato nel dettaglio le teorizzazioni riscontrabili in Carlo Bianco di Saint-Jorioz e Benedetto Musolino. Sulle concezioni di dittatura rivoluzionaria presenti nel pensiero politico di Garibaldi rinviamo ad un contributo in corso di pubblicazione. Il discorso può essere ripreso da protagonisti del Risorgimento italiano vicini a Buonarroti. Così Gioacchino Prati – che nel 1823 figura tra i firmatari della dichiarazione di principii di una vendita di carbonari italiani a Londra, decisamente critica nei riguardi di ogni ipotesi dittatoriale – nel 1831 in una lettera a De Meester si schiera apertamente a favore della dittatura (…)””. (pag 94)”,”ITAB-181″ “VETTER Cesare”,”Il dispotismo della libertà. Dittatura e rivoluzione dall’Illuminismo al 1848.”,”Cesare Vetter insegna ‘Storia dell’età dell’Illuminismo’ presso l’Università di Trieste (1993). Coautore di ‘Nazionalismo e neofascismo nella lotta politica al confine orientale 1945-1975’ (Trieste, 1977). Ha pubblicato ‘Carlo Pisacane e il socialismo risorgimentale. Fonti culturali e orientamenti politico-ideali’, Milano; 1984. Moltissime note a piè di pagina. “”Ciò che qui interessa segnalare è invece il fatto che – a prescindere dalla correttezza o meno dei giudizi espressi su Robespierre – la «dictature révolutionnaire» (424), nell’impostazione di Jaurès, ha la sua giustificazione storica proprio per aver aperto in modo irreversibile il cammino della democrazia. Avendo svolto tale funzione, essa è un elemento consumato e irrepetibile e non rientra tra gli aspetti normativi della rivoluzione francese (425). Esemplare al riguardo l’interpretazione che nelle ‘Observations’, poste alla fine del primo volume (‘Histoire socialiste de la Révolution francaise’ (1900-1903), ndr), Jaurès dà di un passo della ‘Critica del Programma di Erfurt’ di Engels, richiamato con tutt’altro significato anche da Lenin in ‘Stato e rivoluzione’ (426), Jaurès interpreta l’espressione «dictature du prolètariat», usata da Engels a proposito della Repubblica dell’anno II, non come prefigurazione di un modello di organizzazione del potere di classe, ma nel senso generico di progressiva importanza assunta dalla «crossiance ouvrière» nelle vicende del 1793-1794 (427)”” (pag 81-82) [(424) Jaurès, per caratterizzare l’impostazione di Robespierre, usa l’espressione «dictature de la France révolutionnaire appuyée sur Paris» (Histoire socialiste, cit. I, VI, p: 192). Il paragrafo conclusivo del capitolo III del tomo VI recita ‘Robespierre et la dictature révolutionnaire’ (ibidem, p.278); (425) La notazione secondo cui in Jaurès «… alcuni aspetti della Rivoluzione vengono generalizzati e acquistano un senso normativo, altri no…» si trova in G. Manacorda, ‘Prefazone’ a J. Jaures, ‘Storia socialista della Rivoluzione francese’, I, ‘La Costituente’, Milano, 1953, p. LVII; (426) Cfr. Manacorda, ‘Prefazione’, cit., pp. XLVII ss., e nota 2 all’ ‘Introduzione critica’, ivi, p. 4; (427) J. Jaurès, ‘Histoire socialiste’, cit., t. I, seconda parte, pp. 460-461: «Engels à ecrit que la République démocratique avait été, en 1793, l’instrument de la dictature du proletariat. En quel sens et dans quelle mesure cela est-il vrai? Par quelles réactions multiples, innombrables, des phénomènes politiques sur les phénomènes économiques et de ceux-ci sur ceux-là a-t-elle pu se préparer? Voilà ce que j’ai tenté de noter de jour en jour (…) et plus j’ai approfondi le mouvement révolutionnaire, plus je me sui convaincu que la démocratie avait, par elle même, une vertu socialiste, qu’elle favorisait e suscitait la croissance ouvriere…». Nella ‘Préface’ a ‘Études socialistes’ (1901), Jaurès cita il sopraricordato passo di Engels a sostegno della tesi secondo cui «… La République est (…) la forme politique du socialisme: elle l’annonce, elle le prépare, elle le contient même déjà en quelque mesure, puisque seule elle y peut conduire par una évolution légale, sans rupture de continuité…» (J. Jaurès, ‘Études socialistes’, Paris-Genève, 1979, p. LXIII). Per l’interpretazione di Lenin cfr. ‘Stato e rivoluzione’ (1918), in ‘Opere scelte’, 6 voll, Roma-Mosca, 1975, vol. IV, p. 285] “”Nella ricostruzione del quadro, non si può dimenticare che dopo il primo cenno alla «dittatura del proletariato» nell’articolo ‘Conseguenze del 13 giugno 1849’, pubblicato sulla ‘Neue Rheinische Zeitung’ del marzo 1850 (537), e la successiva ripresa della formula nel noto passo della lettera a Weydemeyer del 5 marzo 1852 (538), Marx osserva un silenzio di più di vent’anni (539), riproponendo l’espressione solamente nella ‘Critica del programma di Gotha’, inviata a Bracke nel 1875 ed edita per la prima volta nel 1891 (540). Engels a sua volta la riprenderà nel saggio ‘La questione delle abitazioni (1872-1873), 1887) (541), nello scritto ‘Per la critica del progetto di programma del partito socialdemocratico’ (preparato nel 1891 e pubblicato sulla ‘Neue Zeit’ nel 1901 (542) e nell”Introduzione’ all’edizione tedesca del 1891 de ‘La guerra civile in Francia’ di Marx (1871) (543). Per quanto riguarda Lenin – oltre ovviamente a valutare la novità e l’incidenza della concezione del partito, elaborata nel ‘Che fare?’ (1902) (544) – vanno distinte le formulazioni sulla «dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini», espresse nel 1905, dalle successive messe a punto (545). Le scaturigini di questi tormentati e complessi percorsi vanno – a nostro avviso – ricondotte anche al quadro che siamo venuti disegnando. Pur condividendo in linea di massima il giudizio di Hobsbawm, secondo cui Marx avrebbe usato il termine dittatura «solo per definire il ‘contenuto’, più che la forma assunta dal dominio di un gruppo o di una classe» (546), ci sembra che restino da approfondire le assonanze tematiche con il filone babuvista-buonarrotiano degli spunti dittatoriali largamente circolanti negli scritti di Marx ed Engels sulla ‘Neue Rheinische Zeitung’ del 1848 (547). Tra l’altro, va ancora ricordato che, se la formula ‘dittatura del proletariato’ viene usata per la prima volta da Marx nel sopracitato articolo del marzo 1850 (548), essa ricompare un mese dopo negli statuti dell’ Associazione mondiale dei comunisti rivoluzionari’ (aprile 1850), costituita da membri della ‘Lega dei comunisti rivoluzionari’ (aprile 1850), costituita da membri della ‘Lega dei comunisti’, da esponenti blanquisti in esilio a Londra e da rappresentanti dell’ala rivoluzionaria del movimento cartista (549). Tra i nomi che figurano in questa società (aprile-ottobre 1850) ci sono quelli di Adam, Emmanuel Barthèlemy e Jules Vidil, già presenti nelle società segrete di ispirazione blanquista nella Francia della monarchia di luglio (550). Marx ed Engels sottoscrivono il documento sui principii dell’associazione, preparato da August Willich, che – come è noto – sarà successivamente, insieme a Karl Schapper, il promotore della scissione della ‘Lega dei comunisti’ nel settembre 1850: «Scopo dell’associazione è il rovesciamento di tutte le classi privilegiate, la loro sottomissione alla dittatura del proletariato, durante la quale sarà mantenuta la rivoluzione in permanenza sino a che non si sarà realizzato il comunismo, che sarà l’ultima forma di organizzazione dell’umana famiglia» (551)”” (pag 99-100) [Cesare Vetter, ‘Il dispotismo della libertà. Dittatura e rivoluzione dall’Illuminismo al 1848’, Franco Angeli, Milano, 1993] [(537) Cfr. nota. 534: ‘Marx usa per la prima volta l’espressione «dittatura del proletariato» in un articolo sugli avvenimenti francesi, pubblicato nella «Neue Rheinische Zeitung, Politisch – ökonomish Revue», Hamburg, fasc. III, marzo 1850’. Nei tre articoli pubblicati nei primi tre fascicoli della ‘NRZ’ (gennaio-marzo 1850) e che successivamente – assieme alla parti dedicate alla Francia nella ‘Rassegna maggio-ottobre 1850’ (fascicolo V-VI) – confluiranno nell’opera del 1895, Marx usa più volte il termine dittatura. Cfr. ‘Le lotte di classe in Francia’, cit., pp. 66, 74, 96, 105, 121, 126, 130. (…); (538) Cfr. nota 530: ‘K.Marx, Lettera a Joseph Weydemeyer, 5 marzo 1852, in K. Marx F. Engels, ‘Opere complete’, vol, XXXIX, Roma, 1972; (539) La formula non risulta, come erroneamente più volte è stato affermato, nello scritto del 1871 ‘La guerra civile in Francia’; (540) Cfr. K. Marx, ‘Critica del programma di Gotha’, in K. Marx F. Engels ‘Opere scelte’, a cura di L. Gruppi, Roma, 1966, p. 970 (…); (541) F. Engels, ‘La questione delle abitazioni’ (1872-1873, 1887), Roma, 1988, p. 107 (…); (542) F. Engels, ‘Per la critica del progetto di programma del partito socialdemocratico’, in K. Marx F. Engels, ‘Opere scelte’, cit., pp. 1165-1179; a p. 1175; (543) F. Engels, ‘Introduzione all’edizione tedesca del 1891’, in K. Marx, ‘La guerra civile in Francia’, Roma, 1977, p. 28; (544) Lenin, ‘Che fare?’, in ‘Opere scelte’, cit., vol I, pp. 246-394; (545) Lenin, ‘La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini’, 12 aprile 1905, in ‘Opere scelte’, cit, vol I, pp. 549-556; Idem, ‘Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica’, ivi, pp. 557–659. Cfr. V. Zilli, Lenin e l’elaborazione della formula “”dittatura democratica del proletariato e dei contadini””, in “”Il Pensiero politico””, a. III, 1970, pp. 389-400; E. Balibar, ‘Sulla dittatura del proletariato’ (1976), Milano, 1978, pp. 114 sgg. (…); (546) E.J. Hobsbawm, ‘Gli aspetti politici della transizione dal capitalismo al socialismo’, in AaVv, ‘Storia del marxismo’, 4 voll, Torino, 1978-1982, vol. I, ‘Il marxismo ai tempi di Marx’, p. 256; (547) K. Marx F. Engels, ‘Opere complete’, vol. VII, Roma, 1974, pp. 11-520; Vol VIII, Roma, 1976, pp. 1-488. (…); (548) Cfr. nota 534; (549) Cfr. D. Rjazanov, ‘Zur Frage des Verhältnisses von Marx zu Blanqui’, cit., p. 140 ss.; A. Lenhing, ‘De Buonarroti à Bakounine’, cit., p. 169; E. Cantimori-Mezzomonti, ‘Introduzione’, cit., p. 34; K. Marx F. Engels ‘Opere complete’, vol. X, cit., p. 728, nota 399; (550) Cfr. K. Marx F. Engels, ‘Opere complete’, vol. X, cit, ad nomen; A. Lehning, ‘De Buonarroti à Bakounine’, ad nomen; (551) K. Marx F. Engels, ‘Opere complete’, vol. X, cit., p. 617. Su Karl Schapper e August Willich cfr. A. Lehning, ‘De Buonarroti à Bakounine’, cit., ad nomen]”,”FRAR-003-FMB” “VETTORI Giuseppe”,”Avanti popolo. I canti del sol dell’ avvenire. Testi spartiti commenti.”,”””La nostra raccolta si apre (…) con i simboli stessi della canzone comunista in Italia: “”Bandiera rossa”” (che peraltro era nata e diffusa ben prima della fondazione, nel 1921, del Partito Comunista d’ Italia, e rimase poi per decenni inno comune a tutti i partiti e i gruppi figli e figliastri della diaspora socialista) e “”L’ Internazionale””, anch’ essa usata – come dire – a mezzadria un po’ in tutta l’ area della sinistra. Schiettamente comunista è “”La Guardia Rossa””, nata nel 1919 ma subito identificata con la componente rivoluzionaria che si preparava fin d’ allora alla scissione di Livorno.”” (pag 15)”,”MITS-230″ “VETTORI Giuseppe a cura”,”La sinistra extraparlamentare in Italia. Storia – Documenti – Analisi politica.”,”In appendice nell’elenco delle ‘organizzazioni considerate e loro organi di stampa’ si cita anche Gruppi leninisti della sinistra comunista e il giornale Lotta comunista”,”ITAC-120″ “VETTORI Giuseppe a cura”,”La sinistra extraparlamentare in Italia. Storia – Documenti – Analisi politica.”,”In appendice nell’elenco delle ‘organizzazioni considerate e loro organi di stampa’ si cita anche Gruppi leninisti della sinistra comunista e il giornale Lotta comunista”,”ITAC-002-FV” “VEZZOSI Elisabetta”,”Il socialismo indifferente. Immigrati italiani e Socialist Party negli Stati Uniti del primo Novecento.”,”VEZZOSI Elisabetta (Firenze, 1955) ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia delle Americhe presso l’ Università di Genova. Ha compiuto studi presso l’ Università del Minnesota a New York e a Washington ed è stata research assistant all’ Istituto Universitario europeo. E’ attualmente professore a contratto di Storia e istituzioni dell’ America settentrionale nel Corso di laurea in Scienze internazionali e diplomatiche dell’ Università di Trieste. Ha pubblicato vari saggi sul radicalismo italiano e sulla storia delle donne negli Stati Uniti.”,”MUSx-101″ “VIAL Jean”,”Lo sviluppo della società industriale dal 1815 ad oggi.”,”Fondo Palumberi Jean VIAL, nato nel 1909, ha insegnato scienze dell’educazione all’Università di Caen. Si è interessato di pedagogia, di storia della tecnica e dei gruppi di produzione.”,”ECOI-256″ “VIALLANEIX Paul EHRARD Jean a cura di”,”La bataille, l’Armee, la gloire. 1745 – 1871. Tome 1. Actes du Colloque International de Clermont-Ferrand.”,”VIALLANEIX Paul (Gumont 04/07/1925 – Tulle 03/08/2018). Storico della letteratura francese e professore di letteratura francese all’Università Blaise-Pascal. Specialista di MICHELET Jules e della letteratura romantica. Il suo percorso scolastico fu interrotto per unirsi alla Resistenza nel Corpo Libero di Tulle, dal novembre 1943 al settembre 1944. Ammesso all’École Normale Supérieure (1946), poi assistente alla Sorbona; infine trascorse la sua carriera accademica sino al pensionamento presso l’Università di Clermont- Ferrand. EHRARD Jean (Pouilly-sur-Saône, 31/01/1926 – Riom, 10/09/2023). Francese, Professore di letteratura francese presso la Facoltà di Lettere e Scienze Umane di Clermont-Ferrand (1967-1986). Vicepresidente della Società Internazionale per lo Studio del Settecento (1988). << (…) I convegni organizzati dal Centro Ricerche Rivoluzionarie e Romantiche si susseguono con similitudini. Costituiscono ormai una tradizione, (…) Convergono studiosi e pubblico da tutta Europa, Stati Uniti e Medio Oriente. L’argomento scelto questa volta, basato su un’idea di Michel Morineau, è adatto, come i precedenti, all’esplorazione delle rotture, degli spostamenti o delle metamorfosi da cui deriva la nostra cultura moderna. Questi fenomeni risultano evidenti, come attraverso una sezione geologica, se consideriamo un periodo le cui tappe simboliche sarebbero la battaglia di Fontenoy (…) (1745) e il disastro di Sedan (1870) (…) Sotto l’Ancien Régime ci si limitava a campagne guidate da eserciti mercenari, spesso reclutati appositamente. (…) Una progressiva moralizzazione della guerra sembrava possibile attraverso progetti di pace perpetua, in attesa del regno della Ragione; comunque la denuncia dell’assurdità della guerra non pareva incompatibile, nel Secolo dei Lumi, con la promozione del valore militare in valore civile. Con la Rivoluzione la guerra cambiò improvvisamente carattere. Sulla difensiva, diventa la preoccupazione dell’intera nazione; i volontari volano in aiuto della patria in pericolo, prima che venga decretata una rivolta di massa. In senso, invece, offensivo, deve ridurre, al suo interno, i nemici della Repubblica e moltiplicare, in tutta Europa le repubbliche sorelle. Sotto il Primo Impero, la guerra, che contribuiva in modo significativo alla presa del potere da parte di un soldato, continuò ad essere vista come una liberazione. Ma diventa sempre più apertamente conquistatrice. Napoleone I segue il modello di Alessandro Magno. La gloria, una forma di sacrificio personale per i soldati dell’Anno II, ora consente loro di fare carriera. (…) (Ora) si lanciano guerre di nuovo tipo: guerre coloniali, guerre d’indipendenza, guerre internazionalizzate con legioni di volontari, tutte avventure accompagnate da giustificazioni ideologiche. L’industria, allo stesso tempo, sta forgiando armi sempre più letali, che determinano le vittorie. Se i chassepots [fucili modello1866 in dotazione dell’esercito francese, ndr] fecero miracoli nelle ultime campagne militari del Secondo Impero, i cannoni prussiani vinsero a Sedan.>> (da pg 5, 6 Ai lettori; traduz. d. r.).”,”QMIx-220-FSL” “VIALLANEIX Paul EHRARD Jean a cura di”,”La bataille, l’Armee, la gloire. 1745 – 1871. Tome 2. Actes du Colloque International de Clermont-Ferrand.”,”VIALLANEIX Paul (Gumont 04/07/1925 – Tulle 03/08/2018). Storico della letteratura francese e professore di letteratura francese all’Università Blaise-Pascal. Specialista di MICHELET Jules e della letteratura romantica. Il suo percorso scolastico fu interrotto per unirsi alla Resistenza nel Corpo Libero di Tulle, dal novembre 1943 al settembre 1944. Ammesso all’École Normale Supérieure (1946), poi assistente alla Sorbona; infine trascorse la sua carriera accademica sino al pensionamento presso l’Università di Clermont- Ferrand. EHRARD Jean (Pouilly-sur-Saône, 31/01/1926 – Riom, 10/09/2023). Francese, Professore di letteratura francese presso la Facoltà di Lettere e Scienze Umane di Clermont-Ferrand (1967-1986). Vicepresidente della Società Internazionale per lo Studio del Settecento (1988). <> (pg 315, Relazione di AMELINCKX Frans; traduz. d. r.) <> (pg 334, Relazione di BERTHIER Patrick; traduz. d. r)”,”QMIx-221-FSL” “VIALLES Pierre”,”L’archichancelier Cambacérès, 1753-1824. D’après des documents inédits.”,” Wikip: Jean-Jacques Régis de Cambacérès, duca di Parma (Montpellier, 18 ottobre 1753 – Parigi, 8 marzo 1824), è stato un legislatore e politico francese del periodo rivoluzionario e napoleonico. È ricordato soprattutto per la stesura di tre progetti di Codice Civile tra il 1793 e il 1796, progetti mai entrati in vigore, ma che gettarono le basi per il Codice Napoleonico del 1804, che rappresenta una delle basi del diritto moderno. Cambacérès nacque a Montpellier, nel sud della Francia, da una famiglia della noblesse de robe, la nobiltà ereditaria che si occupava della burocrazia reale. Nel 1774 si laureò in legge e successe al padre nella carica di consigliere della Corte delle finanze di Montpellier. Nel 1789 Cambacérès fu sostenitore della Rivoluzione francese e venne eletto rappresentante di Montpellier all’incontro degli Stati generali a Versailles, anche se non ebbe modo di presentarsi. Nel 1792 rappresentò il dipartimento di Hérault presso la Convenzione che proclamò la Prima repubblica francese nel settembre 1792. Gli atteggiamenti di Cambacérès nel primo periodo rivoluzionario rimasero moderati. Durante il processo intentato a Luigi XVI egli protestò che la Convenzione nazionale non disponeva del potere legislativo per il giudizio e chiese che il re disponesse delle dovute garanzie legali durante il processo. Tuttavia al termine del processo Cambacérès votò, insieme alla maggioranza, per la colpevolezza di Luigi XVI, pur richiedendo che la sentenza venisse posticipata fino a quando potesse essere ratificata da un adeguato corpo legislativo. Nel 1793 Cambacérès venne eletto membro del Comitato di difesa generale, ma non entrò a far parte del suo famoso successore, il Comitato di salute pubblica, fino alla fine del 1794, dopo che gli eccessi più vistosi del Regno del Terrore erano già stati consumati. Nel frattempo Cambacérès lavorò su gran parte della legislazione francese del periodo rivoluzionario; nel 1795 egli venne inviato in missione diplomatica per negoziare la pace con la Spagna. Cambacérès venne considerato troppo conservatore per diventare uno dei cinque Direttori che assunsero il potere nel 1795 e trovandosi in opposizione con il Direttorio si ritirò dalla politica. Nel 1799, quando la Rivoluzione entrò in una fase più moderata egli rientrò nel mondo politico, assumendo la carica di Ministro della Giustizia. Il 9 novembre 1799 (18 brumaio, secondo il calendario rivoluzionario francese) Cambacérès fu sostenitore del colpo di Stato che portò Napoleone Bonaparte al potere con la carica di Primo Console, in un nuovo regime che si proponeva di stabilire una solida repubblica costituzionale: di fatto il Consolato aprì la via alla successiva dittatura di Napoleone. Nel dicembre 1799 Cambacérès venne nominato Secondo Console, una carica nominalmente inferiore solo a quella di Primo Console, detenuta dallo stesso Napoleone. Napoleone gli assegnò questa importante carica a causa della vasta conoscenza legale e alla reputazione di repubblicano moderato che Cambacérès si era fatto negli anni precedenti. I progetti codicistici [modifica] Jean-Jacques Régis de CambacérèsTra il 1793 e il 1796 Cambacérés partecipò alla redazione di tre progetti di Codice Civile, allo scopo di unificare la legislazione privatistica francese in un unico corpo normativo, anche alla luce delle numerose riforme intercorse nel periodo rivoluzionario (ad esempio la riforma del diritto di famiglia). Questi tre progetti restarono però solo sulla carta, in quanto si può dire che essi furono presentati sempre un po’ in ritardo e le mutate circostanze politiche non ne permisero l’approvazione. Primo progetto (1793) [modifica] Il primo progetto prevedeva un Codice suddiviso in tre libri (diritto delle persone, dir. delle cose, dir. dei contratti e delle obbligazioni); per quanto riguarda i contenuti esso proclamava l’uguaglianza giuridica dei cittadini e dava grande spazio all’autonomia negoziale. Disposizioni importanti erano: l’abolizione della patria potestà e della potestà maritale, la comunione dei beni tra i coniugi, il divorzio (introdotto in Francia nel 1792) facilitato, il favore verso la successione legittima (ridotta a un decimo la quota disponibile per il testatore). Il progetto, presentato nell’agosto 1793, fu inizialmente accolto con favore e molti articoli vennero approvati; ma dopo l’affermazione del Terrore il clima cambiò: il codice venne giudicato troppo complesso e vennero riscontrate delle tracce di antico regime. In novembre l’esame fu interrotto e il progetto fallì. Secondo progetto (1794) [modifica] Per questo progetto Cambacérés s’avvalse della consulenza di Philippe-Antoine Merlin de Douai; anch’esso diviso in tre libri, presentava molti meno articoli. Lo stile era innovativo, le norme erano presentate sotto forma di comandi brevi e laconici, senza tecnicismi: il codice appariva come una sorta di breviario del Giusnaturalismo e dell’Illuminismo. Esso radicalizzava i princìpi rivoluzionari dell’uguaglianza; fu presentato nel settembre 1794, poco dopo la deposizione di Robespierre: visto il mutato clima politico, fu accusato d’essere troppo generico e di avere contenuti troppo radicali. Anche lo stesso Cambacérès prese le distanze dal suo progetto ed esso fallì. Terzo progetto (1796) [modifica] Firma di Jean-Jacques Régis de Cambacérès.Questo terzo progetto (diviso in tre libri, con ben 1104 articoli) fu presentato al Consiglio dei Cinquecento nel giugno 1796: segnava il ritorno alla tradizione giuridica anteriore (consuetudini e diritto romano) ed era caratterizzato dal compromesso fra tradizione e innovazioni rivoluzionarie. Le norme (semplici, chiare e ben formulate) disponevano tra l’altro: matrimonio posto al vertice della società (divorzio comunque mantenuto), ruolo prevalente del marito, patria potestà nei suoi caratteri rivoluzionari (doveri di mantenimento, educazione e protezione), vietata l’adozione a chi avesse già figli, favore per successione legittima meno marcato. Al Consiglio apparve troppo legato all’ideologia giacobina e fu rigettato. Anche se non entrarono mai in vigore, questi tre progetti furono molto importanti per la compilazione del Codice napoleonico del 1804, affidata nel 1800 a una commissione di quattro esperti, sotto la direzione di Cambacérès. Il Code Napoléon [modifica] Il codice venne promulgato nel 1804 da Napoleone, ormai diventato imperatore. Il Codice eliminava definitivamente i retaggi dell’ancién régime, del feudalesimo, dell’assolutismo, e creava una società prevalentemente borghese e liberale, di ispirazione laica, in cui venivano consacrati i diritti di eguaglianza, sicurezza e proprietà. L’applicazione del Codice ebbe larga diffusione a seguito delle successive conquiste napoleoniche: l’Italia, l’Olanda, il Belgio, parte della Germania e della Spagna (e indirettamente le colonie spagnole in America Latina) lo utilizzaziono e, successivamente alla caduta di Napoleone, nella maggior parte dei casi, lo modificarono mantenendolo in vigore. Per l’Italia, il valore del Codice Napoleonico resta fondamentale, poiché esso confluì poi nel codice civile italiano del 1865. Ultimi anni [modifica] Tomba di Jean-Jacques Régis de Cambacérès a Parigi.Cambacérès disapprovò l’accumulo di potere nelle mani di Napoleone che culminò con la proclamazione dell’Impero il 18 maggio 1804. Nonostante questo egli continuò a ricoprire le importantissime cariche di Arcicancelliere dell’Impero e di Presidente del Senato; nel 1808 egli venne nominato principe dell’impero e Duca di Parma. Nel periodo napoleonico, come durante il regime rivoluzionario, Cambacérès rimase politicamente un moderato, opponendosi alle avventure rischiose come, ad esempio, l’invasione della Russia nel 1812. Con Napoleone impegnato in continue campagne di guerra, Cambacérès divenne di fatto capo del governo metropolitano, una posizione che inevitabilmente lo espose a critiche e impopolarità man mano che la situazione economica francese peggiorava. Il suo gusto per la “”bella vita”” attrasse commenti ostili. Tuttavia il popolo riconobbe la giustizia e la moderazione del governo, nonostante la coscrizione sempre più massiccia, verso la fine del periodo napoleonico, abbia creato nuovi risentimenti nei confronti di Cambacérès. Alla caduta dell’Impero nel 1814, Cambacérès si ritirò a vita privata ma venne richiamato durante il breve ritorno napoleonico del 1815. Dopo la restaurazione monarchica, egli rischiò l’arresto per le attività svolte, e per un breve periodo venne esiliato dalla Francia, a Bruxelles. Ma la sua opposizione all’esecuzione di Luigi XVI lo scagionò, e, nel maggio 1818, i sui diritti civili di cittadino francese vennero ristabiliti. Cambacérès divenne membro dell’ Académie française e visse serenamente nella provincia francese fino alla morte, avvenuta nel 1824. Cambacérès e l’omosessualità [modifica] Cambacérès fu un omosessuale notorio. Egli non si sposò e intrattenne rapporti principalmente con altri celibi. Napoleone stesso fece numerose osservazioni e scherzi sull’argomento (celebre è la battuta con cui rispose a Cambacérès, che si scusava per un ritardo dicendo di essersi trovato “”con una signora””: “”La prossima volta chiederete a questa signora: prendi su il berretto e il bastone e vai””). L’argomento era anche oggetto di pettegolezzo mondano, al punto che durante il Consolato, Bonaparte, Cambacérès e il Terzo Console Charles-François Lebrun vennero soprannominati «Hic, Haec et Hoc» (in latino: «costui (Napoleone), costei (Cambacérès) e questa cosa (Lebrun)». Basandosi su tale condizione personale, a Cambacérès viene oggi spesso attribuito (a torto) il merito di avere deciso la decriminalizzazione dell’omosessualità nel Codice napoleonico. Una decisione che ebbe un impatto duraturo, creando in Europa un’ampia area in cui l’omosessualità fra adulti consenzienti e in privato non era più un delitto. Prima della rivoluzione francese i rapporti omosessuali erano puniti con sanzioni che arrivavano alla pena di morte. La Rivoluzione francese abolì nel 1791, sulla base dei princìpi filosofici dell’Illuminismo, tutti quelli che definì i “”reati immaginari””, come la stregoneria, l’eresia, e per l’appunto la sodomia. Il Codice napoleonico conservò tale decisione, pur introducendo alcune misure restrittive di polizia relative all'””offesa alla pubblica decenza”” che potevano essere (e furono) usate per reprimere l’omosessualità. Ciò detto, è storicamente del tutto scorretto attribuire tale decisione a Cambacérès, che come s’è detto si occupò della redazione del codice civile, mentre notoriamente la punizione dei comportamenti sessuali è sancita dal codice penale. Né esistono, per ora, prove di un suo coinvolgimento indiretto nei lavoro del codice penale tale da indurre alla decisione qui discussa. Siamo insomma di fronte a un “”mito storiografico””. Il vero motivo della decriminalizzazione risiede semmai nel Concordato con la chiesa cattolica, grazie al quale lo Stato delegava (di fatto) alla Chiesa il controllo e la sanzione dei comportamenti sessuali devianti ogni qualvolta non fossero causa di turbamento dell’Ordine pubblico. Tale impostazione legislativa ebbe molto successo, al punto che venne mantenuta in quasi tutti i Paesi cattolici conquistati da Napoleone (ivi inclusi quelli italiani, con un paio di eccezioni) anche dopo la sua caduta, e fu anzi estesa anche ai Paesi cattolici del Nuovo Mondo. Bibliografia [modifica] Fonti [modifica] Laurence Chatel de Brancion (cur.), Mémoires inédits: éclaircissements publiés par Cambacérès sur les principaux événements de sa vie politique, Paris 1999-sgg., ISBN 2-262-01595-3. Autobiografia. Saggi [modifica] Jean-Paul Delbert: Cambacérès: unificateur de la franc-maçonnerie sous le Premier Empire, Lille 2005, ISBN 2-9511431-2-5. Jean-Louis Bory, Les cinq girouettes: ou servitudes et souplesses de son altesse sérénissme; le prince archichancelier de l’Empire Jean-Jacques Régis de Cambacérès, duc de Parme, Paris 2002, ISBN 2-913867-31-6. Laurence Chatel de Brancion (Cur.), Cambacérés: fondateur de la justice moderne; actes du colloque tenu à Montpellier … vendredi 26 et samedi 27 mai 2000, Saint-Rémy-en-l’Eau 2001, ISBN 2-903824-31-2. Laurence Chatel de Brancion, Cambacérès: maître d’œuvre de Napoléon, Paris 2001, ISBN 2-262-01632-1. Laurence Chatel de Brancion, Cambacérès et ses Mémoires, Tesi di laurea, Paris 1999. Pierre-François Pinaud, Cambacérès: 1753–1824, Paris 1996, ISBN 2-262-01149-4. Numa Praetorius (pseud. di Eugen Wilhelm), Cambacérès, der Erkanzler Napoleons I, und sein Ruf als Homosexualler, Jahrbuch für sexuelle Zwischenstufen, XIII (1912-3), pp. 23-42.”,”FRAN-093″ “VIANELLI Luigi”,”I negazionisti italiani.”,”In appendice: Il caso Garaudy. Zona d’ ombra e montature’ di Philippe VIDELIER, ‘France: La lente insinuation des revisionnistes’ di Renaud DELY e Pascal VIROT (1996), A. BORDIGA, ‘Auschwitz ou le grand alibi’ (1960) (testo in francese e in tedesco)”,”GERN-113″ “VIANELLO Mino”,”La controrivoluzione industriale. (Saggio sui rapporti di lavoro in America)”,”VIANELLO Mino è nato a Venezia nel 1927, laureatosi a Padova, ha frequentato i corsi di GURVITCH alla Sorbona. Ha studiato negli Stati Uniti. Dal 1959 è incaricato di storia del sindacalismo (Univ. Firenze, Scienze politiche). “”b) il principio della seniority. Delle tre pratiche summenzionate , tutt’e tre importanti ai nostri fini, la più tipica e la più interessante è, però, la ‘seniority’ (1). (…) La tradizione della seniority, così come s’è sviluppata in America, e cioè dell’ anzianità nell’ impiego particolare (seniority on the job: è per questa ragione che non è appropriato tradurla con il termine “”anzianità””), è unica a quel paese. (…) In genere, la clausola della seniority fu concepita all’ inizio per tutelare l’ operaio contro i pericoli delle promozioni, dei licenziamenti e dei trasferimenti – in senso, quindi, molto ristretto. La tendenza a vedere le cose in termini più ampi, di reparto o di fabbrica, non trovò allora ampia eco.”” (pag 132-134) (1) definizione non facile, tuttavia il concetto elementare è che l’ operaio accumula diritti con il passare degli anni. Ma oltre l’ età ci sono altri fattori che si aggiugono: età fisica, posizione gerarchica, abilità ecc.. Gli operai coperti dalla seniority sono circa poco sotto il totale degli iscritti ai sindacati”,”MUSx-191″ “VIANI Bruno”,”Don Gallo. Un prete da marciapiede.”,”Bruno Viani è redattore del Secolo XIX dal 1990. Giornalista di professione, laureato in lettere con una tesi di storia contemporanea sul voto dei cattolici nel Dopoguerra.”,”BIOx-052-FV” “VIANI Lorenzo”,”Parigi.”,”””Conoscevo il Louvre come casa mia. Per molti mesi era stata la casa mia; nei giorni di temporale e di freddo mi rintanavo smepre nel Louvre, quei giorni tetri, quando i celesti delle deposizioni di Tiziano diventano bleu di Prussia e le carnagioni ingialliscono e i panneggiamenti bianchi diacciano… “” (pag 125) Lorenzo Viani (Viareggio, 1º novembre 1882 – Lido di Ostia, 2 novembre 1936) è stato un pittore, incisore, scrittore e poeta italiano. Attivo a Viareggio nella prima metà del XX sec. è considerato come uno dei massimi esponenti dell’espressionismo italiano. Lorenzo Viani nasce a Viareggio il 1º novembre in via della Fornace, l’attuale via Indipendenza, presso la darsena vecchia[1]. Secondogenito di Emilia Ricci e Rinaldo Viani che, dalla Pieve di S. Stefano, un piccolo paese delle colline lucchesi, si erano trasferiti a Viareggio, in quanto il padre, già servitore dei Borboni in S. Martino in Vignale, era passato, dopo la morte di Maria Teresa Felicita di Savoia (16 luglio 1876), al soldo di Don Carlos, nella Villa reale della pineta levante di Viareggio. Un’infanzia trascorsa tra la darsena e il Palazzo; tra la povertà dei marinai e calafati e la superstizione della “”canaglia””, come veniva denominata bonariamente la servitù di Casa Borbone, e il fasto sontuoso di una dinastia in esilio. Fino a che il padre ebbe questo lavoro, le condizioni familiari di Lorenzo furono abbastanza tranquille. Frequentò la scuola elementare, ma solo fino alla terza classe, perché l’esperienza scolastica si arrestò per una congenita insofferenza a ogni forma di disciplina. Il tarlo dell’anarchia si era già insinuato nella giovane mente. Quando il padre fu licenziato dal servizio, la famiglia Viani conobbe la miseria, condizione umana che non era sconosciuta al giovane Lorenzo, poiché egli, a causa del suo carattere ribelle e introspettivo, passava molto del suo tempo girando per i boschi e la spiaggia della darsena viareggina, che rappresentava uno spettacolo quotidiano di miseria e di squallore, e, a contatto con la “”canaglia”” asservita ai Borboni, il ragazzo, precocemente segnato dalle difficoltà della vita, confessò un giorno alla madre di essere ossessionato dal pensiero della morte. Nel 1893 viene messo a lavorare nella bottega del barbiere Fortunato Primo Puccini, dove resta come garzone per diversi anni e incontra personaggi di primo piano, come Leonida Bissolati, Andrea Costa, Menotti Garibaldi, Giacomo Puccini, Gabriele D’Annunzio e conosce il pittore Plinio Nomellini, che ebbe un’influenza positiva nella maturazione artistica del ragazzo. Incomincia a disegnare con crescente interesse e un ritratto del musicista Giovanni Pacini attira l’attenzione dei viareggini. Intraprende i suoi primi viaggi esplorativi a Pisa e a Lucca. In Versilia e in altre località italiane la lotta di classe si fa sempre più aperta: folle esagitate, precedute da bandiere nere, invadono le piazze dei paesi, stazionano davanti ai forni, frantumano le vetrine. L’incontro con il sociologo Pietro Gori e i frequenti contatti con i socialisti Vico Fiaschi e Luigi Salvatori decidono la definitiva adesione di Viani all’anarchia. Talvolta il giovane dorme sulle pietre del molo o passa le notti al “”Casone””, ritrovo abituale di vagabondi, di ricercati e di liberi pensatori. Su consiglio di Plinio Nomellini, che lavora a Torre del Lago, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Lucca, dove frequenta più o meno tre anni di lezioni, dal 1900 al 1903, e dove conosce anche Moses Levy e Spartaco Carlini. Durante quest’esperienza lucchese, il Viani non mancò di partecipare, con altri studenti, a manifestazioni anarchiche e socialiste. Nel 1904 viene ammesso alla Libera Scuola di Nudo annessa all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove segue i corsi di Calosci e Giovanni Fattori, pur continuando a dimostrare una chiara insofferenza per le discipline accademiche. Ritornato a Viareggio, si stabilisce a Torre del Lago ed entra a far parte della Compagnia della Bohème. Frequenta Giacomo Puccini, che considera con ironia i soggetti dei suoi dipinti, mentre Plinio Nomellini invece continua a incoraggiare le sue ricerche pittoriche. La miserabile stanza in cui lavora a Torre gli permette, come scriverà anni dopo, di anticipare l’esperienza parigina. Nella redazione fiorentina del Popolo incontra il poeta ligure Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, che va cercando proseliti per la sua Repubblica d’Apua, a cui aderiscono personaggi importanti dei primi anni del Novecento, tra cui, oltre a Lorenzo Viani, lo scrittore Enrico Pea e lo storico e letterato lunigianese Pietro Ferrari. Ceccardi ne fu presidente, Viani luogotenente. Viani espone alcuni disegni alla VII Biennale di Venezia, i quali, grazie alla recensione di Luigi Campolonghi, avviano la leggenda del pittore dell’orrido e della miseria. Durante questa esposizione scopre l’opera di Laermans e simpatizza con Umberto Boccioni, partecipa all’Esposizione nazionale d’arte umoristica di Messina e riceve la prima medaglia della sua vita. In novembre è a Genova, dove collabora con disegni satirici alla rivista anticlericale La Fionda, diretta da Luigi Campolonghi Illustra La zattera dello stesso e in poemetto in lingua ligure I ribelli di Francesco Muratorio, che viene pubblicato l’anno successivo. Durante questo soggiorno Viani matura un notevole orientamento pittorico. All’inizio del 1908 è a Parigi, dove ha modo di visitare la retrospettiva di Van Gogh, allestita alla Galene Bernheim-Jeune. Dopo un breve soggiorno in casa Fleury, approda al dormitorio pubblico de la Ruche, in rue Dantzig, e inizia la sua dura esistenza che sarà rievocata in Parigi (1925). Durante questa permanenza Viani ebbe modo di incrociare, in modo fuggevole, anche Picasso. A Parigi, dove resterà più o meno un anno, il soggiorno a lungo desiderato si rivelerà denso di difficoltà economiche e di solitudine, ma comunque positivo per le esperienze fatte e per i personaggi artistici conosciuti. Ritornato in Italia, continua a detestare i ritrovi mondani e non avvia alcun sodalizio consistente. In aprile la Biennale di Venezia rifiuta le sue opere. Le condizioni economiche e psicologiche di Viani si fanno sempre più preoccupanti. Per tornare a Viareggio, si adegua alle richieste di un piccolo editore di fogli musicali. A giugno è di nuovo a Viareggio nella sua vecchia casa e riprende a frequentare gli anarchici locali. A dicembre del 1910 la Giunta comunale di Viareggio, a causa delle non troppo floride condizioni economiche, gli concede una stanza dello stabile della dogana. A questo periodo dovrebbero risalire Consuetudine, l’Autoritratto oggi alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze, e le illustrazioni per Fole e Sion di Enrico Pea, uno degli intellettuali più in vista della “”Repubblica d’Apua””. Nel dicembre del 1911 è di nuovo a Parigi, dove Incontra Amilcare Cipriani, Luigi Campolonghi, il patriarca di tutti gli anarchici, Alceste De Ambris, Jean Grave, Octave Mirbeau e altri esponenti dell’anarchia e dell’umanitarismo internazionale. In questo clima elabora dieci foschi e dolenti cartoni sugli effetti della guerra. A Parigi resta molto poco, fino a metà gennaio 1912, poi ritorna in Italia. Partecipa alle attività degli anarco-socialisti versiliesi. In febbraio cura con il sindacalista Alceste De Ambris il libello antimilitarista Alla gloria della guerra!, che viene stampato dalla Camera del lavoro di Parma. L’album viene censurato dalle istituzioni ufficiali, e lui viene arrestato e imprigionato, ma viene rilasciato grazie all’appoggio di Luigi Salvatori e di altri amici. In maggio del 1913 prende la parola in un comizio contro la guerra e nel novembre partecipa alla tumultuosa manifestazione promossa dalla Camera del lavoro di Carrara. Stabilisce nuove amicizie nell’ambiente futurista di “”Lacerba””, in particolare con Giovanni Papini, Giuseppe Ungaretti, Borsi e Ottone Rosai. Nel febbraio del 1915 Viani sostiene Cesare Battisti durante un tumultuoso comizio al Politeama di Viareggio ed espone dieci xilografie alla III Secessione romana. Tra l’ottobre e il novembre espone, grazie all’appoggio di Franco Ciarlantini, 624 opere al Palazzo delle Aste di Milano. La mostra si avvia in una cornice di mondanità e riscuote un caloroso consenso di pubblico e di critica. In dicembre, nuova importante personale al Bagno Nettuno di Viareggio, dove convergono, per l’ultima volta, gli esponenti della “”Repubblica d’Apua””. Nel 1916 viene richiamato per la guerra, partecipa a varie imprese belliche e viene congedato nel 1919. In questi tre anni, nei pochi momenti di tranquillità, continua incessantemente a disegnare, dipingere e illustrare. Il 2 marzo del 1919 si sposa con Giulia Giorgetti e si trasferisce a Montecatini, dove la moglie lavora come maestra elementare. A Pescia presso la Stamperia di Artidoro Benedetti su carta della Cartiera Magnani realizza delle xilografie con particolari della città.[2] In questo periodo realizza i suoi cartaViesta per circa due anni e poi ritorna a Viareggio: sono di questo periodo i teneri ritratti di bambini intenti a scrivere e a studiare. Nel 1922, per celebrare il centenario della morte del poeta inglese Percy Bysshe Shelley (morto a Viareggio), fu incaricato dal Comitato per le Onoranze di commemorare la ricorrenza. Viani, per l’occasione, curò la pubblicazione del numero unico “”P.B. Shelley”” al quale collaborarono Alceste De Ambris e Gabriele D’Annunzio. Alla vecchia “”Repubblica d’Apua”” si va sostituendo una più tranquilla Armata dei vàgeri, di cui Viani è il generale. Il quartier generale di questa libera associazione è il Caffè Torricelli, sul lungomare, ma il gruppo frequenta anche il “”Buonamico””. Inizia in quel periodo la serie di dipinti su Parigi. Pubblica, nel 1925 con successo di critica, Parigi, la testimonianza romanzata della sua esperienza alla Ruche. In considerazione dei suoi meriti artistici gli viene conferito l’insegnamento di ornato all’Istituto d’arte oggi Passaglia di Lucca. Ma Viani mal si adatta a questo lavoro, che porta avanti stancamente fino alla fine del 1926. Nello stesso anno conosce il giovanissimo concittadino Renato Santini, che diventa il suo unico allievo. Nei primi mesi del 1927 inizia la collaborazione regolare al Corriere della Sera, dirige la rivista Riviera Versiliese e pubblica I vàgeri. II 27 maggio viene inaugurato a Viareggio il Monumento ai Caduti per la Patria “”I Galeottus””, eseguito con la collaborazione tecnica dello scultore Domenico Rambelli. L’opera, assolutamente innovativa e di straordinaria espressività, suscita discussioni e polemiche. Alcuni concittadini, per sottolineare la presunta bruttezza del gruppo scultoreo, arrivano a ribattezzare beffardamente la piazza in cui sorge con il nome di Piazza della Paura. Nel 1928 pubblica Angiò uomo d’acqua (28 illustrazioni) e Roccatagliata. Espone 11 opere alla XVI Biennale di Venezia e una vasta selezione della sua produzione a Palazzo Paolina di Viareggio. In questa mostra, presentata da Margherita Sarfatti, è esposto il Grande dormitorio, una summa di tutti i personaggi intravisti o frequentati alla Ruche. Incominciano per il Viani i primi attacchi di asma, malattia che, con alti e bassi, non lo abbandonerà più e lo porterà a soggiornare a Bagni di Lucca e in altre stazioni climatiche. Proprio nel momento poco felice per la sua salute, diventa un artista conosciuto in tutta Italia e le sue esposizioni sono luogo di incontro irrinunciabile per un pubblico colto e internazionale. Dipinge Georgica (o Le opere del mare, del ciclo e della terra) e pubblica il romanzo autobiografico Ritorno alla patria, che vincerà, ex aequo con Anselmo Bucci, il Premio Viareggio.[3] Pubblica il romanzo autobiografico II figlio del pastore. Partecipa con grande successo alla XVII Biennale di Venezia con Georgica e Veliero. Partecipa quindi a varie serate futuriste e la sua personale a Palazzo Paolina di Viareggio è inaugurata da un discorso di Marinetti. Viani espone nel 1931, alla I Quadriennale di Roma, Il volto santo. Addirittura Mussolini dimostra interesse per l’opera e per l’autore. In agosto, nuova esposizione personale allo Stabilimento Nettuno di Viareggio. Nello stesso anno pubblica Versilia, ma nuovi attacchi d’asma lo riportano per brevi periodi in ospedale. Riesce con grande fatica, nel 1932, a pubblicare il Bava, ispirato alle gesta del navigatore viareggino Raffaello Martinelli e a esporre alla XVIII Biennale di Venezia, a Livorno e a Viareggio. Nel settembre del 1933 un nuovo attacco d’asma e, a causa dell’aggravarsi della malattia, è costretto ad un lungo ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Maggiano, presso Lucca. Nei primi mesi del 1934, in un breve miglioramento della malattia, ritorna a manifestare i mai sopiti sentimenti anarchici, destando l’irritazione dei fasci locali e rinunciando ad una sua grande aspirazione come l’onorificenza dell’Accademia d’Italia. Lavora con grande fervore ai pannelli per la stazione ferroviaria di Viareggio, è presente con una sua Personale alla Galleria Ferroni di Firenze e alla inaugurazione della Galleria Viani nella casa di Fossa dell’Abate (odierno Lido di Camaiore), ereditata dalla moglie. La salute cagionevole non gli impedisce d’esporre alla XIX Biennale di Venezia, a Viareggio, Lucca, alla II Quadriennale di Roma e al Lyceum di Firenze. Nel 1936 gli vengono commissionate una serie di pitture per il Collegio di Ostia e, dopo un lavoro frenetico senza sosta di parecchi giorni, non farà in tempo a partecipare all’inaugurazione perché colpito da un forte attacco d’asma. Il 2 novembre, il giorno successivo al suo 54º compleanno, il vàgero indomabile e generoso muore ad Ostia stroncato da un collasso cardiaco. Il 3 novembre la salma ritornerà a Viareggio in un plebiscito collettivo di affetto e di rimpianto. Viani è stato personaggio straordinario ed esemplare della fioritura culturale e intellettuale che caratterizzò Versilia, Lucchesia e Lunigiana a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Leggendo alcuni scritti del Viani, si ritrovano le memorie e le atmosfere di un periodo che vide, nell’arco di un cinquantennio, la presenza in terra d’Apua di personaggi come Puccini, Catalani, D’Annunzio, Ungaretti, Malaparte, Pea, Repaci, Cancogni, Montale, Carducci, Pascoli, Roccatagliata Ceccardi, Carrà e molti altri. Attività L.Viani disegno, 1916 ca Lorenzo Viani si è sempre sentito attratto dai più poveri e dai derelitti, tanto nella fanciullezza quanto nella maturità. La vita e la vicenda umana dei più deboli, Viani la trasferisce nella tela, con forti impressioni cromatiche e con una pennellata decisa e veloce, una pittura intensa, espressiva e a tratti estremamente malinconica. Quello che fa di Viani un grande maestro, troppo spesso dimenticato, è la maestria nel far coesistere nelle sue opere drammaticità e lirismo e grazia poetica, nel sentire l’umile commozione di fronte ai diseredati. La povertà di mezzi artistici è una scelta; la scabra pittura diviene essenzialità; la sobrietà un animalesco istinto nel cogliere le forme della vita degli umili, della fame, della prigione, delle malattie, della solitudine, della lotta con la campagna o con il mare, della guerra, della pazzia e del dolore. L’opera narrativa di Viani costituisce un esempio tipico di espressionismo dialettale. Le sue origini sono in una visione sconvolta delle cose, turbata dal profondo, che si traduce in un’esasperata deformazione dei paesaggi come dei volti umani. Lo scrittore si serve di una straordinaria ricchezza verbale, attinta al fondo dialettale viareggino, al gergo marinaro o soldatesco o furbesco, dove più gli è possibile ricavare esasperazioni espressionistiche. II dialetto viareggino, così vivace nella lingua di Enrico Pea, diventa lirico fervore in Lorenzo Viani, pittore espressionista che comincia a diventare famoso all’inizio degli anni Trenta. Viani non è il solo, nella letteratura del secolo, in cui pittura e scrittura si danno la mano illuminandosi a vicenda, come nei casi di Ardengo Soffici Luigi Bartolini e Filippo de Pisis, ma resta davvero singolare come il suo estro di scrittore, che prese l’ispirazione dall’impressionismo che si respirava attorno alla rivista letteraria La Voce, debba molto al disegno, al carattere mosso e deformante della sua attività dì pittore. Dal Viani al suo modo un po’ provinciale di richiamarsi al “”Manipolo dell’Apua””, che ebbe in Ceccardo Roccatagliata Ceccardi il suo alfiere, e a una rozza base di contestazione civile, poco ci si dovrebbe attendere dall’immaginazione dello scrittore; viceversa, il taglio della sua prosa, visivo e spesso allucinato, la variegata galleria di tipi derelitti e folli da lui adunata su una base di ingenua fraternità, spezzano in più d’un tratto nei romanzi Parigi e Angiò Uomo d’acqua quella sorta di compiacimento anticonformista e antiborghese prevalente in certi scritti, sui quali l’autore volle crearsi una piccola leggenda, esponendosi in prima fila con storie che oggi non interessano più. Ci si riferisce in modo particolare ai ricordi autobiografici, distribuiti in Gli ubriachi (1923) o in Il figlio del pastore (1930), e in vari altri libri formati da artìcoli (ne scrisse circa trecento) dove campeggiano i Vàgerì,[4] che sono insieme protagonisti del lessico di Viani e della sua tensione ideale verso la vita e l’avventura. Il meglio dì questo scrittore sta dunque nella riuscita involontaria, come in Angiò (1928), dove la condizione del nano, uomo di mare e sconfitto dal mare medesimo, tocca punte dì allegorica pietà. Ma a Viani interessava, raccontando la miseria dei luoghi, come più tardi sarà ne Le chiavi nel pozzo (1935) l’osservazione del manicomio, soprattutto il calarsi in quell’aspro ambiente di rivolta, per attentare da semplice dinamitardo di provincia alla letteratura e all’arte composta da altri, definiti dallo scrittore con malcelata supponenza “”i vincitori”” baciati dal successo. Nel 1924 Viani scrive Giovannin senza paura, versione dedicata ai giovani lettori del noto racconto dove il coraggio si lega alla follia. La versione dello scrittore viareggino compenetra alcuni tra gli scritti precedenti tra cui quelli dello Straparola, dei Fratelli Grimm e di Giuseppe Pitré, per citarne alcuni, realizzando una trama più fedele alla realtà dei fatti. L’opera di Viani, pur non contenendo aspetti magici tipici della storia di Giovannino, ripercorre comunque le tappe essenziali del racconto fiabesco. La storia ci dice che il coraggioso (e folle) protagonista (Giovanni Bianchi) viaggia senza un criterio e quando scopre veramente la paura (dolore), si ravvede e continua a vivere. La storia ha connotati e riferimenti tipici della vita marinaresca dell’inizio del 900 in Versilia e può dirsi uno spaccato delle misere condizioni locali di quel periodo. Opere principali Narrativa Ceccardo, Milano, (1922); Gli ubriachi, Milano, (1923); Giovanni senza paura, Firenze, (1924); Parigi, Firenze, (1925); I Vàgeri, Milano, (1926); Angiò, uomo d’acqua, Milano, (1928); Roccatagliata, Augustea, Milano (1928) Ritorno alla patria, Milano, (1930); II figlio del pastore, Milano, (1930); Versilia, Nemi, Firenze, (1931) Il Bava Vallecchi, Firenze, (1932) Storie di umili titani, Roma, (1934); Le chiavi nel pozzo, Vallecchi, Firenze, (1935); Barba e capelli, Vallecchi, Firenze, (1939); Il cipresso e la vite, Vallecchi, Firenze (1943) Il nano e la statua nera, Vallecchi, Firenze (1943) Gente di Versilia, Vallecchi editore Firenze, (1946); La polla nel pantano, poesie inedite, De Luca, Roma (s.d. ma 1960) Cuor di madre, Firenze, Vallecchi ed. (1961).”,”FRAS-004-FSD” “VIANO Francesca Lidia”,”Una democrazia imperiale: l’ America di James Bryce.”,”ANTE1-48 Francesca Lidia VIANO nata a Torino nel 1973, è dottore di ricerca in storia del pensiero politico e assegnista presso l’Università di Pavia. Ha studiato con Massimo SALVADORI e Carlo CARINI nelle Università di Torino, di Perugia e alla Cornell University di Ithaca. Ha pubblicato ‘Thorstein Veblen. Tra utopia e disincanto’ (2003).”,”USAS-162″ “VIANO Francesca Lidia”,”Thorstein Veblen. Tra utopia e disincanto.”,”F.L. Viano, nato a Torino nel 1973, è dottore di ricerca in Storia del pensiero politico presso l’Università degli Studi di Perugia. Teoria eterodossa della proprietà. (pag 88-89) “”Per fare emergere gli aspetti conflittuali di un processo evolutivo che gli etnologi ritenevano necessariamente e inevitabilmente rivolto all’armonia e alla pace, Veblen aveva guardato alle teorie dello sviluppo sociale elaborate da Marx. Come Marx, aveva ricondotto al sorgere delle prime forme di proprietà privata i conflitti sociali che avevano messo fine al periodo di pace e solidarietà propri degli stadi evolutivi inferiori. Ma Spencer gli aveva insegnato che la proprietà privata nasceva precocemente, con il furto e la conquista dei primi barbari, e non sullo sfondo della vita pacifica delle città antiche, come pretendeva Marx (53). Così Veblen aveva anticipato al periodo barbarico meno evoluto l’emergere dei primi conflitti sociali tra proprietari e non proprietari e, invece di coglierli nelle relazioni tra padroni e schiavi che contraddistinguevano l’organizzazione delle società più mature, li aveva utilizzati per interpretare i complicati rapporti tra i guerrieri delle comunità barbariche e le donne che essi rapivano ai nemici (54). Aveva mostrato come la subordinazione femminile ai maschi del gruppo, lungi dall’esprimere un’organizzazione sociale più disciplinata, o un piano più efficiente di divisione del lavoro, come sosteneva Spencer, derivava dal contrasto, più generale, tra una classe di donne operaie e una classe di maschi proprietari (55) (pag 88-89) [Francesca Lidia Viano, Thorstein Veblen. Tra utopia e disincanto, 2002] [(53) Herbert Spencer, Principi di Sociologia., pp. 313-316; cfr. anche: Karl Marx, ‘Die deutsche Ideologie’, I, in id., Werke, III, Berlin, Dietz Verlag, 1964; tr. it. Marx-Engels, Opere complete, III, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 18-19; (54)Thorstein Bunde Veblen, The Theory of the Leisure Class, cit., pp. 3-4, 13, 22; tr. it.: pp. 71-78-84; (55) Ibidem] Le crisi economiche tra Germania e Stati Uniti (pag 103-104) “”La stessa ambiguità con la quale Veblen aveva affrontato i dibattiti sul pensiero di Böhm-Bawerk e sulla questione dei salari, oscillando tra le astruserie economiche degli accademici americani e i dilemmi politici di una socialdemocrazia in trasformazione, si rivelava nella sua risposta all’articolo di Uriel H. Crocker sulle crisi di sovrapproduzione (21). Anche in questo caso Veblen interveniva in una discussione comune al mondo intellettuale americano ed europeo. Da una parte vedeva economisti, politici e uomini d’affari americani interrogarsi sulle cause delle prime grandi recessioni successive alla guerra civile; vedeva gli accademici impugnare la vecchia teoria della “”sovrapproduzione””, che attribuiva il crollo dei prezzi a uno squilibrio tra domanda e offerta, contro i magnati della finanza i quali, appellandosi invece a una presunta natura monetaria dei fenomeni di recessione, chiedevano che venissero applicate misure inflazionistiche (22). Dall’altra, leggendo le opere di Marx e di Engels, Veblen poteva seguire l’evoluzione che il dibattito sulle crisi, europee questa volta, aveva subito all’interno del socialismo marxista. E contro la solita teoria, in cui già si era imbattuto nel dibattito americano, di una natura fondalmentalmente monetaria della crisi, Veblen trovava in Marx la difesa della teoria altrettanto nota della sovrapproduzione; sovrapproduzione che Marx attribuiva però al “”sottoconsumo””, prima ancora che all’eccesso di produzione di un sistema capitalistico divenuto troppo efficiente (23)”” (pag 103-104) [Francesca Lidia Viano, Thorstein Veblen. Tra utopia e disincanto, 2002] [(21) Uriel H. Crocker era figlio di un importante magnate delle ferrovie del New England. Si era laureato ad Harvard e si era presto affermato a Boston come avvocato e giornalista economico. Aveva appoggiato con entusiasmo gli scioperi dei Knights of Labor, sulla base di una versione “”corrente e poco sofisticata”” della teoria del sottoconsumo (Joseph Dorfman, ‘The Economic Mind in American Civilization’ cit., III, pp. 129-130; (22) Joseph Dorfman, ‘The Economic Mind in American Civilization’, cit., III, pp 3-49, 117-136; (23) Sui dibattiti interni alla socialdemocrazia tedesca si veda: ‘Storia del marxismo II. Il marxismo nell’età della seconda internazionale’, Torino, 1979, pp. 237-274; 277-314]”,”TEOP-456″ “VIANO Carlo Augusto”,”Il pensiero politico di Locke.”,”Nella nota bio-bibliografica l’elenco dell’opere pubblicate da Locke.”,”TEOP-062-FL” “VIANO Carlo Augusto”,”Etica pubblica.”,”Carlo Augusto Viano è ordinario fuori ruolo di Storia della filosofia nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino, membro dell’Accademia delle scienze di Torino, del comitato direttivo della Rivista di filosofia e del comitato scientifico di Bioetica. Si è formato a Torino alla scuola di Nicola Abbagnano, del quale è stato assistente, e ha insegnato nelle Università di Milano, Cagliari e Pavia.”,”TEOP-069-FL” “VIARD Jacques”,”Pierre Leroux et les socialistes europeens.”,”VIARD Jacques, nato nel 1920, dottore in lettere, è professore di lettere all’ Università di Provenza. Pubblicista, scrittore, pioniere del sindacalismo e dell’ autogestione, LEROUX, a volte viene citato come l’ ispiratore dei romanzi socialisti di George SAND e l’ antagonista della filosofia ufficiale del XIX secolo, l’ eclettismo. Anche dopo il 1851 e nell’ esilio resta fedele al suo socialismo umanitario.”,”SOCx-094″ “VIARENGO Adriano”,”Franco Venturi, politica e storia nel Novecento.”,”Adriano Viarengo è insegnante, redattore e condirettore della ‘Rivista storica italiana’ dovo ha a lungo lavorato con Franco Venturi, alla cui figura ha dedicato alcuni saggi. Si occupa di Storia del Risorgimento, con riferimento alla storia delle idee democratiche e liberali. Ha pubblicato una biografia di Camillo Cavour (2010).”,”STOx-013-FSD” “VIATTEAU Alexandra, collaborazione di Stanislaw Maria JANKOWSKI e Youri ZORIA”,”Staline assassine la Pologne, 1939-1947.”,”L’A ha consultato gli archivi del Vaticano. VIATTEAU Alexandra insegna scienze dell’ informazione all’ Institut francais de presse dell’ Università di Paris II. Di origine polacca, specialista del massacro di Katyn e dell’ insurrezione di Varsavia del 1944, ha potuto lavorare negli archivi vaticani e in collaborazione con la specialista polacca S.M. JANKOVSKI e con l’ ex responsabile dei servizi di informazione militare sovietica Youri ZORIA sugli archivi sovietici e polacchi. “”Al presente, chi combatteva in nazisti, aveva anche degli avversari paradossali: i partigiani sovietici delle brigate di Gulevitch, Markov, Sidoruk, Suvorov, Jelezniak, Karpov e Manochin, che operavano tra le altre cose nel massicciodella foresta di Lipiczanska, Nalibocka e Rudnicka. I tentativi polacchi di condurre con questi partigiani una lotta antinazista comune finirono sovente tragicamente (…).”” (pag 147) Le mani di Stalin sulla Polonia. “”Ora, nonostante la guerra germano-sovietica, la direzione dell’ URSS non aveva intenzione di invalidare de facto il patto Ribbentrop-Molotov. L ‘ aggressione a seguito della quale la Polonia aveva perduto a vantaggio dell’ URSS quasi la metà del suo territorio era sempre ufficialmente qualificata come “”liberazione dell’ Ucraina e della Bielorussia occidentali””, e i cittadini delle terre integrate al tempo all’ URSS erao considerati, loro malgrado, cittadini sovietici. Mosca voleva mantenere quelle frontiere e non aveva voglia di avere rapporti con la Polonia combattente, “”rappresentante legittima”” della Repubblica polacca in questi luoghi.”” (pag 150)”,”POLx-026″ “VIAZZI Luciano a cura, collaborazione di Andrea BIANCHI”,”Fucilazioni di guerra. Testimonianze ed episodi di giustizia militare dal fronte italo-austriaco, 1915-1918.”,”Contiene i paragrafi: – L’ ammutinamento del XVIII Battaglione Bersaglieri (pag 51) – La rivolta della Brigata Catanzaro (pag 66) – Rapporto informativo sull’ammutinamento della Brigata Catanzaro inviato dalla 3° Armata al Comando Supremo (pag 68) – La feroce repressione della Brigata Catanzaro (pag 69) – Le decimazioni di Caporetto (pag 107) – Morte di un anarchico alpino (pag 122) – Racconto di una fucilazione: ‘Fucilatemi: l’è justo!’ di Paolo Monelli (pag 126) Foto di una fucilazione “”Non avendo altre truppe sotto mano, la scelta cadde sul reparto che effettuava il suo turno di riposo a Salesei, ch’era la località più vicina al luogo d’impiego. I bersaglieri reagirono malamente alla notizia: le terribili giornate che essi avevano già trascorso sul Sief avevano lasciato una traccia indelebile nel loro stato d’animo. La rabbia maggiore era forse data dal fatto che essi erano già stati impiegati, sei mesi prima, contro quella stessa montagna, ed il loro sacrificio era stato reso inutile, dall’ordine di ripiegamento sulle basi di partenza, quando già avevano raggiunto ottime posizioni. L’inattesa decisione li riportava all’improvviso ad un immediato contatto con una tragica realtà, che risvegliava nella loro memoria i ricordi sopiti di altre drammatiche situazioni vissute in precedenza. Si aggiunga la fatica fisica derivante dai continui spostamenti da una posizione all’altra, dalle molte notti passate all’addiaccio senza poter riposare o mangiare a sufficienza, e la tensione psichica per la paura di rimanere uccisi oppure orrendamente mutilati: si potrà facilmente capire come soldati pazienti e sottomessi, ligi sempre al proprio dovere, abbiano potuto ribellarsi in modo tanto clamoroso. Scrisse in proposito Curzio Malaparte nel suo libro ‘La rivolta dei santi maledetti’ che tratta appunto la ribellione dei soldati durante i combattimenti del Col di Lana, di cui lui era stato diretto testimone: “”L’insondabile mistero della natura pesava sugli uomini, entrati in guerra senza odio, ma con la risolutezza dura dei lavoratori decisi a una fatica come a una forza avcversa alla loro miserabile volontà. Abituati a considerare la vita come un lavoro da qualunque imposizione, fuorché dalla necessità di vivere, come un dovere di religione, sacro, semplice e solenne come un rito, gli uomini si ritrovano a un tratto forzati a una fatica d’odio, schiacciati dalla presenza continua della morte; dalla presenza insofferibile di una forza che rendeva la loro vita non necessaria. (omiss.) La guerra è guerra; si sa, bisogna morire se occorre. Ma la morte? Chi ci aveva parlato della morte? Quei corpi contorti, quei visi sfigurati, quegli occhi di gente che non voleva morire? Chi li ha ridotti così, chi lia torturati così? Chi? La morte? (omiss.). Noi non vogliamo morire così; ma sappiamo pche noi pure dovremo morire, così, come quelli, laggiù, qua, dappertutto, che non volevano morire così”””” (pag 52)”,”QMIP-203″ “VIBERTI Pier Giorgio”,”Le grandi battaglie dei Savoia.”,”Pier Giorgio Viberti è nato nel 1950 a Fossano (Cn) e si è trasferito giovanissimo a Torino, dove si è laureato in Lettere e poi in Scienze politiche. Ha insegnato in questa città in istituti di istruzione secondarai superiore. Si è occupato di editoria scolastica e di storie varie del Piemonte e dei Savoia.”,”ITQM-008-FGB” “VICARELLI Fausto a cura; saggi di HAHN Frank HICKS J. R. KREGEL J. A. LUNGHINI Giorgio ROBINSON Joan WILKINSON Frank SALVATI Michele STEINDL Josef SYLOS LABINI Paolo VICARELLI Fausto WEINTRAUB Sidney a cura di VICARELLI fausto”,”Attualità di Keynes.”,”Libro dedicato a F. Caffé “”Nel sistema di Ricardo, il profitto viene determinato come differenza tra il valore del prodotto di una squadra di uomini, al netto della rendita e della reintegrazione degli imput fisici, ed il valore del salario che questi ricevono. Marx trasformò la teoria del profitto di Ricardo nella teoria dello sfruttamento. Il lavoro produce ‘valore’ ed il capitalista si appropria di un’ampia parte di esso. La teoria neoclassica che venne di moda all’incirca dopo il 1870 era, consapevolmente o inconsapevolmente, una reazione contro Marx. Essa cercava essenzialmente di eludere il problema della distribuzione e di concentrarsi sull’analisi dei prezzi relativi dei beni. In quest’ambito, gli economisti accademici erano in grado di segnare alcuni punti a loro favore (…)”” (pag 116-117) [Joan Robinson, in collaborazione con Frank Wilkinson, Ideologia e logica] [in ‘Attualità di Keynes’, 1983, a cura di Fausto Vicarelli]”,”ECOT-205″ “VICARELLI Fausto”,”Keynes. L’instabilità del capitalismo.”,”VICARELLI Fausto è docente nell’Università degli Studi di Firenze “”Il vero attacco frontale all’impostazione analitica del ‘Trattato’ (della Moneta, di Keynes, ndr) è però quello condotto da F.A. von Hayek, autorevole esponente, insieme a L. von Mises e H. Neisser, della nuova scuola monetaria austriaca che Keynes definisce neo-wickselliana e alla quale riconosce la prerogativa di aver impostato l’analisi del ciclo economico sulla relazione tra tasso d’interesse ed equilibrio risparmio-investimenti, cioè lungo la stessa linea del ‘Trattato’. La critica di Hayek è molto capillare ma due sono le tematiche che ci sembrano analiticamente più rilevanti. (…)”” (pag 101)”,”ECOT-208″ “VICARELLI Fausto a cura BISCAINI COTULA Anna Marria CIOCCA Pierluigi BALDUCCI Renato MARCONI Mauro MARINELLI Maria Luisa NICCOLI Alberto saggi di”,”Capitale industriale e capitale finanziario; il caso Italiano.”,”Fausto Vicarelli, nato nel 1936, è docente di Economia politica nell’Università di Firenze. Si è interessato di problemi della produzione, di economia internazionale e di teoria keynesiana. In quest’ultimo campo ha curato il volume ‘La controversia keynesiana e contributo al volume ‘John Maynard Keynes nel pensiero e nella politica economica, è autore di ‘Keynes, l’instabilità del capitalismo.”,”ITAE-039-FL” “VICARELLI Fausto VERCELLI A. BOLTHO A. CONTI V. COSSUTTA D. GIANNOLA A. MUSU I. VOLPE M. TOSATO D. SILVANI M. BAVESI G. GIAVAZZI F. BIASCO S. GNESUTTA C. NARDOZZI G. ARCELLI M. ARTONI R. GIARDA P.D. PADOA-SCHIOPPA F. scritti”,”Oltre la crisi. La prospettiva di sviluppo dell’economia italiana e il contributo del sistema finanziario.”,”Opera a cura dell”Ente per gli studi monetari, bancari e finanziari ‘Luigi Einaudi’ che è stato costituito nel 1965. Dal giugno 1979 ne è presidente il professor Paolo Baffi, attualmente Governatore onorario della Banca d’Italia.”,”ITAE-040-FL” “VICARELLI Fausto a cura; saggi di HAHN Frank HICKS J. R. KREGEL J. A. LUNGHINI Giorgio ROBINSON Joan WILKINSON Frank SALVATI Michele STEINDL Josef SYLOS LABINI Paolo VICARELLI Fausto WEINTRAUB Sidney”,”Attualità di Keynes.”,”Libro dedicato a F. Caffé “”Nel sistema di Ricardo, il profitto viene determinato come differenza tra il valore del prodotto di una squadra di uomini, al netto della rendita e della reintegrazione degli imput fisici, ed il valore del salario che questi ricevono. Marx trasformò la teoria del profitto di Ricardo nella teoria dello sfruttamento. Il lavoro produce ‘valore’ ed il capitalista si appropria di un’ampia parte di esso. La teoria neoclassica che venne di moda all’incirca dopo il 1870 era, consapevolmente o inconsapevolmente, una reazione contro Marx. Essa cercava essenzialmente di eludere il problema della distribuzione e di concentrarsi sull’analisi dei prezzi relativi dei beni. In quest’ambito, gli economisti accademici erano in grado di segnare alcuni punti a loro favore (…)”” (pag 116-117) [Joan Robinson, in collaborazione con Frank Wilkinson, Ideologia e logica] [in ‘Attualità di Keynes’, 1983, a cura di Fausto Vicarelli]”,”ECOT-015-FV” “VICARI Santo”,”L’Europa Sostenibile.”,”VICARI Santo è un ingegnere sicialiano che si è impegnato contro l’esclusione sociale. E’ un convinto sostenitore del progetto dell’Europa dei cittadini. Ha lavorato per 20 anni a Bruxelle per la Commissione Europea.”,”EURE-083″ “VICARI Dario”,”Lettura di ‘Essere e tempo’ di Heidegger.”,”Dario Vicari svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Discipline filosofiche dell’Università di Torino. É autore di Ontologia dell’esserci e di diversi articoli di approfondimento di tematiche heideggeriane.”,”FILx-054-FL” “VICENS VIVES Jaime, a cura di Joan CONNELLY ULLMAN”,”Approaches to the History of Spain.”,”Il prof. Joan CONNELLY ULLMAN il traduttore ha fornito la bibliografia dei lavori degli studiosi citati dall’ Autore e le note del testo. VICENS VIVES Jaime è uno storico catalano, professore di storia moderna e fondatore e direttore del Center of International Historical Studies all’ Università di Barcellona. Fino alla sua morte (1960) è stato uno dei leaders della nuova scuola storiografica cresciuta a Barcellona dopo la Seconda guerra mondiale. Nella tradizione di Marc BLOCH e delle Annales, ha visto la storia come “”vita in tutta la sua complessa diversità”” fondata sulla roccia dei fatti sociali economici e geografici. Il titolo originale del volume è ‘Approximación a la historia de España’. Filippo II re di Castiglia e l’ economia del regno. “”Philip II, with his state paternalism, exhausted Castile’s economic potential by his shortsighted mercantilist policies. The only signs within the country of this economic potential were the relative prosperity of cloth manufacturers in the provinces, the unrestrained and oppressive splendor of Seville, and the munificent buildings constructed by a few Andalusian and Extremaduran gentry enriched by American holdings (encomiendas). We find no capital invested in the country either to increase the productivity of the agricultural soil or to form commercial companies to exploit the oceanic world – not even to exploit the slave trade, which was left in the hands of the Portuguese and the French.”” (pag 98)”,”SPAx-083″ “VICENS VIVES J. a cura; collaborazione di Luis PERICOT GARCIA Miguel TARRADELL MATEU Jesus GARCIA TOLSA Jose Maria FONT RIUS Enrique BAGUE M. BALLESTEROS GAIBROIS”,”Historia Social y Economica de España y America. Volumen I. Antigüedad Alta Edad Media América primitiva.”,”VICENS VIVES J. è cattedratico dell’Università di Barcellona”,”SPAx-101″ “VICO Gianbattista”,”La scienza nuova.”,”””Di fronte a questo mondo l’ uomo non è uno spettatore passivo: può conoscere questo mondo dall’ interno, dato che egli stesso che conosce è attore e protagonista di tale mondo. Dentro la natura della mente umana, nella “”forza del nostro intendere”” si possono rintracciare quei principi universali ed eterni, “”quali devon essere d’ ogni scienza””, che consentono di parlare della storia come di una scienza, anzi di una nuova scienza”” (pag 23, introduzione)”,”STOx-080″ “VICO Giambattista, a cura di B. CROCE e F. NICOLINI”,”L’autobiografia, il carteggio e le poesie varie.”,”Dedica di CROCE a Tommaso e Vincenzo DE-ROSA di Villlarosa”,”STOx-132″ “VICO Giambattista”,”De Mente Heroica.”,” “”Voi dovete, o nobili adolescenti, dedicarvi agli studi delle lettere non certamente per i fini nei quali potreste facilmente essere sopravanzati dal volgo sordido e vile, per procurarvi cioè le ricchezze; né per i fini nei quali potreste di gran lunga essere superati dagli uomini di armi e di corte, per raggiungere cioè onori e potenza; né tanto meno per i fini dai quali sono guidati i filosofi, dallo stesso desiderio, intendo dire, della sapienza, a cui intenti trascorrono quasi tutti, chiusi nell’ombra, tutta la vita per godere nell’inerzia della tranquillità dell’animo loro. C’è da aspettarsi da voi qualcosa di molto più alto. […]. Da voi, io dico, c’è da aspettarsi che vi dedichiate agli studi delle lettere per rendere eroica la mente vostra e dare inizio ad una sapienza utile al genere umano.”” (G. Vico) Letture a Bologna: De mente heroica di Giambattista Vico Lunedì 20 Novembre, alla Bottega dell’Elefante si leggerà il De mente heroica, orazione pronunciata da Giambattista Vico, allora docente di retorica, nel 1732 in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico nell’Università degli Studi di Napoli. Il testo che ci viene proposto di leggere è più una dissertazione che un’orazione inaugurale. In essa i giovani studenti vengono esortati al lavoro intellettuale e alla realizzazione delle potenzialità divine della mente umana.”,”GIOx-065″ “VICO Giambattista, a cura di Fausto NICOLINI”,”Opere.”,”7″,”TEOP-450″ “VICO Giambattista, a cura di Fausto NICOLINI”,”La scienza nuova seconda. Giusta l’edizione del 1744 con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite. Parte seconda Libri III – V.”,”Giovanni Bodino Treccani: La teorica della ragion di Stato di Gianfranco Borrelli – Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Diritto (2012) Ragion di Stato: studi recenti e novità interpretative Profondi cambiamenti interpretativi sono intervenuti negli ultimi decenni nel campo degli studi dedicati al complesso delle semantiche che rinviano alla nozione di ragion di Stato; conviene ripercorrerne rapidamente i passaggi più significativi, che confermano l’interesse della comunità scientifica per una categoria del pensiero politico che appare intramontabile. Bisogna innanzitutto ricordare il convegno di studi di Tubinga su questo tema, svoltosi nel 1974 e promosso da Roman Schnür (Staatsräson, 1975); esso costituì un’esperienza di forte sinergia tra gli studiosi europei e produsse una serie di importanti risultati. Innanzitutto, in modo unanime venne espresso il congedo definitivo dall’interpretazione dell’idea di ragion di Stato offerta nel 1924 da Friedrich Meinecke (Die Idee der Staatsräson in der neuren Geschichte): nel suo contributo a Staatsräson, Michael Stolleis sostiene che bisogna interpretare la sovranità come Stato territoriale, «reale Machtpolitik», e non più – alla maniera di Meinecke – concettuale opposizione di etos e kratos, di morale e politica; rifiuto quindi di ridurre teorie e pratiche di ragion di Stato al genio di Niccolò Machiavelli, considerato da Meinecke inventore non dell’espressione ma dei fondamenti teorici della ragion di Stato. In quegli stessi anni, con tonalità consonanti, Michel Foucault dedicava a questi temi un’indagine di grande rilievo. Sottoponendo a profonda critica la categoria moderna di sovranità nelle lezioni al Collège de France del 1975-76 che recano il titolo Il faut défendre la societé (1997) e dedicando al tema della ragion di Stato una parte importante nelle lezioni del 1977-78 su Sécurité, territoire, population (2004), Foucault veniva assegnando ai dispositivi di ragion di Stato caratteristiche e attributi di un modo specifico di pensare e agire la politica dello Stato moderno a partire dal 17° secolo. Teorie e tecniche di ragion di Stato rappresentano un nuovo modo di pensare e praticare la politica, che apre ai processi della moderna arte del «governo degli uomini», primo passaggio per la costituzione di strategie disciplinari di gouvernementalité. Ancora, dagli inizi degli anni Novanta, in Italia dapprima e in seguito in molti Paesi europei, una vera e propria effervescenza di ricerche ha contribuito a promuovere ulteriori avanzamenti critici sui temi della ragion di Stato, provocando un’estensione e un superamento della classica stagione di studi che aveva visto gli importanti lavori che vanno da Meinecke a Rodolfo De Mattei (1950 e 1979), da José A. Maravall (1944 e 1972) a Étienne Thuau (1966), da Luigi Firpo (1960 e 1976) a George L. Mosse (1957). Si vedano a tal proposito gli atti dei convegni Ragion di Stato e ragioni dello Stato (secoli XV-XVII), 1996, Botero e la ragion di Stato, 1992, Aristotelismo politico e ragion di Stato, 1995, La Ragion di Stato dopo Meinecke e Croce, 1999, Prudenza civile, bene comune, guerra giusta, 1999. Ragion di Stato non viene più interpretata solamente come prevalente esercizio della forza, come utilizzo normale del segreto e della deroga; soprattutto, si cerca di superare i limiti della letteratura critica che ancora riferiva in modo diretto le novità introdotte dagli scrittori di ragion di Stato alle teorie di Machiavelli e che interpretava univocamente discorsi e dispositivi di ragion di Stato come razionalizzazione del governo civile ispirato dalle esigenze religiose della Controriforma. Agli inizi del nuovo secolo, si può dunque tentare di restituire il senso di quella innovativa stagione di ricerche: ragion di Stato è ora studiata come il complesso delle pratiche e delle scritture proprie di un autonomo paradigma di conservazione politica che viene a costituire parte integrante dei processi di modernizzazione che si affermano in Europa a partire dalla metà del Cinquecento; in breve, si tratta di uno tra i principali fenomeni di quella modernità politica che non bisogna identificare riduttivamente con il primato della ragione autoritativa di sovranità, ma che va considerata disseminazione composita di istanze paradigmatiche diverse (Borrelli 1993 e 2003). Seguendo tale prospettiva critica, risulta anche possibile comprendere quegli elementi che segnano interessanti novità nel merito delle relazioni complesse che vengono emergendo tra la funzione preminente del comando politico perseguito per ragion di Stato con l’esercizio specifico dei dispositivi giuridici posti in essere dall’autorità di governo. Gli autori che, per circa mezzo secolo, dialogano tra loro realizzando quel libro variamente argomentato della ragion di Stato, offrono pure pregnanti enunciazioni e definizioni relative al posto che il diritto viene chiamato a ricoprire nell’organizzazione della vita civile; di queste particolari acquisizioni, che segnano significative novità nella cultura giuridica italiana del Seicento, si può operare un’essenziale ricostruzione. Civil conversazione, ragion di Stato, ragioni di Chiesa L’impegno critico più recente della ricerca ha indagato il fenomeno della ragion di Stato come l’arte di governo rivolta alla produzione dinamica di conservazione politica, improntata più alla razionalità che al buon governo, impegnata a offrire sostegno all’inedito artificio dello Stato moderno per vie diverse che vedono interagire nuovi saperi di governo, procedure diplomatico-militari, pratiche disciplinari in grado di produrre un efficace rapporto di comando-obbedienza. Grazie al complesso di pratiche e scritture di ragion di Stato, a fine Cinquecento, il laboratorio politico italiano mette capo alla produzione inedita di un programma di conservazione che afferma la centralità dello strumento autonomo della politica. Per porre in evidenza nel modo più conveniente l’originalità di questa produzione, bisogna sicuramente fare opera di ricostruzione degli elementi costitutivi di quel programma conservativo della situazione dei poteri esistenti che viene via via affermandosi in Italia all’interno degli Stati regionali, coinvolti fin dall’inizio del Cinquecento nel confronto diretto con gli Stati europei che fanno del territorio italiano un campo di conquista. In particolare, per quanto concerne la storia italiana, nel momento più alto della civiltà rinascimentale, che coincide tuttavia con la crisi politica più acuta degli Stati regionali in Italia nei primi decenni del Cinquecento, la cultura italiana pone in essere un processo straordinario di trasformazione di linguaggi e comportamenti, con la precisa finalità di riconvertire tensioni antagonistiche e conflitti diffusi in percorsi di possibile pacificazione e di sicurezza materiale di vita. Questo programma coincide in prima istanza con il progetto di civil conversazione che prende avvio grazie a scritture di inestimabile valore: tra questi autori bisogna citare almeno Baldassarre Castiglione (Libro del cortegiano, 1528), Giovanni della Casa (Galateo, 1558) e Stefano Guazzo (Civil conversazione, 1574); l’obiettivo particolare è quello di attenuare i conflitti interni alle corti e di riconvertire in politica gli antagonismi vivi tra gli Stati italiani, resi ancora più drammatici nel contesto dei tentativi di conquista spagnoli e francesi. Questi autori lavorano alla codificazione di nuove regole di condotta, suggeriscono registri di buone maniere valide non solo per i cortigiani, bensì per tutti i sudditi; tali scritture vengono riprese in tutti i Paesi europei ed esercitano un’incidenza impressionante sulle condotte degli italiani, che si prolunga almeno fino agli inizi del 19° sec. (Quondam 2010). Con questa letteratura prende corpo il progetto determinato di costruire codici di disciplina dei comportamenti individuali idonei a configurare rapporti efficaci di comando/obbedienza tra governanti e governati; per l’organizzazione della vita civile viene argomentata l’inevitabile rinuncia all’ossequio delle virtù tradizionali fondate sui principi non più efficaci delle leggi morali del giusnaturalismo cristiano, di fatto smentite dalla serie interminabile dei sanguinosi avvenimenti dell’epoca; piuttosto, bisogna praticare quelle tecniche di dialogo, di commercio comunicativo, suggerite dalle cosiddette virtù minori – quali, per es., grazia, piacere, utilità – al fine di razionalizzare e raddolcire la condotta dei soggetti interessati a conservare la situazione dei poteri esistenti: in breve, attraverso le pratiche del governo di sé, contribuire a realizzare il governo degli altri, con positivo effetto di disciplinamento sociale (Borrelli 2000). In realtà, le scritture italiane di ragion di Stato possono essere innanzitutto considerate il compimento di quel progetto di civil conversazione. E in partenza conviene offrire qualche utile precisazione: ragion di Stato non è l’imperativo assoluto in nome del quale si può e si deve stravolgere ogni genere di norma al fine dell’interesse dello Stato; si tratta piuttosto di una nuova arte razionale del governo, quindi esercizio della ragione come mezzo di conoscenza e volontà di orientamento nelle cose che riguardano in modo esclusivo lo Stato inteso come dominio su di un ambito territoriale, che include anche la giurisdizione sulle condizioni di vita degli individui e dei corpi. Peraltro, le scritture italiane di ragion di Stato costituiscono un complesso sicuramente non omogeneo per le modalità espositive utilizzate e per le tensioni politiche proprie dei contesti storici di provenienza; tuttavia, questo corpo di testi prodotti in continuità per alcuni decenni fin quasi alla metà del Seicento costituisce la messa a punto formale per un modello inedito di praticare la politica. Nelle teorie/pratiche di ragion di Stato non troviamo alcun riferimento a un ordine strutturato del mondo naturale, a leggi fondamentali della natura o della creazione divina; l’arte di governo per ragion di Stato opera in un tempo storico e politico che è un tempo indefinito, perpetuo e conservativo: non si tratta più del tempo escatologico, piuttosto il tempo della storia è – come scrive Foucault (2004) – l’indefinito di una gouvernementalité per la quale non è previsto un termine o una fine (cfr. anche Borrelli 2003). Da un’altra prospettiva, risulta peraltro impossibile sostenere descrizioni dei percorsi delle argomentazioni e delle pratiche della ragion di Stato prescindendo dallo stretto riferimento alla storia interna della Chiesa di Roma a fine Cinquecento. Con rapida sintesi, si tratta delle specifiche ragioni della Chiesa: espressione attraverso la quale si vuole operare un riferimento diretto e circoscritto alle vicende della curia romana negli ultimi decenni del Cinquecento (Prodi 1982, 20062; Fragnito, in Ragion di Stato, 1996, pp. 15-73). Questa è impegnata nei difficili passaggi che riguardano l’accentramento crescente del potere papale, la ristrutturazione delle gerarchie interne, quindi le manovre della Congregazione del Sant’Uffizio nei confronti della giurisdizione episcopale e degli ordini religiosi; insieme, i vertici ecclesiastici sono all’opera per salvaguardare e rinforzare l’autorità della Chiesa cattolica sul piano dei rapporti tra gli Stati, anche se questi stessi vertici sono divisi nei diversi fronti interni delle parti filospagnole e di quelle filofrancesi. In questo quadro, la riflessione cattolica applicata alla politica rimane ancorata a un duplice obiettivo, come dimostrano esemplarmente gli scritti pubblicati dal gesuita Antonio Possevino (Iudicium de Nuae militatis Gallis scriptis […]. De Ioannis Bodini methodo historiae […]. De Nicolao Machiavello, 1592), dall’oratoriano Tommaso Bozio (De signis ecclesiae Dei, 1591; De jure status, sive de jure divino et naturali ecclesiasticae libertatis et potestatis, 1600) e da Fabio Albergati (De i discorsi politici […] ne i quali viene riprovata la dottrina politica di Gio. Bodino […], 1602): da una parte, apprendere a utilizzare quella funzione autonoma della risorsa politica così come rimaneva iscritta nella riflessione e nella pratica della politica nuova che si faceva risalire a Machiavelli, neutralizzando però al contempo la forte carica innovativa in essa contenuta; contemporaneamente, combattere quel modo, anch’esso inedito, di pensare e di organizzare il governo secondo il modello del sistema giuridico-politico della sovranità assoluta proposto da Jean Bodin e sostenuto nella lotta che i politiques portavano ai liguers (Baldini 1989). Giovanni Botero e il primato della prudentia politica L’impresa intellettuale di Botero costituisce il tentativo, positivamente condotto a termine, di porre in relazione le esigenze e i problemi vissuti dalla curia romana a fine Cinquecento con discorsi e codici della politica provenienti dall’esterno della tradizione di pensiero del cattolicesimo: innanzitutto, con la cultura tardorinascimentale, e ancora con le suggestioni nuove prodotte dal vivo dibattito in corso in terra francese. Botero percorre questi obiettivi attraverso uno stretto confronto teorico con gli autori e gli scritti di entrambe queste parti: grazie a un lavoro di prudente e coperta contaminazione, viene emergendo un inedito progetto, espresso attraverso una serie notevole di scritture e anche tramite l’impegno politico diretto. Innanzitutto, la nozione di prudenza politica assume il complesso delle trasformazioni semantiche addotte dagli autori rinascimentali, in particolare quindi da parte di Machiavelli e, soprattutto, di Francesco Guicciardini. Prudenza politica è ars practica: il principe deve vivere direttamente l’azione politica e deve poter contare sull’approfondita notizia delle cose e delle pratiche di governo; allo scopo di realizzare il maneggio del governo, la prudenza esalta la via conoscitiva dell’esperienza. Al fine di conseguire tale capacità di esercizio, il principe deve utilizzare ogni sorta di quei saperi utili al comando; di questi saperi governamentali – che vanno dall’antropologia alla morale, dalla geografia alla scienza dell’amministrazione, dall’economia all’urbanistica, dalla statistica all’arte militare – Botero offre un importantissimo saggio in Delle relazioni universali (1588), opera che ebbe un successo enorme in tutta Europa e che dev’essere immediatamente affiancata a Della ragion di Stato (1589) per potere intendere il complesso del progetto boteriano. La vicinanza di Botero a Machiavelli e a Guicciardini è rappresentata dal fatto che, non solo la categoria di prudenza politica viene utilizzata ormai con unico riferimento alle condizioni tecniche dell’agire politico, ma soprattutto per quegli aspetti secondo i quali l’uomo di governo deve esercitarsi a intervenire con modalità e tempi appropriati nell’applicazione dei dispositivi prudenziali, inclusi i mezzi di dissimulazione/simulazione: di qui la necessità della codificazione dei dispositivi tecnici, dei cosiddetti capi di prudenza. In questo modo, Botero sintetizza gli snodi principali degli strumenti propri dell’agire dissimulativo, specificando funzioni e possibilità applicative del fattore tempo/tempi nelle decisioni politiche (Della ragion di Stato, rist. 1948 dell’ed. 1598, pp. 104-12). Il programma conservativo boteriano utilizza le proposte che provengono dalla trattatistica della civil conservazione. L’attenzione rivolta a questa precettistica viene motivata dal fatto che al centro delle pratiche e dei discorsi di ragion di Stato viene posta la produzione del rapporto di comando/obbedienza: Botero intende infatti descrivere il complesso dispositivo di comando grazie al quale «i popoli si sottomettono volentieri al Prencipe» e gli uomini affidano il «governo di se stessi ad altri» (pp. 18, 15); da una parte, sui periodi brevi, il principe interviene con le tecniche determinate della decisione politica a seconda delle circostanze particolari e nei tempi idonei all’applicazione; insieme, sulla durata media e lunga, lo stesso soggetto del comando deve porre in esecuzione tutti i dispositivi efficaci a produrre ordine e disciplina, partendo dall’assicurazione materiale della vita dei sudditi, grazie ai divertimenti del popolo attraverso giochi e premi, fino alla cura dell’interiore salvezza spirituale. Il governo prudente persegue allora un’organizzazione della vita della città in cui abbiano pieno riconoscimento le rationes interessate e gli artifici idonei alla disciplina politica e all’obbedienza civile: e in realtà, in questa comunità politica certamente non più naturale, ragion di Stato è poco altro che ragion di interesse; in modo coerente, Botero collega alla funzione del governo le tecniche del lavoro e dell’industria, che esaltano la produzione artificiale degli individui. Dunque, da un lato, bisogna razionalizzare e orientare le condotte dei soggetti interessati a conservare la situazione dei poteri esistenti; su di un altro versante, il principe deve combattere il malcontento, la mala sodisfattione, che dà origine alle contenzioni e alle guerre civili. Queste cattive disposizioni provengono da un duplice fronte: da parte dell’ambizione smisurata dei grandi e anche dalla parte dei poveri, che non avendo che perdere, si muovono facilmente nell’occasione di cose nuove, e abbracciano volentieri tutti i mezi, che si appresentan loro di crescere, con la rovina altrui (Della ragion di Stato, cit., p. 127). Queste parti diverse sono avvicinate dalla comune propensione a essere disobbedienti nei confronti dell’autorità di governo, mentre scopo principale della politica prudenziale è quello di togliere ai sudditi «l’occasione, e la commodità delle rivolte» (p. 114). L’autorità politica istruisce allora una gerarchia differenziata di poteri, costituita dai corpi aristocratici e da alcuni strati del popolo che possono aderire con consenso al programma dell’autorità civile; per questi aspetti, la ragion di Stato prudenziale crea un riferimento positivo all’articolazione dei corpi costituiti sulla base di interessi mezani: infatti, assumendo in partenza che i mezani sono «ordinariamente i più quieti e facili a governare» (pp. 115-27), il principe dovrà poi procedere nei confronti dei ceti che hanno notevoli privilegi da conservare e da promuovere nello Stato, adottando le misure idonee per ridurre l’ambizione e l’autorità dei più potenti. Per quanto riguarda i poveri, pericolosi alla quiete pubblica poiché non hanno interessi da salvaguardare: «deve dunque il re assicurarsi di costoro, il che farà in due maniere, o cacciandoli dal suo Stato, o interessandoli nella quiete di esso» (p. 128). In definitiva, ragion di Stato consiste delle tecniche attivamente poste in essere dalle capacità prudenziali che mirano a razionalizzare al massimo le potenzialità del comando soggettivo. Solamente nei casi di estrema difficoltà delle condizioni del comando verrà applicata per necessità la forza, che deve rimanere sempre pronta, strutturata ed esibita; tuttavia, la principale finalità della politica risulta quella di riconvertire in termini di pace e di stabilità la guerra permanente, gli antagonismi in atto, attivando con le opportune cadenze temporali i dispositivi idonei a rinvigorire il rapporto comando-obbedienza. La proposta boteriana di ragion di Stato esalta l’elemento essenziale e propulsivo della politica, attività che tende ad affermare il suo primato su tutte le altre sfere, e in particolare sullo stesso elemento giuridico. In questo contesto, Botero segna con precisione il posto del diritto come strumento indispensabile al servizio permanente del potere esecutivo, del principe. Diritto è innanzitutto sapere utile all’amministrazione del governo e tecnica necessaria di espressione e di registro delle decisioni politiche; peraltro, tutto il complesso del sistema della giustizia civile e penale deve fare riferimento all’autorità civile. Botero presta dunque attenzione concreta all’esercizio del primato della prudenza politica: la prudentia iuris resta invece direttamente sottoposta alla decisione e al controllo del principe. Il principe interprete di giustizia Discorsi e pratiche di ragion di Stato contribuiscono ad aprire percorsi teorici e dispositivi tecnici che si riveleranno utili ai processi di razionalizzazione che saranno propri della politica moderna. Attraverso un lavoro a più voci, questi autori affrontano la crisi dell’aristotelismo politico di tradizione cattolica e operano essi stessi nel senso del superamento del pensiero politico classico: non secondo i moduli sistematici della riflessione filosofica tradizionale, ma attraverso la proposizione di ragionati modelli di intervento pratico. Non ci troviamo propriamente di fronte all’argomentata teoria della separazione funzionale di morale e politica, tuttavia questa molteplicità d’interventi apre a prospettive sicuramente originali: oltre il potere pastorale, accanto ai differenti dispositivi che sono propri degli ordinamenti politico-giuridici di sovranità, un’economia politica del «governo degli uomini» attraverserà corpi e anime dei soggetti, procurando di separare i percorsi della disciplina dei comportamenti dalle interiori credenze religiose. Secondo Foucault, la ragion di Stato rappresenta il corpus di saperi/pratiche che collega il micro dei dispositivi disciplinari al macro della sovranità giuridico-politica sotto la forma delle scienze della politica e dello Stato. Quindi, tra le modalità proprie delle procedure governamentali avviate dalla ragion di Stato e le procedure proprie degli ordinamenti di sovranità – che sfoceranno nella costruzione degli apparati istituzionali di governo dello Stato e del sistema di diritto pubblico – viene a realizzarsi un’intricata storia costituita dalle modalità delle relazioni e degli intrecci tra queste due dimensioni: l’obiettivo è certamente quello di costruire un nuovo tipo di ordine per la società europea travagliata da guerre religiose e conflitti civili. Teorie e tecniche di ragion di Stato rendono più razionale l’azione di governo, grazie all’opera di neutralizzazione e di relativizzazione dei carichi imponenti di cui fino a quell’epoca il potere politico si rivestiva; viene innanzitutto argomentato che l’autorità di comando deve escludere qualsiasi condizionamento voglia farsi valere sul piano della virtù morale e della giustizia. Non esiste pertanto una iustitia universale cui il principe possa fare riferimento e sulla quale possa essere fondato il rinnovato esercizio dello ius; in questo senso, ragion di Stato contribuisce a sottrarre potere ai re che utilizzavano un corpo di leggi fondamentali che rinviava ex ante a una fondazione morale e giuridica precedente alla formazione del regno. Sul piano della politica non possono valere i principi delle leggi naturali morali, e nemmeno le pretese che provengono dagli impianti della legislazione civile; conservazione dell’ordine esistente significa far crescere il corpo politico grazie a saperi, tecniche e tempi che agiscono in proprio. Peraltro, nemmeno può essere accolta quella nozione del giusto naturale che nell’ultima stagione di ricerca della scolastica aveva indotto Francisco Suárez (Tractatus de legibus ac Deo legislatore, 1612) a offrire articolata e razionale giustificazione alla preminenza della epieikeia: ius è forma di equità che interviene in rapporto alle leggi civili, ordinarie e consuetudinarie, per garantire l’applicazione del giusto ai casi particolari anche a costo di contravvenire alle forme della giustizia legale e agli istituti giuridico-politici; secondo questo autore, l’agire prudenziale dell’epieikeia interviene modificando il diritto naturale e il diritto positivo al fine di ristabilire la mensura iustorum et iniustorum, rafforzando pure l’accordo di religione e politica (I, 10). Da parte loro, gli autori di ragion di Stato smentiscono con precise argomentazioni il necessario incontro tra prudenza politica e astratta definizione morale del giusto: Federico Bonaventura (Della ragion di Stato et della prudenza politica, 1623) scrive che l’equità è solamente esecutiva della legge morale, mentre la capacità consultativa del principe costituisce la concreta creativa funzione rivolta a interpretare i casi indefiniti e indeterminati dell’agire umano. La ragion di Stato «muta, e altera sempre, e corregge secondo il bisogno» (p. 579), riguarda tutti gli affari del civil governo e ha specialmente luogo nelle cose dubbie. Anche Lodovico Settala (Della ragion di Stato, 1627) distingue diverse attribuzioni della prudenza politica: consultiva, legislativa, giudiziaria; questi tre diversi termini non richiamano contesti specifici del diritto civile o della scienza giuridica, piuttosto vogliono significare l’ambito esclusivamente autonomo della capacità del principe rivolta a interpretare e a giudicare in proprio i singoli avvenimenti oggetto del giudizio; ancora per questo autore, preminente è la funzione consultiva attraverso cui si esprime la decisione del principe per i casi particolari in cui resta impegnato il fine principale della conservazione dello Stato (p. 10). In definitiva, il primato della prudenza politica riattiva l’antico assunto: «eius est interpretari cuius est condere legem»; già Tommaso d’Aquino aveva argomentato questo principio (Summa theologiae, IIa IIae, qq. 1-3), e lo stesso avevano sostenuto acuti glossatori e insigni giuristi fino a tutto il 16° sec. (De Mattei 1979, p. 250). La novità introdotta nella teoria dai trattatisti della ragion di Stato e praticata ora normalmente dai principi consiste appunto nella consapevolezza di affermare la preminenza assoluta della politica che vuole rendersi ragione e pratica di una radicale frattura; oltre il pluralismo del diritto romano riattivato nei secoli ma ridotto ormai a guscio inutilizzabile, oltre le pretese delle leggi morali e religiose adesso in evidente tracollo, oltre il diritto che si configura come espressione di una condizione naturale originaria degli esseri umani: una schiera interminabile di autori motiva che il principe è insieme interprete e legislatore, può utilizzare e anche rompere a suo piacere la legge ordinaria e introdurre elementi straordinari nelle deliberazioni di pubblico interesse. Albergati, Pier Maria Contarini (Compendio universal di republica, 1602), Girolamo Frachetta (Il seminario de’ governi di stato et di guerra, 1613): tra fine Cinquecento e i primi anni del secolo successivo, da parti diverse e con motivazioni pure discordi, un coro di autori sostiene le ragioni del primato della decisione politica e della subordinazione del diritto alla volontà del principe. Nella produzione dei decenni seguenti, a tutti gli scrittori di ragion di Stato risulterà comune la convinzione della mediazione necessaria e interminabile della politica, che bisogna tenere distinta da ogni genere di interferenza morale o religiosa. Prerogative e deroghe: il potere discrezionale del principe L’esaltazione del primato della ragione politica, attraverso l’attribuzione al principe delle funzioni di interprete e legislatore, pone le condizioni per pervenire all’affermazione del possibile esercizio di poteri discrezionali da parte dei soggetti che intendono operare per ragion di Stato. Al fine di comprendere l’articolazione dei percorsi e le aperture rese possibili dalle decisioni prudenziali che possono operare con criteri di piena discrezione, conviene richiamare l’importante contributo offerto da Scipione Ammirato (Discorsi sopra Cornelio Tacito, 1594); nei suoi scritti troviamo le più chiare definizioni delle categorie che costituiscono gli strumenti differenti cui il soggetto del comando politico ricorre allo scopo di perseguire con modalità straordinarie d’intervento la finalità conservativa del suo programma. Nel merito di questi delicatissimi contenuti dell’agire politico, il punto di partenza è dato dalla definizione della ragion di Stato come «contraventione di ragione ordinaria per rispetto di publico beneficio, overo per rispetto di magiore e più universal ragione» (XVII, p. 231). In effetti, l’opera di contravvenzione della legge ordinaria assume molteplici aspetti che si intersecano in modo complesso. Nelle argomentazioni di Ammirato bisogna soffermarsi in particolare su due punti: le argomentazioni rivolte a specificare i caratteri propri della finalità pubblica che rende possibile la messa in opera della procedura discrezionale, e la serie determinata degli strumenti che sono a disposizione del principe. Seguendo questo autore, conviene innanzitutto prendere in considerazione il carattere publico della personalità politica del principe, che si pone al di sopra dei privati interessi fino a rappresentare una specie di bene universale, astratto rispetto ai beni privati. In effetti, è il principe stesso che, grazie all’adeguato esercizio della funzione prudenziale, realizza quel bene comune, appunto universale. In questa espressione non bisogna intendere un’attribuzione di carattere morale: piuttosto, la comunità riconosce l’abilità del principe nell’offrire ai sudditi quelle opportune riputazioni che riescono ad attivare una gerarchia di valori entro cui ciascun soggetto risulta impegnato con obbedienza nelle cariche, nei mestieri, nel rispetto della legge ordinaria. Laddove il governo del principe si presenta così bene costituito per cui vengono cedute, scrive Ammirato, «molte delle private ragioni al ben publico» (XII, p. 240), allora si deve riconoscere a quel soggetto una posizione di preminenza: egli stesso diventa figura di bene pubblico, avendo ottenuto il riconoscimento per il risultato positivo della sua azione prudente. Questa è dunque buona ragion di Stato, distinta dalla cattiva ragion di Stato non per criteri di natura morale, ma solo in considerazione delle capacità del principe nel conseguire quel risultato di attiva conservazione politica; in realtà, nella seconda e terza edizione (1589 e 1590) della Ragion di Stato, Botero aveva già provveduto ad annullare la possibilità stessa di quella distinzione nel riferimento a criteri di natura morale (Borrelli 1993, p. 86). Secondo Ammirato, il riconoscimento del principe come bene pubblico viene a costituire il fondamento di ciò che chiamiamo privilegio o prerogativa per la sua persona. Argomentando esplicitamente una sorta di ius politico, l’autore congettura una figura che assegna al soggetto che detiene il comando un potere di ampia discrezionalità per le decisioni che riguardano situazioni emergenziali in cui venga messo in pericolo lo stato delle cose esistenti, e in particolare il comando del soggetto politico. Si tratta di un potere che unisce la funzione legislativa con quella esecutiva, offrendo al principe strumenti particolari per la conservazione di «dominio, o signoria, o regno, o imperio, o qualunque altro nome gli si piaccia dare» (Discorsi sopra Cornelio Tacito, cit., XII, p. 240). Ragion di Stato viene dunque a significare gli strumenti straordinari che assume la ragione del dominio in quanto prerogativa: decretazioni extra legem, norme di secretazione, concessioni di grazia, e così via; si tratta di interventi tempestivi e imprevedibili che eccedono la legge e il diritto naturale, posti in essere dal principe per motivi di necessità conservativa. Per un altro versante, l’azione discrezionale del principe assume la veste della deroga: in questo caso ci troviamo di fronte a pratiche di governo che producono sottrazioni di legalità all’ordinamento giuridico; si tratta di una funzione già riconosciuta e formalizzata nei Digesta: «derogatur legi cum pars detrahitur». In questi casi, la sottrazione viene agita rispetto al complesso delle norme che costituiscono la tradizione delle regole comportamentali, codificate in termini di legge, propria di un contesto comunitario. La forma estrema della deroga è rappresentata dalla sospensione di parti dei codici vigenti, in forma dichiarata o meno; prima ancora della definizione di un diritto internazionale delle genti riconosciuto almeno tra alcune grandi potenze europee, ogni atto di guerra rendeva immediatamente implicito questo tipo di abolizione (parziale o totale) dei principi giuridici, con buona pace dei teorici dello ius belli, del diritto di resistenza o del diritto di conquista (Bazzoli 2005). Infine, ancora a proposito dell’esercizio di potere discrezionale da parte del principe, conviene richiamare la differente lettura di teorie e discorsi di ragion di Stato che prende origine dall’elaborazione particolarissima che ne fece, già nella prima meta del Seicento, Gabriel Naudé; nell’opera Considerations politiques sur les coups d’Éstat (1639), questi interpreta l’esercizio di ragion di Stato come possibilità da parte del sovrano di operare la rottura repentina, netta e efficace, dell’ordinamento giuridico costituito nel contesto della situazione straordinaria che ne mette a repentaglio il potere; con le sue argomentazioni l’autore intende discostarsi dalla trattatistica corrente di ragion di Stato, ed esalta il principio del colpo di Stato. Questo genere di assolutizzazione del colpo di Stato è in realtà estraneo agli autori che contribuirono, in Italia e in Europa, a dare forma teorica a discorsi/pratiche di un nuovo genere di governo degli uomini, che deve contare invece sulla regolarità di una molteplice serie d’interventi che assumono forma giuridica e non; piuttosto, come pure è stato bene individuato dalla letteratura critica, questo tipo di lettura apre a teorizzazioni sulle condizioni di situazioni straordinarie che possono presentarsi al soggetto della sovranità di diritto costituzionale che si trova a gestire il punto determinato della crisi che mette a rischio di sopravvivenza l’ordinamento politico-giuridico (Freund, in Staatsräson, 1975, pp. 141-64; La théorie politico-constitutionnelle du gouvernement d’exception, 2000; Pandolfi 2000). Diversità e persistenze nelle teorie di ragion di Stato Al termine del nostro percorso, conviene anche richiamare l’attenzione critica sulle diversità degli svolgimenti teorici che vengono offerti da autori che comunque condividono i termini essenziali di un progetto politico a lungo meditato, messo in opera con incredibile duttilità di pratiche, corretto e migliorato nel corso di decenni grazie a un metodo sperimentale e a una straordinaria capacità di comunicazione letteraria e retorica (De Mattei 1950; Borrelli 2003); la stessa questione delle relazioni tra diritto e ragione politica troverà impostazioni differenti nelle argomentazioni di questi scrittori delle diverse ragioni degli Stati. Basti considerare il contributo di Lodovico Zuccolo, il quale – nelle Considerationi politiche e morali sopra cento oracoli d’illustri personaggi antichi (1621) – sostiene esplicitamente che la ragion di Stato non esaurisce tutte le possibilità offerte dalla politica; viene difatti esclusa la gestione dei fenomeni civili sotto l’espressione univoca delle tecniche prudenziali: ne deriva una concezione di maggiore autonomia per la legge civile, che viene chiamata a istituire un rapporto di più articolato confronto con l’autorità politica di governo. Nelle argomentazioni di Zuccolo, il beneficio pubblico segnato dall’autorità non coincide in tutto con la volontà del principe, e viene confermato il bisogno di riconoscere a fondamento dell’arte politica una razionalità segnata dal consenso che proviene dalle parti diverse della comunità. Su un piano radicalmente diverso, a fine Seicento, si muove la proposta del cardinale Giovanni Battista De Luca (Theatrum veritatis et justitiae, 15 voll., 1669-1673; Il dottor Volgare, overo il compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e muncipale nelle cose più ricevute in pratica, 1673), rivolta ad assumere gli elementi di razionalità e la metodologia sperimentale di discorsi/dispositivi di ragion di Stato all’interno delle pratiche giurisprudenziali e dei saperi giuridici del cattolicesimo. In linea di continuità con le posizioni della seconda scolastica, rifiutando tuttavia di ancorare i saperi giurisdizionali alla scienza teologica, De Luca analizza le funzioni concrete svolte dal cardinale pratico, dal vescovo pratico. La finalità del progetto resta quella conservativa, da applicare in questo caso a vantaggio della società cristiana in crisi; da qui prende corpo il tentativo di costruire un organico sistema di jus publicum ecclesiasticum da porre in opera all’interno del governo e della giurisdizione dello Stato pontificio (Zanotti 1983). Emerge dunque sui tempi lunghi una pluralità di posizioni che rende conto ulteriormente della ricchezza di riflessione da parte di questi autori; infatti, oltre la condivisione dei fondamenti dell’agire prudenziale, lo spettro di considerazioni pure differenti restituisce una ricchezza di flessibilità nella teoria che rende conto dei successi notevoli conseguiti nelle pratiche. Certamente, nel quadro storico italiano queste diverse teorizzazioni non intendono costituire aperture agli impianti della moderna sovranità politico-giuridica, nelle forme della riflessione e dei percorsi storici che questa sta assumendo in Inghilterra e in Francia; anzi, questi autori, che hanno finissime competenze nei saperi che riguardano le cose politiche, con consapevolezza hanno dato corpo a un modello duttile e multiforme che rende variabili le applicazioni pratiche a seconda delle differenze dei contesti regionali. A questo punto, conviene ribadire che dispositivi e discorsi di ragion di Stato costituiscono solamente le premesse di quell’insieme di processi che conducono nella storia occidentale alla piena governamentalizzazione dello stato. Lo Stato moderno prende via via corpo come complesso dei dispositivi politico-diplomatico-militari, spesso ricoperti dal segreto, posti in esercizio da un personale tecnico fortemente specializzato; per un altro versante, le funzioni del paradigma conservativo aprono ai processi governamentali di police in quanto complesso delle strategie e delle tecniche di razionalizzazione economica e amministrativa della popolazione (Schiera 1968; Napoli 2003). In effetti, gli autori di ragion di Stato esaltano normalmente le possibilità proprie della prudenza politica e congetturano con giustificazioni teoriche differenti una particolare configurazione del governo come sfera di pubblico riferimento in cui il principe assume contemporaneamente le vesti diverse di decisore e legislatore. Da questo consegue non solo l’impegno nella migliore organizzazione delle istituzioni e dei saperi che devono sostenere il compito del principe, ma anche il riconoscimento della necessità della produzione interminabile di dispositivi giuridici che possano, per via ordinaria e straordinaria, rispondere con regolarità alle esigenze poste da casi individuali, eventi inattesi, repentine emergenze: tutto questo viene prefigurando quella produzione tecnico-giuridica che contribuirà alla formazione del moderno diritto amministrativo. Tutti costoro sovrappongono consapevolmente il ruolo della decisione politica alla funzione ineliminabile del diritto; essi sono anche consapevoli che, grazie alle pratiche prudenziali, la preminenza della ragione politica produce inevitabilmente una zona d’ombra in cui l’esercizio discrezionale di deroghe e prerogative apre nelle attività dei governi al possibile impiego dei dispositivi di dissimulazione e simulazione, di nascondimenti e inganni. Tuttavia, nel periodo del tracollo della storia rinascimentale, questa appare come l’unica strada percorribile per salvaguardare un patrimonio inestimabile di civiltà. Da parte sua, la ragione giuridica reagirà a questi eccessi, e via via costruirà limiti definiti ai carichi abnormi della ragione politica; in modo conseguente, il diritto amministrativo entrerà a far parte del sistema di diritto pubblico posto alla base degli ordinamenti politico-giuridici di sovranità. L’ulteriore persistenza di interventi di ragion di Stato verrà allora riconosciuta come la principale contraddizione all’interno delle pratiche costituzionali, laddove l’esercizio del potere discrezionale da parte dei governanti rischia in permanenza di invalidare i fondamenti universalistici delle norme civili e la stessa legittimazione dell’autorità pubblico-statuale (Friedrich 1957; Bobbio 1980). Opere B. Castiglione, Libro del cortegiano, Venezia 1528; rist. a cura di W. Barberis, Torino 1998. G. Della Casa, Galateo, Venezia 1558; rist. a cura di S. Prandi, Torino 1994. S. Guazzo, Civil conversazione, Brescia 1574; ed. critica a cura di A. Quondam, Ferrara 1993. G. Botero, Della ragion di Stato, Venezia 1589, 1598; rist. dell’ed. 1598 a cura di L. Firpo, Torino 1948. T. Bozio, De signis ecclesiae Dei, Romae 1591. G. Frachetta, L’idea del libro de’ governi di stato et di guerra, Venezia 1592. A. Possevino, Iudicium de Nuae militatis Gallis scriptis […]. De Ioannis Bodini methodo historiae […]. De Nicolao Machiavello, Romae 1592. S. Ammirato, Discorsi sopra Cornelio Tacito, Fiorenza 1594. G. Botero, Delle relazioni universali, Bergamo 1598. T. Bozio, De jure status, sive de jure divino et naturali ecclesiasticae libertatis et potestatis, Romae 1600. F. Albergati, De i discorsi politici […] ne i quali viene riprovata la dottrina politica di Gio. Bodino […], Roma 1602. P.M. Contarini, Compendio universal di republica, Venezia 1602. F. Suárez, Tractatus de legibus ac Deo legislatore, Conimbricae 1612; De legibus, ed. crítica bilingüe por L. Pereña, 8 voll., Madrid 1971-1981. G. Frachetta, Il seminario de’ governi di stato et di guerra, Venezia 1613. L. Zuccolo, Considerationi politiche e morali sopra cento oracoli d’illustri personaggi antichi, Venezia 1621. F. Bonaventura, Della ragion di Stato et della prudenza politica, Urbino 1623. L. Settala, Della ragion di Stato, Milano 1627. G. Naudé, Considérations politiques sur les coups d’Éstat, Roma 1639 (trad. it. Milano 1992). G.B. De Luca, Theatrum veritatis et justitiae, 15 voll., Roma 1669-1673. G.B. De Luca, Il dottor Volgare, overo il compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e muncipale nelle cose più ricevute in pratica, Roma 1673. Bibliografia F. Meinecke, Die Idee der Staatsräson in der neuren Geschichte, München-Berlin 1924 (trad. it., 2 voll., Firenze 1942-1944). J.A. Maravall, La teoria española del Estado en el siglo XVII, Madrid 1944. R. De Mattei, Propaggini di platonismo e trionfo dell’aristotelismo nel pensiero politico italiano del Seicento, «Maia», 1950, 2, pp. 106-12. C.J. Friedrich, Constitutional reason of State: the survival of the constitutional order, Providence (R.I.) 1957. G.L. Mosse, The holy pretence. A study in christianity and reason of State from William Perkins to John Wintrop , Oxford 1957. L. Firpo, Gli scritti giovanili di Giovanni Botero: bibliografia ragionata, Firenze 1960. É. Thuau, Raison d’État et pensée politique à l’époque de Richelieu, Paris 1966. P. Schiera, Dall’arte di governo alle scienze dello Stato: il cameralismo e l’assolutismo tedesco, Milano 1968. J.A. Maravall, Estado moderno y mentalidad social. Siglos XV a XVII, 2 voll., Madrid 1972 (trad. it., 2 voll., Bologna 1981). Staatsräson. Studien zur geschichte eines politischen Begriffs, Referate des internationalen Kolloquiums über die geschichtliche Rolle des Begriffs der Staatsräson, Tübingen von 2. bis 5. April 1974, hrsg. R. Schnür, Berlin 1975 (in partic.: J. Freund, La situation exceptionnelle comme justification de la raison d’État chez Gabriel Naudé, pp. 141-64; M. Stolleis, Textor und Pufendorf über die Ratio status imperii im Jahre 1667, pp. 441-62). L. Firpo, La ragion di Stato. Appunti e testi, Torino 1976. R. De Mattei, Il problema della ‘ragion di Stato’ nell’età della Controriforma, Milano-Napoli 1979. N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, «Rivista di scienza politica», 1980, 2, pp. 181-204. P. Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna 1982, 20062. A. Zanotti, Cultura giuridica del Seicento e ‘jus publicum ecclesiasticum’ nell’opera del cardinal Giovanni Battista De Luca, Milano 1983. A.E. Baldini, Le guerre di religione francesi nella trattatistica italiana della ragion di Stato: Botero e Frachetta, «Il pensiero politico», 1989, 2, pp. 301-24. Botero e la ragion di Stato, Atti del Convegno in memoria di Luigi Firpo, Torino 8-10 marzo 1990, a cura di A.E. Baldini, Firenze 1992. G. Borrelli, Ragion di Stato e Leviatano. Conservazione e scambio alle origini della modernità politica, Bologna 1993. Aristotelismo politico e ragion di Stato, Atti del Convegno internazionale di Torino, 11-13 febbraio 1993, a cura di A.E. Baldini, Firenze 1995. Ragion di Stato e ragioni dello Stato (secoli XV-XVII), Atti del Convegno dell’Istituto per gli studi filosofici e dell’Istituto storico italo-germanico di Trento, 9-10 luglio 1990, a cura di P. Schiera, Napoli 1996 (in partic. G. Fragnito, Ragioni dello Stato, ragioni della Chiesa e nepotismo farnesiano: spunti per una ricerca, pp. 15-73) . M. Foucault, «Il faut défendre la société»: cours au Collège de France, 1976, éd. M. Bertani, A. Fontana, Paris 1997 (trad. it. Milano 2009). La ragion di Stato dopo Meinecke e Croce: dibattito su recenti pubblicazioni, Atti del Seminario internazionale di Torino, 21-22 ottobre 1994, a cura di A.E. Baldini, Genova 1999. Prudenza civile, bene comune, guerra giusta. Percorsi della ragion di Stato tra Seicento e Settecento, Atti del Convegno internazionale, 22-24 maggio 1996, a cura di G. Borrelli, Napoli 1999. G. Borrelli, «Non far novità»: alle radici della cultura italiana della conservazione politica, Napoli 2000. A. Pandolfi, Il problema della ragion di Stato nel Novecento: un documento degli anni Venti (Schmitt vs Meinecke), «Il pensiero politico», 2000, 1, pp. 97-116. La théorie politico-constitutionnelle du gouvernement d’exception, éd. P. Pasquino, B. Manin, Paris 2000. G. Borrelli, Oltre i percorsi di sovranità: il paradigma moderno della conservazione politica, in Sui concetti giuridici e politici della Costituzione d’Europa, a cura di S. Chignola, G. Duso, Milano 2003, pp. 303-23. P. Napoli, Naissance de la police moderne. Pouvoir, norme, sociétés, Paris 2003. M. Foucault, Sécurité, territoire, population: cours au Collège de France (1977-1978), éd. M. Senellart, Paris 2004 (trad. it. Milano 2005). M. Bazzoli, Stagioni e teorie della società internazionale, Milano 2005. A. Quondam, Forma del vivere. L’etica del gentiluomo e i moralisti italiani, Bologna 2010. VEDI ANCHE giurisprudenza In senso ampio, la conoscenza e la scienza del diritto, con riferimento originario al diritto romano, esteso poi anche al mondo moderno. In senso più ristretto e tecnico, l’insieme delle sentenze e delle decisioni attraverso cui gli organi giudicanti di uno Stato interpretano le leggi applicandole ai … cardinale Titolo di alta dignità ecclesiastica. Storicamente, i cardinale sono i più importanti e stretti collaboratori del pontefice. ? La nomina dei cardinale spetta esclusivamente al pontefice e la sua scelta deve cadere su uomini che siano già stati nominati sacerdoti e che eccellano per dottrina, moralità, … specie biologia Nella sistematica biologica, categoria che rappresenta l’unità fondamentale di base del sistema di classificazione. specie sistematica specie comprendente diverse sottospecie (dette anche specie elementari o, in botanica, giordanoni), cioè diverse popolazioni o gruppi di popolazioni, normalmente … religione Complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso (v. fig.). 1. Il concetto di religione Il concetto di religione … CATEGORIE DIRITTO CIVILE in Diritto STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO in Diritto VOCABOLARIO furbetto dello scontrino loc. s.le m. (iron.) Chi commette irregolarità nella gestione di scontrini e ricevute fiscali. ? Nel 2011, infatti, i controlli totali delle fiamme gialle furono 6 teòrico¹ teòrico1 agg. e s. m. (f. -a) [dal lat. tardo theoricus, gr. ????????, der. di ?????? «contemplare, meditare»] (pl. m. -ci). – 1. agg. Della teoria, che si riferisce alla teoria, che è teoria (contrapp. spesso a pratico, empirico, sperimentale): considerazioni…”,”FILx-270-B-FF” “VICO Giambattista, a cura di Fausto NICOLINI”,”La scienza nuova seconda. Giusta l’edizione del 1744 con le varianti dell’edizione del 1730 e di due redazioni intermedie inedite. Parte prima Libri I – II.”,”Giovanni Bodino Treccani: La teorica della ragion di Stato di Gianfranco Borrelli – Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Diritto (2012) Ragion di Stato: studi recenti e novità interpretative Profondi cambiamenti interpretativi sono intervenuti negli ultimi decenni nel campo degli studi dedicati al complesso delle semantiche che rinviano alla nozione di ragion di Stato; conviene ripercorrerne rapidamente i passaggi più significativi, che confermano l’interesse della comunità scientifica per una categoria del pensiero politico che appare intramontabile. Bisogna innanzitutto ricordare il convegno di studi di Tubinga su questo tema, svoltosi nel 1974 e promosso da Roman Schnür (Staatsräson, 1975); esso costituì un’esperienza di forte sinergia tra gli studiosi europei e produsse una serie di importanti risultati. Innanzitutto, in modo unanime venne espresso il congedo definitivo dall’interpretazione dell’idea di ragion di Stato offerta nel 1924 da Friedrich Meinecke (Die Idee der Staatsräson in der neuren Geschichte): nel suo contributo a Staatsräson, Michael Stolleis sostiene che bisogna interpretare la sovranità come Stato territoriale, «reale Machtpolitik», e non più – alla maniera di Meinecke – concettuale opposizione di etos e kratos, di morale e politica; rifiuto quindi di ridurre teorie e pratiche di ragion di Stato al genio di Niccolò Machiavelli, considerato da Meinecke inventore non dell’espressione ma dei fondamenti teorici della ragion di Stato. In quegli stessi anni, con tonalità consonanti, Michel Foucault dedicava a questi temi un’indagine di grande rilievo. Sottoponendo a profonda critica la categoria moderna di sovranità nelle lezioni al Collège de France del 1975-76 che recano il titolo Il faut défendre la societé (1997) e dedicando al tema della ragion di Stato una parte importante nelle lezioni del 1977-78 su Sécurité, territoire, population (2004), Foucault veniva assegnando ai dispositivi di ragion di Stato caratteristiche e attributi di un modo specifico di pensare e agire la politica dello Stato moderno a partire dal 17° secolo. Teorie e tecniche di ragion di Stato rappresentano un nuovo modo di pensare e praticare la politica, che apre ai processi della moderna arte del «governo degli uomini», primo passaggio per la costituzione di strategie disciplinari di gouvernementalité. Ancora, dagli inizi degli anni Novanta, in Italia dapprima e in seguito in molti Paesi europei, una vera e propria effervescenza di ricerche ha contribuito a promuovere ulteriori avanzamenti critici sui temi della ragion di Stato, provocando un’estensione e un superamento della classica stagione di studi che aveva visto gli importanti lavori che vanno da Meinecke a Rodolfo De Mattei (1950 e 1979), da José A. Maravall (1944 e 1972) a Étienne Thuau (1966), da Luigi Firpo (1960 e 1976) a George L. Mosse (1957). Si vedano a tal proposito gli atti dei convegni Ragion di Stato e ragioni dello Stato (secoli XV-XVII), 1996, Botero e la ragion di Stato, 1992, Aristotelismo politico e ragion di Stato, 1995, La Ragion di Stato dopo Meinecke e Croce, 1999, Prudenza civile, bene comune, guerra giusta, 1999. Ragion di Stato non viene più interpretata solamente come prevalente esercizio della forza, come utilizzo normale del segreto e della deroga; soprattutto, si cerca di superare i limiti della letteratura critica che ancora riferiva in modo diretto le novità introdotte dagli scrittori di ragion di Stato alle teorie di Machiavelli e che interpretava univocamente discorsi e dispositivi di ragion di Stato come razionalizzazione del governo civile ispirato dalle esigenze religiose della Controriforma. Agli inizi del nuovo secolo, si può dunque tentare di restituire il senso di quella innovativa stagione di ricerche: ragion di Stato è ora studiata come il complesso delle pratiche e delle scritture proprie di un autonomo paradigma di conservazione politica che viene a costituire parte integrante dei processi di modernizzazione che si affermano in Europa a partire dalla metà del Cinquecento; in breve, si tratta di uno tra i principali fenomeni di quella modernità politica che non bisogna identificare riduttivamente con il primato della ragione autoritativa di sovranità, ma che va considerata disseminazione composita di istanze paradigmatiche diverse (Borrelli 1993 e 2003). Seguendo tale prospettiva critica, risulta anche possibile comprendere quegli elementi che segnano interessanti novità nel merito delle relazioni complesse che vengono emergendo tra la funzione preminente del comando politico perseguito per ragion di Stato con l’esercizio specifico dei dispositivi giuridici posti in essere dall’autorità di governo. Gli autori che, per circa mezzo secolo, dialogano tra loro realizzando quel libro variamente argomentato della ragion di Stato, offrono pure pregnanti enunciazioni e definizioni relative al posto che il diritto viene chiamato a ricoprire nell’organizzazione della vita civile; di queste particolari acquisizioni, che segnano significative novità nella cultura giuridica italiana del Seicento, si può operare un’essenziale ricostruzione. Civil conversazione, ragion di Stato, ragioni di Chiesa L’impegno critico più recente della ricerca ha indagato il fenomeno della ragion di Stato come l’arte di governo rivolta alla produzione dinamica di conservazione politica, improntata più alla razionalità che al buon governo, impegnata a offrire sostegno all’inedito artificio dello Stato moderno per vie diverse che vedono interagire nuovi saperi di governo, procedure diplomatico-militari, pratiche disciplinari in grado di produrre un efficace rapporto di comando-obbedienza. Grazie al complesso di pratiche e scritture di ragion di Stato, a fine Cinquecento, il laboratorio politico italiano mette capo alla produzione inedita di un programma di conservazione che afferma la centralità dello strumento autonomo della politica. Per porre in evidenza nel modo più conveniente l’originalità di questa produzione, bisogna sicuramente fare opera di ricostruzione degli elementi costitutivi di quel programma conservativo della situazione dei poteri esistenti che viene via via affermandosi in Italia all’interno degli Stati regionali, coinvolti fin dall’inizio del Cinquecento nel confronto diretto con gli Stati europei che fanno del territorio italiano un campo di conquista. In particolare, per quanto concerne la storia italiana, nel momento più alto della civiltà rinascimentale, che coincide tuttavia con la crisi politica più acuta degli Stati regionali in Italia nei primi decenni del Cinquecento, la cultura italiana pone in essere un processo straordinario di trasformazione di linguaggi e comportamenti, con la precisa finalità di riconvertire tensioni antagonistiche e conflitti diffusi in percorsi di possibile pacificazione e di sicurezza materiale di vita. Questo programma coincide in prima istanza con il progetto di civil conversazione che prende avvio grazie a scritture di inestimabile valore: tra questi autori bisogna citare almeno Baldassarre Castiglione (Libro del cortegiano, 1528), Giovanni della Casa (Galateo, 1558) e Stefano Guazzo (Civil conversazione, 1574); l’obiettivo particolare è quello di attenuare i conflitti interni alle corti e di riconvertire in politica gli antagonismi vivi tra gli Stati italiani, resi ancora più drammatici nel contesto dei tentativi di conquista spagnoli e francesi. Questi autori lavorano alla codificazione di nuove regole di condotta, suggeriscono registri di buone maniere valide non solo per i cortigiani, bensì per tutti i sudditi; tali scritture vengono riprese in tutti i Paesi europei ed esercitano un’incidenza impressionante sulle condotte degli italiani, che si prolunga almeno fino agli inizi del 19° sec. (Quondam 2010). Con questa letteratura prende corpo il progetto determinato di costruire codici di disciplina dei comportamenti individuali idonei a configurare rapporti efficaci di comando/obbedienza tra governanti e governati; per l’organizzazione della vita civile viene argomentata l’inevitabile rinuncia all’ossequio delle virtù tradizionali fondate sui principi non più efficaci delle leggi morali del giusnaturalismo cristiano, di fatto smentite dalla serie interminabile dei sanguinosi avvenimenti dell’epoca; piuttosto, bisogna praticare quelle tecniche di dialogo, di commercio comunicativo, suggerite dalle cosiddette virtù minori – quali, per es., grazia, piacere, utilità – al fine di razionalizzare e raddolcire la condotta dei soggetti interessati a conservare la situazione dei poteri esistenti: in breve, attraverso le pratiche del governo di sé, contribuire a realizzare il governo degli altri, con positivo effetto di disciplinamento sociale (Borrelli 2000). In realtà, le scritture italiane di ragion di Stato possono essere innanzitutto considerate il compimento di quel progetto di civil conversazione. E in partenza conviene offrire qualche utile precisazione: ragion di Stato non è l’imperativo assoluto in nome del quale si può e si deve stravolgere ogni genere di norma al fine dell’interesse dello Stato; si tratta piuttosto di una nuova arte razionale del governo, quindi esercizio della ragione come mezzo di conoscenza e volontà di orientamento nelle cose che riguardano in modo esclusivo lo Stato inteso come dominio su di un ambito territoriale, che include anche la giurisdizione sulle condizioni di vita degli individui e dei corpi. Peraltro, le scritture italiane di ragion di Stato costituiscono un complesso sicuramente non omogeneo per le modalità espositive utilizzate e per le tensioni politiche proprie dei contesti storici di provenienza; tuttavia, questo corpo di testi prodotti in continuità per alcuni decenni fin quasi alla metà del Seicento costituisce la messa a punto formale per un modello inedito di praticare la politica. Nelle teorie/pratiche di ragion di Stato non troviamo alcun riferimento a un ordine strutturato del mondo naturale, a leggi fondamentali della natura o della creazione divina; l’arte di governo per ragion di Stato opera in un tempo storico e politico che è un tempo indefinito, perpetuo e conservativo: non si tratta più del tempo escatologico, piuttosto il tempo della storia è – come scrive Foucault (2004) – l’indefinito di una gouvernementalité per la quale non è previsto un termine o una fine (cfr. anche Borrelli 2003). Da un’altra prospettiva, risulta peraltro impossibile sostenere descrizioni dei percorsi delle argomentazioni e delle pratiche della ragion di Stato prescindendo dallo stretto riferimento alla storia interna della Chiesa di Roma a fine Cinquecento. Con rapida sintesi, si tratta delle specifiche ragioni della Chiesa: espressione attraverso la quale si vuole operare un riferimento diretto e circoscritto alle vicende della curia romana negli ultimi decenni del Cinquecento (Prodi 1982, 20062; Fragnito, in Ragion di Stato, 1996, pp. 15-73). Questa è impegnata nei difficili passaggi che riguardano l’accentramento crescente del potere papale, la ristrutturazione delle gerarchie interne, quindi le manovre della Congregazione del Sant’Uffizio nei confronti della giurisdizione episcopale e degli ordini religiosi; insieme, i vertici ecclesiastici sono all’opera per salvaguardare e rinforzare l’autorità della Chiesa cattolica sul piano dei rapporti tra gli Stati, anche se questi stessi vertici sono divisi nei diversi fronti interni delle parti filospagnole e di quelle filofrancesi. In questo quadro, la riflessione cattolica applicata alla politica rimane ancorata a un duplice obiettivo, come dimostrano esemplarmente gli scritti pubblicati dal gesuita Antonio Possevino (Iudicium de Nuae militatis Gallis scriptis […]. De Ioannis Bodini methodo historiae […]. De Nicolao Machiavello, 1592), dall’oratoriano Tommaso Bozio (De signis ecclesiae Dei, 1591; De jure status, sive de jure divino et naturali ecclesiasticae libertatis et potestatis, 1600) e da Fabio Albergati (De i discorsi politici […] ne i quali viene riprovata la dottrina politica di Gio. Bodino […], 1602): da una parte, apprendere a utilizzare quella funzione autonoma della risorsa politica così come rimaneva iscritta nella riflessione e nella pratica della politica nuova che si faceva risalire a Machiavelli, neutralizzando però al contempo la forte carica innovativa in essa contenuta; contemporaneamente, combattere quel modo, anch’esso inedito, di pensare e di organizzare il governo secondo il modello del sistema giuridico-politico della sovranità assoluta proposto da Jean Bodin e sostenuto nella lotta che i politiques portavano ai liguers (Baldini 1989). Giovanni Botero e il primato della prudentia politica L’impresa intellettuale di Botero costituisce il tentativo, positivamente condotto a termine, di porre in relazione le esigenze e i problemi vissuti dalla curia romana a fine Cinquecento con discorsi e codici della politica provenienti dall’esterno della tradizione di pensiero del cattolicesimo: innanzitutto, con la cultura tardorinascimentale, e ancora con le suggestioni nuove prodotte dal vivo dibattito in corso in terra francese. Botero percorre questi obiettivi attraverso uno stretto confronto teorico con gli autori e gli scritti di entrambe queste parti: grazie a un lavoro di prudente e coperta contaminazione, viene emergendo un inedito progetto, espresso attraverso una serie notevole di scritture e anche tramite l’impegno politico diretto. Innanzitutto, la nozione di prudenza politica assume il complesso delle trasformazioni semantiche addotte dagli autori rinascimentali, in particolare quindi da parte di Machiavelli e, soprattutto, di Francesco Guicciardini. Prudenza politica è ars practica: il principe deve vivere direttamente l’azione politica e deve poter contare sull’approfondita notizia delle cose e delle pratiche di governo; allo scopo di realizzare il maneggio del governo, la prudenza esalta la via conoscitiva dell’esperienza. Al fine di conseguire tale capacità di esercizio, il principe deve utilizzare ogni sorta di quei saperi utili al comando; di questi saperi governamentali – che vanno dall’antropologia alla morale, dalla geografia alla scienza dell’amministrazione, dall’economia all’urbanistica, dalla statistica all’arte militare – Botero offre un importantissimo saggio in Delle relazioni universali (1588), opera che ebbe un successo enorme in tutta Europa e che dev’essere immediatamente affiancata a Della ragion di Stato (1589) per potere intendere il complesso del progetto boteriano. La vicinanza di Botero a Machiavelli e a Guicciardini è rappresentata dal fatto che, non solo la categoria di prudenza politica viene utilizzata ormai con unico riferimento alle condizioni tecniche dell’agire politico, ma soprattutto per quegli aspetti secondo i quali l’uomo di governo deve esercitarsi a intervenire con modalità e tempi appropriati nell’applicazione dei dispositivi prudenziali, inclusi i mezzi di dissimulazione/simulazione: di qui la necessità della codificazione dei dispositivi tecnici, dei cosiddetti capi di prudenza. In questo modo, Botero sintetizza gli snodi principali degli strumenti propri dell’agire dissimulativo, specificando funzioni e possibilità applicative del fattore tempo/tempi nelle decisioni politiche (Della ragion di Stato, rist. 1948 dell’ed. 1598, pp. 104-12). Il programma conservativo boteriano utilizza le proposte che provengono dalla trattatistica della civil conservazione. L’attenzione rivolta a questa precettistica viene motivata dal fatto che al centro delle pratiche e dei discorsi di ragion di Stato viene posta la produzione del rapporto di comando/obbedienza: Botero intende infatti descrivere il complesso dispositivo di comando grazie al quale «i popoli si sottomettono volentieri al Prencipe» e gli uomini affidano il «governo di se stessi ad altri» (pp. 18, 15); da una parte, sui periodi brevi, il principe interviene con le tecniche determinate della decisione politica a seconda delle circostanze particolari e nei tempi idonei all’applicazione; insieme, sulla durata media e lunga, lo stesso soggetto del comando deve porre in esecuzione tutti i dispositivi efficaci a produrre ordine e disciplina, partendo dall’assicurazione materiale della vita dei sudditi, grazie ai divertimenti del popolo attraverso giochi e premi, fino alla cura dell’interiore salvezza spirituale. Il governo prudente persegue allora un’organizzazione della vita della città in cui abbiano pieno riconoscimento le rationes interessate e gli artifici idonei alla disciplina politica e all’obbedienza civile: e in realtà, in questa comunità politica certamente non più naturale, ragion di Stato è poco altro che ragion di interesse; in modo coerente, Botero collega alla funzione del governo le tecniche del lavoro e dell’industria, che esaltano la produzione artificiale degli individui. Dunque, da un lato, bisogna razionalizzare e orientare le condotte dei soggetti interessati a conservare la situazione dei poteri esistenti; su di un altro versante, il principe deve combattere il malcontento, la mala sodisfattione, che dà origine alle contenzioni e alle guerre civili. Queste cattive disposizioni provengono da un duplice fronte: da parte dell’ambizione smisurata dei grandi e anche dalla parte dei poveri, che non avendo che perdere, si muovono facilmente nell’occasione di cose nuove, e abbracciano volentieri tutti i mezi, che si appresentan loro di crescere, con la rovina altrui (Della ragion di Stato, cit., p. 127). Queste parti diverse sono avvicinate dalla comune propensione a essere disobbedienti nei confronti dell’autorità di governo, mentre scopo principale della politica prudenziale è quello di togliere ai sudditi «l’occasione, e la commodità delle rivolte» (p. 114). L’autorità politica istruisce allora una gerarchia differenziata di poteri, costituita dai corpi aristocratici e da alcuni strati del popolo che possono aderire con consenso al programma dell’autorità civile; per questi aspetti, la ragion di Stato prudenziale crea un riferimento positivo all’articolazione dei corpi costituiti sulla base di interessi mezani: infatti, assumendo in partenza che i mezani sono «ordinariamente i più quieti e facili a governare» (pp. 115-27), il principe dovrà poi procedere nei confronti dei ceti che hanno notevoli privilegi da conservare e da promuovere nello Stato, adottando le misure idonee per ridurre l’ambizione e l’autorità dei più potenti. Per quanto riguarda i poveri, pericolosi alla quiete pubblica poiché non hanno interessi da salvaguardare: «deve dunque il re assicurarsi di costoro, il che farà in due maniere, o cacciandoli dal suo Stato, o interessandoli nella quiete di esso» (p. 128). In definitiva, ragion di Stato consiste delle tecniche attivamente poste in essere dalle capacità prudenziali che mirano a razionalizzare al massimo le potenzialità del comando soggettivo. Solamente nei casi di estrema difficoltà delle condizioni del comando verrà applicata per necessità la forza, che deve rimanere sempre pronta, strutturata ed esibita; tuttavia, la principale finalità della politica risulta quella di riconvertire in termini di pace e di stabilità la guerra permanente, gli antagonismi in atto, attivando con le opportune cadenze temporali i dispositivi idonei a rinvigorire il rapporto comando-obbedienza. La proposta boteriana di ragion di Stato esalta l’elemento essenziale e propulsivo della politica, attività che tende ad affermare il suo primato su tutte le altre sfere, e in particolare sullo stesso elemento giuridico. In questo contesto, Botero segna con precisione il posto del diritto come strumento indispensabile al servizio permanente del potere esecutivo, del principe. Diritto è innanzitutto sapere utile all’amministrazione del governo e tecnica necessaria di espressione e di registro delle decisioni politiche; peraltro, tutto il complesso del sistema della giustizia civile e penale deve fare riferimento all’autorità civile. Botero presta dunque attenzione concreta all’esercizio del primato della prudenza politica: la prudentia iuris resta invece direttamente sottoposta alla decisione e al controllo del principe. Il principe interprete di giustizia Discorsi e pratiche di ragion di Stato contribuiscono ad aprire percorsi teorici e dispositivi tecnici che si riveleranno utili ai processi di razionalizzazione che saranno propri della politica moderna. Attraverso un lavoro a più voci, questi autori affrontano la crisi dell’aristotelismo politico di tradizione cattolica e operano essi stessi nel senso del superamento del pensiero politico classico: non secondo i moduli sistematici della riflessione filosofica tradizionale, ma attraverso la proposizione di ragionati modelli di intervento pratico. Non ci troviamo propriamente di fronte all’argomentata teoria della separazione funzionale di morale e politica, tuttavia questa molteplicità d’interventi apre a prospettive sicuramente originali: oltre il potere pastorale, accanto ai differenti dispositivi che sono propri degli ordinamenti politico-giuridici di sovranità, un’economia politica del «governo degli uomini» attraverserà corpi e anime dei soggetti, procurando di separare i percorsi della disciplina dei comportamenti dalle interiori credenze religiose. Secondo Foucault, la ragion di Stato rappresenta il corpus di saperi/pratiche che collega il micro dei dispositivi disciplinari al macro della sovranità giuridico-politica sotto la forma delle scienze della politica e dello Stato. Quindi, tra le modalità proprie delle procedure governamentali avviate dalla ragion di Stato e le procedure proprie degli ordinamenti di sovranità – che sfoceranno nella costruzione degli apparati istituzionali di governo dello Stato e del sistema di diritto pubblico – viene a realizzarsi un’intricata storia costituita dalle modalità delle relazioni e degli intrecci tra queste due dimensioni: l’obiettivo è certamente quello di costruire un nuovo tipo di ordine per la società europea travagliata da guerre religiose e conflitti civili. Teorie e tecniche di ragion di Stato rendono più razionale l’azione di governo, grazie all’opera di neutralizzazione e di relativizzazione dei carichi imponenti di cui fino a quell’epoca il potere politico si rivestiva; viene innanzitutto argomentato che l’autorità di comando deve escludere qualsiasi condizionamento voglia farsi valere sul piano della virtù morale e della giustizia. Non esiste pertanto una iustitia universale cui il principe possa fare riferimento e sulla quale possa essere fondato il rinnovato esercizio dello ius; in questo senso, ragion di Stato contribuisce a sottrarre potere ai re che utilizzavano un corpo di leggi fondamentali che rinviava ex ante a una fondazione morale e giuridica precedente alla formazione del regno. Sul piano della politica non possono valere i principi delle leggi naturali morali, e nemmeno le pretese che provengono dagli impianti della legislazione civile; conservazione dell’ordine esistente significa far crescere il corpo politico grazie a saperi, tecniche e tempi che agiscono in proprio. Peraltro, nemmeno può essere accolta quella nozione del giusto naturale che nell’ultima stagione di ricerca della scolastica aveva indotto Francisco Suárez (Tractatus de legibus ac Deo legislatore, 1612) a offrire articolata e razionale giustificazione alla preminenza della epieikeia: ius è forma di equità che interviene in rapporto alle leggi civili, ordinarie e consuetudinarie, per garantire l’applicazione del giusto ai casi particolari anche a costo di contravvenire alle forme della giustizia legale e agli istituti giuridico-politici; secondo questo autore, l’agire prudenziale dell’epieikeia interviene modificando il diritto naturale e il diritto positivo al fine di ristabilire la mensura iustorum et iniustorum, rafforzando pure l’accordo di religione e politica (I, 10). Da parte loro, gli autori di ragion di Stato smentiscono con precise argomentazioni il necessario incontro tra prudenza politica e astratta definizione morale del giusto: Federico Bonaventura (Della ragion di Stato et della prudenza politica, 1623) scrive che l’equità è solamente esecutiva della legge morale, mentre la capacità consultativa del principe costituisce la concreta creativa funzione rivolta a interpretare i casi indefiniti e indeterminati dell’agire umano. La ragion di Stato «muta, e altera sempre, e corregge secondo il bisogno» (p. 579), riguarda tutti gli affari del civil governo e ha specialmente luogo nelle cose dubbie. Anche Lodovico Settala (Della ragion di Stato, 1627) distingue diverse attribuzioni della prudenza politica: consultiva, legislativa, giudiziaria; questi tre diversi termini non richiamano contesti specifici del diritto civile o della scienza giuridica, piuttosto vogliono significare l’ambito esclusivamente autonomo della capacità del principe rivolta a interpretare e a giudicare in proprio i singoli avvenimenti oggetto del giudizio; ancora per questo autore, preminente è la funzione consultiva attraverso cui si esprime la decisione del principe per i casi particolari in cui resta impegnato il fine principale della conservazione dello Stato (p. 10). In definitiva, il primato della prudenza politica riattiva l’antico assunto: «eius est interpretari cuius est condere legem»; già Tommaso d’Aquino aveva argomentato questo principio (Summa theologiae, IIa IIae, qq. 1-3), e lo stesso avevano sostenuto acuti glossatori e insigni giuristi fino a tutto il 16° sec. (De Mattei 1979, p. 250). La novità introdotta nella teoria dai trattatisti della ragion di Stato e praticata ora normalmente dai principi consiste appunto nella consapevolezza di affermare la preminenza assoluta della politica che vuole rendersi ragione e pratica di una radicale frattura; oltre il pluralismo del diritto romano riattivato nei secoli ma ridotto ormai a guscio inutilizzabile, oltre le pretese delle leggi morali e religiose adesso in evidente tracollo, oltre il diritto che si configura come espressione di una condizione naturale originaria degli esseri umani: una schiera interminabile di autori motiva che il principe è insieme interprete e legislatore, può utilizzare e anche rompere a suo piacere la legge ordinaria e introdurre elementi straordinari nelle deliberazioni di pubblico interesse. Albergati, Pier Maria Contarini (Compendio universal di republica, 1602), Girolamo Frachetta (Il seminario de’ governi di stato et di guerra, 1613): tra fine Cinquecento e i primi anni del secolo successivo, da parti diverse e con motivazioni pure discordi, un coro di autori sostiene le ragioni del primato della decisione politica e della subordinazione del diritto alla volontà del principe. Nella produzione dei decenni seguenti, a tutti gli scrittori di ragion di Stato risulterà comune la convinzione della mediazione necessaria e interminabile della politica, che bisogna tenere distinta da ogni genere di interferenza morale o religiosa. Prerogative e deroghe: il potere discrezionale del principe L’esaltazione del primato della ragione politica, attraverso l’attribuzione al principe delle funzioni di interprete e legislatore, pone le condizioni per pervenire all’affermazione del possibile esercizio di poteri discrezionali da parte dei soggetti che intendono operare per ragion di Stato. Al fine di comprendere l’articolazione dei percorsi e le aperture rese possibili dalle decisioni prudenziali che possono operare con criteri di piena discrezione, conviene richiamare l’importante contributo offerto da Scipione Ammirato (Discorsi sopra Cornelio Tacito, 1594); nei suoi scritti troviamo le più chiare definizioni delle categorie che costituiscono gli strumenti differenti cui il soggetto del comando politico ricorre allo scopo di perseguire con modalità straordinarie d’intervento la finalità conservativa del suo programma. Nel merito di questi delicatissimi contenuti dell’agire politico, il punto di partenza è dato dalla definizione della ragion di Stato come «contraventione di ragione ordinaria per rispetto di publico beneficio, overo per rispetto di magiore e più universal ragione» (XVII, p. 231). In effetti, l’opera di contravvenzione della legge ordinaria assume molteplici aspetti che si intersecano in modo complesso. Nelle argomentazioni di Ammirato bisogna soffermarsi in particolare su due punti: le argomentazioni rivolte a specificare i caratteri propri della finalità pubblica che rende possibile la messa in opera della procedura discrezionale, e la serie determinata degli strumenti che sono a disposizione del principe. Seguendo questo autore, conviene innanzitutto prendere in considerazione il carattere publico della personalità politica del principe, che si pone al di sopra dei privati interessi fino a rappresentare una specie di bene universale, astratto rispetto ai beni privati. In effetti, è il principe stesso che, grazie all’adeguato esercizio della funzione prudenziale, realizza quel bene comune, appunto universale. In questa espressione non bisogna intendere un’attribuzione di carattere morale: piuttosto, la comunità riconosce l’abilità del principe nell’offrire ai sudditi quelle opportune riputazioni che riescono ad attivare una gerarchia di valori entro cui ciascun soggetto risulta impegnato con obbedienza nelle cariche, nei mestieri, nel rispetto della legge ordinaria. Laddove il governo del principe si presenta così bene costituito per cui vengono cedute, scrive Ammirato, «molte delle private ragioni al ben publico» (XII, p. 240), allora si deve riconoscere a quel soggetto una posizione di preminenza: egli stesso diventa figura di bene pubblico, avendo ottenuto il riconoscimento per il risultato positivo della sua azione prudente. Questa è dunque buona ragion di Stato, distinta dalla cattiva ragion di Stato non per criteri di natura morale, ma solo in considerazione delle capacità del principe nel conseguire quel risultato di attiva conservazione politica; in realtà, nella seconda e terza edizione (1589 e 1590) della Ragion di Stato, Botero aveva già provveduto ad annullare la possibilità stessa di quella distinzione nel riferimento a criteri di natura morale (Borrelli 1993, p. 86). Secondo Ammirato, il riconoscimento del principe come bene pubblico viene a costituire il fondamento di ciò che chiamiamo privilegio o prerogativa per la sua persona. Argomentando esplicitamente una sorta di ius politico, l’autore congettura una figura che assegna al soggetto che detiene il comando un potere di ampia discrezionalità per le decisioni che riguardano situazioni emergenziali in cui venga messo in pericolo lo stato delle cose esistenti, e in particolare il comando del soggetto politico. Si tratta di un potere che unisce la funzione legislativa con quella esecutiva, offrendo al principe strumenti particolari per la conservazione di «dominio, o signoria, o regno, o imperio, o qualunque altro nome gli si piaccia dare» (Discorsi sopra Cornelio Tacito, cit., XII, p. 240). Ragion di Stato viene dunque a significare gli strumenti straordinari che assume la ragione del dominio in quanto prerogativa: decretazioni extra legem, norme di secretazione, concessioni di grazia, e così via; si tratta di interventi tempestivi e imprevedibili che eccedono la legge e il diritto naturale, posti in essere dal principe per motivi di necessità conservativa. Per un altro versante, l’azione discrezionale del principe assume la veste della deroga: in questo caso ci troviamo di fronte a pratiche di governo che producono sottrazioni di legalità all’ordinamento giuridico; si tratta di una funzione già riconosciuta e formalizzata nei Digesta: «derogatur legi cum pars detrahitur». In questi casi, la sottrazione viene agita rispetto al complesso delle norme che costituiscono la tradizione delle regole comportamentali, codificate in termini di legge, propria di un contesto comunitario. La forma estrema della deroga è rappresentata dalla sospensione di parti dei codici vigenti, in forma dichiarata o meno; prima ancora della definizione di un diritto internazionale delle genti riconosciuto almeno tra alcune grandi potenze europee, ogni atto di guerra rendeva immediatamente implicito questo tipo di abolizione (parziale o totale) dei principi giuridici, con buona pace dei teorici dello ius belli, del diritto di resistenza o del diritto di conquista (Bazzoli 2005). Infine, ancora a proposito dell’esercizio di potere discrezionale da parte del principe, conviene richiamare la differente lettura di teorie e discorsi di ragion di Stato che prende origine dall’elaborazione particolarissima che ne fece, già nella prima meta del Seicento, Gabriel Naudé; nell’opera Considerations politiques sur les coups d’Éstat (1639), questi interpreta l’esercizio di ragion di Stato come possibilità da parte del sovrano di operare la rottura repentina, netta e efficace, dell’ordinamento giuridico costituito nel contesto della situazione straordinaria che ne mette a repentaglio il potere; con le sue argomentazioni l’autore intende discostarsi dalla trattatistica corrente di ragion di Stato, ed esalta il principio del colpo di Stato. Questo genere di assolutizzazione del colpo di Stato è in realtà estraneo agli autori che contribuirono, in Italia e in Europa, a dare forma teorica a discorsi/pratiche di un nuovo genere di governo degli uomini, che deve contare invece sulla regolarità di una molteplice serie d’interventi che assumono forma giuridica e non; piuttosto, come pure è stato bene individuato dalla letteratura critica, questo tipo di lettura apre a teorizzazioni sulle condizioni di situazioni straordinarie che possono presentarsi al soggetto della sovranità di diritto costituzionale che si trova a gestire il punto determinato della crisi che mette a rischio di sopravvivenza l’ordinamento politico-giuridico (Freund, in Staatsräson, 1975, pp. 141-64; La théorie politico-constitutionnelle du gouvernement d’exception, 2000; Pandolfi 2000). Diversità e persistenze nelle teorie di ragion di Stato Al termine del nostro percorso, conviene anche richiamare l’attenzione critica sulle diversità degli svolgimenti teorici che vengono offerti da autori che comunque condividono i termini essenziali di un progetto politico a lungo meditato, messo in opera con incredibile duttilità di pratiche, corretto e migliorato nel corso di decenni grazie a un metodo sperimentale e a una straordinaria capacità di comunicazione letteraria e retorica (De Mattei 1950; Borrelli 2003); la stessa questione delle relazioni tra diritto e ragione politica troverà impostazioni differenti nelle argomentazioni di questi scrittori delle diverse ragioni degli Stati. Basti considerare il contributo di Lodovico Zuccolo, il quale – nelle Considerationi politiche e morali sopra cento oracoli d’illustri personaggi antichi (1621) – sostiene esplicitamente che la ragion di Stato non esaurisce tutte le possibilità offerte dalla politica; viene difatti esclusa la gestione dei fenomeni civili sotto l’espressione univoca delle tecniche prudenziali: ne deriva una concezione di maggiore autonomia per la legge civile, che viene chiamata a istituire un rapporto di più articolato confronto con l’autorità politica di governo. Nelle argomentazioni di Zuccolo, il beneficio pubblico segnato dall’autorità non coincide in tutto con la volontà del principe, e viene confermato il bisogno di riconoscere a fondamento dell’arte politica una razionalità segnata dal consenso che proviene dalle parti diverse della comunità. Su un piano radicalmente diverso, a fine Seicento, si muove la proposta del cardinale Giovanni Battista De Luca (Theatrum veritatis et justitiae, 15 voll., 1669-1673; Il dottor Volgare, overo il compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e muncipale nelle cose più ricevute in pratica, 1673), rivolta ad assumere gli elementi di razionalità e la metodologia sperimentale di discorsi/dispositivi di ragion di Stato all’interno delle pratiche giurisprudenziali e dei saperi giuridici del cattolicesimo. In linea di continuità con le posizioni della seconda scolastica, rifiutando tuttavia di ancorare i saperi giurisdizionali alla scienza teologica, De Luca analizza le funzioni concrete svolte dal cardinale pratico, dal vescovo pratico. La finalità del progetto resta quella conservativa, da applicare in questo caso a vantaggio della società cristiana in crisi; da qui prende corpo il tentativo di costruire un organico sistema di jus publicum ecclesiasticum da porre in opera all’interno del governo e della giurisdizione dello Stato pontificio (Zanotti 1983). Emerge dunque sui tempi lunghi una pluralità di posizioni che rende conto ulteriormente della ricchezza di riflessione da parte di questi autori; infatti, oltre la condivisione dei fondamenti dell’agire prudenziale, lo spettro di considerazioni pure differenti restituisce una ricchezza di flessibilità nella teoria che rende conto dei successi notevoli conseguiti nelle pratiche. Certamente, nel quadro storico italiano queste diverse teorizzazioni non intendono costituire aperture agli impianti della moderna sovranità politico-giuridica, nelle forme della riflessione e dei percorsi storici che questa sta assumendo in Inghilterra e in Francia; anzi, questi autori, che hanno finissime competenze nei saperi che riguardano le cose politiche, con consapevolezza hanno dato corpo a un modello duttile e multiforme che rende variabili le applicazioni pratiche a seconda delle differenze dei contesti regionali. A questo punto, conviene ribadire che dispositivi e discorsi di ragion di Stato costituiscono solamente le premesse di quell’insieme di processi che conducono nella storia occidentale alla piena governamentalizzazione dello stato. Lo Stato moderno prende via via corpo come complesso dei dispositivi politico-diplomatico-militari, spesso ricoperti dal segreto, posti in esercizio da un personale tecnico fortemente specializzato; per un altro versante, le funzioni del paradigma conservativo aprono ai processi governamentali di police in quanto complesso delle strategie e delle tecniche di razionalizzazione economica e amministrativa della popolazione (Schiera 1968; Napoli 2003). In effetti, gli autori di ragion di Stato esaltano normalmente le possibilità proprie della prudenza politica e congetturano con giustificazioni teoriche differenti una particolare configurazione del governo come sfera di pubblico riferimento in cui il principe assume contemporaneamente le vesti diverse di decisore e legislatore. Da questo consegue non solo l’impegno nella migliore organizzazione delle istituzioni e dei saperi che devono sostenere il compito del principe, ma anche il riconoscimento della necessità della produzione interminabile di dispositivi giuridici che possano, per via ordinaria e straordinaria, rispondere con regolarità alle esigenze poste da casi individuali, eventi inattesi, repentine emergenze: tutto questo viene prefigurando quella produzione tecnico-giuridica che contribuirà alla formazione del moderno diritto amministrativo. Tutti costoro sovrappongono consapevolmente il ruolo della decisione politica alla funzione ineliminabile del diritto; essi sono anche consapevoli che, grazie alle pratiche prudenziali, la preminenza della ragione politica produce inevitabilmente una zona d’ombra in cui l’esercizio discrezionale di deroghe e prerogative apre nelle attività dei governi al possibile impiego dei dispositivi di dissimulazione e simulazione, di nascondimenti e inganni. Tuttavia, nel periodo del tracollo della storia rinascimentale, questa appare come l’unica strada percorribile per salvaguardare un patrimonio inestimabile di civiltà. Da parte sua, la ragione giuridica reagirà a questi eccessi, e via via costruirà limiti definiti ai carichi abnormi della ragione politica; in modo conseguente, il diritto amministrativo entrerà a far parte del sistema di diritto pubblico posto alla base degli ordinamenti politico-giuridici di sovranità. L’ulteriore persistenza di interventi di ragion di Stato verrà allora riconosciuta come la principale contraddizione all’interno delle pratiche costituzionali, laddove l’esercizio del potere discrezionale da parte dei governanti rischia in permanenza di invalidare i fondamenti universalistici delle norme civili e la stessa legittimazione dell’autorità pubblico-statuale (Friedrich 1957; Bobbio 1980). Opere B. Castiglione, Libro del cortegiano, Venezia 1528; rist. a cura di W. Barberis, Torino 1998. G. Della Casa, Galateo, Venezia 1558; rist. a cura di S. Prandi, Torino 1994. S. Guazzo, Civil conversazione, Brescia 1574; ed. critica a cura di A. Quondam, Ferrara 1993. G. Botero, Della ragion di Stato, Venezia 1589, 1598; rist. dell’ed. 1598 a cura di L. Firpo, Torino 1948. T. Bozio, De signis ecclesiae Dei, Romae 1591. G. Frachetta, L’idea del libro de’ governi di stato et di guerra, Venezia 1592. A. Possevino, Iudicium de Nuae militatis Gallis scriptis […]. De Ioannis Bodini methodo historiae […]. De Nicolao Machiavello, Romae 1592. S. Ammirato, Discorsi sopra Cornelio Tacito, Fiorenza 1594. G. Botero, Delle relazioni universali, Bergamo 1598. T. Bozio, De jure status, sive de jure divino et naturali ecclesiasticae libertatis et potestatis, Romae 1600. F. Albergati, De i discorsi politici […] ne i quali viene riprovata la dottrina politica di Gio. Bodino […], Roma 1602. P.M. Contarini, Compendio universal di republica, Venezia 1602. F. Suárez, Tractatus de legibus ac Deo legislatore, Conimbricae 1612; De legibus, ed. crítica bilingüe por L. Pereña, 8 voll., Madrid 1971-1981. G. Frachetta, Il seminario de’ governi di stato et di guerra, Venezia 1613. L. Zuccolo, Considerationi politiche e morali sopra cento oracoli d’illustri personaggi antichi, Venezia 1621. F. Bonaventura, Della ragion di Stato et della prudenza politica, Urbino 1623. L. Settala, Della ragion di Stato, Milano 1627. G. Naudé, Considérations politiques sur les coups d’Éstat, Roma 1639 (trad. it. Milano 1992). G.B. De Luca, Theatrum veritatis et justitiae, 15 voll., Roma 1669-1673. G.B. De Luca, Il dottor Volgare, overo il compendio di tutta la legge civile, canonica, feudale e muncipale nelle cose più ricevute in pratica, Roma 1673. Bibliografia F. Meinecke, Die Idee der Staatsräson in der neuren Geschichte, München-Berlin 1924 (trad. it., 2 voll., Firenze 1942-1944). J.A. Maravall, La teoria española del Estado en el siglo XVII, Madrid 1944. R. De Mattei, Propaggini di platonismo e trionfo dell’aristotelismo nel pensiero politico italiano del Seicento, «Maia», 1950, 2, pp. 106-12. C.J. Friedrich, Constitutional reason of State: the survival of the constitutional order, Providence (R.I.) 1957. G.L. Mosse, The holy pretence. A study in christianity and reason of State from William Perkins to John Wintrop , Oxford 1957. L. Firpo, Gli scritti giovanili di Giovanni Botero: bibliografia ragionata, Firenze 1960. É. Thuau, Raison d’État et pensée politique à l’époque de Richelieu, Paris 1966. P. Schiera, Dall’arte di governo alle scienze dello Stato: il cameralismo e l’assolutismo tedesco, Milano 1968. J.A. Maravall, Estado moderno y mentalidad social. Siglos XV a XVII, 2 voll., Madrid 1972 (trad. it., 2 voll., Bologna 1981). Staatsräson. Studien zur geschichte eines politischen Begriffs, Referate des internationalen Kolloquiums über die geschichtliche Rolle des Begriffs der Staatsräson, Tübingen von 2. bis 5. April 1974, hrsg. R. Schnür, Berlin 1975 (in partic.: J. Freund, La situation exceptionnelle comme justification de la raison d’État chez Gabriel Naudé, pp. 141-64; M. Stolleis, Textor und Pufendorf über die Ratio status imperii im Jahre 1667, pp. 441-62). L. Firpo, La ragion di Stato. Appunti e testi, Torino 1976. R. De Mattei, Il problema della ‘ragion di Stato’ nell’età della Controriforma, Milano-Napoli 1979. N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, «Rivista di scienza politica», 1980, 2, pp. 181-204. P. Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Bologna 1982, 20062. A. Zanotti, Cultura giuridica del Seicento e ‘jus publicum ecclesiasticum’ nell’opera del cardinal Giovanni Battista De Luca, Milano 1983. A.E. Baldini, Le guerre di religione francesi nella trattatistica italiana della ragion di Stato: Botero e Frachetta, «Il pensiero politico», 1989, 2, pp. 301-24. Botero e la ragion di Stato, Atti del Convegno in memoria di Luigi Firpo, Torino 8-10 marzo 1990, a cura di A.E. Baldini, Firenze 1992. G. Borrelli, Ragion di Stato e Leviatano. Conservazione e scambio alle origini della modernità politica, Bologna 1993. Aristotelismo politico e ragion di Stato, Atti del Convegno internazionale di Torino, 11-13 febbraio 1993, a cura di A.E. Baldini, Firenze 1995. Ragion di Stato e ragioni dello Stato (secoli XV-XVII), Atti del Convegno dell’Istituto per gli studi filosofici e dell’Istituto storico italo-germanico di Trento, 9-10 luglio 1990, a cura di P. Schiera, Napoli 1996 (in partic. G. Fragnito, Ragioni dello Stato, ragioni della Chiesa e nepotismo farnesiano: spunti per una ricerca, pp. 15-73) . M. Foucault, «Il faut défendre la société»: cours au Collège de France, 1976, éd. M. Bertani, A. Fontana, Paris 1997 (trad. it. Milano 2009). La ragion di Stato dopo Meinecke e Croce: dibattito su recenti pubblicazioni, Atti del Seminario internazionale di Torino, 21-22 ottobre 1994, a cura di A.E. Baldini, Genova 1999. Prudenza civile, bene comune, guerra giusta. Percorsi della ragion di Stato tra Seicento e Settecento, Atti del Convegno internazionale, 22-24 maggio 1996, a cura di G. Borrelli, Napoli 1999. G. Borrelli, «Non far novità»: alle radici della cultura italiana della conservazione politica, Napoli 2000. A. Pandolfi, Il problema della ragion di Stato nel Novecento: un documento degli anni Venti (Schmitt vs Meinecke), «Il pensiero politico», 2000, 1, pp. 97-116. La théorie politico-constitutionnelle du gouvernement d’exception, éd. P. Pasquino, B. Manin, Paris 2000. G. Borrelli, Oltre i percorsi di sovranità: il paradigma moderno della conservazione politica, in Sui concetti giuridici e politici della Costituzione d’Europa, a cura di S. Chignola, G. Duso, Milano 2003, pp. 303-23. P. Napoli, Naissance de la police moderne. Pouvoir, norme, sociétés, Paris 2003. M. Foucault, Sécurité, territoire, population: cours au Collège de France (1977-1978), éd. M. Senellart, Paris 2004 (trad. it. Milano 2005). M. Bazzoli, Stagioni e teorie della società internazionale, Milano 2005. A. Quondam, Forma del vivere. L’etica del gentiluomo e i moralisti italiani, Bologna 2010. VEDI ANCHE giurisprudenza In senso ampio, la conoscenza e la scienza del diritto, con riferimento originario al diritto romano, esteso poi anche al mondo moderno. In senso più ristretto e tecnico, l’insieme delle sentenze e delle decisioni attraverso cui gli organi giudicanti di uno Stato interpretano le leggi applicandole ai … cardinale Titolo di alta dignità ecclesiastica. Storicamente, i cardinale sono i più importanti e stretti collaboratori del pontefice. ? La nomina dei cardinale spetta esclusivamente al pontefice e la sua scelta deve cadere su uomini che siano già stati nominati sacerdoti e che eccellano per dottrina, moralità, … specie biologia Nella sistematica biologica, categoria che rappresenta l’unità fondamentale di base del sistema di classificazione. specie sistematica specie comprendente diverse sottospecie (dette anche specie elementari o, in botanica, giordanoni), cioè diverse popolazioni o gruppi di popolazioni, normalmente … religione Complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità, oppure il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso (v. fig.). 1. Il concetto di religione Il concetto di religione … CATEGORIE DIRITTO CIVILE in Diritto STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO in Diritto VOCABOLARIO furbetto dello scontrino loc. s.le m. (iron.) Chi commette irregolarità nella gestione di scontrini e ricevute fiscali. ? Nel 2011, infatti, i controlli totali delle fiamme gialle furono 6 teòrico¹ teòrico1 agg. e s. m. (f. -a) [dal lat. tardo theoricus, gr. ????????, der. di ?????? «contemplare, meditare»] (pl. m. -ci). – 1. agg. Della teoria, che si riferisce alla teoria, che è teoria (contrapp. spesso a pratico, empirico, sperimentale): considerazioni…”,”FILx-270-FF” “VICTOR Walther”,”Marx und Heine. Tatsache und Spekulation in der Darstellung ihrer Beziehungen.”,”Heine (Heinrich), poeta tedesco (Düsseldorf 1797 – Parigi 1856). Nato da genitori ebrei senza beni, poté frequentare l’università grazie ai sussidi di uno zio, ricco banchiere di Amburgo, e seguire gli studi giuridici a Bonn, a Gottinga, a Berlino. A Bonn (1819-1820) uno dei suoi professori, A. W. Schlegel, lo iniziò al Romanticismo, mentre a Berlino (1821) subì l’influenza di Hegel. Già negli anni di studio si dedicò alla poesia e pubblicò le Poesie nel 1822, e poi, assieme a due tragedie, Almansor e Ratcliff, che rappresentano gli unici esperimenti teatrali di Heine, un’altra raccolta di versi, Intermezzo lirico (1823), in cui ai temi romantici tradizionali si mescola già quell’ ironia che trasparirà nella maggior parte delle opere posteriori. Ritornato ad Amburgo nel 1823, si innamorò della giovane cugina Teresa, che egli sognò di poter sposare nonostante l’indifferenza da lei dimostratagli; così ritornò a Gottinga per concludere i suoi studi e, conseguito il dottorato, si fece battezzare (1825). Fu un periodo di maturazione del suo talento, visibile nel nuovo ciclo di poesie Ritorno (1823-1824), tutto pervaso dell’atmosfera di Amburgo, mentre il mare del Nord e un soggiorno nell’isola di Norderney gli ispirarono un nuovo ciclo lirico, Il Mare del Nord (1825- 1826). Verso la stessa epoca (1824) le impressioni raccolte sui monti della Selva Ercinia costituiscono la materia del Viaggio nello Harz. Tutte queste diverse raccolte formano il Libro dei canti, pubblicato per la prima volta nel 1827; nel 1844 ne apparirà un’edizione completa, comprendente anche le Poesie del 1822, rifuse sotto il titolo di Dolori giovanili, e poi Intermezzo, Ritorno, Viaggio nello Harz e Il Mare del Nord. Dall’edizione del 1827 ebbe inizio la celebrità di Heine che, dopo il successo del Viaggio nello Harz, diede ai suoi Reisebilder (Impressioni di viaggio), in prosa, diverse continuazioni, fra il 1827 e il 1831, ispirate da vari soggiorni in Italia e in Inghilterra. In questi volumi Heine espose le sue idee politiche, di impronta liberale, il che gli attirò i rigori della censura in molti Stati della Germania. La rivoluzione parigina del 1830 gli diede occasione di passare in Francia: arrivò a Parigi nel maggio 1831, e da allora non lasciò più la Francia se non per qualche rapida visita in patria. Accolto con favore, dedicò buona parte della sua attività a creare una corrente di simpatia intellettuale tra Francia e Germania. (V. GIOVANE GERMANIA .) Questi sforzi appaiono negli articoli sulla Francia inviati a un giornale di Augusta, riuniti poi in volume sotto il titolo di Situazioni di Francia (Französische Zustände, 1832), e nel volume ‘Per la storia della religione e della filosofia in Germania, pubblicato dapprima in francese col titolo De l’Allemagne (1834), cui seguì La scuola romantica (1836), atto d’accusa contro l’involuzione reazionaria del Romanticismo tedesco. Ormai integrato nella vita francese, pubblicò Germania. Fiaba invernale* nel 1844, Atta Trollnel 1847. Nel 1844 fece stampare una raccolta, Nuove poesie, che comprende particolarmente romanze e poesie politiche (Zeitgedichte), scritte sotto l’influenza delle teorie di Karl Marx con cui era entrato in rapporti. La più forte di queste liriche “impegnate” è la canzone I tessitori di Slesia (1847), tradotta dal Carducci. Una gravissima malattia alla spina dorsale lo condannò all’immobilità per otto anni, dal 1848 al 1856, consumandolo lentamente; ma anche dalla sua ‘tomba di materassi’ il poeta continuò a scrivere, e nel 1851 pubblicò l’ultima raccolta di versi, Romanzero, espressione di una concezione dolorosa e pessimistica dell’esistenza. L’opera parigina di Heine è certamente importantissima per la sua attualità ideologica e per la straordinaria forza dei suoi accenti democratici e giacobini. Tuttavia si ricorda sempre la poesia giovanile, che ha fatto di lui il lirico più suggestivo e cantabile dell’Ottocento tedesco; Heine resta soprattutto l’autore di alcune poesie bellissime e celebri come Lorelei, I due granatieri, Il pellegrinaggio a Kevlaar, estreme voci del Romanticismo. Incontrastata in Francia, la fortuna di Heine in Germania fu varia: esaltato dagli intellettuali più avanzati, fu amareggiato da polemiche, rancori e ostilità. Malvisto durante l’epoca guglielmina perché condannava nelle sue opere il militarismo e il prussianesimo, durante il nazismo fu considerato traditore della patria e le sue opere vennero messe al bando. (RIZ)”,”MADS-302″ “VICTOROFF-TOPOROFF V. a cura”,”La Premiere année de la Revolution russe mars 1917 – mars 1918. Faits – Documents – Appreciations. Avec un tableau hors texte des partis politiques russes.”,”Contiene l’articolo di M. CHABAD ‘La vie economique de la Russie et la Revolution de 1917-1918. Nella bibliografia sulla rivoluzione russa si riassumono brevemente i libri di: Claude ANET, A. AULARD, Jacques BAINVILLE, J.W. BIENSTOCK, Pierre CHASLES, Camille DUDAN, R. ENGELHARDT, Rafael ERICH, H.J. JENNINGS, E.H. WILCOX, W. KALININ, L. TROTSKY, LENIN, SOKOLNIKOFF, ZINOVIEV, G. LASAREFF, F. LIFSCHITZ, N. LOEWENTHAL, Marylie MARKOVITCH, D. MEREJKOWSKY, Aimé MASSON, Alexander MOSIER, Lucien MURAT, K.M. OBERUTJEV, Inna RAKITNIKOFF, Charles RIVET, R. ROLLAND – M. MARTINET – H. GUILBEAUX – F. MASEREEL, Paul ROHRBACH und Axel SCHMIDT, N. RUBAKINE, Marcel SEMBAT, E. STERN, P. SWESDITCH, Emile VANDERVELDE, N.E. VEROW, Paul VINOGRADOFF, F. WRANGEL, Alexandre ZEVAES, B. KAMKOW, Heinrich LÖWE, Maria MARESCH, J. STEINBERG.”,”RIRx-054″ “VIDAL DE LA BLACHE P.”,”Principes de geographie humaine. Publiée d’apres les manuscrits de l’ Auteur par Emmanuel De Martonne.”,”P. VIDAL DE LA BLACHE era membro dell’ Institut.”,”ASGx-018″ “VIDAL Gore”,”Lincoln.”,”Gore VIDAL è nato a West Point e ha scritto venti romanzi che comprendono anche il ciclo storico americano costituito da Burr, 1876, Washington, D.C., e questo Lincoln. “”E’ straordinario come Vidal abbia inserito tanto di storicamente documentato nel suo romanzo.”” (opinione dello storico David Donalt dell’ Università di Harvard).”,”USAS-102″ “VIDAL Cesare”,”Durruti. La furia libertaria.”,”Cesar VIDAL MANZANARES è dottore in geografia e storia, filosofia e teologia. Ha insegnato storia alla UNED. Ha scritti libri sulla questione ebraica, l’ olocausto, la guerra civile spagnola.”,”MSPG-118″ “VIDAL Gore”,”L’ invenzione degli Stati Uniti. I padri: Washington, Adams, Jefferson.”,”VIDAL Gore è tra i maggiori narratori e saggisti statunitense. Fazi editore sta pubblicando tutte le sue opere. “”Mentre metteva in moto questi urti e questi dissapori, Hamilton concludeva la sua grande aria in onore di Washington. Il presidente mette in guardia dai pericoli che possono sorgere se i tre rami del governo interferiscono l’uno con l’altro. “”Lo spirito di ingerenza tende ad assorbire i poteri dei vari rami e dipartimenti in uno solo, istituendo così – sotto qualsiasi forma – un potere dispotico. Una giusta conoscenza del cuore umano, di quell’amore del potere che in esso predomina”” (e qui Hamilton getta la maschera washingtoniana e parla come Iago, il quale pronuncia la nota frase “”Tu sai ciò che sai..””) “”(…) basta da sola ad affermare questa verità. Che non avvenga mai alcun cambiamento tramite l’usurpazione, poiché anche se in un caso questa può essere lo strumento del bene, di solito è lo strumento della distruzione del libero governo””. Come vediamo quotidianamente oggi, a due secoli di distanza. Hamilton e Washington sono uniti dal timore degli stratagemmi impiegati da nazioni straniere nelle loro guerre, che tendevano tanto frequentemente a invischiare l’America.”” (pag 117-118) “”Un aspetto interessante del sistema ateniese era la rotazione delle cariche. Quando Pericle disse a Sofocle, il poeta-drammaturgo, che era il suo turno di fare il direttore generale delle poste o svolgere qualche altro tediosissimo incarico, Sofocle rispose che era occupato a scrivere una tragedia e che per giunta la politica non gli interessava. Al che il grande Pericle rispose: “”Chi dice che la politica non gli interessa è privo di interessi””.”” (pag 127)”,”USAG-070″ “VIDAL Gore”,”Il candidato.”,”VIDAL Gore è nato nel 1925 ed è considerato uno dei massimi scrittori americani della nostra epoca. I prezzi. “”””Questi sono i prezzi, Mr Schuyler””. “”Così sembra. Mi hanno detto che per ottenere il posto di cadetto a West Point è necessario pagare cinquemila dollari al proprio rappresentante al Congresso””. “”Credo che il prezzo sia assai più alto, se il cadetto è di New York””. Conkling appariva nel contempo triste e divertito. “”Anche i seggi al Senato sono molto cari. Si dice che i miei ammiratori abbiano speso duecentocinquantamila dollari per procurarmi questo scranno e questo tavolo, così insignificanti””. Diede ua manata al ripiano di fronte a lui. Fui preso in contropiede, come senza dubbio era sua intuizione. “”Ma certamente almeno lei non aveva bisogno di denaro per essere eletto””. “”I senatori vengono scelti dai parlamenti degli Stati, e i parlamentari dello Stato di New York sono uomini lottizzati, oltre che lottizzatori””. Rise al suo stesso gioco di parole. Anch’io risi debolmente, non del tutto sicuro di ciò che stava cercando di dirmi. “”E dunque il prezzo è troppo alto?””, chiesi in tono interlocutorio. “”Oggigiorno tutto è questione di denaro, Mr Schuyler, e il prezzo è sempre troppo alto. Tuttavia io credo davvero nel mio partito””.”” (pag 288)”,”USAS-191″ “VIDAL J.”,”Le mouvement ouvrier français de la Commune à la guerre mondiale. (Aperçu historique)”,”‘Lenin contro l’herveismo’ “”La question essentielle autour de laquelle se forma ce groupe di Hervé, était celle de la tactique à adopter pour combattre le danger de guerre. L’avance de l’impérialisme français au Maroc résultant de l’accord franco-anglais de 1904, le danger d’une guerre avec l’Allemagne, la radicalisation des masses, tout cela donna une forte impulsion à Hervé et détermina les oscillations à gauche de ce politicien petit-bourgeois type. Plus tard, Hervé lui-même expliqua sa position d'””ultra-gauche”” en disant que la menace d’une guerre franco-allemande à cause du Maroc et l’impassibilité du Parti l’incitèrent a demander que l’on accentuât la propagande antimilitariste. Quant à la proposition pratique de Hervé qui s’appuyait sur la Fédération socialiste du département rural de l’Yonne (plus tard, la propagande hervéiste s’acquit de fortes bases à Paris), elle tendait à ce que, en réponse à une déclaration éventuelle de guerre, le Parti socialiste proclamât “”la grève des réservistes””. Les soldats socialistes devaient déserter et les réservistes rester chez eux. “”La grève des réservistes, disait Hervé au congrès de Stuttgart, n’est pas de la résistance passive: la classe ouvrière aura tôt fait de passer à la résistance ouverte, à l’insurrection, laquelle aurait d’autant plus de chances de succés que l’armée active se trouverait alors à la frontiére du pays””. C’est ce plan qu’il défendit, et il proposa de stipuler dans son projet de résolution qu’à la déclaration de guerre, d’où qu’elle vienne, on répondra par la grève des réservistes et l’insurrection. Lénine contre l’hervéisme. A cette époque même, en 1907, Lénine soumit à une critique acerbe cette motion de Hervé. Lénine fit remarquer: “”Dès le premier coup d’oeil, il devint évident que Hervé commettait la faute impardonnable… d’oublier l’enchaînement de cause à effet existant entre la guerre et le capitalisme; en adoptant la politique hervéiste, le prolétariat se condamnerait à un travail stérile: il userait toute sa combattivité (puisqu’il s’agit d’insurrection) à combattre la consèquence (la guerre) et laisserait subister la cause (le capitalisme)””. Lénine montrait que “”…la lutte doit consister non pas seulement dans la substitution de la paix à la guerre, mais dans le remplacement du capitalisme par le socialisme””. Il s’agit non d’enrayer la guerre, mais de substituer le socialisme au capitalisme. Or, le pacifiste petit-bourgeois enragé, Hervé, ne voyait qu’un seul aspect de la questione; la lutte pour la paix, et l’antimilitarisme lui faisait oublier la nécessité de combattre pour le socialisme”” [J. Vidal, Le mouvement ouvrier français de la Commune à la guerre mondiale. (Aperçu historique), 1934] (pag 139-140)”,”MFRx-036″ “VIDAL Gore”,”L’età dell’oro. Romanzo.”,”””Ma sapevate da ieri notte che avrebbero attaccato..””. “”Attaccato, sì. Ma non Pearl Harbor. Da qualche parte nel Pacifico sud-occidentale, questa era la mia teoria. Ma ieri notte ho cambiato solfa. Ho detto: “”Dobbiamo colpirli per primi””, ma il Boss ha detto: “”No, non possiamo, siamo una democrazia””. Questo significa che il Congresso lo avrebbe attaccato se fosse stato lui a colpire pre primo. “”Siamo un popolo pacifico””, ha detto, “”ma abbiamo buone credenziali”””” (pag 237)”,”USAS-206″ “VIDAL Enrico”,”La scienza politica nell’ ‘Opuscule Fondamental’ del Comte.”,”Contiene dedica dell’autore a GM Bravo. Enrico Vidal, Prof. incaricato di Scienze politiche nell’Università di Genova.”,”TEOS-017-FMB” “VIDALENC Jean”,”Louis Blanc.”,”Louis Blanc (1811-1882) “”Comunque, malgrado le insufficienze che Louis Blanc non pensò di rimuovere dal 1840 al 1848, malgrado queste imprecisioni che lo rendevano a volte più utopico di Luigi Napoleone Bonaparte nell’ “”L’ Extinction du Paupérisme””, egli conobbe un successo considerevole per l’ epoca. Louis Blanc era l’ uomo che aveva trovato la formula magica: “”l’ organizzazione del lavoro””, da cui si attendeva anche sia il miglioramento della condizione degli operai che l’ aumento dei salari o la fine delle crisi, in breve l’ alleggerimento di tutti i mali””. (pag 29)”,”QUAR-057″ “VIDALI Vittorio”,”Diario del XX Congresso.”,”Vittorio VIDALI è nato a Muggia (Trieste) nel 1900. A Trieste ha conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale. Entra nel 1917 nelle file della Federazione Giovanile Socialista. Nel 1921 nel Partito comunista d’ Italia. Fin dal 1919 viene ripetutamente arrestato e aggredito dai fascisti. Nel dicembre 1921 espatria in Germania dove viene internato. Fuggito rientra in Italia e finisce di nuovo in galera. Esce nel 1923 ed espatria in Algeria, negli Stati Uniti. Stalinista, gira l’ Europa (Francia, Belgio, Austria, Spagna, URSS). E’ in Spagna durante la guerra civile (Carlos) commissario politico (questione assassinio A. NIN) e comandante del V Reggimento. Dal maggio 1939 al marzo 1947 è in Messico (questione assassinio L. TROTSKY) come uno dei dirigenti dell’ Alleanza antifascista. Rientrato in Itaila diventa segretario del PCI a Trieste e deputato quindi senatore e membro del CC del partito. “”25 febbraio. C’è una mattinata di sole e non c’è congresso. Lo sentono con sollievo anche gli altri e perciò non se ne parla più. I delegati esteri sembrano turisti venuti qui per divertirsi e fare acquisti. Vanno tutti al GUM e ne ritornano stracarichi. Andiamo in centro anche noi. Mentre gli altri vanno a comperare ancora qualcosa, io gironzolo per la Piazza Rossa. Dopo un colloquio fatto di gesti e qualche parola, riesco a ottenere il permesso di visitare il posto, dietro il mausoleo, dove ci sono le ceneri di alcuni grandi rivoluzionari: un viale con cippi semplici e cassette murate nella parete del Cremlino. Qui c’è John Reed, il giornalista e scrittore americano testimone e quasi protagonista durante la rivoluzione del 1917. Era stato anche nel Messico con Pancho Villa. Il suo libro Dieci giorni che sconvolsero il mondo è un vero documento di quelle giornate infuocate dell’ Ottobre. Merita leggerlo; ora è difficile trovarlo; è stato tolto dalla circolazione in quanto parlava di Trotsky e non diceva nulla di Stalin. Lo stesso è avvenuto con le memorie della Krupskaja, nelle quali a Stalin ci sono solo alcuni accenni. Fra queste tombe che sto osservando c’è quella di Haywood, il grande Bill Haywood, fondatore degli IWW (International Workers of the World) i sindacalisti che scrissero meravigliose pagine di eroismo romantico nella storia del movimento operaio degli Stati Uniti. Lo vidi e conobbi nel 1927 quando arrivai nell’ Unione Sovietica. C’è anche E.C. Ruthenberg segretario del Partito comunista americano, con cui lavorai nel 1923-24 a Chicago; morì ancora giovane. Una bella figura di combattente, anche se troppo impegnato nella lotta di fazione. Anche Clara Zetkin è qui; cioè le sue ceneri sono state portate qui. La ricordo bene; andavo spesso a trovarla quando abitava a Mosca o nei dintorni e le feci la guardia d’ onore quando morì. L’ accompagnai al treno quando si recò a presiedere il Reichstag, poco prima che venisse incendiato da Goering. C’è pure Heckert (…)””. (pag 90-91)”,”PCIx-158″ “VIDALI Vittorio”,”Diario del XX Congresso.”,”Vittorio Vidali è nato a Muggia (Trieste) nel 1900. A Trieste ha conseguito il diploma di ragioniere e perito commerciale. Entra nel 1917 nelle file della Federazione Giovanile Socialista. Nel 1921 nel Partito comunista d’ Italia. Fin dal 1919 viene ripetutamente arrestato e aggredito dai fascisti. Nel dicembre 1921 espatria in Germania dove viene internato. Fuggito rientra in Italia e finisce di nuovo in galera. Esce nel 1923 ed espatria in Algeria, negli Stati Uniti. Stalinista, gira l’ Europa (Francia, Belgio, Austria, Spagna, URSS). E’ in Spagna durante la guerra civile (Carlos) commissario politico (questione assassinio A. NIN) e comandante del V Reggimento. Dal maggio 1939 al marzo 1947 è in Messico (questione assassinio L. Trotsky) come uno dei dirigenti dell’ Alleanza antifascista. Rientrato in Itaila diventa segretario del PCI a Trieste e deputato quindi senatore e membro del CC del partito.”,”RUSS-015-FV” “VIDAL-NAQUET Pierre”,”Gli ebrei la memoria e il presente.”,”VIDAL-NAQUET Pierre è direttore di studi all’ Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. E’ autore tra l’ altro di ‘Il buon uso del tradimento. Giuseppe Flavio e la guerra giudaica’ pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1980. “”Ciò che avviene con le opere di Butz, di Faurisson e degli altri ideologi della “”revisione”” è di tutt’altra natura: una menzogna totale, quali ne producono abbondantemente le sette ed i partiti, compresi, naturalmente, i partiti-Stato. Se la ‘Storia del partito comunista (bolscevico) del tempo di Stalin è un monumento durevole della menzogna storica più micidiale, esistono anche, della storia staliniana, versioni liberali ed erudite. La grande congiura, un libro di M. Sayers e A.E. Kahn, fu un modello del genere, col suo gioco di riferimenti e le sue note bibliografiche che utilizzano in caso di bisogno opere proibite nell’ Unione Sovietica, come La mia vita di Trotsky, ma al servizio di una visione interamente ortodossa della storia sovietica, con, ad esempio, perle come questa: “”La morte di Lev Trotsky lasciava un solo candidato vivente alla parte di Napoleone in Russia: Adolf Hitler”” (p. 169). All’ indomani della guerra e del fronte popolare degli Stati, sono stato testimone dell’ efficacia di questo tipo di discorsi””. (pag 241-242)”,”EBRx-030″ “VIDAL-NAQUET Pierre a cura; testi di Louis BERGERON Jean BOTTERO Francois CARON Roger CHARTIER J.P. DARMON Jacques DUPAQUIER Marc FERRO Christian JACOB Alain JOXE Claude LEVY Claude LIAUZU Pierre MILZA Alain PLESSIS Madeleine REBERIOUX Jean-Pierre RIOUX Pierre SOUYRI Claudie WEILL e altri”,”Il nuovo atlante storico Zanichelli.”,”Testi di Louis BERGERON Jean BOTTERO Francois CARON Roger CHARTIER J.P. DARMON Jacques DUPAQUIER Marc FERRO Christian JACOB Alain JOXE Claude LEVY Claude LIAUZU Pierre MILZA Alain PLESSIS Madeleine REBERIOUX Jean-Pierre RIOUX Pierre SOUYRI Claudie WEILL e altri. “”All’ epoca dello scisma d’ Occidente, le due – in seguito tre – obbedienze rivali sono venute ad identificarsi spontaneamente con le alleanze politiche tra i vari stati. Sostengono Clemente VII, papa di Avignone, la Francia, seguita dalla Scozia, dalla penisola iberica e dal Regno di Napoli; si schierano con Urbano VI, papa di Roma, l’ Inghilterra, seguita dalla Borgogna, dall’ Impero, dalle Fiandre e dall’ Italia settentrionale. Dunque anche l’ internazionalizzazione dei conflitti rappresenta il tratto dominante dell’ Europa dei secoli XIV-XV.”” (pag 126)”,”REFx-079″ “VIDAL-NAQUET Pierre”,”Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah.”,”VIDAL-NAQUET Pierre (1930-2006) storico dell’antichità è stato direttore dell’ Ecole des hautes études en sciences sociales. Militante nella lotta contro la guerra d’Algeria e per diritti dei palestinesi, ha scritto saggi sulla Grecia antica, e sulla storia contemporanea.”,”STOx-137″ “VIDAL-NAQUET Pierre”,”La democrazia greca nell’immaginario dei moderni.”,”Pierre Vidal-Naquet è nato a Parigi nel 1930. Professore di storia antica all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi, ha dato contributi fondamentali alla conoscenza dell’organizzazione politica ded economica della Grecia antica quali ‘Clisthène’, ‘Athénien’ (1964), ‘Il cacciatore nero’ (1988), ‘Il buon uso del tradimento’ (1980) sulla figura di Giuseppe Flavio e la storia dell’antico stato ebraico. E ‘Gli ebrei, la memoria e il presente’ (1985) contro gli eccessi del revisionismo storiografico. Capitolo XII. Karl Wittfogel e la nozione di modo di produzione asiatico (… il “”dispotismo orientale”” visto da Marx; modi di produzione “”asiatico””, “”antico”” e “”germanico””; i cinque stadi: dallo schema generale alal vulgata; storia “”unilineare”” di Marx e tipologia delle società; lo sviluppo diseguale: i sovietici di fronte alla Cina voltano le spalle a Marx; slavofili e occidentalisti; Plechanov e Trockij, due soluzioni a partire da Marx: rivoluzione “”borghese”” o “”permanente””; la ‘Aziachtchina’ secondo Lenin; il capitalismo di Stato; Pokrovsky e Trotsky; il trionfo del dogmatismo; l’abbandono del concetto di “”modo di produzione asiatico””; un esempio: un’analisi dell’India; e l’Egitto di Nasser. Capitolo XIII. La Russia e il modo di produzione asiatico (Russia mongola e Russia bizantina; un dibattito sulla “”Slavic Review””; un marxista ceco dinanzi alla storiografia sovietica.”,”TEOP-003-FSD” “VIDAL-NAQUET Pierre”,”Le chasseur noir. Formes de pensée et formes de societé dans le monde grec.”,” “”Dobbiamo per esempio rinunciare a confrontare le società guerriere del medioevo occidentale e la società omerica con il pretesto che una appartiene, secondo la terminologia di Marx ed Engels, all’Antichità “”schiavistica”” e l’altra al periodo “”feudale””?”” (pag 182) ‘Gli schiavi greci erano una classe?’. Marx sul concetto di classe sociale. La classe in sé e la classe per sé. “”Dans la société grecque, les esclaves étaient-ils une classe? La question est moins triviale qu’il n’y paraît peut-être, et la poser sous cette forme exige de la part de l’historien de la Grèce quelques éclaircissements. Notre conception moderne de la classe sociale me paraît liée è trois ordres de phénomènes bien distincts que j’énumérerai ici tout è fait empiriquement et sans choisir: 1. Une classe, c’est un groupe d’hommes qui occupent une place bien définie dans l’échelle sociale. C’est ce que nous exprimons en langage commun quand nous parlons de la «grande bourgeoisie» ou de la «petite bourgeoisie», de la prétendue «classe moyenne» ou des «classes inférieures». On sait avec quelle subtilité empirique les auteurs anglo-saxons on utilisé ce vocabulaire. Ce n’est évidemment pas un hasard si c’est l’historiens anglais Hill qui est l’auteur d’un livre intitulé ‘The Roman Middle Class’ (1), consacré à ces chevaliers romains dont C. Nicolet a démontré, dans sa thèse (2), que, jusqu’à l’époque d’Auguste, ils ont constitué non une classe, mais un ordre. 2. Une classe sociale occupe une place définie dans les rapports de production; c’est là l’apport principal du marxisme et il est inutile d’insister là-dessus. 3. Enfin, une classe sociale suppose la prise de conscience d’intérêts communs, l’emploi d’un langage commun, une action commune dans le jeu politique et social. Cela aussi, nous le devons è Marx, et je rappellerai simplement la page célèbre du ’18 Brumaire de Louis Bonaparte’ sur les petits paysans parcellaires français, «masse énorme dont les membres vivent tous dans la même situation mais sans être unis les uns aux autres par des rapports complexes», et chacun connaït la conclusion de Marx, jouant sur les deux sens possibles du mot «classe»: «Dans la mesure où des millions de familles paysannes vivent dans des conditions économiques qui les séparent les unes des autres et opposent leur genre de vie, leurs intérêts et leur culture à ceux des autres classes de la société, elles constituent une classe. Mais, dans la mesure où, entre paysans parcellaires, il n’existe qu’une solidarité locale, et où l’identité de leurs intérêts ne crée entre eux aucune communauté, aucune liaison nationale, ni aucune organisation politique, elles ne constituent pas une classe (3)». Il serait évidemment facile de prendre ces trois notions de niveau, de rapports de production et de conscience, et de chercher à les appliquer à l’Antiquité grecque classique et aux esclaves, mais, avant de se livrer à ce petit jeu et peut-être pour le rendre inutile, il convient de faire un détour. Mon premier point peut être résumé ainsi: nous sommes habitués à nous représenter la société antique comme composée de maîtres et d’esclaves – et c’est ce que dit Marx lui-même dans l’ouverture du ‘Manifeste communiste’ -, mais il faut bien voir: 1) qu’il n’en a pas été toujours ainsi, 2) que, même à l’époque classique, deux types de sociétés s’affontent, dont une seule peut être considérée comme «esclavagiste» au sens précis qu’il faut donner a ce terme”” (pag 212-213) [Pierre Vidal-Naquet, ‘Le chasseur noir. Formes de pensée et formes de societé dans le monde grec’, La Decouverte – Maspero, Paris, 1983] [(1) Middle Class; (2) Ordré équestre; (3) ’18-Brumaire’, p. 126-127 (trad. légèrement modifiée). Je donne ici l’ensamble du texte de Marx pour répondre aux objections qui m’ont été présentées notamment par G.E.M De Sainte-Croix, “”Karl Marx””, p. 30-31] “”Nella società greca gli schiavi erano una classe? La questione è meno banale di quanto forse sembri, e porla in questa forma richiede qualche chiarimento da parte dello storico della Grecia. La nostra concezione moderna di classe sociale mi sembra legata a tre ordini di fenomeni ben distinti che elencherò qui in modo del tutto empirico e senza scegliere: 1. Una classe è un gruppo di uomini che occupano un posto ben definito nella scala sociale. Questo è ciò che esprimiamo nel linguaggio comune quando parliamo della «grande borghesia» o della «piccola borghesia», della cosiddetta «classe media» o delle «classi inferiori». Sappiamo con quale sottigliezza empirica gli autori anglosassoni abbiano utilizzato questo vocabolario. Non è ovviamente un caso che sia lo storico inglese Hill l’autore di un libro intitolato ‘The Roman Middle Class’ (1), dedicato a questi cavalieri romani che C. Nicolet ha dimostrato, nella sua tesi (2), che, fino all’epoca di Augusto costituivano non una classe, ma un ordine. 2. Una classe sociale occupa un posto definito nei rapporti di produzione; questo è il contributo principale del marxismo ed è inutile insistere su di esso. 3. Infine, una classe sociale presuppone la consapevolezza di interessi comuni, l’uso di un linguaggio comune, un’azione comune nel gioco politico e sociale. Anche questo lo dobbiamo a Marx, e mi limiterò a ricordare la famosa pagina del ’18 Brumaio di Luigi Bonaparte’ sui piccoli contadini parcellari francesi, «una massa enorme i cui membri vivono tutti nella stessa situazione ma senza essere uniti tra loro da rapporti complessi», e tutti conoscono la conclusione di Marx, giocando sui due possibili significati della parola «classe»: «Nella misura in cui milioni di famiglie contadine vivono in condizioni economiche che le separano e oppongono il loro stile di vita, i loro interessi e la loro cultura a quelli delle altre classi della società, costituiscono una classe. Ma, nella misura in cui tra i piccoli proprietari terrieri esiste solo solidarietà locale, e l’identità dei loro interessi non crea tra loro alcuna comunità, alcun legame nazionale, alcuna organizzazione politica, essi non costituiscono una classe» (3). Sarebbe ovviamente facile prendere queste tre nozioni di livello, di rapporti di produzione e di coscienza, e cercare di applicarle all’antichità greca classica e agli schiavi, ma, prima di impegnarsi in questo giochetto e forse di renderlo inutile, è necessario fare una deviazione. Il mio primo punto può essere riassunto così: siamo abituati a rappresentare la società antica come composta di padroni e schiavi – e questo è ciò che dice lo stesso Marx in apertura del ‘Manifesto comunista’ – ma è importante vedere: 1) che non è sempre stato così, 2) che, anche in epoca classica, si scontrarono due tipi di società, di cui solo una può essere considerata «schiavista» nel senso preciso che dobbiamo dare a questo termine”” (pag 212- 213) [Pierre Vidal-Naquet, ‘Il cacciatore nero. Forme di pensiero e forme di società nel mondo greco’, La Decouverte – Maspero, Parigi, 1983] [(1) Classe media (2) Ordine equestre (3 ) ’18-Brumaio’, pp. 126-127 (trad. leggermente modificata). Io do qui l’insieme dei testo di Marx per rispondere alle obiezioni che sono state sollevate in particolare da G.E.M De Sainte-Croix, “”Karl Marx””, pp. 30-31] “”Une classe sociale occupe une place définie dans les rapports de production; c’est là l’apport principal du marxisme et il est inutile d’insister là-dessus. Enfin”,”STAx-032-FSD” “VIDAL-NAQUET Pierre”,”L’affaire Audin (1957-1978).”,”‘L’affaire Audin’ di Pierre Vidal-Naquet è un libro che esplora la tragica vicenda di Maurice Audin, un matematico e assistente universitario arrestato ad Algeri nel giugno 1957 durante la guerra d’Algeria 1. Audin fu accusato di sostenere il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) e, secondo le autorità francesi, sarebbe fuggito dalla prigionia. Tuttavia, Vidal-Naquet dimostra che Audin fu in realtà torturato e ucciso dai paracadutisti francesi 1. Il libro è un’importante testimonianza contro la tortura e le atrocità commesse durante la guerra d’Algeria, e ha avuto un impatto significativo nel portare alla luce la verità su questi eventi 1. Vidal-Naquet, storico e intellettuale impegnato, utilizza questo caso per evidenziare il ruolo dello storico nella ricerca della verità e nella giustizia sociale 2′ (c. copil.) (testo anche della quarta di copertina)”,”FRQM-001-FSD” “VIDARI Giovanni”,”L’ educazione in Italia dall’ Umanesimo al Risorgimento.”,”””In Italia, invece, come è noto, la Riforma non attecchì, non poteva attecchire: la vicinanza di Roma, l’ indole del popolo, l’ indirizzo della cultura, l’ intima colleganza del rito cattolico con tutte le manifestazioni dell’ arte, delle lettere, della politica, furono tanti impedimenti al diffondersi presso di noi delle ragioni ideali e dei motivi sentimentali onde si propagò in Germania e altrove la Riforma. Talché accadde, che, se fuori d’ Italia la parola di Martin Lutero e di Melantone, di Zuinglio e di Calvino, agitando i problemi della fede e della vita morale, richiamò energicamente l’ attenzione del popolo e dei principi sulla necessità di provvedere a un radicale rinnovamento dei metodi e degli istituti educativi e promosse quindi quel fervore di studi e di opere che dal Ratke e dal Comenio giunge ai Giansenisti per un lato, al Milton e al Locke per l’ altro, in Italia invece il problema dell’ educazione, che pure era stato di così largo e popolare interesse nel Quattrocento, andò restringendosi entro il campo della Chiesa cattolica, alla quale esso fu esclusivamente abbandonato, come cosa di sua propria spettanza””. (pag 87)”,”ITAS-070″ “VIDELIER Philippe”,”La Proclamation du Nouveau Monde. Suivi du ‘Manifeste de Karl Marx’, première édition française New York 1872.”,”Contiene dedica autore a Gilles Anquetil. A.M. Desrousseaux pseudonimo Bracke “”Ainsi ce journal d’émigrés [Le Socialiste, New York, ndr] publia la première édition française du ‘Manifeste’ de Karl Marx au début de l’année 1872. Il n’y en avait eu, auparavant, aucune autre. Préparée en moins de vingt jours à partir de la version anglaise de l’hebdomadaire ‘Woodhull & Claflin’s’, cette traduction française constitua la matrice de la première édition espagnole faite à Madrid en novembre de la même année, et celle-ci servit de base à une traduction portugaise imprimée en mars 1873 dans ‘O Pensamento social’ de Lisbonne. Le 17 mars 1872, Friedrich Engels demandait à Sorge, comme un service, de lui faire parvenir cinquante exemplaires du ‘Woodhull & Claflin’s’ contenant le ‘Manifeste communiste’ et de cinquante à cent des numéros du ‘Socialiste’ où figurait la traduction française: “”Je vous virerai la somme, dès que je saurai combien cela va faire. Au cas où il n’ya aurait pas autant d’ex. disponibles, prenez, je vous prie, tout ce que vous pouvez trouver. Même si ces deux traductions laissent à désirer, nous ne pouvons pas faire autrement que de les utiliser provisoirement pour la propagande; la traduction française notamment m’est absolutement indispensable dans les pays latins d’Europe afin de faire pièce aux inepties répandues par Bakounine ou aux imbécillités proudhoniennes qui s’étalent complaisamment dans ces pays”” [Friedrich Engels à Friedrich Adolph Sorge, 17 mars 1872, Marx-Engels Correspondance, tome XII, 1989]”” [Philippe Videlier, La Proclamation du Nouveau Monde. Suivi du ‘Manifeste de Karl Marx’, première édition française New York 1872, 1995] (pag 33-34) Philippe VIDELIER storico al CNRS è collaboratore del ‘Monde diplomatique’ e della ‘Lettre internationale’.”,”MAES-107″ “VIDONI Ferdinando”,”Natura e storia. Marx ed Engels interpreti del darwinismo.”,”VIDONI Ferdinando (Bruxelles, 1940) insegna filosofia in un liceo di Milano e si dedica a ricerche sul pensiero filosofico e scientifico. Ha pubblicato tra l’ altro, in collaborazione con E. FIORANI ‘Il giovane Engels’ e con A. GUERRAGGIO ‘Nel laboratorio di Marx: scienze naturali e matematica’ (1982). “”Ora Engels sostiene che “”possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato lo stesso uomo”” “”(pag 84). “”Questa critica all’ empirismo, e specialmente a quell’ “”empirismo più piatto, che disprezza ogni teoria, che diffida di ogni pensiero”” (Engels, Dialettica della natura), colpiva, seguendo Hegel, il presupposto che la conoscenza derivi da una generalizzazione di dati di esperienza, dove il pensiero sarebbe sostanzialmente passivo. Anche quando empiristi seri (come il logico positivista J. Stuart Mill) teorizzano e praticano un metodo ipotetico-deduttivo, sembrano preoccupati soprattuto che le costruzioni teoriche siano verificate nel confronto con “”fatti”” considerati come qualcosa di per sé dato e univoco. In Marx l’ interesse sembra concentrato piuttosto sul “”pensiero”” che opera una “”libera”” ricostruzione teorica dell’ oggetto, riservandosi di comprovarla attraverso un confronto globale che diventa una reinterpretazione, un approfondimento del significato apparente, superficiale dei fatti”” (pag 31).”,”MAES-046″ “VIDONI Fernando MAZZOLA Luciano a cura”,”1845-50. Lotta proletaria in Inghilterra. Articoli della sinistra cartista, lettere di J. Harney a Marx-Engels.”,”Per seguire l’ evoluzione dei giudizi di Marx ed Engels su Harney è utile la raccolta di passi del carteggio Marx-Engels su Harney riguardanti i cartisti, in particolare Jones e Harney, in appendice al volume curato da J. SAVILLE, Ernest Jones: a chartist. LONDON, 1952. “”Ho letto con piacere i tuoi articoli nel “”Labor Standard””. Mi ricordano vivamente le tue prime collaborazioni al “”Northern Star””, quando sei arrivato da Bradford e ci siamo incontrati per la prima volta! Oh, i giorni che ritornano più! Ora sono vecchio e pieno di acciacchi che non solo infliggono sofferenze ma deprimono lo spirito. Non sto facendo niente di nuovo. Sono ancora indeciso se venire in Inghilterra quest’anno. Saranno quarant’anni nel 1879 da quando ci riunimmo con Frost, Lovett, O’Connor e gli altri della Convenzione cartista. (…) Dici che la figlia del sig. Marx con i suoi scritti ha fatto sì che il governo Gladstone liberasse il celebrato eroe O’Donovan Rossa. Ancora più stupido il governo Gladstone; e auguro alla figlia del sig. Marx una migliore occupazione nel futuro. L’ eroe del “”fondo scaramuccia”” che predica la necessità di appiccare il fuoco a Liverpool, Manchester ecc. come mezzo per liberare l’ Irlanda, non è un asino, ma qualcosa di molto peggio; dovrebbe andare a raccogliere stoppa o salire sulla scala di Giacobbe per tutta la vita. Recentemente si è quasi rotta la testa a Toronto, peccato che non se la sia rotta del tutto.”” (pag 146-147, lettera di Harney a Engels, Boston, 31 marzo 1878)”,”MUKC-019″ “VIDOTTO Vittorio”,”Il partito comunista italiano dalle origini al 1946.”,”VIDOTTO è assistente di Storia moderna nella Facoltà di lettere e filosofia dell’ Università di Roma. “”Lo spostamento di Togliatti, Terracini, Scoccimarro e di Leonetti, della Ravera e di altri sulle nuove posizioni fu lento e avvenne per gradi: molte furono le incertezze e le esitazioni. Inoltre Gramsci era lontano, da Mosca si era trasferito a Vienna. L’ inizio di una politica diversa si ebbe alla vigilia delle elezioni politiche del 6 aprile 1924 quando il PCdI propose, ma senza esito, un fronte comune con i due partiti socialisti, e si presentò poi in una lista unica con i terzinternazionalisti (detti anche “”terzini””) il cui apporto al relativo successo del Pcd’I (268 mila voti, 19 seggi) – se paragonato alla disgregazione subita dai socialisti- fu determinante: infatti dove si presentarono i candidati terzinternazionalisti, che godevano in generale di seguito e popolarità, il partito guadagnò””. (pag 22)”,”PCIx-131″ “VIDOTTO Vittorio a cura; saggi di BARTOLINI Francesco CIAMPANI Andrea DE-NICOLÒ Marco CASCIATO Maristella PICCIONI Lidia PAGNOTTA Grazia SALVATORI Paola RICCARDI Andrea CAVIGLIA Stefano TOBIA Bruno VIDOTTO V.”,”Roma capitale.”,”Vittorio Vidotto (Milano, 1941) insegna storia contemporanea alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza. Ha curato con G. Sabbatucci i sei volumi della ‘Storia d’Italia’ (1994-1999) ed è pure autore di ‘Roma contemporanea’ (2001) e di due volumi di ‘Storia contemporanea’, ‘L’Ottocento’ e ‘Il Novecento’ (con G. Sabbatucci, 2002). Il volume contiene il saggio Paola Salvatori ‘Associazionismo e lotte operaie’ (pag 241-268) “”La fine della guerra fu (…) accompagnata anche a Roma da forti tensioni sociali. I problemi della riconversione, del ritorno dei reduci, della crescita del costo della vita, si sommarono ai problemi tradizionali della città, anche se i nuovi finanziamenti statali per le opere pubbliche rimettevano in moto l’economia cittadina. La conflittualità operaia crebbe di intensità e le lotte si incentrarono sulla conquista delle 8 ore, del sabato inglese, sul riconoscimento delle proprie organizzazioni sindacali, sull’aumento delle paghe e dei minimi salariali. Il dato veramente nuovo fu che le agitazioni si caricarono per la prima volta di una forte valenza politica sulla scorta di quanto avveniva nel Nord del paese. Ciò si tradusse anche a Roma in una crescita dei consensi per il Partito socialista, che divenne una delle principali forze politiche della città (nelle elezioni del 1919 ottenne il 26,4% dei consensi contro il 23,1% del Partito popolare, il 19,4% del Partito liberale nazionalista e il 18,2% del Partito liberale democratico), e in una crescita degli iscritti alle organizzazioni sindacali (nel 1919 gli iscritti alla Camera del Lavoro confederale erano 30.200; nel novembre 1920 61.239) (1). Non si trattò tuttavia di un semplice processo imitativo; fu un’esperienza maturata all’interno dell’arroventato clima cittadino – connotato, già prima della guerra, da un inasprimento delle misure repressive da parte delle forze dell’ordine e dalla violenze verbali e fisiche dei nazionalisti cui si aggiunsero, nel dopoguerra, quelle dei fascisti – e per questo poco riconducibile alle forme che andava assumendo nei centri industrializzati. Fu una sorta di reazione spontanea a una minaccia avvertita come concreta e immediata, una acquisita consapevolezza che i termini dello scontro erano mutati e la posta in gioco era divenuta più alta””; [(1) Paola Salvatori Claudio Novelli, ‘Non per oro ma per libertà. Lotte sociali a Roma, 1900-1926′, Roma, 1993, pp. 139, 143, 152]”,”ITAS-185″ “VIE’ Michel”,”Histoire du Japon. Des origines à Meiji.”,”VIE’ è ex-pensionnaire presso la Maison Franco-Japonaise e maitre-assistant all’ Institut National des Langues et Civilisations Orientales.”,”JAPx-045″ “VIENET René”,”Arrabbiati e situazionisti nel movimento delle occupazioni. Parigi – Nanterre maggio – giugno 1968.”,” L’A all’ epoca era un membro dell’ Internazionale Situazionista. “”In Francia basta essere qualche cosa per essere tutto”” Marx, Contributo alla critica della Filosofia del diritto di Hegel (pag 58) “”Concludo adunque che, variando la fortuna e stando gli uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici. Io iudico bene questo: che sia meglio essere impetuoso che respettivo…”” Machiavelli, Il principe, pag 83) “”So che non li tenete in nessun conto perché la corte è armata; ma vi supplico di permettermi di dire che bisogna considerare molto, dal momento che essi stessi si ritengono tutto. Loro ci sono: anche loro partono con il ritenere nulla le vostre armate, ma il guaio è che la loro forza consiste nella loro immaginazione; e in verità si può dire che, a differenza di tutte le altre forme di potenza, essi possono, da un certo punto in poi, tutto ciò che credono di potere””. (Cardinale di Retz, Memorie) (pag 23) “”La questione dei neri, la guerra del Vietnam e Cuba occupavano un posto sproporzionato e mistificante nella lotta per sempre reale degli studenti americani. Questo “”antimperialismo”” ridotto a un’adesione puramente contemplativa ha quasi sempre dominato il movimento degli studenti in Europa. Dall’ estate del 1967, le manifestazioni degli studenti di Berlino Ovest presero una piega violenta e si estesero a tutta la Germania in risposta all’ attentato contro Rudi Dutschke. A partire dal dicembre 1967 gli italiani andarono oltre, in particolare a Torino, occupando le facoltà e provocando all’ inizio del 1968 la chiusura delle principali università del paese. Durante la crisi del potere burocratico in Cecoslovacchia, unico paese industrialmente avanzato mai conquistato dallo stalinismo, anche se si trattava in fondo del rischioso tentativo della classe dominante di risolvere il funzionamento della propria economia gravemente deficitaria, è ben sotto la pressione di un’ agitazione condotta dagli studenti e dall’ intellighentzia che alla fine del 1967 la burocrazia si è decisa a correre tale rischio. (…) La ricchezza della situazione rivoluzionaria in Frnacia, che ha inflitto allo stalinismo il colpo più duro da esso mai subito in Occidente, è dimostrata dal semplice fatto che la classe operaia ha spontaneamente fatto propri gran parte dei contenuti di un movimento il quale era esplicitamente una ciritica della gerarchia, della merce, dell’ ideologia, della sopravvivenza e dello spettacolo””. (pag 11-13)”,”FRAP-089″ “VIENET René”,”Arrabbiati e situazionisti nel movimento delle occupazioni. Parigi – Nanterre maggio – giugno 1968.”,”Viénet, all’epoca, era un membro dell’ Internazionale Situazionista. “”Tra i più allarmati, ‘L’Humanité’ del 29 marzo denunciava le “”azioni di commando intraprese da un gruppo di anarchici e “”situazionisti””: una delle loro parole d’ordine tracciata a lettere giganti sulla facciata della facoltà diceva: “”Non lavorate!”””” (pag 21)”,”FRAP-003-FV” “VIESTI Gianfranco SIMILI Bruno a cura; articoli di Mauro TEDESCHINI Franco MOSCONI Cristina PRIVITERA Antonella CECCAGNO Luigi BURRONI Stefano GALLO Maurizio BOLDRINI e Marcello FLORES Daniela LUISI e Luca MARTINELLI Vittorio MARTONE Paola DE-VIVO Luciano BRANCACCIO Marcello ANSELMO Francesco PIRONE Vittorio METE Domenico CERSOSIMO Piero BEVILACQUA Leandra D’ANTONE Salvatore ADORNO Saro DISTEFANO e Francesco RANIOLO Fabrizio BARCA e Alessia ZABATINO Laura AZZOLINA Manlio BRIGAGLIA Francesco GASTALDI Filippo BARBERA Elena SINIBALDI Luca BORZANI Salvatore LA-MENDOLA Paolo PERULLI Giuseppe BERTA Paolo GHEDA Gioacchino GAROFOLI Gabriele PASQUI Alberto SAIBENE Paolo BARCELLA Carlo MUZZI Pierangelo GIOVANETTI Francesco PALERMO Antonio MASSARUTTO Roberto GRANDINETTI Romeo DANIELIS Enzo RULLANI Giancarlo CORO’ e Riccardo DELLA-TORRE Emilio FRANZINA Michelangelo SAVINO Gaetano SATERIALE Roberto BALZANI Luigi CECCARINI e Fabio BORDIGNON Franco AMATORI e Roberto GIULIANELLI Giovanni DI-FONZO Saverio RUSSO Onofrio ROMANO Franco BOTTA Franco CHIARELLO Fulvio COLUCCI Mariavaleria MENINNI Davide BUBBICO Gianmaria PALMIERI Giulio BREGLIA e Alessandra FAGGIAN e Lelio IAPADRE Mattia DILETTI Fabrizio BARCA e Liliana GRASSO e Flavia TERRIBILE Gianfranco VIESTI Bruno SIMILI”,”Viaggio in Italia. Racconto di un paese difficile e bellissimo.”,”Un altro viaggio in Italia duecento anni dopo Goethe e sessanta dopo Piovene…”,”ITAS-213″ “VIETZKE Siegfried WOHLGEMUTH Heinz”,”Deutschland und die Deutsche Arbeiterbewegung in der Zeit der Weimarer Republik 1919-1933.”,”Voti ai partiti, dati elezioni ‘Landtagswahlen’ in Prussia: 1928 KPD 2.236.207 voti SPD 5.456.418 ZENTRUM 2.869.937 NSDAP 553.198 1932 KPD 2.818.763 SPD 4.675.173 ZENTRUM 3.371.932 NSDAP 8.007.384″,”MGEK-051″ “VIGARIE’ André”,”Economia marittima e geostrategia degli oceani.”,”André VIGARIE’ è stato professore all’ Università di Nantes ed ha insegnato alla Ecole Navale. E’ specializzato nello studio dell’ economia marittima e in tale campo ha pubblicato una decina di libri. Ne ha realizzati altri in collaborazione con altri autori. E’ membro corrispondente dell’ Academie de Marine e membro dell’ Academie de Bretagne. Mediterraneo punto d’ incontro di tre continenti (pag 104) India e Oceano Indiano. La guardia agli accessi: gli stretti dell’ Insulindia. “”Un caso particolare è qui dato dagli stretti dell’ Insulindia che sono in possesso di un paese neutrale e non-allineato. Essi uniscono due regioni marittime molto rilevanti e, pertanto, il loro interesse strategico è di primaria importanza (Al. Labrousse, 1987; J.R. Morgan e M.J. Valencia, 1983)””. (pag 171) Ascesa Asia in vita marittima mondiale. (pag 210) Grandi ombre su Oceano Pacifico. Il Giappone e i tentativi di creare una Comunità del Pacifico. L’ URSS è stata spinta a una politica di occupazione dello spazio oceanico. Il Pacifico: un lago americano? (pag 240-241)”,”ECOI-160″ “VIGEZZI Brunello”,”I problemi della neutralità e della guerra nel carteggio Salandra-Sonnino (1914-1917).”,”SALANDRA, (Troia, Foggia, 1853-Roma 1931). Si laureò in giurisprudenza a Napoli (1872); coltivò in modo particolare gli studi economici, per i quali conseguì la libera docenza. Insegnò presso l’Università di Roma dapprima legislazione economico-finanziaria (1879), l’anno dopo scienza dell’amministrazione e più tardi diritto amministrativo. In quegli anni la sua attività scientifica fu proficua e intensa, poi la carriera politica lo distrasse in parte, pur non interrompendo il suo insegnamento universitario. Entrò alla Camera nel 1886, dove si schierò con la Destra storica. Divenne sottosegretario alle Finanze nei ministeri di Di Rudinì (1891-92) e di Crispi (1893-96), ministro dell’Agricoltura con Pelloux (1899-1900), ministro delle Finanze e ministro del Tesoro nei due gabinetti Sonnino (1906 e 1909-10). Il 21 marzo 1914, dopo le dimissioni di Giolitti, ebbe l’incarico di formare il governo. Allo scoppio della I guerra mondiale, in base all’art. 7 della Triplice Alleanza (Italia, Germania e Austria), proclamò la neutralità.”,”ITQM-020″ “VIGEZZI Brunello”,”Politica estera e opinione pubblica in Italia dalla Unità ai giorni nostri. Orientamenti degli studi e prospettive della ricerca.”,”Brunello VIGEZZI insegna storia moderna presso l’Univ degli Studi di Milano, dove dirige il Centro per gli studi di politica estera e opinione pubblica. Si è occupato di storia della storiografia moderna e contemporanea, pubblicando tra l’altro il volume su ‘Pietro Giannone riformatore e storico’ (MILANO, 1960) e curando l’edizione di ‘Federico Chabod e la ‘nuova storiografia’ italiana, 1919-1950′ (MILANO, 1984). Ha pubblicato studi relativi alla storia d’Italia da fine ‘800 all’avvento del fascismo, tra cui ‘L’Italia di fronte alla prima guerra mondiale’ (MILANO-NAPOLI, 1966) ‘Da Giolitti a Salandra’ (FIRENZE, 1969), ‘Giolitti e Turati, un incontro mancato’ (MILANO, NAPOLI, 1976), ‘Il Partito socialista italiano, le riforme e la rivoluzione, 1898-1915’ (FIRENZE, 1981). Ha diretto l’edizione italiana della ‘Storia del XX secolo-Storia del mondo contemporaneo, 1900-1970’, (6 voll, MILANO, 1968-1972).”,”ITQM-022″ “VIGEZZI Brunello”,”Da Giolitti a Salandra.”,”Brunello VIGEZZI è nato a Bedero presso Luino, nel 1930. Insegna storia delle dottrine politiche presso l’Univ degli Studi di Milano, dove dirige anche il gruppo di ricerca su ‘Politica estera e opinione pubblica’. Si è occupato, a più riprese, di storia della storiografia moderna e contemporanea, pubblicando tra l’altro il volume ‘Pietro Giannone riformatore e storico’ (MILANO, 1960). Negli ultimi anni si è dedicato specialmente allo studio della recente storia d’Italia.”,”ITAA-029″ “VIGEZZI Brunello a cura; saggi di E. DECLEVA M. LEGNANI G. RUMI L. GANAPINI A. GIOBBIO”,”1919-1925. Dopoguerra e fascismo. Politica e stampa in Italia.”,”Saggi di E. DECLEVA M. LEGNANI G. RUMI L. GANAPINI A. GIOBBIO.”,”EDIx-022″ “VIGEZZI Brunello”,”Il PSI, le riforme e la rivoluzione (1898-1915). Filippo Turati e Anna Kuliscioff dai fatti del 1898 alla prima guerra mondiale.”,”””Il riformismo rivoluzionario, così caro ad Anna Kuliscioff, del resto, comporta anche il riconoscimento esplicito delle sconfitte, un riconoscimento leale e senza recriminazioni: con un’inesausta capacità di ironia che non cela la fede (“”sono un po’ come i credenti..””, come Anna scriveva nel 1898), con la capacità d’ affrontare – e spesso di sconfiggere – il ricorrente pessimismo, con un profondo equilibrio, con una straordinaria capacità di ripresa. Anche la collaborazione con Filippo Turati può vivere su questi presupposti. In uno dei momenti più ardui per i riformisti italiani, nel 1911-1912, quando essi sono colti di sorpresa dalla guerra di Libia, e s’oppongono nettamente, ma avvertono anche la fine d’una intera esperienza politica, Filippo scrive subito: “”La storia d’Italia e la storia del proletariato non finiscono con lo sbarco di Tripoli…””. Senza la menoma ostentazione, con una sorta di convinzione tranquilla e disperata. L’ ammissione della sconfitta, la lucidità d’intenderne la portata, consentono di guardare all’ avvenire. Con un rapporto tra storia e politica ch’è efficace, che viene mantenuto sempre””. (pag 56-57)”,”MITS-313″ “VIGEZZI Brunello”,”Giolitti e Turati. Un incontro mancato. Tomo II.”,” “”Negli studi, dopo la svolta della Libia, in realtà, si è troppo portati a considerare i riformisti di sinistra come un gruppo di minoranza, all’interno del partito. Ma nelle lettere, la naturalezza con cui Anna [Kuliscioff] e Filippo [Turati] continuano a preoccuparsi dell’intero movimento socialista e del suo ruolo nel paese, è persino sorprendente. In parte sarà frutto d’abitudine, sarà velleità, paternalismo o una nuova illusione; ma è per lo meno azzardato non tenere conto di questo loro punto di vista”” (pag 398) “”Serrati, per la verità, il 20 gennaio, al consiglio direttivo della CGL, è d’accordo a votare contro il progetto d’uno sciopero generale in caso di mobilitazione. Durante le discussioni della sezione, afferma anzi, senza perifrasi, che “”allo stato attuale delle cose, il proletariato non ha, pel momento, la possibilità di opporsi utilmente con un atto violento e risolutivo alla guerra. E’ inutile quindi pronunciare la inane minaccia. Può anzi essere ridicolo…””. Ma Serrati vuol tenere aperto lo stesso uno spiraglio”” (pag 653)”,”MITS-402″ “VIGEZZI Brunello”,”Le origini della prima guerra mondiale come problema di breve e di lungo periodo.”,”Opere sul ‘breve periodo’ (la crisi del luglio 1914) e opere sul ‘lungo periodo’ (i decenni che l’hanno preceduta) “”La tesi di partenza che sostengo è che gli storici delle origini della guerra 1914-18 si sono giovati spesso delle due categorie – di “”breve”” e “”lungo periodo”” – alternatamente o mescolandole fra loro, senza valutare a fondo il rapporto che poteva correre fra le due analisi e le due prospettive. Qualche esempio più dettagliato, certo, sarebbe utile; ma dato il carattere di questo riesame, mi limiterò ad alcuni rinvii. ‘Les origines immédiates de la guerre (25 juin – août 1914)’ di Pierre Renouvin, ‘Le origini della guerra del 1914’ di Luigi Albertini, possono essere visti come classici del “”breve periodo””. ‘L’imperialismo, fase suprema del capitalismo’ di Lenin, o i lavori sugli “”imperialismi”” europei e la prima guerra mondiale di Hallgarten sono lavori significativi di “”lungo periodo””. I primi due si concentrano sulla crisi del luglio 1914, che scrutano nelle sue fibre. Renouvin, certo, è troppo buono storico per non fare anche considerazioni più generali, ma il nucleo del suo libro resta senz’altro ancorato ai giorni da Sarajevo alla dichiarazione di guerra. Albertini, dal canto suo, risale al 1867, all”Ausgleich’; ma passa poi senz’altro al luglio 1914, cui dedica l’analisi più imponente apparsa sinora. Com’è stato detto, “”Albertini è terribilmente forte sul 1914…””. Lenin e Hallgarten, dal canto loro, se pur con approcci abbastanza diversi, privilegiano nettamente il lungo periodo, e per spiegare la grande guerra sottovalutano, o addirittura ignorano (come fa Lenin) la crisi del luglio 1914 (6). La scelta degli autori può parere opinabile; ma l’obiezione non mi sembra molto consistente, né sarebbe difficile indicare molti altri nomi nell’uno o nell’altro campo. Renouvin e Albertini, Lenin e Hallgarten, d’altra parte, danno subito un’idea diretta, efficace, della contrapposizione fra le due categorie, e, quel che è più, permettono di cogliere rapidamente anche altri aspetti, che mi sembrano rilevanti. Noi parliamo, in effetti, di “”breve”” e di “”lungo periodo””; ma, con ognuno di questi termini , e proprio a proposito delle origini della guerra 1914-18, intendiamo poi molte altre cose, spesso diverse, e più o meno complementari fra loro. Le differenze fra Renouvin e Albertini da un lato, e Lenin e Hallgarten dall’altro, ad esempio, riguardano il breve e il lungo periodo; ma toccano già, almeno nella stessa misura, due diversi tipi di storia. Uno dice “”breve periodo””, e intende anche storia diplomatica, delle cancellerie, dei protagonisti, dei gruppi dirigenti. Uno dice “”lungo periodo””, e intende anche storia economica e storia sociale. I passaggi, beninteso, non sono obbligati; ma, in più di un caso, vengono compiuti con tanta disinvoltura da farli sembrare addirittura naturali”” (pag 193-194) (6) Si veda P. Renouvin, ‘Les origines immédiates de la guerre, 25 juin – 4 août, Paris, 1927 (2° ed. riveduta); L. Albertini, ‘Le origini della guerra del 1914, Milano, 1941-43 (per il giudizio riportato L.C.F. Turner, ‘Origins of the First World War’, London, 1976, p. 116; V. Lenin, ‘L’imperialismo, fase suprema del capitalismo’, a cura di V. Parlato, Roma, 1974, ivi, pp. 31-33, per la pubblicazione nel 1917; G.W. Hallgarten, ‘Imperialismus vor 1914, Munich, 1951 (2° ed. 1963); Id., ‘Le choc des impérialismes’, in ‘L’Europe du XIXe et du XXe siècle (1870-1914)’, Milano- Parigi, 1964, i, pp. 1095-1132. E per un esame più esteso dei testi si confronti, Vigezzi, Luglio 1914, cit., pp. 136-142 Testo di Vigezzi in Equilibrio europeo ed espansione coloniale (1870-1914), Annali della Facoltà di Scienze Politiche (in) Per Federico Chabod (1901-1960), Atti del seminario internazionale a cura di S. Bertelli, 2., Equilibrio europeo ed espansione coloniale (1870-1914), Annali della Facoltà di Scienze Politiche, Perugia, A.A. 1980-81″,”QMIP-204″ “VIGEZZI Brunello; ROSSINI Daniela”,”Volpe, Croce, Chabod, la storia della politica estera dell’Italia liberale e la discussione sullo storicismo (Vigezzi); Wilson e il Patto di Londra nel 1917-18 (Rossini).”,”””A suo modo, se si vuole, Volpe inclina a una qualche forma di darwinismo sociale, di lotta per la vita”” (pag 401) “”L’indagine sulla politica estera di Volpe, infatti, ad ogni piè sospinto, rinvia al criterio della “”nazione””, e anzi fa tutt’uno con esso”” (pag 408) “”Chabod, malgrado tutto, conosce, subisce la stessa vigile, angosciata preoccupazione di Croce per uno svolgimento che gli risulta ricco di qualità positive, e insidiato a un tempo dal presagio incombente della rovina rappresentata tangibilmente dalla prima, e ora anche dalla seconda guerra mondiale. Quanto è forte in Chabod il senso delle difficoltà che i liberali italiani hanno dovuto affrontare dopo il 1870! Quanto è grande e molteplice la sua ammirazione per tanti aspetti della politica estera italiana, intesa nel modo largo e profondo con cui la sa rappresentare!. Ma tutto ciò non toglie che, all’improvviso, la ricostruzione sia dominata dall’immagine fosca, che Chabod non sa rimuovere, dell’Europa che già dal ’70 è predestinata alla catastrofe. “”Ma, appunto, l’Europa, avviandosi alla distruzione di se stessa, intonava allora concorde il canto della potenza e della gloria…”” (51)”” (51) Chabod, Storia della politica estera, cit., p 289; e si veda come, ivi in nota, Chabod, in modo caratteristico, rinvii appunto a Volpe”,”ITQM-199″ “VIGEZZI Brunello; CONTI Giuseppe; FERRARI Dorello; ALEGI Gregory; PETERSEN Jens”,”L’Italia fra pace e guerra. La neutralità dell’Italia nel 1870, 1914, 1939 (e nel 1948) (Vigezzi); L’educazione nazionale militare nell’Italia liberale: i convitti nazionali militarizzati (Conti); La mobilitazione dell’esercito nella seconda guerra mondiale (Ferrari); La legione che non fu mai. L’Aeronautica Nazionale Repubblicana e la crisi dell’estate 1944 (Alegi); L’unificazione tedesca del 1989-90 vista dall’Italia (Petersen).”,”””La neutralità italiana, se si vuole, comincia ogni volta a predere la sua forma in questa maniera… ‘L’Italia, cioè, viene “”sorpresa”” dagli eventi’: e durante i giorni convulsi che precedono la guerra non trova il modo né di sistemare le cose con gli alleati (tramite consultazioni, accordi, o “”vantaggi””), né di vedere il buon esito di una delle varie iniziative di “”mediazione”” volte a scongiurare il peggio. L’aspirazione, ricorrente nel ’70, nel ’14 o nel ’39, a trovare un’intesa speciale con l’Inghilterra, che salvi la pace, è un po’ il simbolo di questa tendenza. Ma il miraggio svanisce e l’Italia, ogni volta, al dunque, è costretta a decidere da sola; e se pur tra esitazioni, dubbi, anche contrasti più forti di quelli che la storiografia in genere ha registrato, l’Italia, appunto, sceglie la neutralità: salvo, beninteso, a riservarsi per l’avvenire….Gli alleati, tra l’altro, hanno scelto proprio il momento peggiore per coinvolgerla: poiché sia nel ’70 che nel ’14 e nel ’39, l’Italiia esce appena da guerre che l’hanno provata non poco (d’indipendenza, di Libia, d’Etiopia o di Spagna) e ha piuttosto bisogno di mettere ordine in casa che di pensare a un conflitto. La neutralità, per dir così, sembra rientrare sempre più nella logica delle cose, e in tutte e tre le occasioni, anzi, un’aura di popolarità accompagna la decisione, dissimulando sia pure per poco i problemi che non tardano a ripresentarsi”” (pag 911, B. Vigezzi)”,”ITQM-200″ “VIGEZZI Brunello”,”””Teorici”” e “”storici”” delle relazioni internazionali a confronto: due monologhi, un dialogo e una storia da scrivere.”,”””E nulla, forse, lo indica meglio della prova che ha fatto lo stesso Jean-Baptiste Duroselle, il quale, dopo tante opere di storia delle relazioni internazionali, è poi l’unico – si può dire – che sul versante storico si sia cimentato nel compito di stablire un rapporto fra la “”storia”” e la “”teoria””, con il suo ‘Tout empire périra’ o, come spiega subito il sottotitolo, la sua proposta d”Une vision théorique des relations internationales’. Il lavoro di Duroselle, se si tien conto dello sfondo che ho ricostruito, rischia anzi di apparire ancora più singolare e meritorio, come se d’un tratto venisse finalmente buttato un ponte fra “”storia”” e “”teoria”” delle relazioni internazionali (…)”” (pag 108)”,”STOx-246″ “VIGEZZI Brunello”,”Da Giolitti a Salandra.”,”‘Nella città (di Bologna, ndr) il movimento per la guerra è abbastanza diffuso. (…) La sera, “”circa un migliaio di interventisti”” dà inizio alla dimostrazione tra le grida di “”viva la guerra abbasso Giolitti abbasso i traditori””; l’anarchica Rygier, convertitasi alla causa dell’interventismo, arringa alla folla “”affermando la necessità di abbandonare sterili competizioni di partiti””. L’incontro con un gruppo di neutralisti provoca “”numerose colluttazioni… con scambio e lancio di sassi e… di colpi di rivoltella””. Tre soldati neutralisti sono sottratti a fatica “”all’ira dei dimostranti””. Dopo l’annunzio delle dimissioni l’eccitazione cresce e il profetto così lo sottolinea: “”Fermento intanto aumenta ed è reso più preoccupante da affermazioni antidinastiche, che dopo ultimi avvenimenti ripetono gruppi e persone già perfettamente monarchiche, onde occorre vigilanza severa ad evitare moti pericolosi””. La differenza rispetto alle dimostrazioni interventiste del Mezzogiorno, per quanto il prefetto carichi forse un poco le tinte, è ormai sensibile. Diffusa d’altra parte è la corrente neutralista; ma in essa sembrano affiorare impulsi contrastanti. Ad esempio il prefetto nota che le “”masse sovversive”” sono “”oggi indifferenti perché neutraliste””. L’osservazione di per sé è abbastanza significativa. Se il moto interventista prendesse una piega anticostituzionale – nota però il prefetto – “”non mancherebbero di approfittare unendosi a tentativi di rivolta””. Pare che sopravviva “”nelle masse””, al di là delle controversie pro e contro la guerra, l’idea di una solidarietà permanente fra i “”rivoluzionari””, alimentata dal ricordo della “”settimana rossa”” del giugno del ’14. Rimasta del tutto illusoria questa prospettiva (di cui alcuni degli interventisti di sinistra erano sempre stati del resto accesi sostenitori), i neutralisti si limitano a violente controdimostrazioni, “”irritati di vedere l’energia con cui gli interventisti tenevano la piazza””‘ (pag 169-170). Brunello Vigezzi è nato a Bedero presso Luino, nel 1930. Insegna storia delle dottrine politiche presso l’Univ degli Studi di Milano, dove dirige anche il gruppo di ricerca su ‘Politica estera e opinione pubblica’. Si è occupato, a più riprese, di storia della storiografia moderna e contemporanea, pubblicando tra l’altro il volume ‘Pietro Giannone riformatore e storico’ (Milano, 1960). Negli ultimi anni si è dedicato specialmente allo studio della recente storia d’Italia]”,”QMIP-230″ “VIGEZZI Brunello”,”L’Italia unita e le sfide della politica estera. Dal Risorgimento alla Repubblica.”,”[Capitoli in parte dedicati alla Prima guerra mondiale: 3. ‘Il liberalismo di Giolitti e l’impresa libica’ (pag 83-104); 4. ‘L’Italia liberale – governo, partiti, società – e l’intervento nella prima guerra mondiale’ (pag 105-128); 5. ‘La “”classe dirigente italiana”” e la prima guerra mondiale’ (pag 129-178); 6. ‘La neutralità dell’Italiia nel 1870, 1914, 1939 (e nel 1948)’ (pag 179-210); 7. ‘Politica estera e opinione pubblica in Italia dal 1870 al 1945’ (pag 211-242). In particolare si vedano i paragrafi: ‘Un apprendista stregone. La pace, la guerra e un’utopia liberale’ (pag 100-104); ‘La guerra, la pace, le ragioni dell'””ordine”” e della “”rivoluzione”” (pag 108-115); ‘Un’indagine segretissima. Cosa vuole il “”paese reale””?’ (pag 116-120); ‘Il governo dei conservatori e le giornate di maggio 1915’ (pag 121-124); ‘La classe dirigente e i problemi della grande guerra europea’ (pag 150-157); ‘Giolitti, Salandra e la sconfitta del neutralismo liberale’ (pag 158-165); ‘Dalla crisi del maggio 1915 agli anni di guerra alle origini del fascismo’ (pag 171-178); ‘La neutralità del 1914 e le premesse dell’intervento’ (pag 195-198); ‘Grande guerra e opinione pubblica’ (pag 220-222); ‘Il ruolo del nazionalismo’ (pag 223-224). ‘La storiografia, in complesso, ha accreditato l’idea che l’Italia, nel luglio 1914, abbia deciso abbastanza agevolmente di restare neutrale. L’Austria-Ungheria, si nota, ha posto l’Italia davanti al fatto compiuto, comunicandole solo all’ultimo istante l’ultimatum alla Serbia. L’Austria-Ungheria ha inoltre ignorato gli interessi dell’Italia, sia rispetto alle zone irredente, sia rispetto ai Balcani: e l’Italia naturalmente ha ripreso la sua libertà d’azione… Questo modo di vedere coglie certo alcuni problemi importanti, ma trascura altri elementi essenziali. In realtà, alla fine di luglio 1915, nell’ambito dei partiti d’ordine italiani (liberali, cattolici, nazionalisti), molti auspicano, o almeno ammettono, che il paese entri in guerra a fianco dei suoi alleati di trent’anni. L’Italia, di fronte alla prospettiva di un conflitto europeo, non può badare solo ad alcune controversie, per quanto rilevanti, con l’Austria-Ungheria; ma deve pensare agli interessi maggiori. L’Italiia ha dei contrasti con l’Austria ma ne ha di altrettanto grandi con la Francia nel Mediterraneo; l’Italia non può trascurare la sua solidarietà con la Germania, l’Italia ha tutte le ragioni di preoccuparsi di evitare l’avanzata slava (e ortodossa…) nelle zone irredente dell’Adriatico – da Trieste alla Dalmazia, e in genere nei paesi blacanici e nel Mediterraneo. Liberali, nazionalisti, cattolici, in vario modo, riprendono spesso questi orientamenti’ (pag 108)]”,”ITQM-209″ “VIGEZZI Brunello / GOZZINI Giovanni / MELOGRANI Piero / TOBIA Bruno / NATOLI Claudio”,”L’imperialismo e il suo ruolo nella storia italiana del primo ‘900 (Vigezzi) / La Federazione Giovanile Socialista tra Bordiga e Mussolini (1912-1914) (Gozzini) / Un altro po’ di polemica su Lenin e la rivoluzione in Italia (Melograni) / Socialismo e riformismo nella storia d’Italia, di Filippo Turati (Tobia) / La Terza Internazionale, di Aldo Agosti (Natoli).”,”‘Il terzo documento dimenticato da Spriano, la lettera scritta da Lenin a Serrati il 28 ottobre 1919, già conteneva le idee che Litvinov avrebbe più tardi manifestate a Gravina’ (pag 131) (Melograni) Natoli cita il saggio di A. Agosti su ‘Studi storici’, ‘La storiografia sulla Terza Internazionale’ (Studi storici, n. 1 1977) (pag 149)”,”MITS-447″ “VIGEZZI Brunello”,”Il PSI, le riforme e la rivoluzione (1898-1915). Filippo Turati e Anna Kuliscioff dai fatti del 1898 alla prima guerra mondiale.”,”Motto di Marx: “”Voi sostituite all’evoluzione rivoluzionaria la frase rivoluzionaria”” (pag 188) (questa affermazione potrebbe trovarsi in ‘Colloqui con Marx ed Engels: Testimonianze sulla vita di Marx e Engels’, Feltrinelli Editore, 2019) Brunello Vigezzi Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Jump to navigationJump to search Brunello Vigezzi (Brezzo di Bedero, 11 luglio 1930) è uno storico italiano. Laureatosi in Lettere a Milano1955, è nel 1958 allievo dell’Istituto di Studi Storici “”Benedetto Croce”” di Napoli. Dal 1955 al 1962 è coordinatore del Seminario di Specializzazione in storia delle relazioni internazionali presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Diretto quindi il Gruppo di lavoro su “”Politica Estera e Opinione Pubblica”” presso l’Istituto di Storia Medioevale e Moderna dell’Università di Milano. Incaricato di Storia delle Dottrine Politiche e di Storia Contemporanea a Milano dal 1964, diventa ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Milano dal 1971 al 2005, dove viene altresì chiamato a dirigere dalla fondazione sino al 2005 il Centro per gli Studi di Politica Estera e Opinione Pubblica[1]. Dal 1980 al 1989 ha diretto l’Istituto di Storia Medioevale e Moderna dell’Università di Milano. Dal 1983 al 1995 è stato segretario generale della Commission of History of International Relations (organo affiliato del International Committee of Historical Sciences), del quale assumerà la presidenza dal 1995 al 2005. È membro del Comitato scientifico dell’Istituto di Studi Storici “”Benedetto Croce”” di Napoli, dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano, della Giunta Centrale per gli Storici, e della Commissione per la pubblicazione dei Documenti Diplomatici Italiani[2]. Opere. Pietro Giannone riformatore e storico, Milano, Feltrinelli, 1960. I problemi della neutralita e della guerra nel carteggio Salandra-Sonnino. 1914-1917, Milano, Soc. editrice Dante Alighieri, 1962. Benedetto XV, i cattolici e la prima guerra mondiale. Intervento presentato al Convegno tenuto a Spoleto il 7-8-9 settembre 1962, Roma, Cinque Lune, 1963. 1919-1925. Dopoguerra e fascismo. Politica e stampa in Italia, a cura e con introduzione di, Bari, Laterza, 1965. L’Italia di fronte alla prima guerra mondiale, I, L’Italia neutrale, Milano-Napoli, Ricciardi, 1966. Da Giolitti a Salandra, Firenze, Vallecchi, 1969. Giolitti, il giolittismo, il Partito socialista e il suffragio universale nelle lettere di Filippo Turati e di Anna Kuliscioff. 1910-1911, Milano, Feltrinelli, 1973. Giolitti e Turati. Un incontro mancato, Milano-Napoli, Ricciardi, 1976. Il PSI, le riforme e la rivoluzione. Filippo Turati e Anna Kuliscioff dai fatti del 1898 alla prima guerra mondiale, Firenze, Sansoni, 1981. Federico Chabod e la nuova storiografia italiana dal primo al secondo dopoguerra, 1919-1950, a cura di, Milano, Jaca book, 1984. L’Italia e la politica di potenza in Europa, 3 voll., a cura di e con Ennio Di Nolfo e Romain H. Rainero, Milano, Marzorati, 1985. Storia e storici d’Europa nel XX secolo, a cura di e con Maria Matilde Benzoni, Milano, UNICOPLI, 2001. ISBN 88-400-0610-9 La forza di Clio. Un itinerario storiografico (1955-2005), Milano, UNICOPLI, 2010. ISBN 9788840014142″,”MITS-001-FGB” “VIGIER Philippe”,”1848, les Français et la République.”,”Molto spazio dedicato alle regioni, province, città della Francia Agli avvenimenti di Parigi dedicati tre capitoli: II. Paris, le 23 février 1848 (pag 55-80) VII. Paris II, Le 23 Juin 1848 (pag 175-202) XII. Paris XII e Clamecy (Nièvre), Les 4, 5 et 6 décembre 1851 (pag 299-328) Bandiera rossa a Lione: ‘Le drapeau rouge flotte sur la mairie’ (pag 107-108) Phlippe Vigier, nato nel 1924, è stato professore di storia del XIX secolo all’Università di Parigi X Nanterre. Tra i suoi libri ‘La Monarchie de Juillet’ e ‘La Seconde République’, riedite varie volte.”,”QUAR-094″ “VIGLIONE Massimo a cura; saggi di Giovanni TURCO Massimo DE-LEONARDIS Francesco Mario AGNOLI Francesco M. DI-GIOVINE Roberto DE-MATTEI Gianfranco MORRA Leonardo SAVIANO Silvio VITALE Guido VIGNELLI Isabella RAUTI Francesco LEONI Pino TOSCA Oscar SANGUINETTI Massimo VIGLIONE”,”La rivoluzione italiana. Storia critica del Risorgimento.”,”Il partito della rivoluzione (pag 62-64) “”Di fronte ad una pubblicistica che teorizzacva un’Itali possibile, ovvero una nazione da realizzare piuttosto che una nazione realmente esistente, il Curci oppone l’evidenza di un Paese reale, che non è né una pura possibilità, né una mera eventualità, ma una comunità che, nell’ambito di ordinamenti e costumi diversificati, condivide un comune retaggio storico, religioso e civile. Altra è, insomma, l’Italia come costruzione da realizzare ‘ex novo’, che i gruppi rivoluzionari identificano con i propri disegni, altra è la “”vera Italia”” (47), che vive pacificamente nell’alveo di tradizioni e istituzioni plurisecolari. I popoli italiani sono nella loro realtà ben diversi da quanti «si arrogano il vanto di averla tutta e solo con loro, anzi di essere essi l’Italia» (48). In tal senso è lo stesso Curci a proporre una chiave di lettura dell’unificazione che, nella consapevolezza delle stesse teoriche risorgimentali, appare perspicuamente capace di penetrarne il significato: “”‘l’Italia fittizia’”” (49), ovvero l’Italia delle fazioni liberali e unitarie, ha preteso di stare per “”‘l’Italia vera’””. E ad essa si è effettivamente sovrapposta, con la realizzazione dell’unità statuale. La prima è costituita da esigue minoranze organizzate, la seconda da un Paese reale complesso e multiforme. La prima è l’espressione delle astrazioni ideologiche, la seconda del tessuto di comunità organicamente stratificate. … finire [Giovanni Turco, ‘L’identità nazionale italiana’, capitolo II]”,”ITAB-001-RC” “VIGNA Xavier”,”Histoire des ouvriers en France au XX° siècle.”,”VIGNA Xavier, Maitre de conférences nell’Università della Borgogna, e membro dell’Institut Universitaire de France. Ha pubblicato pure: ‘L’Insubordination ouvrière dans les années 68’. Divisione sindacale. “”La division de Tours rejaillit dans le monde syndical en 1921-1922, aboutissant à la création de deux mouvements rivaux, les confédérés à la CGT, les unitaires relevant de la CGTU. Cette réplique contribue encore à diminuer les effectifs syndicaux qui oscillent autour de 900 000 adhérents. Cette première scission traduit un rapport de forces inégal. La CGT conserve en effet des branches plutôt bien syndiquées (à l’échelle française), notemment dans l’industrie, les fédérations des Cuirs et Peaux, de l’Habillement ou du Texile, mais aussi les Métaux ou le Sous-Sol, en même temps que des Unions départementales (UD) importantes come le Nord et les Pas-de-Calais, la Loire-Inférieure ou la Gironde. Les unitaires ont récupéré des fédérations plus modestes (l’Alimentation ou l’Ameublement, mais plus encores les UD (Unions départementales, ndr) de quelques régions industrialisées, notamment dans les régions parisienne, lyonnaise et marsellaise. (…) Surtout, la CGTU subit une désaffection qui pourrait trouver son origine dans le contrôle de plus en plus vétilleux que le parti communiste exerce sur les unitaires, conformément aux directives du Komintern. Face à cette mainmise, quelques syndicalistes révolutionnaires créent un comité de défense syndicalistes révolutionnaires où se retrouvent, entre autres, l’institutrice féministe Marie Guillot et le dirigeants du Doubs Léopold Cazals, puis quittent la CGTU pour créer la CGT-SR (syndicaliste révolutionnaire), tandis que Pierre Monatte, Maurice Chambelland et d’autres fondent la revue ‘La Révolution prolétarienne'””. (pag 83-84)”,”MFRx-356″ “VIGNOZZI Andrea”,”Veleno in polvere. La vertenza amianto alla Breda di Pistoia.”,”Andrea Vignozzi, laureatosi in Scienze Politiche nel 2014 all’Università di Firenze, inizia a lavorare in un’azienda metalmeccanica fiorentina. Nel 2015 diventa funzionario della FIOM-CGIL di Firenze a Sesto Fiorentino, poi in Valdarno e in Valdisieve. Nel 2021 viene eletto nella segreteria della Fiom-Cgil di Pistoia incarico che ricopre tuttora. Nel 2023 consegue la seconda laurea, in Storia all’Università di Pisa.”,”CONx296″ “VIGO Pietro”,”Storia degli Ultimi Trent’Anni del Secolo XIX. Settimo volume. Dal 1895 al 1898.”,”Strage degli armeni (in testo da pag 55 a pag 76) Battaglia Adua: La mappa di Baratieri che diede ai suoi sottoposti in previsione della battaglia era piena di errori. E’ “”la mappa”” del terreno che guidò i movimenti delle truppe italiane. ‘Secondo le valutazioni italiane, di fronte a loro non c’erano più di 30.000 abissini, demoralizzati e a corto di provviste: un compito agevole per i 14.000 fanti italiani e le loro armi moderne. I fatti saranno ben diversi, a cominciare dalla differenza tra la mappa di Baratieri e la realtà del terreno e per finire con gli abissini che erano molto meglio armati di quanto pensassimo, e di quanto si pensi ancora ai giorni nostri: tra l’altro vevano 46 modernissimi cannoni a tiro rapido Hotchkiss, mitragliatrici Hotchkiss e Maxim, e 120.000 fucili altrettanto moderni, acquistati da mercanti di armi privati (tra i quali Arthur Rimbaud, il quale ci è noto come poeta, ma in quegli anni si dilettava anche di commerciare schiavi) o da governi, come quello russo, altri ancora donati per motivi diplomatici come i Vetterli-Vitali forniti proprio da noi italiani. (…) L’iniziale confusione e mancanza di coesione tra i reparti si erano ampliate in una inarrestabile reazione a catena. Nel primo pomeriggio ogni resistenza coerente era cessata: numerosissimi piccoli nuclei di truppe combattevano ancora senza speranza completamente circondati o arroccati sulle cime dei monti, mentre il resto del corpo di spedizione era in ritirata inseguito dai cavalieri Galla. La ritirata non poteva essere ordinata e non lo fu: tanto più che Baratieri non aveva dato disposizioni per le linee di ripiegamento. Ognuno scappò dove poteva, facilitando il compito degli inseguitori. Quando in maggio le nostre truppe arrivarono sui luoghi della battaglia per seppellire i cadaveri, ben 1.500 dei 3.025 corpi ritrovati, giacevano fuori dell’area della battaglia, uccisi durante la ritirata. Morirono circa 5.900 tra italiani e ascari. Maggiore il numero dei morti abissini (valutato tra i 7.000 e i 12.000), ma loro erano attorno ai 120.000 e noi in tutto 17.500. (fonte Warfare.it, LA BATTAGLIA PIU’ COMPLICATA DELLA NOSTRA STORIA, La battaglia di Adua 1896 nicola zotti) Wikip. Svolgimento della battaglia [modifica] 1896-03-01Il generale Oreste Baratieri disponeva in totale di 36 000 uomini, tra italiani ed Ascari. Una metà la lasciò a presidio di Massaua, Asmara e delle altre piazzeforti della Colonia Eritrea, di cui era governatore; organizzò i restanti 18 000 in un corpo di operazione, strutturato su quattro brigate, che comandò personalmente nella marcia verso l’interno. Le quattro brigate, per un totale di 17 700 uomini, potevano contare su 56 pezzi d’artiglieria. Una brigata sotto il comando del gen. Matteo Francesco Albertone era composta da ufficiali italiani e da truppe di ascari (fanteria indigena, dal termine arabo ?askar, “soldato”) reclutati in Eritrea. Le rimanenti tre brigate erano composte da effettivi italiani sotto il comando dei generali di brigata Vittorio da Bormida, Giuseppe Ellena e Giuseppe Arimondi. Queste contavano su truppe d’élite (bersaglieri, alpini e Cacciatori), ma molti dei soldati erano coscritti malamente addestrati e senza alcuna esperienza, da poco trasformati da reggimenti metropolitani in battaglioni destinati al servizio in terra africana. Come afferma Chris Proutky: « Costoro [gli Italiani] avevano carte geografiche inadeguate, armi antiquate, scarsi e inefficienti strumentazioni per le comunicazioni e scadenti scarponi inadatti per il terreno roccioso. (I nuovi fucili Remington non erano stati assegnati perché Baratieri, costretto ad operare in regime di stretta economia di bilancio, volle esaurire le vecchie cartucce che non erano adatte ai Remington). Il morale era terribilmente basso perché i veterani erano malati i nuovi arrivati troppo inesperti per coltivare un qualche “spirito di corpo”. Inoltre vi era una penuria di muli e di selle. » Le stime per le forze etiopiche al comando di Menelik sono di 80 000 uomini come minimo e 150 000 come massimo: da cinque a otto volte quindi le forze italiane. Le forze erano divise fra l’imperatore Menelik, l’imperatrice Taytu Betul, Ras Wale, Ras Mengesha Atikem, Ras Mengesha Yohannes, Ras Alula Engida, Ras Mikael di Wollo, Ras Thafary Makonnen, Fitawrari Gebeyyehu e il Negus Tekle Haymanot di Gojjam. Inoltre gli eserciti etiopici erano accompagnati da un numero pari di contadini che portavano le armi, secondo la secolare tradizione etiopica. Gran parte di questo esercito era composto da fucilieri, una significativa percentuale dei quali nella riserva di Menelik; tuttavia l’esercito era composto anche da un gran numero di cavalieri e lancieri senza armi da fuoco. La notte del 29 febbraio e la prima mattinata del 1° marzo, tre brigate italiane avanzarono separatamente verso Adua lungo le strette piste di montagna, mentre la quarta brigata rimase nei suoi accampamenti. David Levering Lewis afferma che il piano della battaglia italiano « prevedeva che tre colonne marciassero in formazione parallela verso la cima di tre montagne – da Bormida al comando della destra, Albertone alla sinistra e Arimondi al centro – con una forza di riserva al comando di Ellena che seguiva Arimondi. Il fuoco incrociato d’appoggio di ogni colonna avrebbe dovuto falciare il nemico.La brigata di Albertone avrebbe dato il passo alle altre. Essa era in posizione sulla sommità chiamata Kidane Meret, cosa che avrebbe fornito agli italiani la possibilità di dominare il terreno in cui si sarebbero scontrati con gli etiopici. » Tuttavia le tre brigate italiane erano giunte separatamente alla fine della loro marcia notturna e si erano sparpagliate dopo l’attraversamento di numerosi chilometri di terreno molto accidentato. Le loro mappe lacunose indussero il generale Albertone a scambiare per errore una montagna per Kidane Meret e quando un esploratore gli rivelò il suo errore, Albertone avanzò direttamente contro la posizione tenuta da ras Alula. Mentre il generale Baratieri ne era inconsapevole, l’imperatore Menelik sapeva che le truppe del suo nemico avevano esaurito la capacità dei contadini del luogo di aiutarle e aveva programmato di irrompere nell’accampamento italiano il giorno seguente (2 marzo). L’Imperatore s’era svegliato presto per le sue preghiere ed invocare l’ausilio divino quando spie di ras Alula, il suo principale consigliere militare, gli portarono notizie circa l’avanzata degli italiani. L’Imperatore convocò gli eserciti separatamente dai suoi nobili e, con l’imperatrice Taytu che lo seguiva, ordinò alle sue forze di avanzare a loro volta. Il Negus Tekle Haymanot comandava l’ala destra, ras Alula la sinistra e i ras Makonnen e Mengesha il centro, con ras Mikael alla testa della cavalleria d’élite oromo, mentre l’Imperatore e la moglie rimasero con la riserva. Le forze etiopiche si posizionarono sulle colline che guardavano la vallata di Adua, in perfetta posizione per accogliere gli italiani che erano esposti e vulnerabili al fuoco incrociato dei nemici. La brigata di ascari di Albertone fu la prima a incontrare l’assalto etiopico alle 6:00 del mattino, presso Kidane Meret, dove gli Etiopici erano riusciti a montare la loro artiglieria. I suoi ascari, nonostante la schiacciante inferiorità numerica, tennero le loro posizioni per due ore, finché Albertone non fu fatto prigioniero e, sotto la pressione etiopica, quanti sopravvissero cercarono rifugio nelle file della brigata di Arimondi. Essa fu costretta ad arretrare sotto i colpi degli etiopici che ripetutamente caricarono la posizione italiana per tre ore con una forza gradualmente evanescente fintanto che Menelik lanciò nella mischia la sua riserva di 25.000 shewani e sommerse i difensori italiani. Due compagnie di bersaglieri che erano arrivate in quel medesimo momento non ebbero la possibilità di portare alcun aiuto e furono annichilite. La brigata italiana del generale da Bormida s’era messa in movimento per sostenere Albertone ma non fu in grado di raggiungerlo in tempo. Tagliato fuori dal restante dell’esercito italiano, da Bormida cominciò un arretramento, pur combattendo, verso le retrovie italiane. Tuttavia da Bormida diresse la sua forza inavvertitamente – per colpa di mappe grossolanamente inesatte e l’inaffidabilità, se non il tradimento, delle sue guide – in una stretta vallata in cui la cavalleria Oromo massacrò la sua brigata al grido di «Ebalgume! Ebalgume!» (“”Falcia! Falcia!””). I resti umani del generale da Bormida non furono mai ritrovati, sebbene suo fratello avesse saputo da un’anziana donna che viveva nell’area che ella aveva offerto acqua a un ufficiale italiano ferito a morte, “”un capo, un uomo grosso con occhiali e orologio e stellette dorate””. Le rimanenti due brigate, sotto Baratieri, furono aggirate e fatte a pezzi sui declivi del Monte Belah. A mezzogiorno, I sopravvissuti dell’esercito italiano erano in piena ritirata e la battaglia era finita. Conseguenze [modifica] Gli italiani ebbero circa 7 000 morti, 1 500 feriti e 3 000 prigionieri nella battaglia e di conseguenza arretrarono in Eritrea, mentre le perdite etiopiche furono stimate a circa 4 000-5 000 uomini e 8 000 feriti. Nel loro rifugiarsi in Eritrea, gli italiani abbandonarono tutta la loro artiglieria e 11 000 fucili, come pure la maggior parte dei loro trasporti. Come Paul B. Henze annota: “”L’esercito di Baratieri era stato completamente annichilito mentre quello di Menelik era intatto come forza combattente e guadagnò migliaia di fucili e la numerosa attrezzatura che gli italiani in fuga avevano abbandonato””. I 3 000 prigionieri italiani, incluso il generale Albertone, sembra siano stati trattati bene per quanto era compatibile con il momento di gravi difficoltà, malgrado 200 circa di essi morissero per le loro ferite nel corso della prigionia. Tuttavia 800 ascari catturati, considerati traditori dagli etiopici, ebbero amputate la mano destra e il piede sinistro. Non v’è alcuna seria prova che alcuni italiani fossero evirati e le voci sono forse da ricollegare alla confusione generata dall’atroce trattamento subito dagli ascari prigionieri. Baratieri fu deposto dal comando e più tardi imputato di aver preparato un piano d’attacco “”ingiustificabile”” e per aver abbandonato le sue truppe sul terreno. Fu assolto da queste accuse, ma fu descritto dai giudici della corte marziale come “”del tutto inadatto”” per il comando. Il governo Crispi cadde e fu sostituito da una nuova amministrazione (II Governo di Rudinì) che adottò una politica che scansò ulteriori avventure coloniali. Un interrogativo irrisolto è quello del perché l’imperatore Menelik abbia mancato di sfruttare la sua vittoria e abbia consentito agli italiani in rotta di rifugiarsi in Eritrea. Varie risposte sono state fornite. Al momento, Menelik denunciò una scarsità di cavalleria per infliggere il colpo di grazia ai soldati italiani in fuga, ma Chris Proutky pensa piuttosto a una “”carenza di nerbo da parte di Menelik””. Lewis crede che “”è assai probabile che il totale annichilimento delle forze di Baratieri e una conquista dell’Eritrea avrebbe comportato da parte italiana la necessità di trasformare una guerra coloniale in una crociata nazionale”” con tutto ciò che di negativo questa decisione avrebbe potuto comportare per l’Etiopia. Come esito diretto della battaglia, l’Italia firmò il Trattato di Addis Abeba, riconoscendo l’Etiopia come Stato indipendente. L’amicizia tra i due stati durò per almeno 40 anni, fino al 1935, quando l’Italia riaperse la campagna militare. La Seconda Guerra Italo-Abissina si concluse con la vittoria dell’Italia e la conquista dell’Etiopia. Nel conflitto perse la vita anche Luigi Bocconi, figlio di Ferdinando Bocconi fondatore dell’Università Commerciale Luigi Bocconi, che la chiamò così proprio in onore del figlio scomparso nel corso della battaglia. Significato [modifica] «Il confronto fra Italia ed Etiopia ad Adua fu un momento cruciale della storia etiopica» scrive Henze, che paragona questa vittoria alla vittoria navale giapponese sulla Russia a Tsushima. «Malgrado ciò appaia chiaro solo a pochi storici del tempo, queste sconfitte furono l’inizio del declino dell’Europa come centro motore della politica mondiale». Su un tono similare, lo storico etiopico Bahru Zewde osserva che «pochi eventi nel periodo moderno hanno portato l’Etiopia all’attenzione del mondo come la vittoria di Adua». Tuttavia Bahru Zewde pone la sua enfasi su altri elementi di quel trionfo: «La dimensione razziale fu quella che conferì ad Adua un significato particolare. Fu una vittoria di neri contro i bianchi. Adua anticipò così di almeno una decade ciò che rappresentò per i bianchi la vittoria giapponese sulla Russia nel 1905». Tale disfatta di una potenza coloniale e il riconoscimento che ne seguì della sovranità africana divenne un punto di riferimento per i successivi nazionalisti africani nel corso delle loro lotte per la decolonizzazione. Per molti italiani la data 1/3/1896 ha avuto a quell’epoca un effetto analogo a quello dell’attuale 11 settembre. La giovane nazione europea aveva già subito l’onta di Lissa del 1866 e lo schiaffo di Tunisi nel 1881. Francesco Crispi che tanto aveva spinto la nazione verso questa impresa coloniale si dimise da presidente del consiglio. Nella letteratura [modifica] Nel libro di Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, c’è il dialogo tra il tenente Lussu e il tenente colonnello, che dice: « Non si affidi alle carte, altrimenti non ritroverà più il suo reggimento. Creda a me che sono un vecchio ufficiale di carriera. Ho fatto tutta la campagna d’Africa. Ad Adua abbiamo perduto, perché avevamo qualche carta. Perciò siamo andati a finire a ovest invece che a est. Qualcosa come se si attaccasse Venezia al posto di Verona. » (Da libro di Emilio Lussu Un anno sull’altipiano) Note [modifica] ^ a b von Uhlig, Siegbert, Encyclopaedia Aethiopica: A-C. Wiesbaden:Harrassowitz Verlag, 2003, pp.108. Bibliografia [modifica] Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. 1, Roma-Bari 1976 (=Milano 1992), ISBN 88-04-46946-3 G.E.H. Berkley, The Campaign of Adowa and the rise of Menelik, Londra, Constable, 1901. Domenico Quirico “”Adua- la battaglia che cambiò la storia d’Italia”” Oscar Storia Mondadori , 2004 Filmografia [modifica]”,”ITAB-263″ “VIGO Giovanni”,”Uno stato nell’impero. La difficile transizione al moderno nella Milano di età spagnola.”,”Giovanni Vigo insegna Storia economica nell’Università di Pavia. Ha studiato i problemi dell’istruzione popolare nell’Ottocento e si è occupato di storia dell’impresa. Ha dedicto numerosi saggi alle condizioni economiche e finanziarie della Lombardia spagnola.”,”ITAE-001-FSD” “VIGO Lilia”,”C’era una volta il “”Meccanico””. La fabbrica genovese pioniera nelle lotte e nelle acquisizioni.”,”‘Pagine di storia personale e collettiva, in una fabbrica che ha fatto la storia dell’industria in Italia e nel mondo, l’Ansaldo Meccanico di Genova Sampierdarena. Testimonianze, documenti e memorie attinte da chi ha vissuto la propria vita lavorativa e di lotta all’interno dei vari reparti, la ricostruzione, il ricordo appassionato. Racconti del terrorismo combattuto in fabbrica e sul territorio, le battaglie degli organismi di base sindacali, la ristrutturazione industriale che ha distrutto l’industria e sostituito l’azienda con un grande centro commerciale. Lilla Vigo (61 anni nel 2015) corrispondente in lingue estere è nata e vive a Genova ed è iscritta al SEL (Sinistra Ecologia Libertà). Dal 1973 al 1989 ha lavorato all’Ansaldo nel settore commerciale estero, attivista sindacale iscritti alla Fiom-Cgil e al Pci prima, Pds e Ds dopo. Nemmeno a proposito dell’ Inquadramento unico si parla di L.P. e A.P. Un capitolo dedicato alle BR a Genova”,”LIGU-006-FAP” “VIGO Giovanni”,”Carlo M. Cipolla. Un viaggiatore nella Storia:”,”Giovanni Vigo ha insegnato Storia economica e Storia dell’Economia internazionale nell’Università di Pavia. Tra i suoi libri figurano: ‘Uno stato nell’impero. La difficile transizione al moderno nella Milano in età spagnola’ (1994), ‘Mille anni di economia italiana. Un profilo storico’ (2009), ‘Il vero sovrano dell’Italia. L’istruzione degli adulti nell’Italia dell’Ottocento’ (2017) Carlo M. Cipolla è stato uno degli storici più insigni del Novecento, docente in varie Università italiane e per trent’anni nell’Università di California a Berkeley. Nel suo percorso di studioso è stato uno storico innovatore che non si è mai adagiato sulle interpretazioni tradizionali, spesso accolte senza riserve dalla comunità accademica. Gli studi sulla storia della moneta, la popolazione, la tecnologia, l’istruzione, le ricerche di storia economica e sociale della sanità, sui cicli dell’economia italiana ed europea dello scorso millennio, le riflessioni sul metodo e il suo ‘sense of humor’ (si vedano le ‘Leggi fondamentali della stupidità umana’) ben rappresentano il suo impegno acuto e lungimirante. ‘Fortuna plus homini quam consilium valet’ La fortuna per gli uomini vale più dell’assennatezza Per l’uomo la fortuna ha più importanza del senno”,”STOx-034-FSD” “VIGREUX Jean WOLIKOW Serge a cura; saggi di Maurice CARREZ Vincent CHAMBARLHAC Alexandre COURBAN Michel DREYFUS Antonio ELORZA Frederick GENEVEE André GOUNOT Bruno GROPPO Claudio INGERFLOM Roland LEW Mikhail NARINSKI Claude PENNETIER Michel PINAULT Bernard PUDAL Emmanuel RANC Stephane SIROT Jean.Charles SZUREK Antony TODOROV Gilles VERGNON Jean VIGREUX Nicolas WERTH Serge WOLIKOW”,”Cultures communistes au XXe siècle. Entre guerre et modernité.”,”Saggi di Maurice CARREZ Vincent CHAMBARLHAC Alexandre COURBAN Michel DREYFUS Antonio ELORZA Frederick GENEVEE André GOUNOT Bruno GROPPO Claudio INGERFLOM Roland LEW Mikhail NARINSKI Claude PENNETIER Michel PINAULT Bernard PUDAL Emmanuel RANC Stephane SIROT Jean.Charles SZUREK Antony TODOROV Gilles VERGNON Jean VIGREUX Nicolas WERTH Serge WOLIKOW. VIGREUX e WOLIKOW insegnano nell’ Università di Borgogna. “”Ma a seguito di ricerche dei dieci ultimi anni, questa visione di cose non tiene più. E’ vero che Lenin era capace di riconoscere gli errori e gli scacchi rivoluzionari conuna acutezza assente in Stlain, ma la militarizzazione del pensiero e della politica e, di conseguenza, la deriva verso il terrore come forma corrente di risposta ad ogni opposizione, sono delle acquisizione di pura linea leniniana che dunque non si vuole modificare con l’ ammorbidimento della politica economica dopo il 1921. La guerra del 1914-1918, di cui si potrà dire con Georges Brassens ce fu la guerra preferita da Lenin, segna il punto d’ inflessione della sua traiettoria ideologica. Si tratta di un aggiustamento piuttosto che di un cambiamento radicale di orientamento, poiché la componente di violenza e di aggressività si trova presente nei suoi primi scritti. Si trovano nel Che fare? frequenti incursioni nel vocabolario militare corrispondente a un approccio radicale delle lotte di classe: “”la classe operaia è la combattente d’ avanguardia per la democrazia””, i rivoluzionari professionali formano dei “”distaccamenti di uomini consacrati corpo e anima alla rivoluzione”” (…)””. (pag 68-69)”,”MEOx-064″ “VILAR Pierre”,”La guerra di Spagna 1936 – 1939.”,”Perchè la guerra civile, inizio del conflitto e forze in campo, evoluzione e conclusione dello scontro militare, i due campi: tipi di potere, evoluzione politica, economia, società, ideologie e cultura, alcuni problemi in discussione e riflessioni finali.”,”MSPG-024″ “VILAR Pierre”,”Historia de España.”,”L’ opera di VILAR è stata proibita dalla censura franchista in quanto critica e demolitrice nei confronti della storiografia ufficiale. Grande storico francese, Pierre VILAR, autore della monumentale ‘Cataluna en la Espana moderna’, deve il suo prestigio a questa piccola opera magistrale che conduce attraverso il passato spagnolo.”,”SPAx-030″ “VILAR Pierre”,”Oro e moneta nella storia, 1450-1920.”,”VILAR Pierre non è un economista ma uno storico.”,”ECOI-085″ “VILAR Pierre FRAENKEL Boris PARIS Robert PULLBERG Stanley CHATELET Francois, esposizione, AKOUN André DENIS Romain FERRO Marc GRANES Jacques HAUPT Georges MISRAHI Robert OLMANN Bertill POULANTZAS Nikos RUDICH Norman, interventi”,”Dialectique marxiste et pensée structurale (table rondes à propos de travaux d’ Althusser).”,”””Per Marx il capitalismo non pone un problema etico: e ciò dovrebbe consentire di rompere con certe tesi di Rubel; per Marx, il capitalismo non potrebbe essere semplicemente riformato o migliorato nei suoi aspetti più scandalosi e non si potrebbe sperare di uscire dalla situazione instaurata sviluppandolo o incoraggiando un buon capitalismo: tema presente, per esempio, in Gramsci, per cui esiste un buon capitalismo che non fa la guerra, in opposizione a un capitalismo cattivo che fa la guerra…”” (Robert Paris, pag 85)”,”TEOC-247″ “VILAR Pierre”,”Storia della Spagna.”,”””Soprattutto in Catalogna, era sorta un’ industria tessile, poco concentrata organicamente, ma geograficamente collegata, sulla rete stradale diramantesi da Barcellona. Ma, poiché questi capitali sono nazionali, e questa industria di consumo è quasi l’ unica in Spagna, i Catalani intendono rappresentare “”il lavoro nazionale””. Poiché non potrebbero mettersi in concorrenza con l’ Inghilterra, e poiché le colonie sono ormai limitate, il protezionismo diventa per loro una dottrina, quasi una mistica. Un Güell Ferrer, un Bosch Labrús hanno il vigore dottrinario di List. Il “”Fomento del Trabajo nacional”” è il loro organismo. Hanno stampa, comizi, posto al parlamento. Essi denunziano la politica madrilena, il peso della Spagna povera. Vorrebbero la direzione dell’ economia. Ma contro di loro conservatori agrari e liberali anglofili denunziano l’ egoismo industriale catalano. Così si innestano sull’ industrializzazione fatti importanti della politica; questioni esterne, regionalismo, movimento sociale””. (pag 62)”,”SPAx-066″ “VILAR Pierre CLAUDE Henri GARAUDY Roger FOURNIAL Georges LABARRE Roland”,”Eveil aux Amériques. Cuba.”,”””Au cours du premier semestre 1961 le marché socialiste a absorbé 86% des exportations de sucre cubain; or le sucre représentait 80% de ses exportations totales. C’est dire l’ importance capitale qu’a pris le marché socialiste pour l’ economie cubaine.”” (pag 142) “”La rupture brutale des courants d’échanges antérieurs et le nécessités du développement économique du fait de l’ impérialisme ont entrainé un important déficit de la balance du commerce extérieur; car la production cubaine ne peut fournir encore la contre-partie de ses importations””. (pag 142)”,”AMLx-085″ “VILAR Pierre”,”Histoire de l’Espagne.”,”VILAR Pierre professore onorario nell’Università di Parigi I.”,”SPAx-120″ “VILAR Pierre”,”Marx e la storia. (in) ‘Storia del marxismo’.”,”””L’esposizione degli avvenimenti può dunque a volte precedere, a volte seguire la loro spiegazione; talvolta l’avvenimento può spingere a insistere sulla congiuntura piuttosto che sulla struttura, oppure il contrario. In tal modo, come ha osservato Schumpeter, la storia di Marx non separa né mescola il momento economico, quello sociale, quello politico e il puro accadimento, ma li combina insieme. Per di più questa “”storia ragionata””, per lo spontaneo scaturire degli argomenti, per l’alacrità e l’ironia del racconto, è una storia viva. Ma è anche una storia militante. E al tempo stesso, direttamente o per allusioni, è una storia di attualità. In questo si colloca all’opposto della storia positivistica, che pretende di essere obiettiva e richiede un distacco temporale, salvo poi ridurre la storia a mera curiosità verso il passato, deliberatamente “”in-significante””. Ogni racconto di avvenimenti, ogni analisi di cause, per le sue inevitabili scelte, copre un’ideologia, poco nociva quando è dichiarata, pericolosa quando è nascosta. E per quel che riguarda gli avvenimenti contemporanei, non vi è ragione perché la storia ne tralasci l’analisi, quando pullulano tante “”politologie”” e “”sociologie””, ma mi permetto di ripetere che, nella storia contemporanea, è disonesto volersi dichiarare obiettivi, quando ci si sa partigiani, ed è sciocco credersi obiettivi, quando si è partigiani (e chi non lo è?). Sia Marx che Engels, come pure i loro grandi discepoli, dichiarano apertamente la loro scelta politica e intendono servirla con le loro opere; sono però convinti che il modo migliore per giungere a questo sia un’analisi corretta, capace di dare una sufficiente intelligibilità agli avvenimenti, se non una scienza della materia storica, di cui ci hanno offerto i principi, e non ovviamente un apparato operativo buono a tutti gli usi. Non sarà superfluo riflettere brevemente sul problema del modello marxista proposto agli studiosi di storia, perché molti marxisti tendono a ridurre questo modello al ’18 brumaio’, e gli antimarxisti affettano di disprezzare proprio questo genere di scritti, qualificati nel migliore dei casi come “”giornalistici””. In realtà, si tratta proprio di giornalismo, nel senso migliore del termine. E ciò comporta senza dubbio alcuni limiti, di cui Engels stesso per primo ci avverte: “”Se dunque cerchiamo di esporre ai lettori della “”Tribune”” le cause che, mentre hanno reso inevitabile la rivoluzione tedesca del 1848, hanno condotto in modo altrettanto inevitabile alla sua temporanea repressione nel 1849 e nel 1850, non si attenderà da noi che diamo una storia completa degli avvenimenti che si sono svolti in questo paese. Gli avvenimenti ulteriori e il giudizio delle generazioni future decideranno quale parte di questa massa confusa di fatti apparentemente accidentali, incoerenti e incongrui, deve appartenere alla storia mondiale. Non è ancora arrivato il momento di accingersi a un compito simile; noi dobbiamo mantenerci entro i limiti del possibile, e ritenerci soddisfatti se riusciamo a scoprire le cause razionali, basate su fatti indiscutibili, per spiegare gli avvenimenti essenziali, le vicende principali di quel movimento, e per avere una chiave che ci spieghi la direzione che la esplosione prossima e forse non molto lontana imprimerà al popolo tedesco”” (3). La modestia di queste parole è pari alla precisione del vocabolario”” [Pierre Vilar, Marx e la storia] [(in ‘Storia del marxismo’, Torino, 1978] [(3) ‘Rivoluzione e controrivoluzione in Germania’, in K. Marx e F. Engels, Il 1848 in Germania e in Francia, Roma, 1948, p. 13] (pag 83-84)”,”MADS-675″ “VILAR Sergio”,”Contro Franco. I protagonisti dell’opposizione alla dittatura 1939-1970.”,”VILAR Sergio è nato a Valencia nel 1936. Sociologo e giornalista, ha pubblicato articoli e saggi su varie riviste, si è occupato del problema della Catalogna e del Maggio francese. Profilo biografico di Marcelino Camacho (pag 77-86)”,”MSPx-108″ “VILAR Pierre”,”La guerra di Spagna, 1936-1939.”,”Di Pierre Vilar gli Editori Riuniti hanno pubblicato: Le parole della storia, Oro e moneta nella storia, Sviluppo economico e analisi storica e Storia della Spagna.”,”MSPG-047-FL” “VILAR Pierre”,”Sviluppo economico e analisi storica.”,”Pierre Vilar è nato a Frontignan (Hérault) nel 1906,. É stato rettore dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes e professore alle facoltà di Lettere e Scienze umane di Clermont-Ferrand e della Sorbona di Parigi, Ha steso le voci Marx, marxisme nel Dictionnaire des sciences économiques. Oltre che di Histoire de l’Espagne, è autore di molti studi sulla Spagna del XVI e XVII secolo, fra cui L’Espagne sous Philippe II, e Oro y moneda en la historia, tradotto Oro e moneta nella storia.”,”STOx-063-FL” “VILAR Pierre; LEVRERO Silvano”,”La guerra del 1936 nella storia della Spagna contemporanea (Vilar); La polemica di Serrati fino al Congresso di Livorno (Levrero);”,”Molto del dibattito di questi anni è stato preso dal Levrero dalla pubblicazione di Serrati ‘Il comunismo’ “”Sul piano formale … Serrati parte da una condanna assoluta del parlamentarismo riformistico. Nel Programma per Bologna si dice: (…) (pag 63) “”Serrati non ignora i pericoli di scivolare nel parlamentarismo in una situazione come quella italiana. Contro di essi egli si scaglia sia prima delle elezioni del ’19 che dopo il successo in esse ottenuto, sottolineando che «il proletariato vuole ben altro da noi» (1). Egli rifiuta però la risposta rigida e sterile che a questa istanza dà l’ astensionismo (…). La risposta di Serrati è pero essenzialmente negativa, giacché vede soltanto «la tribuna parlamentare come un ottimo campo di propaganda o anche un buon mezzo per sabotare l’opera dei governi reazionari (2). L’azione in Parlamento mira, cioè, a provarne propagandisticamente la natura nefasta e ad essere occasione per riaffermazioni ‘pure’ dei principi (…)”” (pag 65-66) (cit (1) e (2) da ‘Comunismo’ dicembre 1919, marzo 1920) Citato in una nota il saggio di Leo Valiani: ‘La Terza Internazionale’, L’Est, no. 3 30 dicembre 1965 (pag 285-311) L’EST. RIVISTA TRIMESTRALE DI STUDI SUI PAESI DELL’EST. LEGGE E LEGALITÀ NELL’URSS. DIRETTORE R.MIELI, primo numero giugno 1965″,”MSPG-001-FB” “VILAR Pierre”,”Oro e moneta nella storia, 1450-1920.”,”””La manodopera e le condizioni di lavoro: «mitayos», schiavi, lavoratori liberi. Meno distruttivo, dal punto di vista demografico, del lavoro dei giacimenti, il lavoro delle miniere è tuttavia rimasto, nella storia, il simbolo dell’oppressione coloniale spagnola sugli indiani. Cosa pensarne? Il lavoro è certamente molto duro, ed è poco probabile che l’avidità, l’insicurezza, la prossimità del lavoro servile, il recente ricordo dell’estrazione forzata, abbiano ceduto il posto a una concezione molto più umana nello sfruttamento delle miniere. La brutalità di certi ‘mineros’ e più ancora dei capomastri – i ‘pongos’ – nei confronti della manodopera ha avuto spesso libero corso, non c’è dubbio; e la forma di lavoro forzato della ‘mita’ presenta aspetti spaventosi. D’altra parte, a testimonianza di tutto ciò, si leva il grido d’indignazione e di disperazione dei discepoli di Bortolomé de Las Casa, difensore degli indiani. Fra’ Domingo de Santo Tomás scrive: «Non è argento quello che si invia in Spagna, è il sudore e il sangue degli indiani!». Non si può certo dire che Fra’ Domingo abbia letto Marx, che pure ritrova quasi esattamente la stessa formula alla fine del famoso capitolo XXIV del I libro del ‘Capitale’, sull’«accumulazione originaria» (3). Queste grida dei testimoni sono più convincenti delle immagini della «leggenda nera» diffusa nel XVII secolo dai nemici della Spagna, e soprattutto dagli olandesi, che pure contemporaneamente, quanto a violenze coloniali, si gravavano la coscienza con molti meno scrupoli degli spagnoli. Tuttavia, la critica di questa «leggenda nera», oggi ben elaborata, non deve farci accettare ad occhi chiusi la «leggenda rosa» di taluni storici contemporanei che, basandosi su certi testi legislativi, parlano della legge delle otto ore, delle vacanze pagate e della sicurezza sociale nelle miniere del Potosí nel XVI secolo”” (pag 165-166) [Pierre Vilar, ‘Oro e moneta nella storia, 1450-1920′, Laterza, Roma Bari, 1971] [(3) «Se il denaro, come dice l’Augier, “”viene al mondo con una voglia di sangue in faccia””, il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro» (Capitale, I, 3, Roma 1952, p. 220). Si può pensare che se Marx avesse conosciuto il testo di Fra’ Domingo, lo avrebbe citato di preferenza a quello di Augier]”,”STOS-001-FGB” “VILAR Pierre”,”Sviluppo economico e analisi storica.”,”Pierre Vilar è nato a Frontignan (Hérault) nel 1906,. É stato rettore dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes e professore alle facoltà di Lettere e Scienze umane di Clermont-Ferrand e della Sorbona di Parigi, Ha steso le voci Marx, marxisme nel Dictionnaire des sciences économiques. Oltre che di Histoire de l’Espagne, è autore di molti studi sulla Spagna del XVI e XVII secolo, fra cui L’Espagne sous Philippe II, e Oro y moneda en la historia, tradotto Oro e moneta nella storia.”,”ECOT-181-FL” “VILAR Pierre”,”Sviluppo economico e analisi storica.”,”Pierre Vilar è nato a Frontignan (Hérault) nel 1906. Membro dal 1930 al 1933 dell’Ecole des Hautes Etudes Hispaniques a Madrid. Nel 1950 è diventato rettore dell’Ecole Pratique des Hautes Etudes e successivamente professore alle facoltà di Lettere e della Sorbona a Parigi. Dirige attualmente (1970) l’Istituto di Storia economica di Parigi. Ha pubblicato un ‘Histoire de l’Espagne’ (1970).”,”STOS-003-FRR” “VILAR Pierre”,”Storia della Spagna.”,”””Nel 1868 viene in Spagna Fanelli, discepolo di Bakunin. Fonda delle sezioni dell’«Associazione internazionale dei Lavoratori» (e, più segretamente, dei gruppi dell’«Alleanza» bakuniana). Il successo è grandioso: il qualche mese, la «federazione», organo dell’Internazionale, supera i centomila aderenti, con due grossi centri: Catalogna e Andalusia. La Spagna diventa allora, con la Francia della Comune, un grande campo sperimentale per il movimento rivoluzionario internazionale. Da Londra Marx ed Engels, dalla Svizzera i Bakunisti, si danno una viva lotta intorno alla posta spagnola. James Guillaume ne ha lasciato testimonianza. E anche Engels, in un celebre opuscolo, critica del movimento «cantonalista» dopo il suo insuccesso: testo fondamentale di marxismo contro gli anarchici. Tuttavia, malgrado una fruttuosa missione di Lafargue, il bakunismo, alla fine, la spuntò. O almeno la scissione durò, quando, dopo le repressioni degli anni 1874-76, si ricostituirono le organizzazioni operaie. Il «Partito socialista operaio» nacque allora a Madrid e gli fece seguito, nel 1888, l’Unione Generale dei Lavoratori», federazione sindacale. (…) Infine, il segno ideologico: quando Anselmo Lorenzo, patriarca dell’anarchismo spagnolo, visita Marx a Londra nel 1870, egli reagisce da autodidatta ammirato e intimidito; piuttosto che alla scienza ‘borghese’ di Marx, preferisce allora accordare fiducia all’istinto del movimento operaio, alle dottrine sentimentali o passionali. Il Lorenzo dunque organizza, con il concorso di Francisco Ferrer, una vera opera di educazione, tanto più efficiente in quanto la scuola ufficiale abbandona all’analfabetismo un grande numero di giovani. La «Scuola moderna», gli opuscoli a buon mercato, gli «Atenei popolari» influiranno su generazioni. Questa cultura si riterrà più ampia (più «enciclopedica») della cultura marxista, ma lascerà i militanti più disarmati davanti ai problemi reali. L’anarchismo va incontro infine a vecchie consuetudini spagnole: fedeltà alle persone, esaltazione dell’atto individuale e soprattutto quel bisogno di liberazione, più passionale che intellettuale, che non ha cessato di turbare il secolo: il problema spirituale”” (pag 66-67; 69] [Pierre Vilar, ‘Storia della Spagna’, Garzanti, Milano, 1955] [Pierre Vilar (Frontignan, 3 maggio 1906 – Saint-Palais, 7 agosto 2003) è stato uno storico e ispanista francese. Pierre Vilar è considerato una delle massime autorità sullo studio della storia della Spagna, sin nel periodo dell’Ancien Régime che per l’età moderna nonché per la storia economica e sociale in generale. Historien, spécialiste de l’histoire d’Espagne et de Catalogne. – Docteur ès lettres (Paris, 1962). – Directeur d’études à l’École pratique des hautes études, VIème section (à partir de 1951). – Professeur à la Sorbonne (à partir de 1965)]”,”MSPx-001-FER” “VILEISIS Danga WOLF Dieter SCHMIDT Walter SPERL Richard JIANG Renxiang MUSTO Marcello FOMICEV Valerij LINDENTHAL Michael KUBOTA Ken SCHÖNCKE Manfred LEONIDOVNA VASINA Ljudmila DLUBEK Rolf HECKER Rolf HÜBNER Hans SCHÖLER Uli”,”Quellen- und Kapital-Interpretation. Manifest-Rezeption Erinnerungen. Der unbekannte Beitrag Adam Fergusons zum materialistischen Geschichtsverständnis von Karl Marx. Zum Systemcharakter der ökonomisch-gesellschaftlichen Verhältnisse im Kapital. Der Fetischcharakter der Ware und sein Geheimnis. Die dialektische Darstellung des allgemeinen Begriffs des Kapitals. Kommunistisches Manifest in China, Italien und Russland. Erinnerungen an Wolff, Schorlemmer, Heimann, Vygodskij, Dlubek.”,”Primi passi del ‘Manifesto ‘ in Cina (pag 135-136) in ‘Diffusione e ricezione del Manifesto in Italia’ (saggio di Marcello Musto) (in tedesco) (pag 148) si cita il saggio di Michele A. Cortellazzo, ‘La diffusione del Manifesto in Italia alla fine dell’Ottocento e la traduzione di Labriola’, in ‘Cultura Neolatina’ N° 1-2 1981, pag 98 Primi passi del ‘Manifesto ‘ in Cina. La prima diffusione del ‘Manifesto’ in Cina “”Die früheste Verbreitung des ‘Manifests’ in China. Im Jahre 1899 begann die Verbreitung von Auszügen aus dem ‘Manifest’ in China and im August 1920 hatte Chen Wangdao, ein Kommunist der Frühzeit, das die Programmschrift vollständig übersetzt und herausgegeben. Darin kann man das erste Verbreitungsstadium sehen. Am Ende des 19. Jahrhunderts und zu Beginn des 20. Jahrhunderts befand sich die chinesische Gesellschaft in einer turbulenten Situation, einer Situation, in der man einen neuen Weg suchte. Um eine Wahrheit für die Bewegung zur Rettung des Vaterlandes zu finden, hatten die fortgeschrittenen Intellektuellen verschiedene Versuche dafür unternommen und unterschiedliche theoretische Grundlagen geprüft. In dieser Situation war des ‘Manifest als ein marxistischen Mesterwerk nach China gekommen. Man kann sicherlich sagen, dass das Werk bedeutenden Einfluss auf die verschiedenen Strömungen, besonders auf die von Sun Yixian geführten chinesischen bürgerlichen Revolutionäre, ausgeübt hatte. Aber jede Strömung hatte gegenüber dem ‘Manifest’ ein unterschiedliches Verständnis und eine spezielle Rezeption; manche sahen es als eine revolutionäre Waffe, manche aber kritisierten es. Im Großen und Ganzen wurde das ‘Manifest’ noch nicht ganz richtig verstanden und ins Chinesische übertragen. Von Februar bis April 1899 wurde in der Shanghaier “”Internationalen Zeitung”” eine Artikelserie “”Große Harmonie”” veröffentlicht, in der zum ersten Mal die Begriffe “”Marx”” und “”Sozialismus”” genannt sowie ein Auszug aus dem ‘Manifest’ veröffentlicht wurden. Im Artikel hieß es: “”Marx ist ein Führer der internationalen Arbeiterbewegung, er ist ein Engländer””. Die Formulierung “”Führer der internationalen Arbeiterbewegung”” war ganz richtig, aber die Formulierung “”er ist ein Engländer”” war falsch. Anschließend hatte der Verfasser einen Satz aus dem “”Manifest”” zitiert: “”Die Bourgeoisie hat durch die Exploitation des Weltmarkts die Produktion und Konsumtion aller Länder kosmopolitisch gestaltet””. Im achten Artikel der Serie “”Große Harmonie”” wurde auch der Name “”Engels”” erwähnt. Dort schrieb man: “”In Deutschland gibt es große berühmte Gelehrte, darunter sind Marx und Engels”””” (pag 135-136) [Renxiang Jiang, Die Übersetzung und Verbreitung des ‘Manifests der Kommunistischen Partei’ in China] [(in) Quellen- und Kapital-Interpretation. Manifest-Rezeption Erinnerungen. Der unbekannte Beitrag Adam Fergusons zum materialistischen Geschichtsverständnis von Karl Marx. Zum Systemcharakter der ökonomisch-gesellschaftlichen Verhältnisse im Kapital. Der Fetischcharakter der Ware und sein Geheimnis. Die dialektische Darstellung des allgemeinen Begriffs des Kapitals. Kommunistisches Manifest in China, Italien und Russland. Erinnerungen an Wolff, Schorlemmer, Heimann, Vygodskij, Dlubek, Beiträge zur Marx-Engels-Forschung Neue Folge 2009, Argument Verlag, 2010] in ‘Diffusione e ricezione del Manifesto in Italia’ (saggio di Marcello Musto) (in tedesco) (pag 148) si cita il saggio di Michele A. Cortellazzo, ‘La diffusione del Manifesto in Italia alla fine dell’Ottocento e la traduzione di Labriola’, in ‘Cultura Neolatina’ N° 1-2 1981, pag 98″,”MADS-616″ “VILEISIS Danga WOLF Dieter SCHMIDT Walter SPERL Richard JIANG Renxiang MUSTO Marcello FOMICEV Valerij LINDENTHAL Michael KUBOTA Ken SCHÖNCKE Manfred VASINA Ljudmila L. DLUBEK Rolf HECKER Rolf HÜBNER SCHÖLER Uli”,”Quellen- und ‘Kapital’-Interpretation’ – ‘Manifest’-Rezeption Erinnerungen.”,”scritti di VILEISIS Danga WOLF Dieter SCHMIDT Walter SPERL Richard JIANG Renxiang MUSTO Marcello FOMICEV Valerij LINDENTHAL Michael KUBOTA Ken SCHÖNCKE Manfred VASINA Ljudmila L. DLUBEK Rolf HECKER Rolf HÜBNER SCHÖLER Uli Contiene tre saggi sulla diffusione del Manifesto di Marx Engels in Cina, Italia e Russia (Archiv fur sozial- und Politkgeschichte (RGASPI), rispettivamente di Renxiang JIANG, Marcello MUSTO e Valerij FOMICEV Plechanov e la diffusione del Manifesto di Marx ed Engels in Russia. “”Aus Russland und der UdSSR sind 100 verschiedene Ausgaben registriert. Unter ihnen ist die erste russische Übersetzung des ‘Manifests’, vermutlich von Michail Bakunin (14). Sie wurde 1869 in Genf herausgegeben und ist eine bibliophile Rarität. Die Initiative einer neuen russischen Übersetzung ging von G.V. Plechanov aus, der später bemerkte, dass das Studium des ‘Manifests’ sein Leben geprägt habe. “”Ich war von ‘Manifest’ begeistert und hatte sofort entschieden, es in die russische Sprache zu übersetzen”” (15). Plechanov hat nicht nur das ‘Manifest’ übersetzt; sondern dazu auch ein Vorwort verfasst. Darin schrieb er: “”Die Namen Karl Marx und Friedrich Engels sind bei uns so populär und geachtet, daß es nur die Wiederholung einer allgemeinen bekannten Tatsache wäre, über die wissenschaftlichen Vorzüge des ‘Manifests der Kommunistischen Partei’ zu sprechen. Zusammen mit anderen Werken seiner Autoren eröffnet das ‘Manifest’ eine neue Epoche in die Geschichte der sozialistischen und ökonomischen Literatur…””. Das ‘Manifest’ in der Übersetzung von Plechanov mit dem speziell dafür geschriebenen Vorwort von Marx und Engels ist 1882 in Genf im Rahmen der “”Russischen sozial-revolutionären Bibliothek”” herausgekommen. In RGASPI ist das Exemplar mit der Widmung von P. Axelrod an Engels überliefert (16). Bis zur Revolution von 1917 wurde das ‘Manifest’ in Russland etwa 40mal, hauptsächlich in der Übersetzung von Plechanov, herausgegeben (17). Im Archiv sind verschiedene Ausgaben aus dieser Zeit erhalten, die in illegalen Druckereien hergestellt oder von Hand abgeschrieben wurden, sowie auch Ausgaben, die im Verlaufe der russischen Revolution von 1905 erschienen sind. Da das ‘Manifest’ in Russland von der Zensur verboten war, kam es oft unter anderen Titeln heraus, wie z.B. “”Der moderne Kampf der Klassen””, “”Über den Kommunismus””, “”Die Philosophie der Geschichte””, “”Kapitalismus und Kommunismus”” und “”Bourgeoisie, Proletariat und Kommunismus””. Dennoch wurden die Herausgeber verhaftet und strafrechtlich verfolgt (18). Besonders häufig wurde das ‘Manifest’ in der UdSSR herausgegeben. So erschienen von 1917 bis 1977 in der UdSSR 491 Ausgaben in 75 Sprachen der Völker der UdSSR und in Fremdsprachen mit einer Gesamtauflage von über 30 Millionen Exemplaren (19)”” [Valerij Fomicev, ‘Die Sammlung der ‘Manifest-Exemplare im RGASPI-Moskau’] [(in) Aa. Vv., Quellen- und ‘Kapital’-Interpretation’ – ‘Manifest’-Rezeption Erinnerungen, 2010] [RGASPI, Russländischen Staatlichen Archiv für sozial- und Politikgeschichte] [(14) RGASPI, f. 1, op. 4, d. 272; (15) G.V. Plechanov: Pervye scagi sozial-demokratischen Bewegung in Russland]. In: Soc., Bd XXIV, S. 174-179; (16) RGASPI, f. 1, op. 4, d. 114; (17) Siehe L.A. Levin: Manifest Kommunisticeskoj partii K. Marksa i F. Engelsa v Rossii (Das Manifest der kommunistischen Partei von Marx und Engels in Russland), Moskva 1956; (18) Siehe die Akten der II. Abteilung der Kanzlei der Hauptverwaltung zu Pressangelegenheiten. – RGA, f. 190, op. I, d. 46, 50, 52, 60; (19) Daten der Sowjetischen Buchkammer vom I. Juli 1978]”,”MADS-684″ “VILFAN Joza; TANKO Zvonimir”,”Il mercato mondiale in Marx (Vilfan); La teoria marxista del reddito (Tanko). Estratto da ‘Socialismo e mercato in Jugoslavia’.”,”Dal saggio di Vilfan: – Secondo Marx, il modo capitalistico di produzione crea il proprio mercato mondiale, un mercato mondiale di tipo particolare; anzi in quanto orientato verso il valore di scambio, porta necessariamente al mercato mondiale. La sua essenza è la creazione di plusvalore assoluto e relativo (pag 129) – La formazione del mercato mondiale non è solamente allargamento dello scambio e moltiplicazione dei punti di scambio. La formazione del mercato mondiale corrisponde anche alla diffusione e all’affermazione del modo capitalistico di produzione (pag 130) – Esiste una unità media di lavoro universale: esiste in una certa misura e fino a un certo grado una divisione mondiale del lavoro (pag 134) – Nel ‘Discorso sul libero scambio’ Marx menziona “”lo sfruttamento nella sua forma cosmopolitica”” e aggiunge: “”Tutti i fenomeni distruttivi che la libera concorrenza genera all’interno di un paese si rinnovano in dimensioni ingigantite sul mercato mondiale”” (1) (pag 136) (1) Marx Engels, Kleine okonomische Schriften, Diez, 1955, p. 531 – Nei ‘Grundrisse’ è detto che “”all’interno di un paese la concorrenza appare storicamente come liquidazione dei vincoli corporativi, delle misure governative, delle dogane interne, ecc., e nel mercato mondiale come abolizione di ogni forma d’ isolamento e di protezionismo (1)”” (pag 136-137) (1) K. Marx, Grundrisse, Dietz, 1953, p. 542,”,”MADS-770″ “VILKOVA Valentina a cura, scritti di L. TROTSKY N. BUCHARIN J. STALIN G. ZINOVIEV e altri”,”The Struggle for Power. Russia in 1923.”,”Preface, list of Abbreviations, notes, I) From I.V. Stalin’s Report, II) A.I. Mikoyan’s Report, III) N.A. Uglanov’s Report, IV) K.B. Radek’s Report, V) N.I. Bukharin’s Report, Russian Studies Series Valery Kuvakin, General Editor.”,”RIRO-417″ “VILKOVA Valentina a cura; documenti di L. D. TROTSKY, V.V. KUIBYSHEV R.P. REIN V.M. MOLOTOV M.P. TOMSKY N.I. BUKHARIN I.V. STALIN Ye. M. YAROSLAVSKY E ALTR5I”,”The Struggle for Power. Russia in 1923.”,”Preface, list of Abbreviations, notes, I) From I.V. Stalin’s Report, II) A.I. Mikoyan’s Report, III) N.A. Uglanov’s Report, IV) K.B. Radek’s Report, V) N.I. Bukharin’s Report, Russian Studies Series Valery Kuvakin, General Editor.”,”RIRO-112-FL” “VILLA Nora”,”La piccola grande signora del PCI. Camilla Ravera: rivoluzionaria di professione.”,”Nora VILLA è nata a Milano dove ha frequentato l’ Accademia d’arte drammatica, entrando in seguito a far parte delle compagnie Ricci-Magni, Proclemer-Albertazzi, Borboni. Al Piccolo Teatro di MIlano ha preso parte alla prima edizione dell’ Opera da Tre Soldi di Brecht diretta da Strehler. Ha pubblicato libri di viaggio sull’ URSS e sulla Cina e sulla tematica del petrolio (Lo sceicco non può attendere).”,”PCIx-051″ “VILLA Francesco a cura; saggi di C. CALVARUSO G.C. BLANGIARDO U. MELOTTI W. VILLALPANDO A. PACINI M. COLOMBO M. NAVA G. ANOMALE”,”Immigrati extracomunitari a Milano e in Lombardia. Atti del corso di aggiornamento della Fondazione Verga 22 febbraio – 5 aprile 1990.”,”Saggi di C. CALVARUSO G.C. BLANGIARDO U. MELOTTI W. VILLALPANDO A. PACINI M. COLOMBO M. NAVA G. ANOMALE. C’è un capitolo ‘La comunità islamica di Milano’ dove si riporta l’ intervento del Dott. Ali Abu SHWAIMA, Emiro del Centro Islamico di Milano.”,”ITAS-061″ “VILLANI Pasquale”,”Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione.”,”Pasquale VILLANI è docente di Storia Contemporanea presso l’ Università degli Studi di Napoli “”Federico II””, e direttore del “”Centro Studi per la storia comparata delle società rurali in età contemporanea””. I suoi studi si sono concentrati sull’ economia e la società nel Regno di Napoli nel Settecento, con particolare attenzione ai problemi della società rurale in Italia e in Europa e all’ insorgere della questione agraria sul finire dell’Ottocento. Tra le sue principali monografie ricordiamo: “”Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione”” (1962); “”La vendita dei beni dello Stato nel Regno di Napoli”” (1964); “”Trasformazioni delle società rurali nei paesi dell’Europa occidentale e mediterranea”” (1986); “”Società rurale e ceti dirigenti, XVIII-XX secolo. Pagine di storia e storiografia”” (1989); “”Napoli, 1799-1815. Dalla Repubblica alla monarchia amministrativa””, in collaborazione con Anna Maria RAO (1995). Ha curato inoltre il volume sulla Campania per la “”Storia d’Italia”” della Einaudi. “”In questi limiti il Cuoco rappresenta pur sempre la coscienza più avanzata della borghesia meridionale e della nuova classe dirigente che ne era espressione”” (pag 54)”,”ITAS-071″ “VILLANI Pasquale a cura; saggi di Giuseppe GALASSO Maurice AYMARD Giovanni MOTTURA e Enrico PUGLIESE Paola SERENO E.J.T. COLLINS Howard NEWBY Pierre BARRAL Joseph KLATZMANN Leen VAN MOLLE Lode WILS Hans-Jurgen PUHLE Edward MALEFAKIS Michel DRAIN Manuel VILLAVERDE CABRAL Placide RAMBAUD Corrado BARBERIS Francesco RENDA Idomeneo BARBADORO Luigi MUSELLA Pier Paolo D’ATTORRE Piero BEVILACQUA Adriana BACULO Amalia SIGNORELLI”,”Trasformazioni delle società rurali nei paesi dell’ Europa occidentale e mediterranea (secolo XIX-XX). Bilancio degli studi e prospettive di ricerca. Atti del congresso internazionale svoltosi a Napoli e Sorrento dal 25 al 28 ottobre 1982.”,”Saggi di Giuseppe GALASSO Maurice AYMARD Giovanni MOTTURA e Enrico PUGLIESE Paola SERENO E.J.T. COLLINS Howard NEWBY Pierre BARRAL Joseph KLATZMANN Leen VAN MOLLE Lode WILS Hans-Jurgen PUHLE Edward MALEFAKIS Michel DRAIN Manuel VILLAVERDE CABRAL Placide RAMBAUD Corrado BARBERIS Francesco RENDA Idomeneo BARBADORO Luigi MUSELLA Pier Paolo D’ATTORRE Piero BEVILACQUA Adriana BACULO Amalia SIGNORELLI. Contiene il saggio di Idomeneo BARBADORO ‘Forme di associazione e struttura sindacali del mondo contadino in Italia 1850-1900’ e quello di Francesco RENDA ‘Il movimento contadino in Italia dai Fasci siciliani alla riforma agraria’.”,”EURE-026″ “VILLANI Felice”,”La milizia di Cromwell.”,”L’A ha utilizzato come fonte l’ opera di CARLYLE, Oliver Cromwell’s Letters and Speeches (London, 1871, 5 vol.). Ma tenendo conto delle osservazioni critiche sullo scrittore scozzese da parte di FUETER e GOOCH. “”Far delle frasi non è trovar pensieri”” (Fueter vs Carlyle) “”Il Puritanesimo è un atteggiamento dello spirito””. (pag 11) “”I Puritani concepirono la vita come dovere, come sforzo e tendenza ad adempiere il comandamento di Dio; ebbero, cioè, una elevatissima concezione etica della vita. Come tutti i Protestanti, essi non conoscono l’ indifferenza religiosa dello Stato; anzi non possono considerare la società politica se non informata e diretta dalla stessa suprema legge morale, che è quella della loro Chiesa””. (pag 12) Puritanesimo e presbiteriani. (pag 36)”,”UKIR-029″ “VILLANI Pasquale a cura, saggi di CIVILE Giuseppe DE MAJO Silvio MONTRONI Giovanni PILATI Renata STORCHI Maria Luisa TAGLÉ Rita VISCEGLIA Maria Antonietta”,”Studi sulla società meridionale.”,”Gli autori sono docenti e ricercatori presso le Università di Napoli e di Bari.”,”ITAS-030-FL” “VILLANI Pasquale”,”L’età contemporanea. XIX-XX secolo.”,”Pasquale Villani ha insegnato Storia contemporanea alla Facoltà di lettere dell’Università di Napoli. Ha condotto studi sul Settecento, il Mezzogiorno, l’età napoleonica. Molte cartine che riportano i vari mutamenti dei confini territoriali La guerra in Europa (pag 517-518) L’anno di svolta 1941 “”Nel giugno del 1941, quando Hitler lanciò le sue truppe all’attacco dell’Unione Sovietica, nell’Europa continentale non vi era più alcun governo ostile o men che amico della grande e potente Germania. Altro è il discorso per l’opinione pubblica e per i sentimenti popolari. Nella stessa Italia, e addirittura fra gli stessi fascisti, il prepotere dell’alleato suscitava preoccupazioni e paure. La svolta dell’estate 1941 e gli avvenimenti degli ultimi mesi di quell’anno – che dimostrarono innanzitutto come non fosse facile aver ragione dell’Unione Sovietica e che si conclusero con l’attacco giapponese di Pearl Harbor e con l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra – aprivano una nuova fase non soltanto nel conflitto, ma nelle prospettive della storia mondiale. Sul piano strettamente militare, alle capacità di resistenza e di organizzazione dell’Unione Sovietica bisogna aggiungere il contrattacco britannico in Egitto e in Cirenaica, che, fra il novembre e il dicembre, impadronendosi nuovamente di Bengasi, annullava i risultati della brillante azione condotta da Rommel in aprile. Più in generale, si può dire che nella storia mondiale il 1941 assume la stessa importanza periodizzante del 1917. La situazione è ovviamente del tutto diversa, ma un’analogia è da riscontrare nel fatto che, come allora, l’importanza della svolta derivava dagli avvenimenti che coinvolgevano gli Stati Uniti e la Russia. Questi due stati, considerando globalmente l’estensione del territorio, il numero degli abitanti e lo sviluppo industriale, erano già allora le maggiori potenze del mondo. Ed erano probabilmente anche quelle che negli ultimi decenni avevano vissuto esperienze e trasformazioni fra le più traumatiche. In primo luogo è certamente da porre il radicale sovvertimento politico e sociale avvenuto un Russia con la rivoluzione bolscevica e poi con la forzata e rapida industrializzazione; ma una scossa, per alcuni aspetti non meno psicologicamente violenta e spesso anche materialmente incisiva, avevano provocato negli Stati Uniti la grande depressione, la disoccupazione di massa e le risposte che Roosevelt aveva dato con il New Deal. (…) La guerra diventa mondiale. (…) Hitler aveva sottovalutato questa dimensione mondiale che il conflitto stava per assumere. Il pur possente esercito tedesco e la solida base industriale della Germania, anzi le risorse di una gran parte dell’Europa di cui i tedeschi potevano ormai disporre, si trovavano già di fronte ad ostacoli che non sarebbe stato facile superare. Certo, nell’Europa orientale, l’Unione Sovietica aveva mostrato di non voler concedere assoluta libertà d’azione alla Germania hitleriana, rifiutando le proposte tedesche di disinteressarsi della regione in cambio del riconoscimento di una sua sfera di influenza nel Medio Oriente, tutta da costruire e conquistare. Hitler poteva inoltre sperare che, eliminando rapidamente l’Unione Sovietica e conquistando gran parte dei suoi territori europei, avrebbe allargato la base agricola e produttiva del suo impero e procurato quello spazio vitale per la razza ariana che era nei suoi antichi disegni, congiunto al disprezzo per i popoli slavi destinati a lavorare al servizio del popolo eletto. (…) Quali che fossero le considerazioni che spinsero Hitler ad attaccare, il 22 giugno 1941, l’Unione Sovietica, l’avvenimento segnò una svolta nella conduzione e nelle prospettive della guerra. Nonostante fosse preparata con meticolosa accuratezza, secondo le regole dello stato maggiore tedesco, fosse attuata con grandissimo spiegamento di forze, cogliesse Stalin e l’esercito russo impreparati, conseguisse nei primi mesi spettacolari successi, mettendo fuori combattimento milioni di uomini e conquistando vastissimi territori, già al cadere dell’inverno era chiaro che l’operazione «Barbarossa» non aveva ottenuto la vittoria decisiva e che Hitler si era cacciato in un’avventura dall’esito incerto per la vastità del territorio, per l’enorme estensione quindi delle linee di comunicazione fra reparti avanzati e basi logistiche, ma soprattutto per l’inattesa resistenza”” (pag 525-528)”,”EURx-343″ “VILLANI Antonio”,”Libertà, storia, rivoluzione. Note di filosofia politica.”,”Antonio Villani è stato professore ordinario di Filosofia del diritto nell’Università di Napoli e Direttore dell’Istituto Universitario di Magistero “”Suor Orsola Benincasa””. Ha pubblicato tra l’altro ‘Heidegger e il “”problema”” del diritto’, Milano, 1958, ‘Diritto e morale’, Napoli, 1964.”,”TEOS-029-FMB” “VILLANO Alfredo”,”Rodolfo Graziani. Il difficile rapporto con il MSI, gli sfuggenti contatti con il PCI, l’evoluzione del combattentismo “”nero”” (1947-1962).”,”VILLANO Alfredo “”Possono essere considerati primi “”momenti di questa politica “”dell’attenzione”” verso l’universo fascista di sinistra”” il decreto di amnistia del 1946, emanato dallo stesso Togliatti nella veste di ministro della Giustizia, e la blanda epurazione messa in atto nei confronti dei “”camerati””. In questo quadro il PCI era stato “”l’unico partito in grado di “”catturare”” fascisti confusi e sbandati per inserirli in un programma che prevedeva risultati rivoluzionari e metodi democratici”” (cfr. P. Neglie, Fratelli in camicia nera’ (1996)).”” (pag 104-105)”,”ITAP-171″ “VILLAR Francisco”,”Gli indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia.”,”Francisco Vilar insegna Linguistica indoeuropea nell’Università di Salamanca. Ha pubblicato varie lavori sul tema della lingua e dei popoli europei “”Si può dire che tra due popolazioni che parlano lingue diverse esisterà con molta probabilità la coscienza di essere due popoli diversi. Al contrario, quando esiste un’omogeneità linguistica in una comunità, non sarà difficile che gli individui di quella comunità si sentano un unico popolo, una sola nazione. Non c’è sistema più efficace per sradicare i nazionalismi che eliminare le differenze linguistiche. Né esiste un sistema più efficace per incrementarli che mantenerle o accentuarle. È cosa ben nota a tutti i politici. Ci sono motivi profondi che spiegano la capacità che la lingua ha di differenziare o di unificare. La lingua è la finestra attraverso la quale l’uomo guarda il suo mondo. Conosciamo e apprendiamo la realtà mediante la lingua che i nostri genitori ci danno in eredità. Quando insegniamo a parlare a un bambino, non gli forniamo solo uno strumento di comunicazione con i suoi simili. Gli imponiamo anche una determinata analisi e interpretazione della realtà che lo circonda. La concezione che ciascun uomo ha del divino, dei suoi simili, delle relazioni familiari, del mondo, è profondamente radicata nella lingua materna in cui ha cominciato a parlare. Potremmo dire che se di un popolo conoscessimo soltanto la lingua e nient’altro, sicuramente potremmo in buona misura comprendere la mentalità, le credenze, le concezioni: in una parola la sua ‘Weltschauung'”” (pag 10, prefazione) [Francisco Villar, ‘Gli indoeuropei e le origini dell’Europa. Lingua e storia’, Il Mulino, Bologna, 2017]”,”EURx-001-FMDP” “VILLARE’ Jean RAPPOPORT Charles MARX Karl ENGEL Friedrich YANKEL J. ENMA”,”Le concept de révolution permanente de Marx au VIe Congrès (de l’ Internationale Communiste) (Villaré); La méthode marxiste (IV) (Rappoport); Notes sur les besoins, la production et la division du travail (Marx); Testament politique (Engels); Technique de la guerre chimique (Yankel); Le Parti Ouvrier belge, Pob (Enma); Les finances sovietiques (Statistique officielles).”,”Il testamento politico di F. Engels. L’ utilizzo rivoluzionario della tribuna parlamentare Come organizzare il lavoro parlamentare del partito (20 gennaio 1886). “”Vado ancora più lontano: se proponiamo delle misure socialiste che conducono al rovesciamento della produzione capitalista, devono essere misure ‘pratiche in sé, ma impossibili per il governo attuale’. Perché questo governo mutila e deforma tali misure, non le applica che per annientarle.”” (pag 539) “”La differenza è qui molto grande: né Marx, né io stesso, abbiamo mai dubitato che durante la transizione verso l’ economia comunista, dovremo ampiamente utilizzare la produzione cooperativa come stadio transitorio. Ma occorre disporsi in modo che la società, ovvero subito lo Stato, prenda su di sé i mezzi di produzione in modo che gli interessi privati delle cooperative particolari non contraddicano gli interessi della società nel suo insieme””. (pag 540-541) “”occorre compiere una rivoluzione nelle teste delle masse operaie”” (pag 542) “”Un progresso reale verso l’ emancipazione non è possibile fino a quando la rivoluzione industriale non condurrà la massa operaia alla coscienza della sua situazione e gli aprirà così il cammino verso il dominio politico”” (pag 543)”,”INTT-219″ “VILLARI Lucio”,”L’ economia della crisi. Il capitalismo dalla ‘grande depressione’ al ‘crollo’ del ’29.”,”contiene dedica a Gianni GRANZOTTO dello stesso VILLARI”,”ECOI-025″ “VILLARI Lucio a cura; scritti di PANTALEONI NITTI PARETO TASCA GRAZIADEI CRESPI GRAMSCI SINIGAGLIA PERRONE, PIRELLI, SRAFFA, SERPIERI, DE STEFANI MORTARA AGNELLI EINAUDI GUALINO MARINOTTI GARDINI TOGLIATTI GRIECO MATTIOLI”,”Il capitalismo italiano del Novecento.”,”Scritti di PANTALEONI, NITTI, PARETO, TASCA, GRAZIADEI, CRESPI, GRAMSCI, SINIGAGLIA, PERRONE, PIRELLI, SRAFFA, SERPIERI, DE STEFANI, MORTARA, AGNELLI, EINAUDI, GUALINO, MARINOTTI, GARDINI, TOGLIATTI, GRIECO, MATTIOLI. Lucio VILLARI (1933) insegna storia economica nell’Univ di Roma ed è autore di numerose ricerche sulla storia del pensiero economico italiano e francese del Settecento (dagli economisti napoletani ai fisiocratici) su aspetti dell’organizzazione economica e politica del regno di Napoli sotto la dominazione austriaca, sulla storia del protezionismo in Italia, sulla storia della 1° GM e sui rapporti tra capitalismo e imperialismo nell’EU occidentale.”,”ITAE-014″ “VILLARI Lucio a cura; saggi di Enzo COLLOTTI Gian Enrico RUSCONI Lucio VILLARI Giacomo MARRAMAO Ferruccio MASINI Tomas MALDONADO”,”Weimar. Lotte sociali e sistema democratico nella Germania degli anni ’20.”,”Saggi di Enzo COLLOTTI, Gian Enrico RUSCONI, Lucio VILLARI, Giacomo MARRAMAO, Ferruccio MASINI, Tomas MALDONADO. Il volume raccoglie gli Atti del seminario sul tema: “”Weimar. Lotte sociali e sistema democratico negli anni Venti””, organizzato dall’ Istituto Gramsci, sezione Emilia Romagna, svoltosi a Bologna l’11 e 12 novembre 1977.”,”GERG-018″ “VILLARI Rosario a cura; scritti di A. GENOVESI G. FILANGIERI F. GALIANI G.M. GALANTI E. DE-FONSECA-PIMENTEL L. BLANCH C. DE-CESARE G. MASSARI P. VILLARI L. FRANCHETTI S. SONNINO A. SALANDRA G. FORTUNATO A. DE-VITI-DE-MARCO G. DE-VINCENZI L. FRANCHETTI N. COLAJANNI E. CICCOTTI F.S. NITTI M. FERRARIS U. ZANOTTI-BIANCO F. COLETTI A. GHISLERI G. SALVEMINI A. LABRIOLA L. STURZO G. DORSO A. GRAMSCI G. DI-VITTORIO A. SERPIERI C. LEVI G. AMENDOLA P. SARACENO M. ROSSI-DORIA E. SERENI A. GIOLITTI”,”Il Sud nella storia d’ Italia. Antologia della questione meridionale.”,”Scritti di A. GENOVESI, G. FILANGIERI, F. GALIANI, G.M. GALANTI, E. DE-FONSECA-PIMENTEL, L. BLANCH, C. DE-CESARE, G. MASSARI, P. VILLARI, L. FRANCHETTI, S. SONNINO, A. SALANDRA, G. FORTUNATO, A. DE-VITI-DE-MARCO, G. DE-VINCENZI, L. FRANCHETTI, N. COLAJANNI, E. CICCOTTI, F.S. NITTI, M. FERRARIS, U. ZANOTTI-BIANCO, F. COLETTI, A. GHISLERI, G. SALVEMINI, A. LABRIOLA, L. STURZO, G. DORSO, A. GRAMSCI, G. DI-VITTORIO, A. SERPIERI, C. LEVI, G. AMENDOLA, P. SARACENO, M. ROSSI-DORIA, E. SERENI, A. GIOLITTI.”,”ITAS-028″ “VILLARI Lucio”,”Settecento adieu. Dall’ illuminismo alla Rivoluzione.”,”Lucio VILLARI è Professore di storia contemporanea nell’ Università di Roma. E’ autore di volumi e saggisu aspetti e problemi della cultura e della società europea dal Settecento al Novecento. Tra le sue opere ricordiamo ‘Il capitalismo italiano del Novecento’ (BARI, 1975) ‘L’ economia della crisi’ (TORINO, 1980), ‘Confini e deserti. Storie del nostro tempo’ (MILANO, 1984).”,”FRAA-039″ “VILLARI Lucio”,”Le avventure di un capitano d’ industria.”,”VILLARI Lucio è Professore di storia contemporanea all’ Università La Sapienza di Roma. E’ autore di volumi e saggi sulla storia culturale e sociale europea dal Settecento al Novecento. Ha scritto ‘Settecento adieu’. Dall’ llluminismo alla Rivoluzione’ (BOMPIANI 1988), ‘Il capitalismo italiano del Novecento’ (LATERZA 1992), ‘Viaggi indifferenti’ (BOMPIANI 1987), ‘Confini e deserti. Storia del nostro tempo’ (SHAKESPEARE E COMPANY 1986′, ‘L’ economia della crisi’ (EINAUDI 1980).”,”ITAE-038″ “VILLARI Lucio”,”Niccolò Machiavelli.”,”VILLARI è professore di storia contemporanea all’ Università di Roma. Ha pubblicato molto (v. retrocopertina).”,”ITAG-044″ “VILLARI Rosario a cura; saggi di J.S. AMELANG J. ANDRES-GALLEGO G. CARERI D. DESSERT H. KAMEN B.P. LEVACK M. MORAN S.S. NIGRO G. PARKER A. PROSPERI M. ROSA P. ROSSI R. VILLARI”,”L’ uomo barocco.”,”Saggi di J.S. AMELANG J. ANDRES-GALLEGO G. CARERI D. DESSERT H. KAMEN B.P. LEVACK M. MORAN S.S. NIGRO G. PARKER A. PROSPERI M. ROSA P. ROSSI R. VILLARI. Rosario VILLARI è professore di storia moderna nell’ Università ‘La Sapienza’ di Roma. Socio corrispondente dell’ Accademia dei Lincei, è stato visiting professor nel St. Antony’s College di Oxford e nella Newberry Library di Chicago e membro dell’ Institute for Advanced Study di Princeton. Ha diretto la rivista ‘Studi storici’. “”Ora, con uno stupefacente paradosso, colui che incarna lo Stato e la sua volontà assolutistica, e che per questo motivo è egli oggetto di sospetto, Richelieu in persona, riassume lapidariamente la questione: “”i finanzieri sono un male, ma un male necessario””. (…) Il fatto è che la monarchia, obbligata a regolare nel modo più indolore possibile il costo di una guerra la cui conclusione non è imminente, si rende conto di essere imprigionata nell’ edificio aberrante dei prestiti sottoscritti e che non può rimborsare. Siccome il denaro scarseggia, i pubblicani devono pagarlo più caro, ed il loro compito diventa perciò più oneroso. L’ interesse consentito ai finanzieri aumenta continuamente: lo sconto che lo Stato è obbligato a concedere arriva al 25 %, poi al 30%, fino a raggiungere in certi casi il 50%. Come potrebbero non essere considerati dei veri e propri predatori che si dividono le spoglie dello Stato? (…). Il quadro oscuro che raffigura all’ inverso tutti i valori riveriti dall’ aristocrazia, l’ onore, la lealtà, il disinteresse, la nascita, rafforza un mito sociale: il lacché-finanziere. E dietro a questo archetipo c’è tutta una filosofia politica che accredita l’ idea che la nazione intera sia tosata da questa canaglia, poiché le elites sono vittime di questo reietto sociale al pari dei popolani””. (pag 71-73)”,”STOS-109″ “VILLARI Rosario”,”Ribelli e riformatori dal XVI al XVIII secolo.”,”Rosario VILLARI (1925) insegna storia moderna alla facoltà di Lettere dell’ Università di Firenze e dirige la rivista ‘Studi storici’. Nel 1976 è stato eletto deputato al parlamento per il PCI. Ha scritto tra l’ altro ‘Il sud nella storia d’ Italia’, ‘Mezzogiorno e contadini nell’ età moderna’, ‘Conservatori e democratici nell’ età liberale’ e altro. “”Per Campanella, la giusta causa non poteva essere sostenuta che sul terreno dell’ azione politica, con le sue difficoltà di impostazione e di organizzazione, con la sua impossibilità ad affidarsi ad atti disperati e senza domani. Campanella fece appunto l’ estremo tentativo di recupero e di rilancio dei fermenti rivoluzionari; anch’esso un tentativo non riuscito, ma che mantenne fino in fondo la sua carica ideale e politica e continuò a svolgersi anche dopo la sconfitta e il riconoscimento della sconfitta. Nel suo tentativo Campanella si incontrò anche con la realtà del banditismo, quando ormai il grande momento era esaurito e le grosse concentrazioni di migliaia di uomini militarmente organizzate erano state disperse. Il suo atteggiamento sembra contraddittorio: da un lato, egli condannò il banditismo, come abbiamo visto, respingendolo nel mondo della ingiustizia, dell’ irrazionalità e della violenza che non ha nulla a che fare con la “”giusta causa””; dall’ altro, egli si collegò praticamente con esso. Il capo laico della conugiura campanelliana fu infatti un bandito, un gentiluomo bandito, Maurizio de Rinaldis; ed i congiurati ebbero contatti con altri gruppi di banditi, oltre che con i pirati turchi. E’ una contraddizione apparente; finita la grande epoca del banditismo, Campanella poteva pensare che l’ elaborazione di un valido programma rivoluzionario poteva permettergli di recuperare e di reinserire nella lotta politica anche gruppi di deviati.”” (pag 79-80)”,”STOS-112″ “VILLARI Pasquale”,”Scritti vari. La storia è una scienza? Poscritta sul materialismo storico. Giovan Battista Vico. Francesco De Sanctis e la Critica in Italia. Luigi La Vista. Margherita Fuller-Ossoli. La giovinezza del Conte di Cavour. Carlo Tenca. De Amicis ed i suoi critici. Gaetano Negri. Una trama sventata. Una conferma inaspettata. Un altro aneddoto. Il ‘De Monarchia’ di Dante Alighieri.”,”Cosmopolitismo. “”Il principio di nazionalità e quello di internazionalità, di fratellanza, di unità dei popoli civili sono ugualmente necessari a costituire lo Stato moderno. L’ uno e l’ altro concetto s’ impadronirono dell’ animo di Dante, ma sopra tutto se ne impadronì il secondo, rappresentato appunto dall’ Impero, che solo poteva liberare l’ Europa dai continui conflitti; dalle temute calamità, e salvare l’ Italia. Così fu concepito il De Monarchia di Dante. In questo pensiero, in questo sentimento egli si esaltò grandemente, irrefrenabilmente. (…) Gli stessi sentimenti egli espresse molte volte nelle altre sue opere. Nel De vulgari eloquentia (I,6) dice chiaramente: “”Noi cui il mondo è patria, come il mare ai pesci (nos autem cui mondus est patria velut piscibus aequor), (…)””. (pag 391)”,”ITAB-165″ “VILLARI Pasquale, a cura di Maurizio MARTIRANO”,”Teoria e filosofia della storia.”,”Biblioteca del pensiero italiano, collana diretta da Antonio A. SANTUCCI, Coitato scientifico: Eugenio GARIN, Giuseppe CACCIATORE, Michele CILIBERTO, Gerardo MAROTTA. MAROTTA. Fondo RC Pasquale VILLARI (1826-1917) storico e politico, esponente di rilievo del movimento liberale napoletano, fu più volte deputato senatore e ministro della Pubblica Istruzione nel 1891-1892. Culture di studi meridionalistici e rinascimentali, ha pubblicato molte opere storiche. “”Studiata la mente umana, bisogna venire ad un altro studio, finora quasi abbandonato, cioè a dire bisogna fondare una scienza sulla ‘formazione del carattere’, a cui l’ autore dà il nome di Etologia. Questa non deve essere già una scienza di pura osservazione, ma deve partire direttamente dalle leggi della mente, “”col supporre un dato ordine di condizioni, ed allora considerare quale, secondo le leggi della mente, sarà la forza di quelle condizioni sulla formazione del carattere””.”” (pag 85) “”Noi siamo tutti convinti, che le leggi della società sono inviolabili quanto quelle della natura, e che invece di contrastarle a capriccio, dobbiamo conoscerle, per guidarle e servircene, come ci serviamo delle legge e degli agenti naturali. Solo in questo modo le nuove leggi e le nuove istituzioni possono profittare””. (pag 135)”,”STOx-118″ “VILLARI Lucio a cura; scritti di PANTALEONI Maffeo NITTI Francesco Saverio PARETO Vilfredo GRAZIADEI Antonio CRESPI Angelo GRAMSCI Antonio SINIGAGLIA Oscar PERRONE Pio e Mario PIRELLI Alberto TASCA Angelo SRAFFA Piero SERPIERI Arrigo DE’-STEFANI Alberto MORTARA Giorgio AGNELLI Giovanni e EINAUDI Luigi GUALINO Riccardo MARINOTTI Franco”,”Il capitalismo italiano del Novecento. Volume primo.”,”Scritti di PANTALEONI Maffeo NITTI Francesco Saverio PARETO Vilfredo GRAZIADEI Antonio CRESPI Angelo GRAMSCI Antonio SINIGAGLIA Oscar PERRONE Pio e Mario PIRELLI Alberto TASCA Piero SRAFFA Angelo SERPIERI Arrigo DE’-STEFANI Alberto MORTARA Giorgio AGNELLI Giovanni e EINAUDI Luigi GUALINO Riccardo MARINOTTI Franco Lucio VILLARI (1933) insegna storia economica nell’Univ di Roma ed è autore di numerose ricerche sulla storia del pensiero economico italiano e francese del Settecento (dagli economisti napoletani ai fisiocratici) su aspetti dell’organizzazione economica e politica del regno di Napoli sotto la dominazione austriaca, sulla storia del protezionismo in Italia, sulla storia della 1° guerra mondiale e sui rapporti tra capitalismo e imperialismo nell’EU occidentale. “”Un amico, che dall’Italia segue la nostra rivista, ebbe a manifestarci il suo aperto dissenso dall’interpretazioen della politica monetaria italiana esposta nell’articolo: ‘La rivalutazione della lira e la crisi della economia italiana’, comparso nel numero di agosto (1927, dello ‘Stato Operaio’). Le sue osservazioni hanno dato lugo a uno scambio di lettere che riportiamo qui in parte, sia pel loro interesse, sia perché ci permettono di tornare brevemente sull’importantissimo tema. Diamo le lettere dell’amico, ciascuna seguita dalla nostra risposta””. (Piero Sraffa – Angelo Tasca, Il vero significato della ‘Quota 90’) (pag 180-) “”C’è un dato comune di partenza: ‘Mussolini voleva una certa rivalutazione’. Lei pensa che Mussolini volesse scendere anche al di sotto di “”quota 0″”. Può darsi. Le dichiarazioni di Volpi su una nuova ondata rivalutatoria per l’autunno, fatte in giugno e poi rettificate (comer ricordavo nella nota a p. 670 dell’articolo) possono essere il segno rivelatore di quei primi propositi. Le pensa che il governo volesse giungere sì più lontano, ma lentamente. L’intervento della speculazione quindi avrebbe agito nel senso del tempo, non della misura. Scusi, praticamente non è la stessa cosa? Se Mussolini si è fermato a quota 90 perché non voleva giungere più in là, o perché si proponeva di giungere più in là più tardi, ciò non distruge la verità di quanto l’articolo affermava, che cioè quella di “”quota 90″” è stata una campagna ‘contro una troppo intesa o’, (diciamo con lei) ‘troppo rapida rivalutazione della lira’, più che contro un pericolo, inesistente nelle circostanze date, di una nuova caduta. Io ero giunto alla conclusione che “”quota 90″” non era il risultato di un piano prestabilito, ma un “”aggrappamento”” per impedire la continuazione del processo rivalutatorio, e ch’essa quindi ‘fu più imposta dalla speculazione che voluta’. Questo non perché il governo non volesse rivalutare, ma perché o non voleva giungere sino al quel putno, o, come lei sostiene probabilmente con ragione, perché voleva giungervi più tardi””. (idem) (pag 184-185)”,”ITAE-210″ “VILLARI Lucio a cura; scritti di Dino GARDINI Palmiro TOGLIATTI Ruggero GRIECO Pasquale SARACENO Raffaele MATTIOLI Giovanni AGNELLI, inchieste del Ministero per la Costituente sull’ economia italiana, risposte di Angelo COSTA Gaetano MARZOTTO Giovanni FALCK Vittorio VALLETTA Arrigo SERPIERI”,”Il capitalismo italiano del Novecento. Volume secondo.”,”Scritti di Dino GARDINI Palmiro TOGLIATTI Ruggero GRIECO Pasquale SARACENO Raffaele MATTIOLI Giovanni AGNELLI, inchieste del Ministero per la Costituente sull’ economia italiana, risposte di Angelo COSTA Gaetano MARZOTTO Giovanni FALCK Vittorio VALLETTA Arrigo SERPIERI Lucio VILLARI (1933) insegna storia economica nell’Univ di Roma ed è autore di numerose ricerche sulla storia del pensiero economico italiano e francese del Settecento (dagli economisti napoletani ai fisiocratici) su aspetti dell’organizzazione economica e politica del regno di Napoli sotto la dominazione austriaca, sulla storia del protezionismo in Italia, sulla storia della 1° guerra mondiale e sui rapporti tra capitalismo e imperialismo nell’Europa occidentale. Tecnici e politici. “”Bisogna decidersi. O il governo riesce ad avere le materie prime che secondo i piani di rifornimento dovrebbe ricevere e che gli altri hanno deciso di dare, o dobbiamo cercare di colmare le deficienze con provvedimenti di contingenza. (…) A Roma ci si dovrebbe decidere a lasciare problemi di questo genere più in mani tecniche che politiche. Solo elementi tecnici dovrebbero esaminare problemi come la ricostruzione generale che finora non ha avuto nessuna soluzione, e come l’andamento d’officina, di cui ho parlato per dare un’idea della situazione; esame da farsi con grande cura e con volontà di giungere a soluzioni anche limitate in determinati settori o determinati concentramenti. I ministri, anche se non distratti dalle elezioni, non potrebbero certo attendere a tali questioni come vi potrebbe attendere uno di noi, alla stessa maniera come uno di noi non potrebbe fare il deputato o il ministro. Ciascuno deve assolvere alle funzioni per cui è attrezzato”” (V. Valletta). (pag 549)”,”ITAE-211″ “VILLARI Pasquale, a cura di Anna Maria VOCI”,”””Un anello ideale”” fra Germania e Italia. Corrispondenze di Pasquale Villari con storici tedeschi.”,”La maggior parte delle lettere sono di storici tedeschi a Villari. Lettere di Ludwig BAMBERGER T. BARTH POLEMICA DAVIDSOHN VILLARI J. FICKER A.R. GASPARY L. GEIGER H.H. VON GRAUERT F. GREGOROVIUS O. HARTWIG K. HILLEBRAND H. HÜFFER C. JUSTI P.F. KEHR F.X. KRAUS T. MOMMSEN G.H. PERTZ L. QUIDDE A. VON REUMONT J. SCHNITZER A. SCHULTE”,”STOx-168″ “VILLARI Rosario, a cura; scritti di N. COLAJANNI A. GHISLERI E. CICCOTTI G. SALVEMINI A. LABRIOLA L. STURZO G. DORSO A. GRAMSCI G. DI-VITTORIO A. SERPIERI C. LEVI G. AMENDOLA P. SARACENO M. ROSSI-DORIA E. SERENI A. GIOLITTI”,”Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale. Volume II.”,”Scritti di N. COLAJANNI A. GHISLERI E. CICCOTTI G. SALVEMINI A. LABRIOLA L. STURZO G. DORSO A. GRAMSCI G. DI-VITTORIO A. SERPIERI C. LEVI G. AMENDOLA P. SARACENO M. ROSSI-DORIA E. SERENI A. GIOLITTI”,”ITAB-294″ “VILLARI Francesco a cura; saggi e testimonianze di Adolf A. BERLE jr Gardiner C. MEANS Rexford G. TUGWELL Henry A. WALLACE John L. LEWIS Franklin Delano ROOSEVELT John M. KEYNES Friedrich POLLOCK Luigi EINAUDI Wassily W. LEONTIEF Joseph A. SCHUMPETER Michal KALECKI W.H. ARNDT”,”La Grande Crisi e le riforme di Roosevelt.”,” Interventismo statale con il New Deal. “”Per Arndt, ad esempio l’ostilità del mondo degli affari, ma anche la qualità dell’impegno riformista del ‘New Deal’ si poteva leggere chiaramente nell’istituzione della ‘Tennessee Valley Authority’. Precondizione necessaria della realizzabilità del progetto era la possibilità di accesso dei piccoli imprenditori e degli agricoltori a fonti di energia a buon mercato. L’investimento federale per costruzione di una enorme diga a Muscle Shoals (Alabama), provvide a determinare questa condizione. Lo Stato però entrava così in competizione con la ‘General Electric’, il colosso americano dell’elettricità, non a caso uno dei grandi avversari del ‘New Deal’, che vendeva elettricità a prezzi più elevati. Ma il superamento di uno squilibrio territoriale e sociale di quelle proporzioni (un’area depressa che comprende sette Stati), era pensabile mantenendosi rigorosamente nei limiti delle compatibilità del sistema di mercato? E’ interessante ora leggere la proposta di Keynes a Roosevelt, un Keynes preoccupato appunto di non turbare la fiducia degli imprenditori, e convinto della necessità di mantenere la politica economica nella logica del breve periodo e nell’ambito delle compatibilità di sistema”” (pag 47-48)”,”USAE-085″ “VILLARI Rosario a cura, scritti di Antonio GENOVESI G. FILANGERI F. GALIANI G.M. GALANTI E. DE-FENSECA-PIMENTEL L. BLANCH C. DE-CESARE G. MASSARI P. VILLARI L. FRANCHETTI S. SONNINO A. SALANDRA G. FORTUNATO A. DE-VITI-DE-MARCO G DE-VINCENZI L. FRANCHETTI N. COLAJANNI E. CICCOTTI F.S. NITTI M. FERRARIS U. ZANOTTI F. COLETTI”,”Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale. Volume 1.”,”VILLARI Rosario Contiene i saggi: di Napoleone Colajanni, Le cause del movimento dei Fasci siciliani (pag 225-245) (sulla mancata attenzione del governo e dello Stato italiano ai segnali di malessere della Sicilia…) di Leopoldo Franchetti, Africa e Mezzogiorno (pag 213-222) “”Non era questo, d’altra parte, il solo punto di accordo tra alcuni esponenti del meridionalismo conservatore e Crispi: interventismo statale, tendenze accentratrici, orientamento autoritario nei confronti delle forze politiche apparvero, specialmente al Sonnino, come condizioni ideali per la realizzazione delle “”riforme””. Franchetti fu colui che diede al “”colonialismo meridionalista”” la più compiuta espressione, sia perché egli ebbe ufficialmente l’incarico da Crispi di studiare e preparare le condizioni per i primi esperimenti di colonizzazione in Eritrea, sia perché, del gruppo della “”Rassegna settimanale””, egli era ancora il più tenace assertore della “”democrazia rurale””, sia pure paternalisticamente concepita. Una prospettiva di “”democrazia rurale”” egli vedeva appunto nella colonia, che gli appariva perciò come il punto di partenza per il rinnovamento spirituale e morale, per il “”ringiovanimento”” dell’Italia. Qualunque giudizio si voglia dare sulla posizione del Franchetti e sulla sua analisi delle possibilità di “”colonizzazione democratica”” (e si tenga presente, in proposito, la discussione che si svolse in campo socialista ad iniziativa di Antonio Labriola e l’intervento in essa di Engels: vedi K. Marx e F. Engels, ‘Scritti italiani’, a cura di G. Bosio, Milano, 1955, pp. 129-132) il suo significato storico e politico non può essere compreso se non nel quadro di colonialismo crispino: ché in realtà quella posizione implicava, con sfumature di un più accentuato paternalismo, l’accettazione dei presupposti di questo colonialismo, delle linee principali dell’indirizzo che Crispi aveva elaborato e veniva attuando. La crisi del riformismo meridionalista nell’ultimo decennio del secolo è connessa con le difficoltà e le contraddizioni di questo indirizzo: essa porterà, da una parte, all’accentuazione dello statalismo, che spingerà Sonnino al “”torniamo allo Statuto”” e, dall’altra, al progressivo distacco di alcuni meridionalisti, e soprattutto del Fortunato, dal gruppo e dalle posizioni della “”Rassegna settimanale””, all’abbandono dello statalismo, all’anticolonialismo, alla elaborazione, in funzione anticrispina, della “”politica di raccoglimento””.”” (pag 214-215) [Rosario Villari, Il Sud nella storia d’Italia. Antologia della questione meridionale. Volume 1, 1970]”,”ITAB-294-A” “VILLARI Pasquale, a cura di SCHERILLO Michele”,”Niccolò Machiavelli e i suoi tempi. Volume I.”,”””Da quanto abbiam detto non segue però che sia opportuno esaltarsi qui a segno da dimenticare gli errori o i difetti del Machiavelli, e neppure da farne, come alcuni han preteso, un genio militare. La grandezza e originalità del suo pensiero furono in ciò quali possiamo aspettarci da un patriota e da un uomo politico, che aveva amministrato le cose della guerra, e che, quando essa era molto più semplice che non è oggi, s’ra trovato spesso in campo, ne aveva a lungo ragionato col Giacomini e con altri capitani del tempo; ma non aveva in nessun caso comandato mai una compagnia. Il suo medesimo libro dell’ ‘Arte della guerra’, in cui sono tante osservazioni giuste e tante idee originali, più di una volta ci obbliga a ricordarci, che egli non era un capitano, né un soldato. Basterebbe la poca o nessuna fede che ebbe nei grandi effetti delle armi da fuoco, che pur distrussero l’antica e crearono la nuova tattica”” (pag 463)”,”ITAG-249″ “VILLARI Pasquale SCHERILLO Michele a cura”,”Niccolò Machiavelli e i suoi tempi. Volume II.”,”Critica storiografica. Lode al Guicciardini e critica al Ranke “”Il prof. Ranke credette dapprima, che per gli avvenimenti di Firenze, massime per la venuta di Carlo VIII ed i successivi mutamenti nella città, il Guicciardini si fosse valso dell’opera ‘De bello italico’ di Bernardo Rucellai, dalla quale avrebbe preso anche la risposta data da Pier Capponi a Carlo VIII, alterandola però e rendendola meno verosimile. Nella seconda edizione del suo scritto, si è però avvisto che le parole: “”Voi sonerete le vostre trombe e noi soneremo le nostre campane””, si ritrovavano già nella ‘Storia Fiorentina’ del Guicciardini, che fu da lui scritta assai prima, cioè nel 1509. Quindi riconosce implicitamente che le sue osservazioni hanno in questo punto perduto una parte almeno del loro valore. Egli ripete tuttavia che nella ‘Storia d’Italia’ il Guicciardini si valse non poco del Rucellai, ma gli esempi che adduce son tali che provano invece quanto tenue dovette essre questa pretesa imitazione, se pure vi fu. Certe espressioni, certi giudizi sulla venuta di Carlo VIII, sulla politica di Lorenzo dei Medici e simili, si ritrovano in tutti quanti gli storici fiorentini di quel tempo, sono quasi tradizionali, e sarebbe molto difficile dire chi veramente il primo a pronunziarli. La verità è che il Guicciardini si valse di molti più autori che non suppone il prof. Ranke. E questo si può provare con certezza, come con pari certezza si può dimostrare che si valse anche di un numero infinito di documenti originali, dei quali fece uno studio accuratissimo, paziente, indefesso: il che è pur negato dall’illustre critico tedesco.”” (pag 589)”,”ITAG-250″ “VILLARI Francesco a cura; saggi di Thorstein B. VEBLEN Henry FORD Gardiner C. MEANS Adolf A. BERLE Rexford G. TUGWELL Franklin Delano ROOSEVELT Adolf A. BERLE John L. LEWIS John DEWEY”,”Il New Deal. Teorie e politica.”,”VILLARI Francesco a cura Saggi di Thorstein B. VEBLEN Henry FORD Gardiner C. MEANS Adolf A. BERLE Rexford G. TUGWELL Franklin Delano ROOSEVELT Adolf A. BERLE John L. LEWIS John DEWEY “”Vi sembrerà che i meccanismi a cui il New Deal è ricorso corrispondano all’incirca alle forze organizzate a cui gli economisti assegnano la funzione suprema di controllo della nostra società attuale. Il primo e più importante è il controllo del credito, delle banche e della circolazione monetaria; questo campo che è il più importante, il più delicato e il più complesso, era assai compromesso il 4 marzo. Saggiamente, la legislazione che si occupa della chiusura delle banche (National Bank Holiday) non prevedeva una soluzione definitiva; è uno dei problemi che l’amministrazione deve ancora affrontare. Il motivo non va cercato lontano. (…) Una seconda, importante funzione di controllo è nel dominio, enormemente concentrato, che certi gruppi esercitano sull’industria. Prima d’ora si presumeva che l’industria fosse fatta di imprese, dirette a fini privati di guadagno, fornitrici di merci e servizi richiesti dal paese: invece è molto più di questo. E’ infatti uno dei canali principali attraverso i quali si distribuisce il reddito nazionale sotto forma di stipendi, salari, dividendi, interessi sulle obbligazioni e così via. Tra queste voci quella dei salariati e degli stipendiati è certamente la più importante. Ora avviene che la distribuzione del reddito nazionale sia qualcosa di più di un problema di benessere sociale. L’America sta seriamente lottando con un problema comune a tutti i paesi altamente industrializzati. Il fatto è che nessuna civiltà industriale può funzionare se non vi è un’enorme massa di persone che possano e vogliano comprare i prodotti dell’industria. Una volta che si siano costruiti grandi stabilimenti, si ha di conseguenza una grande produzione di merci che una volta erano considerate di lusso ma che divengono necessarie col miglioramento del tenore di vita. Se si vuole che quegli stabilimenti funzionino davvero, ci vogliono dei clienti, e cioè, facendo un altro passo avanti, delle persone i cui stipendi siano abbastanza alti e costanti da permettere loro di comprare quelle merci. Nel gergo degli economisti ciò significa che il reddito nazionale dev’essere largamente ripartito. Per esempio, un reddito nazionale di 80 milioni di dollari non consentirà una civiltà industriale se al 5% della popolazione ne va la maggior parte e al 95% tocca il resto. Siamo arrivati esattamente in questa situazione, e ci siamo davvero per quanto riguarda la distribuzione del reddito. E’ questo uno dei maggiori ostacoli alla ripresa economica”” [Adolf A. Berle, ‘La teoria del New Deal’. L’articolo ”The Social Economics of the New Deal”” fu pubblicato nell’ottobre 1933 nel n. 19 di ‘New York Times Magazine’]”,”USAE-110″ “VILLARI Rosario”,”Storia dell’Europa contemporanea.”,”Rosario Villari, professore di storia moderna nell’Università di Firenze, condirettore della rivista ‘Studi storici’, ha pubblicato tra l’altro ‘Conservatori e democratici nell’Italia liberale’. Contiene il capitolo: – Dalla «grande depressione» alla seconda guerra mondiale [Neocapitalismo, nazismo e società sovietica, La crisi della democrazia borghese negli anni ’30, La seconda guerra mondiale La seconda guerra mondiale. … (pag 563-569)”,”EURx-026-FF” “VILLARI Lucio”,”Il capitalismo della grande depressione. La crisi agraria e la nuova economia (1873-1900).”,”””In una lettera del 1879 al populista N.L. Danielson (traduttore del ‘Capitale’ in russo) Marx riassumeva, in un breve giudizio, le riflessioni che egli veniva facendo sulla crisi che ormai da sei anni stringeva in una morsa l’economia internazionale. «Quali che siano gli sviluppi di questa crisi – sebbene per chi indaga la produzione capitalistica e per il teorico di professione sia importantissimo osservarla in tutti i suoi particolari – essa passerà come le precedenti dando inizio a un “”nuovo ciclo industriale”” con tutte le sue varie fasi di prosperità eccetera. Ma sotto il manto di questa società inglese in “”apparenza”” solida sta in agguato un’altra crisi, la ‘crisi agraria’, che lascerà dietro di sé grandi e seri cambiamenti della sua struttura sociale». Questa osservazione di Marx non è trascurabile e suggerisce una analisi meno «lineare» e scontata dello svolgimento e delle conseguenze della Grande Depressione. Nel giudizio di Marx vi era infatti come l’inquietante avvertimento di un processo, annidato dentro la crisi, i cui sviluppi gli apparivano «seri e grandi» quanto imprevedibili”” (pag 27) “”Solo Marx, secondo la testimonianza di Engels nella prefazione al III Libro del ‘Capitale’, continuava il lavoro di ricerca, cominciato proprio nel 1870, sull’agricoltura (in particolare americana e russa) e sull’agronomia. Ed è certo questo studio che gli permetterà di intravvedere, qualche anno dopo, l’inizio di una mutazione del capitalismo provocata dalla crisi agraria. E’ un fatto, però, che il silenzio dei partiti socialisti, che durerà fino al 1899, cioè fino alla ‘Questione agraria’ di Kautsky, si riverberà anche sulla storiografia della Grande Depressione, besti pensare che neanche Maurice Dobb, tanto per indicare un esempio autorevole, accennerà nei suoi saggi sulla Depressione alla crisi agraria come a un fatto da prendere in considerazione. Fu così quindi che, come ha osservato Abel «il ciclo agrario veniva sospinto su fondo o spariva del tutto dallo sguardo dello storico» (1)”” (pag 29) [W. Abel, ‘Congiuntura agraria e crisi agrarie’ (1935), Torino, 1977, p. 430] [Lucio Villari, ‘Il capitalismo della grande depressione. La crisi agraria e la nuova economia (1873-1900)’, Studi storici, Roma, n. 1, gennaio-marzo 1979]”,”TEOC-777″ “VILLARI Lucio a cura; saggi di Paolo S. SALVATORI e Lucio VILLARI, documenti e testimonianze di Elena PAPADIA”,”Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze. 1. L’Italia e Napoleone, 1796-1814.”,”Stendhal, ‘Milano nel 1796’ (da ‘La Certosa di Parma’ (1839) a cura di F. Zanelli Quarantini, Milano, 2006): ‘Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò in Milano alla testa del giovane esercito che aveva passato il ponte di Lodi e mostrato al mondo come dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avessero un successore. I miracoli di audacia e genialità che l’Italia vide compiersi in pochi mesi risvegliarono un popolo addormentato; solo otto giorni prima dell’arrivo dei francesi, i milanesi li credevano un’accozzaglia di briganti sempre pronti a scappare davanti alle truppe di Sua Maestà Imperiale e Reale: così almeno andava ripetendo un giornalino grande come un palmo di mano, stampato su carta sporca. (…) Nel maggio 1796, tre giorni dopo l’ingresso dei francesi, un giovane miniaturista un po’ matto, arrivato con l’esercito, e il cui nome, Gros, divenne famoso più tardi, sentendo raccontare al gran caffè dei ‘Servi’ (allora di moda) le imprese dell’arciduca, che tra l’altro era enorme, prese la lista dei gelati, stampata su una cartaccia gialla, e sul disegnò il grosso arciduca: un soldato francese gli bucava la pancia con la baionetta, e invece di sangue usciva un’incredibile quantità di grano. Quel che chiamiamo scherzo o caricatura erano cose sconosciute in quel paese di vigile dispotismo; il disegno lasciato da Gros sul tavolino del caffè dei Servi sembrò un miracolo caduto dal Cielo; fu immediatamente stampato e il giorno dopo se ne vendettero ventimila copie. Lo stesso giorno venne imposto un contributo di guerra di sei milioni per far fronte alle necessità dei soldati francesi: avevano vinto sei battaglie, conquistato venti province, e ora mancavano soltanto di pantaloni, scarpe, giacche e cappelli. Grazie a quei francesi scalcagnati, subito dilagò in Lombardia una tale esplosione di gioia e di piacere che solo i preti e qualche nobile sentirono il peso del contributo di sei milioni, presto seguito da molti altri. I soldati francesi ridevano e cantavano tutto il giorno: avevano al massimo venticinque anni, e il generale capo, che ne aveva ventisette, passava per il più vecchio dell’esercito. Quella felicità, quella giovinezza, quella spensieratezza smentivano allegramente le furibonde predicazioni dei frati, che da sei mesi dall’alto del pulpito dipingevano i francesi come mostri, obbligati sotto pena di morte a incendiare tutto e a tagliare la testa alla gente. A tale scopo, ogni reggimento marciava preceduto da una ghigliottina. Nelle campagne, sulla porta dei casolari, si vedevano soldati francesi cullare i figli delle contadine, e quasi tutte le sere un tamburino, strimpellando il violino, improvvisava un ballo. Le contraddanza erano troppo complicate e raffinate perché i soldati, che del resto le conoscevano poco, potessero insegnarle alle donne del paese; e così ci pensavano le donne a insegnare ai francesi la ‘Monferrina’, il ‘Saltarello’ e altre danze italiane’ (pag 445-446, 448-449) [Stendhal, ‘Milano nel 1796’ (da ‘La Certosa di Parma’ (1839) a cura di F. Zanelli Quarantini, Milano, 2006)]”,”ITAB-009-FMP” “VILLARI Lucio a cura; saggi di Marta BONSANTI e Lucio VILLARI, documenti e testimonianze di Paola S. SALVATORI”,”Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze. 2. I primi moti rivoluzionari, 1815-1830.”,”””Tutta Italia dovrebbe confessare che gli uomini più insigni e quelli che vanno per la maggiore in ogni maniera di studi, o soggiornano fra noi, o sono nativi di questa parte settentrionale”” (pag 481) (Dalle pagine della “”Biblioteca italiana””: Giuseppe Acerbi sugli ingegni d’Italia (‘Biblioteca italiana o sia Giornale di Letteratura, Scienze ed Arti’, 1919, XIII, pp. IX-XI)”,”ITAB-010-FMP” “VILLARI Lucio a cura; saggi di Marta BONSANTI e Lucio VILLARI, documenti e testimonianze di Pietro FINELLI”,”Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze. 3. Mazzini, Gioberti e le idee d’Italia, 1831-1846.”,”””I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza e i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non sentivano di muschio. (…) Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori di quello rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione della ferrovia fra Monza e Milano fu un avvenimento colossale, che parve prodigio. Si udivano dei vecchi esclamare: ‘Ora che ho veduto questa meraviglia, sono contento di morire! e parecchi morirono infatti. L’apertura del caffé Gnocchi in Galleria De Cristoforis inspirava due lunghi articoli alla ‘Gazzetta di Milano’ (…). Questo popolo non aveva giornali, né libri – la sua letteratura erano le ‘bosinate’ – la sua politica si riassumeva nel motto: ‘Viva nûn e porchi i sciori!’ (…). Uomini che pensassero all’Italia, che fremessero del servaggio straniero, che abborrissero l’Austria, erano in numero assai scarso. I più ignoravano che un’Italia esistesse. Eppure, qualcheduno agiva in secreto, qualcheduno scriveva, qualcheduno assumeva l’incarico pericoloso di propagare i fogli di Mazzini. Allora c’erano rischi tremendi a parlare di politica, foss’anche col più intimo degli amici. Taluni che troppo osavano, cadevano in sospetto di spie. Le ‘Prigioni’ di Silvio Pellico, erano ritenute un libro ultrarivoluzionario. Qualcheduno, tremando, osava declamare le liriche concitate del Berchet, in circolo ristretto di conoscenti. Tali ardimenti cominciavano verso l’anno 1842′ (pag 464-465-466) [Antonio Ghislanzoni, «Di politica nessuno fiatava». Milano prima del ’48; (in) A. Ghislanzoni, ‘In chiave di baritono. Storia di Milano dal 1836 al 1848’, Milano, 1882]”,”ITAB-011-FMP” “VILLARI Lucio a cura; saggi di Elena PAPADIA e Lucio VILLARI, documenti e testimonianze di Alessio PETRIZZO”,”Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze. 4. La prima guerra d’indipendenza, 1847-1848.”,”La fine di un’illusione. Pio IX il 29 aprile 1848 (pag 120-124) “”Secondo Cattaneo nessun cittadino di Milano, neanche i più giovani, avrebbe dovuto estraniarsi dalla guerra di liberazione. Si aprirono perfino le porte dell’orfanotrofio per far uscire i ‘martinitt’ e usarli, felicissimi di farlo, come portaordini. Furono tra i primi ragazzi patrioti, il preannuncio dei «Gavroche» italiani che sarebbero stati sulle barricate o sul campo di battaglia e che Edmondo De Amicis ha immortalato letterariamente, come protagonisti anche loro del Risorgimento (…). Le barricate intanto raggiunsero il numero di 1.700 e anche gli allievi del seminario aiutarono a costruirne una. Ormai i morti si contavano a centinaia; 335 di parte italiana, di cui 38 donne, e 600 feriti. Si conoscono le professioni di circa 250 caduti: 160 erano operai e artigiani, 28 bottegai, 25 domestici, 14 contadini, 3 ingegneri, 3 studenti, 1 sacerdote… l’elenco è lungo. Un prezzo molto alto di caduti, rappresentanti di tutte le classi lavoratrici. Di tanta generosità, di questo impeto popolare fu Cattaneo a farsi portavoce in un articolo del 3 luglio 1848. Lasciamo a lui la parola e al suo commosso elenco dei popolani caduti: «Soffersero gran numero di morti i commercianti di cose bisognevoli alla vita, anco perché più mescolati nei trivj col popolo combattente. Contammo non meno di 26 venditori di vino, d’olio, di latte, di droghe, di salumi, di frutta, di pane. Ma la maggior turba delli uccisi doveva ben essere fra gli operai; le barricate e li operai vanno insieme oramai come il cavallo e il cavaliere. Il sacro mestiere delli stampatori ebbe cinque morti, e troviamo fra i morti anche un legatore. Vi sono tre macchinisti, un incisore, un cesellatore, un orefice. Dei lavoratori di ferro e di bronzo morirono non meno di quindici; onde pare che questa forte razza fosse tutta sulle barricate. (…) Quante storie di semplice affetto, e d’inosservato dolore vi stanno riposte! O poeti, interrogate questi sepolcri, e state poeti della vostra gente» (pag 79-82) [Lucio Villari, Il risveglio]”,”ITAB-012-FMP” “VILLARI Lucio a cura; saggi di Paola S. SALVATORI e Lucio VILLARI, documenti e testimonianze di Gian Luca FRUCI”,”Il Risorgimento. Storia, documenti, testimonianze. 5. La repubblica romana, Brescia e Venezia. 1848-1850.”,”Carlo Pisacane, Lettere sulla via dell’esilio al fratello Filippo (pag 638-641)”,”ITAB-013-FMP” “VILLARI Rosario”,”Conservatori e democratici nell’Italia liberale.”,”Sulla questione della ‘saldatura’ tra meridionalismo e socialismo. “”Indubbiamente, il meridionalismo salveminiano costituì allora una «suggestione» verso la ricerca di una linea politica unitaria adeguata alla nuova situazione, e certo la più feconda e la più importante «suggestione» che sia scaturita nei primi anni del ‘900 dal groviglio di contraddizioni interne del PSI: ma restava ancora da realizzare sia sul piano teorico che sul piano pratico (politico) l’effettiva saldatura tra meridionalismo e socialismo, tra esigenze contadine ed esigenze operaie. Inadeguata era, intanto, la partecipazione del movimento socialista italiano al dibattito che intorno alla questione agraria si svolgeva tra gli elementi più avanzati delle correnti marxiste europee (22), dibattito dal quale proprio in quegli anni scaturivano i testi fondamentali come l’opera di Kautsky, pubblicata nel 1899, e gli scritti di Lenin del periodo 1900-1907 (fra cui ‘Il capitalismo nell’agricoltura’, gennaio-febbraio 1900; ‘La questione agraria e i «critici di Marx», giugno-settembre 1901; ‘Marx sulla «ripartizione nera» americana’, aprile 1905; ‘L’atteggiamento della socialdemocrazia verso il movimento contadino’, settembre 1905; ‘Il programma agrario della socialdemocrazia nella rivoluzione russa del 1905-7’, novembre-dicembre 1907) ed attraverso il quale si creavano nel movimento operaio internazionale le condizioni per la realizzazione di una rapporto nuovo tra il proletariato urbano ed i ceti contadini. Lo stesso Salvemini nota questa deficienza, quando osserva che «negli altri paesi il proletariato industriale ha capito che non può far nulla senza l’aiuto del proletariato rurale; e il partito socialista lavora ovunque per conquistarlo» (23). E Bonomi afferma, a sua volta, che il partito affronta con «soverchia agilità» questi problemi, a risolvere i quali «i tedeschi versano fiumi d’inchiostro», notando l’indifferenza con cui è stato accolto il libro di Gerolamo Gatti, ‘Agricoltura e socialismo’ (Palermo, 1900) (24). Più diffuse sono le posizioni assolutamente negative, o solo superficiali, di fronte al problema: «Perché la piccola proprietà, – si legge nella ‘Critica sociale’ del 16 novembre 1897 (25) – angariata e spremuta, è pur sempre nelle campagne una potenza, almeno come elemento politico, e tale che il partito non può lasciarla in disparte, si faccia una speciale propaganda per la piccola proprietà, ma non per altro che per convincerla che essa non ha diritto a trattamento di favore e che ad essa pure incombe il giorno in cui ceda al fato comune; il che dopo tutto sarà men male che vivere come oggi vive». E ancora: «Eh, buon vecchio [Leone Tolstoi!], non ti allarmare per questo, e lascia pure che i fati si compiano! Lascia che Jacques Bonhomme abbandoni la marra lucente, e scenda fra i ‘sansculottes’ cittadini – suoi fratelli di sventura – ad impararvi la nuova novella della redenzione sociale» (26)”” (pag 158-159) [(22) Sullo sviluppo generale del dibattito sulla questione agraria – che già negli anni intorno al 1890 era diventata per il socialismo internazionale la «questione del giorno» – vedi ora le interessanti pagine introduttive di Giuliano Procacci alla traduzione italiana della ‘Agrarfrage’ di Kautsky, Milano, 1959; (23) ‘La questione meridionale’, in ‘Scritti’, cit., p. 53; (24) ‘Socialismo e agricoltura’, in “”Critica sociale””, 16 ottobre 1900; (25) F. Maironi, ‘Il partito socialista francese e la piccola proprietà’ (…); (26) A. Salucci, ‘L’evoluzione della proprietà terriera’, in “”Critica sociale””, 1° dicembre 1901. La discussione sull’atteggiamento del partito nei confronti dei contadini e dei problemi agricoli era già stata avviata nel 1892-93 nelle pagine della “”Critica sociale”” e si era poi allargata a tutto il partito nel IV Congresso nazionale (1896), al quale era stata presentata da A. Piccarolo, M. Samoggia e L. Bissolati una ‘Relazione sul contegno del partito di fronte alle classi agricole’. Già allora Turati aveva fissato la sua posizione, sostenendo l’impossibilità di svolgere una azione di propaganda e di organizzazione socialista tra i piccoli proprietari (…)] [Rosario Villari, ‘Conservatori e democratici nell’Italia liberale’, Laterza, Bari, 1964]”,”ITAA-154″ “VILLARI Francesco”,”Crisi e progettualità nel capitalismo fra le due guerre: le analisi di Korsch e Mattick.”,”””La recente fortuna di Paul Mattick e Karl Korsch, due fra i più significativi teorici del “”consiliarismo”” tedesco degli anni venti, è legata in certa misura al recupero delle loro opere fondamentali e della problematica in esse affrontata da parte del movimento studentesco tedesco della seconda metà degli anni sessanta. Nell’opera di Mattick, in particolare nel suo recente ‘Marx e Keynes’ (Boston, 1969, tr.it. Bari 1969) la generazione del ’68 tedesco ha individuato una rigorosa critica al “”revisionismo neomarxista”” ‘à la’ Baran e Sweezy e la ripresa, ai nuovi livelli (keynesiani) dello sviluppo capitalistico, di una interpretazione del marxismo di cui Henryk Grossmann fu l’esponente di maggior rilievo”” (pag 143) Kalecki “”Ha scritto Kalecki: «Una delle funzioni fondamentali dell’hitlerismo fu di vincere l’avversione del grande capitale alla politica anticongiunturale su larga scala. La grande borghesia aveva dato ilsuo assenso all’abbandono del principio del ‘laissez-faire’ e all’accrescimento radicale del ruolo dello Stato nell’economia nazionale, ‘alla condizione che l’apparato statale si trovasse sotto controllo diretto della sua alleanza con il vertice fascista’». E ancora – egli ha aggiunto mostrando la direzione verso cui andava la politica economica nazista e svelando così la natura del compromesso politico che ne stava alla base: «Era tuttavia garantito il carattere puramente capitalistico delle spese pubbliche non per investimenti produttivi (cosa che avrebbe insinuato già elementi di capitalismo di Stato) ma per gli armamenti» (25). (È superfluo ricordare o valutare qui il fatto che per Kalecki al contrario l’interventismo newdealistico ebbe una forte impronta anticapitalistica, ciò che fra l’altro con segno opposto hanno rilevato Schumpeter e Arndt) 26)”” (pag 153) (25) M. Kalecki, ‘Il fascismo dei nostri tempi (1964), in M. Kalecki, ‘Sul capitalismo contemporaneo’, Roma, 1975, p. 92 (26) J. Schumpeter, Business Cycle’, New York, 1939; H.W. Arnd, ‘Gli insegnamenti economici del decennio, 1939-1940′, trad. it., Torino 1949″,”TEOC-026-FGB” “VILLARI Lucio a cura, scritti di Maffeo PANTALEONI Francesco SAVERIO NITTI Vilfredo PARETO Antonio GRAZIADEI Angelo CRESPI Antonio GRAMSCI Oscar SINIGAGLIA Pio Mario PERRONE Alberto PIRELLI Angelo TASCA Piero SRAFFA Arrigo SERPIERI Alberto DE’ STEFANI Giorgio MORTARA Giovanni AGNELLI Luigi EINAUDI Riccardo GUALINO Franco MARINOTTI”,”Il capitalismo italiano del Novecento. Volume I.”,”Lucio Villari (1933-) ha insegnato Storia economica all’Università di Roma. Si occupa del pensiero economico italiano ed europeo dal Settecento ad oggi.”,”ITAE-022-FSD” “VILLARI Lucio a cura, scritti di Dino GARDINI Palmiro TOGLIATTI Ruggiero GRIECO Pasquale SARACENO Raffaele MATTIOLI Giovanni AGNELLI”,”Il capitalismo italiano del Novecento. Volume II.”,”Lucio Villari (1933-) ha insegnato Storia economica all’Università di Roma. Si occupa del pensiero economico italiano ed europeo dal Settecento ad oggi.”,”ITAE-023-FSD” “VILLATE Laurent a cura, testi di Pierre-Yvain ARNAUD Jean-Pierre AZEMA Dominique BAILLET Jean-Marcel BICHAT Antoine BLANCA Lucile BOURQUELOT Gilles CANDAR Alesandre CARELLE Frédéric CEPEDE Pierre CHABERT Anne COLBAUT Cédric CORAILLON Roland DUMAS Claude ESTIER Jacques GUYARD François LAFON Séverine LIATARD Gilles MORIN Aurélien POIDEVIN Michel PUZELAT Nicole RACINE Jean RUE’ Ambroise SOLOMON Alain TRACA Laurent VAN-DE-WANDEL Laurent VILLATE Philippe WEHRUNG Blaise WILFERT”,”Socialistes à Paris. 1905-2005.”,”VILLATE Laurent a cura testi di Pierre-Yvain ARNAUD Jean-Pierre AZEMA Dominique BAILLET Jean-Marcel BICHAT Antoine BLANCA Lucile BOURQUELOT Gilles CANDAR Alesandre CARELLE Frédéric CEPEDE Pierre CHABERT Anne COLBAUT Cédric CORAILLON Roland DUMAS Claude ESTIER Jacques GUYARD François LAFON Séverine LIATARD Gilles MORIN Aurélien POIDEVIN Michel PUZELAT Nicole RACINE Jean RUE’ Ambroise SOLOMON Alain TRACA Laurent VAN-DE-WANDEL Laurent VILLATE Philippe WEHRUNG Blaise WILFERT”,”MFRx-337″ “VILLELLA Giovanni”,”Rivoluzione e guerra di Spagna.”,”L’A è filo-franchista. Sostiene che il governo della 2° Repubblica spagnola utilizzò FRANCO e le sue truppe della Legione Straniera di stanza in Marocco per reprimere la rivolta delle Asturie.”,”MSPG-051″ “VILLEMAIN Abel-Francois”,”Oliver Cromwell e la “”gloriosa rivoluzione””. Riproduzione dell’ edizione pubblicata a Milano con il titolo ‘Storia di Oliviero Cromwell compilata sulle memorie de’ suoi tempi e sugli atti del parlamento dal Signore Villemain (1821).”,”””La forza può quietare una sommossa, ma non frenare opinioni, chè ove le sforzi al silenzio, invigoriscono, sospirando, nè mai vanamente, che un istante di dimenticanza o di debolezza porga loro il destro ad operare. Diffatti in Inghilterra si sopportò 12 anni un Re assoluto, e in un moderato; ma in vederlo, costretto da urgenza, convocare i Parlamenti, la contrarietà religiosa e popolare, sempre ad un modo possente, e quivi più forte sol perché a buon dritto querelante, conobbe tosto l’ opportunità dell’ istante, attaccò la monarchia, e la crollò. (pag 9)”,”UKIR-024″ “VILLEMAREST P.F. de”,”La marche au pouvoir en URSS. De Lenine à Breznev, 1917 – 1969.”,”Contraddizione rivoluzione ottobre Stalin o tecnica di organizzazione dittatura conseguenze in URSS di grande guerra nazionale Congresso ottobre 1952 Stalin vs vecchia guardia ultimi giorni era stalinismo ascesa potere Krusciov fine terrore caduta Malenkov Bulganin Mikoyan Tito contro Molotov XX Congresso destalinizzazione declino Zukov Krusciov al potere crisi missili Cuba caduta Krusciov Breznev”,”RUSU-073″ “VILLEMAREST P.F. de”,”Les sources financieres du communisme. (Quand l’ URSS était l’ alliée des nazis)”,”Contiene dedica manoscritta autore Pierre FAILLANT de VILLEMAREST giornalista professionale dal 1951, aveva fatto la guerra nel servizio informazioni (Renseignement stratégique), comandato un gruppo Groupe Franc dell’ Armée Secrète (AS) nel Vercors (1940-1944). Poi è tornato al Renseignement e si è interessato dei problemi dell’ Est Europa e dell’ URSS. Vedi seguito. Direttore fondatore nel 1970 del Centre Européen d’ Information. Radek incontra gli uomini d’affari tedeschi. “”Lorsqu’à l’été 1919 Karl Radek sort de prison et séjourne chez son grand ami le baron von Reibnitz, Otto Deutsch et Rathenau organisent en son honneur, dans la banlieue de Berlin, une brillante réception. Jolies femmes, directeurs de journaux, et aussi banquiers, industriels, attendent de lui qu’il fasse comprendre à Moscou combien ils seraient heureux de collaborer. (…)””. (pag 135) Sviluppo delle relazioni russo-tedesche. “”Peu importait l’avis des communistes allemands, et que ceux qui les téléguidaient les envoyassent inutilement à l’abattoir. Peu importait que dejà près d’un million d’ouvriers et paysans de Russie aient été massacrés, en dix-huit mois, dont les 4000 grévistes d’Astrakhan passés d’un coup à la mitrailleuse. Le même jour, Otto Deutsch et Rathenau annoncent à Radek qu’ils vont fonder une ‘Association d’études pour la reprise du commerce avec l’Est’; mais il faudrait qu’à Moscou on crée un organisme capable de dialoguer avec elle directement et rapidement, afin que puissent se concrétiser offres et demandes. Cette Association fut dûment enregistrée à l’hiver 1919-1920 tandis qu’à Moscou une section Allemagne s’installait à la Chambre de commerce sovietique (…)””. (pag 135-136) Finanziamenti occidentali al partito bolscevico. Secondo l’A Wall Street (Warburg) avrebbe finanziato la rivoluzione bolscevica. Cita l’opera dello storico A.C. Sutton (Wall Street and the Bolchevik Revolution) (1974). (pag 51)”,”RUST-128″ “VILLEMAREST Pierre de, collaborazione di Clifford A. KIRACOFF”,”G.R.U. Le plus secret des services soviétiques, 1918-1988.”,”DE VILLEMAREST Pierre è fondatore nel 1970 del Centre européen d’ information che edita una lettera di informazione. Clifford KIRACOFF è specialista dei problemi est-ovest e di geopolitica. E’ consigliere (dal 1982) a Washington di una commissione del Senato. “”21 octobre 1918: l’acte de naissance du GRU. En été 1918 la nouvelle armée “”des travailleurs et des paysans”” comptait 411462 hommes (1), parmi lequels 48.000 officiers et près de 100.000 sous-officiers venant des armées du tsar. De quoi se demander pourquoi l’on avait fait la révolution, et craindre un retournement lié aux activités des armées blanches et des 400.000 étrangers arrivés de divers pays d’Europe, sans qu’on sût de quel côté ils se trouvaient.”” (pag 99-100) (1) John Erickson, The Origine of the Red Army. Colloque, Cambridge, Mass. 1968 direzione di Richard Pipes Delegazione americana in URSS accolta da Trotsky e da Lenin comprendeva il P-DG della Chase National Bank (Barr), della National City Bank (Corse), del Federal Reserve Board di New York (Henry Brown), vari soci del gruppo d’affari di W. Averell Harriman (miniere, petrolio). Tra gli interpreti russi della delegazione c’è Boris Reinstein, futuro segretario di Lenin e già uomo di Radek per la propaganda internazionale in favore della rivoluzione. E Alexandre Grumberg (alias Berg, vero nome Mikhail Grüzenberg) il cui fratello Zorin, sarà uno dei ministri di Lenin. (pag 103) Simon Ivanovitch Aralov, le premier patron du GRU. (pag 104) Nota: “”Servizi segreti sovietici: URSS (fonte: http://www.sitocomunista.it/movimentooperaio/segreti/servizi_russia.html) Federalnaya Sluzhba Besopasnosti (FSB) – Servizio Sicurezza Federale Federalnaya Sluzhba Okhrani (FSO) – Servizio Federale di Protezione Federalnaya Pogranichnaya Sluzhba (FPS) – Servizio Federale di Frontiera Glavnoye Razvedyvatelnoye Upravlenie (GRU) – Direzione Informazioni Militari Prezidentskaya Sluzhba Besopasnosti (PSB) – Servizio Sicurezza Presidenziale Sluzhba Vneshney Razvedki (SVR) – Servizio Informazioni Estere Quando si parla di servizi segreti sovietici si fa immediatamente riferimento al KGB (in ogni caso sciolto nel 1991 e sostituito dall’FSB) e si tende ad immaginarlo, oltre che come un potentissimo apparato repressivo, come un monolitico organismo di spionaggio: la realtà è decisamente più complessa ed è necessario, in estrema sintesi, mettere a fuoco questo quadro talmente articolato da risultare di difficile decifrazione, anche tenendo conto che il continuo succedersi di sigle e di nomi solo nella prima fase della rivoluzione significa reale cambiamento: in seguito muteranno molti direttori d’orchestra, ma lo spartito sarà sostanzialmente lo stesso. Un altro errore molto frequente è quello di identificare lo spionaggio sovietico col KGB, un po’ come si fa con gli USA: spionaggio=CIA; in entrambi i casi questi organismi non solo non hanno il monopolio dell’attività spionistica, ma, oltre a vari altri servizi minori, hanno da fare i conti con fratelli maggiori assai meno noti ma per molti versi più potenti, in USA la DIA e l’NSA, in Russia-URSS il GRU. GRU Il Glavnoe Razvedyvatel’noe Upravlenie, Direttorato Principale per le Informazioni, nasce all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre con un duplice compito: fornire all’Armata Rossa tutte le notizie necessarie per battere le forze controrivoluzionarie dei generali bianchi e mettere il nuovo governo nelle condizioni di contrastare efficacemente l’aperta ostilità delle potenze occidentali. Un servizio essenzialmente militare, dunque, che nel corso degli anni acquisì un’importanza strategica anche superiore rispetto alla Ceka (e agli organismi che la sostituiranno); inoltre non subì le medesime ripetute trasformazioni e si potè sempre muovere con una marcata autonomia rispetto al potere politico e alla lotta tra le varie fazioni. Addirittura circola la leggenda che lo stesso Segretario Generale del PCUS non potesse entrare nella sede centrale del servizio senza essere perquisito. Un ulteriore elemento di forza del GRU sta nel fatto che, a differenza della DIA statunitense, esso è l’unica forza d’intelligence militare, e quindi non ha alcun problema di concorrenza (fatto che in genere viene sottovalutato, pur essendo questo uno degli aspetti di maggior inefficacia). Il riconoscimento che il governo sovietico ottenne, fin dai primissimi anni ’20, da parte della maggior parte dei paesi fece sì che esso aprisse un po’ ovunque proprie sedi diplomatiche: gli attaché (lett. addetti) militari delle ambasciate erano il più delle volte ufficiali del GRU incaricati di impostare le reti informative. Pochissime le “”talpe”” infiltrate nel GRU, che, al contrario, mise a segno formidabili colpi ai danni dei servizi occidentali, in particolare utilizzando agenti doppiogiochisti (clamorose le vicende che videro come protagonisti i “”magnifici cinque”” di Cambridge). Il GRU dispone di numerose unità operative di tipo militare, e le più importanti forze speciali sono gli Spetsnaz. Quanto fosse solido il GRU lo si deduce anche dal fatto che non ha subito contraccolpi significativi rispetto al crollo dell’URSS. FSB I Servizi federali per la sicurezza della Federazione Russa, Federalnaja Služba Bezopasnosti Rossijskoj Federazii, sostituiscono nel 1991 il KGB, pur mantenendone sostanzialmente la medesima complessa struttura. CEKA Semplificando al massimo, si può dire che la Ceka sta al KGB come Lenin a Stalin: la dittatura del proletariato versus la dittatura sul proletariato, l’intelligenza della rivoluzione soffocata dalla paranoia del despota. Feliks Edmundovic Dzeržinskij era un aristocratico polacco che scelse fin da giovanissimo di unirsi ai rivoluzionari: nel 1912 si trasferì a Mosca e partecipò con grande convinzione all’attività politica nelle fila dei bolscevichi. Con la Rivoluzione d’ottobre la lotta contro l’ancien régime non potè certo dirsi conclusa, perché le forze reazionarie tentarono in tutti i modi di rovesciare nuovamente la situazione a proprio favore, arrivando a scatenare una lunga e sanguinosa guerra civile. Impedire la restaurazione era dunque una priorità assoluta e a Dzeržinskij venne affidato il compito di strutturare un “”Comitato straordinario di tutte le Russie per combattere la controrivoluzione e il sabotaggio”” (poi “”Comitato straordinario di tutte le Russie per combattere la controrivoluzione, la speculazione e l’abuso di potere””): Vecheka era l’acronimo di questa dicitura, contratto poi in Ceka. Secondo Lenin questo organismo avrebbe dovuto essere del tutto temporaneo, perché non era pensabile che la rivoluzione dovesse aver bisogno di strutture poliziesche per difendersi e rafforzarsi: oggi questa impostazione potrebbe sembrare un po’ grottesca, tuttavia le misure straordinarie (la messa fuorilegge dei partiti, il comunismo di guerra, la militarizzazione di alcuni complessi industriali) avrebbero dovuto essere straordinarie, appunto, cioè finalizzate a superare la situazione estremamente difficile in cui venne a trovarsi la prima rivoluzione socialista al mondo che fosse andata al potere. Com’è noto i generali zaristi che organizzarono le rivolte armate antisocialiste disponevano di enormi finanziamenti da parte delle potenze occidentali – in particolare Francia e Regno Unito – che addirittura, insieme agli USA, inviarono proprie truppe a sostegno delle armate bianche. La Ceka partecipò attivamente alla guerra civile con proprie unità di élite, ma la sua attività era rivolta soprattutto contro le organizzazioni clandestine: una delle più temibili era l’Unione per la lotta antibolscevica, composta da circa quattromila ufficiali bianchi, che venne sgominata grazie ad alcuni cekisti infiltrati. Il 30 agosto 1918 doveva scattare un piano per rovesciare il governo rivoluzionario e in molte zone vi furono attacchi e colpi di mano: Lenin stesso fu oggetto di un attentato, ed il capo della Ceka di Pietroburgo venne assassinato; a quel punto tutta l’organizzazione fu mobilitata con la massima energia e gli interventi repressivi della Ceka diventarono sempre più duri: si stima che nel corso della guerra civile essa abbia eliminato oltre 200.000 oppositori. Nel frattempo, con compiti strettamente di intelligence e svincolato dai compiti di polizia, viene costituito il GRU, la vera agenzia di spionaggio sovietica. NKVD – GPU I ministeri sovietici avevano come dicitura ufficiale quella di “”Commissariati del popolo””, e quello per gli Affari Interni era il Narodnyi Komissariat Vnutrennikh Del, in sigla NKVD: al suo interno operava il GPU (Ghepeù) – Direzione Politica di Stato, che nel 1922 sostituì la Ceka come servizio di sicurezza interno. Lenin era gravemente ammalato, praticamente nell’impossibilità di esercitare un ruolo significativo e Stalin si era di fatto impadronito dell’apparato di partito per prepararsi a subentrargli: malgrado la ferma contrarietà di Vladimir Iliç, espressa nel famoso Testamento, l’ascesa di Stalin era ormai quasi inarrestabile, e nel 1924, morto Lenin, il nuovo Segretario Generale del PCUS poteva disporre di un potere enorme. L’opposizione antistaliniana (Bucharin, Trotsky) non era, però, ancora sconfitta e Stalin aveva assolutamente bisogno di fare piazza pulita: aveva già ridisegnato il GPU, che nel ’23 divenne OGPU, Direzione Politica di Stato di tutta l’Unione, e ne fece lo strumento primario per l’eliminazione fisica degli avversari. Dzeržinskij, che pure si era schierato con Stalin, non era più ritenuto affidabile e fu sostituito. Non si trattava di esigenze politiche, ma del proposito di trasformare ogni pezzo dello stato in parte di un immenso dispositivo al servizio del tiranno: non sono più i bianchi l’oggetto della repressione, ma è il partito stesso – pericolosissima fucina di potenziali oppositori – ad essere travolto dalle purghe: lo stalinismo s’impone definitivamente. Una sezione particolarmente temuta era lo Smersh (Smert’ Shpionam, Morte alle spie), dotata di unità specializzate nell’eliminazione dei nemici. Nel 1934 l’OGPU diventa GUGB, Direzione Generale per la Sicurezza dello Stato, con a capo il feroce Genrikh Yagoda, a cui nel ’38 succederà l’altrettanto amabile Lavrenty Beria: vi sono varie fasi di ristrutturazione, con relativi mutamenti di nome e di competenze, ma per quindici anni la macchina poliziesca funzionerà con macabra efficienza. KGB Nel 1953, dopo la morte di Stalin, Beria viene eliminato, la GUGB sciolta, e viene costituito il Komitet Gosudarstvennoj Bezopasnosti, Comitato per la Sicurezza di Stato, che unifica le funzioni degli altri organismi di sicurezza (ma il GRU mantenne la propria totale autonomia). La sua struttura, estremamente complessa, si basa sulla suddivisione in Direttorati (dipartimenti), di cui i principali: il n. 1, addetto allo spionaggio, articolato in 10 sezioni geografiche; il n. 2 con funzioni di controspionaggio e di controllo interno; il n. 5 adibito alla repressione del dissenso politico; ha apposite sezioni specializzate in comunicazioni, logistica, amministrazione, tecnologie, ricerche speciali, oltre che una serie di reparti militarizzati (sia di terra che aero-navali) per la sorveglianza delle frontiere e le operazioni clandestine. Si stima che fra agenti, impiegati e informatori disponesse di circa 600.000 addetti. “””,”RUST-129″ “VILLETARD Edmond”,”Histoire de l’ Internationale.”,”””Il Congresso di Bruxelles infine dibatté lungamente la questione stessa della pace e della guerra, e cercò un mezzo pratico che permettesse ai “”lavoratori”” di rendere ormai impossibili le guerre. Depaepe, di Bruxelles, ne propose due: il primo era “”il rifiuto del servizio militare, o, aggiungeva, che è la stessa cosa, poiché gli eserciti hanno bisogno di consumare, il rifiuto del lavoro””. Il secondo era “”di risolvere la questione sociale stessa””, ovvero operare la rivoluzione sociale europea. E’, aggiungeva, il metodo che lo sviluppo continuo dell’ Internazionale deve alla fine far trionfare. Un altro oratore, pure lui belga, chiamato Spehl, propose di “”provocare contro la guerra la congiura di tutto il popolo lavoratore””. Il congresso, nella sua ultima seduta, ascoltò la lettura di un progetto di risoluzione presentato da Becker, “”in nome del gruppo della sezione di lingua tedesca””, in cui, al centro delle declamazioni abituali sul ‘militarismo’, le ‘classi regnanti’, ecc., si trovava questa frase profetica: “”Considerando…che ogni guerra europea e in particolare una guerra tra la Francia e la Germania deve essere vista oggi come una guerra civile, ‘che avvantaggia tuttalpiù la Russia’, il cui stato sociale non è ancora all’ altezza della civiltà moderna…””””. (pag 240-241)”,”INTP-042″ “VILLONE Massimo”,”Italia, divisa e diseguale. Regionalismo differenziato o secessione occulta?”,”Massimo Villone (1944-) è professore emerito di Diritto costituzionale nell’Università di Napoli Federico II.”,”ITAP-003-FGB” “VIMERCATI Daniele”,”I lombardi alla nuova crociata. Il “”fenomeno Lega”” dall’esordio al trionfo. Cronaca di un miracolo politico.”,”VIMERCATI è cronista politico del ‘Giornale’. “”(…) il ritratto del popolo autonomista è impresa ardua. Alle origini del movimento, non è difficile individuare il livello sociale e gli orientamenti culturali dei promotori della Lega. Basta dare un’ occhiata agli organigrammi dei primi anni Ottanta, o alle liste presentate fino al grande successo delle europee ’89: si tratta di persone di estrazione sociale medio-bassa. Prevalgono gli artigiani, i piccoli commercianti, gli impiegati, i pensionati. Non mancano studenti e disoccupati, mentre sono rarissimi gli operai. Del tutto assenti professionisti e industriali, intellettuali e dirigenti (…). Il discorso si fa più complesso sul finire degli anni Ottanta, quando il movimento si espande e arriva ad attirare poco meno del venti per cento della popolazione lombarda. A questo punto, le parole d’ordine dell’ autonomismo si fanno largo in tutti gli ambienti, tra persone di ogni estrazione sociale.”” (pag 97)”,”ITAP-122″ “VINCENT J.M. HIRSCH J. WIRTH M. ALVATER E. YAFFE’ O.”,”L’ Etat contemporain et le marxisme.”,”Contiene il capitolo finale: ‘La teoria marxista della crisi, del capitale e dello Stato’ di D. YAFFE (pag 171-232). “”La lotta di classe non può impedire un abbassamento del valore della forza lavoro (1) (quando la produttività aumenta); ma essa può impedire che il valore si abbassi nella misura in cui la produttività aumenta, ovvero assicurare che, allorché la produttività aumenta, i salari reali si elevino, nella misura in cui si ha un aumento del plusvalore (Marx, 1972, p. 300 e 312)””. (1) Questo punto importante, trascurato da quelli che utilizzano un modello di tipo ricardiano – ovvero che considerano i salari come inversamente proporzionali ai profitti – non è che un altro modo di considerare che il “”tasso di accumulazione è la variabile indipendente e non la variabile dipendente”” (Marx, 1961, p. 620). (…)”,”TEOC-291″ “VINCENZI Antonio”,”Dialettica.”,”””Nulla è permamente, tranne il mutamento”” (Eraclito)”,”SCIx-001-FC” “VINCENZI Marta, con Mario PATERNOSTRO”,”38 più una.”,”Mario Paternostro, giornalista, è nato a Genova, laureato in giurisprudenza, ha lavorato a Il lavoro, Giornale nuovo, Secolo XIX, Primo Canale. Marta Vincenzi è nata a Genova. Dopo gli studi classici al Liceo Colombo si è laureata in Lettere e Filosofia. E’ entrata in politica, prima nel Pci, poi in Pds, Ds e Pd. Già Presidente di Provincia di Genova, assessore al comune, europarlamentare, dal 2007 è diventata sindaco di Genova. La prima sindaco donna dopo 38 sindaci uomini.”,”LIGU-012-FV” “VINCENZINI Maurizio”,”Storia della moneta.”,”Maurizio Vincenzini è professore ordinario nell’Università di Roma La Sapienza.”,”ECOT-154-FL” “VIOLA Paolo”,”Il trono vuoto. La transizione della sovranità nella rivoluzione francese.”,”Paolo VIOLA è nato a Roma nel 1948. Insegna alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto vari saggi sulla rivoluzione francese e sulle sue origini intellettuali.”,”FRAR-174″ “VIOLA Paolo”,”L’ Ottocento. Storia moderna e contemporanea. Volume terzo.”,”Paolo VIOLA (Roma, 1948) insegna storia moderna alla Facoltà di Scienze politiche dell’ Università di Palermo.”,”STOU-029″ “VIOLA Paolo”,”Il novecento. Storia moderna e contemporanea. Volume quarto.”,”Paolo VIOLA (Roma, 1948) insegna storia moderna alla Facoltà di Scienze politiche dell’ Università di Palermo.”,”STOU-030″ “VIOLA Lynne a cura di Andrea ROMANO Stalin e i ribelli contadini.”,”Stalin e i ribelli contadini.”,”VIOLA Lynne (USA, 1955) docente di storia presso l’ Università di Toronto, è una delle principali studiose della storia sociale russa del ‘900. Andrea ROMANO (Livorno 1967) ha studiato a Pisa e Torino dove ha completato il dottorato di ricerca in ‘Crisi e trasformazioni di società’. Attualmente è ricercatore della Fondazione Istituto Gramsci.”,”RUSS-108″ “VIOLA Francesco”,”Concezioni dell’ autorità e teorie del diritto.”,”VIOLA Francesco è professore associato di filosofia del diritto nell’ Università di Palermo. Oltre a vari saggi ha pubblicato un volume sul pensiero di HOBBES, (Behemoth o Leviathan? Diritto e Obbligo nel pensiero di Hobbes, Giuffré, 1979) e un testo di filosofia politica. “”Hobbes rende dunque principale un uso del termine ‘autorità’ che solitamente viene considerato come derivato. Ciò ha lo scopo di sottolineare la possibilità di dare autorità e di trasferirla ad altri. L’ autorità per Hobbes è propriamente ciò che si trasmette dall’ autore all’ attore. Non è quindi una qualità statica ma dinamica ed implica un rapporto sociale. Non si è un’ autorità, ma si ha autorità.”” (pag 102)”,”TEOP-177″ “VIOLA Paolo”,”Il novecento. Storia moderna e contemporanea. Volume quarto.”,”I costi umani della prima guerra mondiale. “”Data la grande prevalenza della difesa su un attacco che al momento decisivo non aveva altri mezzi che l’assalto alla baionetta, la guerra faceva molte più vittime di quanto mai fosse avvenuto nel passato. Gli eserciti impiegati erano immensi. Allo scoppio della guerra la Francia mise in campo quattro milioni di soldati, la Germania cinque. Se si contano tutti i soldati mobilitati nell’arco dei quattro anni di guerra, queste cifre devono essere più che raddoppiate. In tutto gli Imperi centrali schierarono nel corso della guerra 23 milioni di soldati e l’Intesa 36, e di questi sessanta milioni di uomini, dieci morirono, venti furono feriti e altri otto furono presi prigionieri o dispersi. Solo un terzo quindi, o poco più, ebbero la fortuna di tornare a casa illesi nel corpo, anche se irrimediabilmente segnati nello spirito. Il prezzo più alto fu pagato percentualmente dalla Francia, che ebbe la più alta proporzione di vittime: più di sei milioni fra morti, feriti, prigionieri e dispersi, per meno di quaranta milioni di abitanti: addirittura un terzo dell’intera popolazione maschile, compresi vecchi e bambini. I morti furono 1.400.000: il 14 per cento della popolazione maschile fra i 15 e i 50 anni. In Germania poco meno in percentuale: il 12 per cento, ma di più in numero assoluto: 1.827.000. In Russia ancora di più: 2.500.000 in tre soli anni. In confronto l’Italia soffrì meno, malgrado i suoi 650.000 morti, un milione di feriti e 600.000 prigionieri o dispersi. Mai….”,”STOU-017-FL” “VIOLA Lynne ROMANO Andrea a cura”,”Stalin e i ribelli contadini.”,”Lynne Viola (Nutley, USA, 1955), docente di Storia presso l’Università di Toronto, è una delle principali studiose della storia sociale russa del Novecento. Ha scritto, tra l’altro, The Best Sons of the Fatherland; Workers in the Vanguard of Soviet Collectivization. Andrea Romano (Livorno, 1967) ha studiato a Pisa e Torino, dove ha completato un dottorato di ricerca in Crisi e trasformazione della società. Attualmente è ricercatore della Fondazione Istituto Gramsci. Ha pubblicato tra l’altro Contadini in uniforme, L’Armata Rossa e la collettivizzazione delle campagne nell’Urss. La collettivizzazione forzata delle campagne è stata uno dei passaggi fondamentali della ‘rivoluzione staliniana’, realizzata attraverso la cancellazione dell’azienda familiare contadina e l’eliminazione dei kulaki come classe.”,”RUSS-020-FL” “VIOLA Lynne DANILOV V.P. IVNITSKII N.A. KOZLOV Denis”,”The War Against the Peasantry, 1927-1930. The Tragedy of the Soviet Countryside.”,”Lynne Viola is Professor of history at the University of Toronto. The late V.P. Danilov was a member of the Institute of History at the Russian Academy of Sciences. N.A. Ivnitskii is a member of the Institute of History at the Russian Academy of Sciences. Denis Kozlov is a Ph.D. candidate at the University of Toronto. Editor’s Acknowledgments, Translator’s Note, Note on Transliteration, A note on the Documents, Glossary of Russian Terms and Abbreviations, Introduction, Biographical Notes, Index of Documents, Notes, Index, Books in the Annals of Communism Series,”,”RUSU-042-FL” “VIOLA Paolo PROSPERI Adriano”,”Dalla Rivoluzione inglese alla rivoluzione francese.”,”Adriano PROSPERI (Cerredo Guidi Firenze 1939) insegna Storia moderna all’ Università di Pisa. Tra le sue opere nel catalogo Einaudi ‘Tribunali della coscienza. Inquisitori confessori missionari’ (1996). Paolo VIOLA (Roma, 1948) insegna storia moderna alla Facoltà di Scienze politiche dell’ Università di Palermo.”,”UKIR-005-FF” “VIOLANTE Sante a cura; scritti di F. FERRARA C. CATTANEO C. CAVOUR S. SPAVENTA S. JACINI F. DE-SANCTIS Carlo DECUGIS”,”Pensiero politico e sviluppo economico in Italia (1861-1900). Antologia e saggi.”,”Il saggio ‘Lo sviluppo industriale in Italia dal 1861 ad oggi’ (pag 119-145) è di Carlo DECUGIS (Parigi, 1960, 1° conferenza internazionale di storia economica, Stoccolma) Economia reale poggiava sulla carta. “”Di questa situazione approfittarono con eccessiva leggerezza le banche di credito ordinario alle quali andava la maggior responsabilità per una effervescenza congiunturale sempre più pericolosa. I capitali esteri arrivavano prevalentemente sotto forma di risconto cambiario, ma sulla base di questo indebitamento a breve le banche favorivano e addirittura operavano direttamente investimenti a lunga scadenza. Contribuirono così, ma nella maniera più pericolosa, alla moltiplicazione e all’ ammodernamento degli impianti industriali, e poi a spingere l’ attività edilizia, già intensa in questo periodo per un parziale finanziamento governativo e comunale, a tramutarsi in febbrile attività speculativa. Le banche secondarie si agganciavano poi agli istituti di emissione e questi, con la colpevole acquiescenza governativa, facevano a gara per dilatare le loro emissioni oltre ogni limite posto dagli statuti e dalla legge. Successive ed eccessive ondate di “”carta”” moneta arrivavano così sul mercato contro moltiplicati sconti e rinnovi di “”carta”” a breve scadenza; e su questa “”carta”” poggiavano i nuovi impianti industriali e soprattutto le nuove costruzione edilizie. Simile espansione creditizia portò rapidamente a pericolose immobilizzazioni e il “”boom”” non tardava a trasformarsi in un fenomeno patologico””. (pag 129-130) “”La crisi si aprì con il terribile crack del 1889, il quale segnava il crollo di un enorme castello di carta costruito nel paese nel precedente decennio di sfrenata speculazione edilizia””. (pag 131)”,”ITAE-196″ “VIOLANTE Cinzio”,”La società milanese nell’età precomunale.”,”VIOLANTE Cinzio (Andria 1921) insegna storia medievale all’Università di Pisa (1974). Ha scritto una storia della cristianità medievale.”,”STOS-167″ “VIOLANTE Mario”,”Concetti fondamentali sugli elaboratori elettronici.”,”Mario Violante (nato a Milano nel 1939), laureato in fisica presso la facoltà di Scienze della Università degli Studi di Milano nel 1964. É entrato nel 1966 alla IBM, dove si è occupato per tre anni dell’addestramento del personale dei clienti della Società all’uso del sistema /360. Dal 1970 è passato a fare parte del settore incaricato dello sviluppo di nuovi corsi sia di tipo tradizionale sia di tipo autodidattico.”,”SCIx-169-FL” “VIOLET Miss”,”Nei paesi del sole. Impressioni e ricordi di un viaggio in Oriente.”,”Volume intonso. Unica edizione di questo memoriale di viaggio che si svolge toccando l’area greca e turca . I capitoli parlano di Galata, Pera, Bosforo e Corfù . Nulla è noto dell’autrice, probabilmente pseudonimo di una viaggiatrice italiana o britannica. Il libro è dedicato a Natale Labia, console italiano a Costantinopoli.”,”ASGx-025-FFS” “VIOLI Carlo”,”Il socialismo di Proudhon. (Storia del movimento operaio).”,”Violi fa riferimento alla prefazione interessante di U. Cerroni all’edizione di ‘Che cos’è la proprietà’ di Proudhon (Laterza, 1967) Questione proprietà (pag 177-178) “”Proudhon, in ultima istanza, ritiene di poter distruggere il “”profitto””, ossia l’attributo fondamentale della proprietà borghese (“”il reddito senza lavoro””), continuando però, a lasciare in piedi l’istituto della proprietà stessa (“”Tutto il segreto consiste dunque – scrive Proudhon – nel far sì che il profitto sia trattenuto circolarmente dagli altri e ritorni al luogo di partenza, che cioè i cittadini lavorino tutti gli uni per gli altri e, di volta in volta spogliati e rimborsati, ricevano un beneficio eguale alla ritenuta che subiscono””). Cerroni (1) avverte, giustamente, che il “”limite”” di fondo della concezione teorica di Proudhon sta nel suo porsi “”sul terreno della critica dell’esclusivismo proprietario in nome delle proprietà individuali””, e di non riuscire, quindi, a risolvere le “”antinomie”” radicate nell’istituto della proprietà privata stessa (p. XXXIII): “”limite”” teorico che, in termini polemici, Marx individua nella pretesa di Proudhon (derivatagli da quell'””anticaglia hegeliana””, ossia dalla errata interpretazione della dialettica) di voler sopprimere il “”lato cattivo”” e salvare il “”lato buono”” del sistema proprietario, senza avvedersi che proprietà privata e lavoro salariato, lungi dall’essere due “”principi”” contrapposti, sono, invece, due “”istituti”” economici strettamente interconnessi del sistema capitalistico (in questo contesto acquista rilievo, appunto, la critica marxiana fondata sulla tesi che “”salario e proprietà privata sono identici”” (…))”” [Carlo Violi, Il socialismo di Proudhon] [(in) ‘Critica marxista, anno 7, n° 1 gennaio-febbraio 1969] [(1) prefazione di Umberto Cerroni all’edizione di ‘Che cos’è la proprietà’ di Proudhon (Laterza, 1967)] Posizione ambigua di Proudhon nei confronti di Luigi Napoleone III dopo la rivoluzione del 1848 (pag 179)”,”PROD-078″ “VIOLI Carlo”,”Il socialismo di Proudhon. (Storia del movimento operaio)”,”L’ autodidatta Proudhon o il “”‘parvenu’ della scienza”” come lo definisce Marx (pag 174) All’Assemblea nazionale, del resto, pur riscuotendo il consenso da parte di Marx («il suo comportamento (…) non merita che elogi, sebbene dimostri la sua poca intelligenza della situazione») si batte per l’attuazione di alcuni provvedimenti economici e umanitari (come il diritto al lavoro, la riduzione delle ore lavorative, la parità dei salari, la istituzione della Banca del credito ecc.), ossia, appunto, per la rivendicazione di un programma “”riformistico””, rilevatosi; dopo il movimento rivoluzionario del 1848, fragile e inconsistente (Marx osserva il Thiers, in risposta alle proposte di Proudhon, «svelò il meschino piedistallo su cui si ergeva questa colonna della borghesia francese» e che, di fronte a Thiers, Proudhon “”assume infatti le proporzioni di un colosso antidiluviano””). Dopo la rivoluzione del 1848, Proudhon assume, nei confronti di Luigi Napoleone, un atteggiamento contraddittorio, ben individuato da Cerroni (pp. XVI-XIX, prefazione a P.J. Proudhon, ‘Che cos’è la proprietà? o ricerche sul principio del diritto e del governo’, trad. e note di A. Salsano, Prefazione, cronologia, bibliografia, a cura di U. Cerroni, Bari, Universale Laterza, 1967). Accoglie, infatti, la sua elezione alla presidenza della Repubblica, avvenuta a larga maggioranza, con questo singolare commento: «Luigi Bonaparte è condannato dal suffragio universale a completare la rivoluzione del 1848 (…). Socialista o traditore: non ha vie di mezzo». L’anno successivo lo attacca duramente («Bonaparte, eletto dalla reazione, è in questo momento tutta la reazione», e viene processato. Dal carcere, dove rimane tre anni, scrive al suo amico Maurice: «Cercherò di non restare al di sotto del mio passato e di rendermi sempre più degno della stima degli uomini onesti (…). Preferirei tuttavia assai più uscire per una amnistia che per una rivoluzione». Ma, di fronte al colpo di Stato di Luigi Napoleone, le sue posizioni sono, assai poco chiare (Cerroni riporta appunto, oltre alle annotazioni, contraddittorie, dello stesso Proudhon, i giudizi di Victor Hugo, di Antonine Etex e di Marx, il quale criticò lo scritto di Proudhon; dedicato al colpo di Stato, sostenendo che «la ricostruzione storia del colpo di Stato si trasforma in lui in una apologia storica dell’eroe del colpo di Stato»). Il dato più indicativo del “”limite”” ideologico-politico di Proudhon, consiste, dunque, nel suo costante e deciso rifiuto della lotta rivoluzionaria, quale mezzo di trasformazione della società («La rivoluzione sociale – scrive Proudhon nel 1845 – è seriamente compromessa se arriva mediante la rivoluzione politica»). All’invito di collaborazione, rivoltogli da Marx, nel 1846, un anno prima della definitiva rottura, Proudhon risponde: «Non dobbiamo porre l’azione rivoluzionaria come mezzo di riforma sociale, perché questo preteso mezzo sarebbe semplicemente un appello alla forza, all’arbitrio, in breve, una contraddizione». La distanza, perciò, fra il “”socialismo proudhoniano”” («il socialismo dal punto di vista degli interessi borghesi») e il socialismo scientifico, di derivazione marxiana, è notevole. Tuttavia, nonostante questo “”limite”” teorico, il proudhonismo trova, almeno in Francia, un ambiente abbastanza “”ricettivo””, non solo nelle file del movimento operaio ma, addirittura, nella stessa cultura (notevole l’influenza del proudhonismo – ricorda Cerroni – nella Internazionale, anche attraverso Bakunin, nella Comune, nel sindacalismo rivoluzionario di stampo soreliano, su Georges Gurvitch e Léon Deguit, ossia nella elaborazione teorica del diritto sociale)”” (pag 178-179)”,”PROD-001-FB” “VIOLI Roberto TAMBORINI Roberto GOBETTI Daniela STIRATI Antonella GALLEANI D’AGLIANO Luca VENTURINO Diego GEUNA Marco ALIMENTO Antonella GUIDI Marco E.L. GALLEGATI Mauro DORIA Marco SEGRETO Luciano BOSCO Andrea CAVAGLION Alberto”,”I processi dinamici di transizione indotti dall’innovazione tecnologica (Violi); Quali sono gli effetti di un trasferimento di capitali all’estero sul reddito e la bilancia dei pagamenti? Il problema del trasferimento e la macroeconomia aperta neo-keynesiana (Tamborini); Società domestica e società politica, privato e pubblico. Alcune considerazioni sull’uso delle due coppie di concetti nella filosofia politica (Gobetti); Lavoro femminile e famiglia nei processi di sviluppo economico: una riflessione su alcuni modelli interpretativi (Stirati); Socialist development and collective agriculture (Galleani D’Agliano); Feudalesimo e monarchia nel pensiero politico di Henri de Boulainvilliers (Venturino); Adam Ferguson ed il problema del lavoro: l’analisi delle «nazioni commerciali» nell”Essay on the history of civil society’ (Geuna); La ‘querelle’ intorno alla ‘Richesse de l’état’: imposta unica e lotta politica in Francia attorno alla metà del Settecento (Alimento); Scienze della natura e utilitarismo in Bentham (Guidi); Analisi parziale e teoria pura: l’economia politica marshalliana in Italia (1885-1925) (Gallegati); Dal progetto di integrazione verticale alle ristrutturazioni dell’ IRI: la siderurgia Ansaldo (1900-1935) (Doria); Aspetti delle relazioni economiche tra Italia e Germania nel periodo della neutralità (1914-1915) (Segreto); La dottrina politica di lord Lothian (Bosco).”,”Contiene in particolare i saggi: – Marco Doria, ‘Dal progetto di integrazione verticale alle ristrutturazioni dell’IRI : la siderurgia Ansaldo (1900-1935) (pag 411-454) – Luciano Segreto, ‘Aspetti delle relazioni economiche tra Italia e Germania nel periodo della neutralità (1914-1915) (pag 455-518)”,”ANNx-017-FP” “VIOLI Carlo”,”Galvano della Volpe. Testi e studi (1922-1977).”,”Tra le sue opere: “”(…) 192. Della Volpe, ‘Rousseau e Marx e altri scritti di critica materialistica’. Roma. Editori Riuniti. 1957 pp. 162. Dedicato “”agli studenti dell’Istituto Gramsci””, il volume si compone di “”vari saggi di filosofia politica, di metodologia e logica morale””, la cui unità interna è costituita “”non solo dal comune metodo di una critica materialistica ma anche da alcuni principi costruttivi che circolano in tutti””. p. 11 (…). Enunciando, nella Nota introduttiva la tesi generale esposta nel saggio che conferisce il titolo al volume, d.V. (Della Volpe) suggerisce di respingere, in quanto egualmente esaurita storicamente, tanto l’interpretazione di Rousseau astrattamente egualitario (alla Babeuf) e ideologo della piccola borghesia radicale, quanto l’interpretazione social-democratica, in chiave giusnaturalistica (alla Mondolfo), e di accogliere, invece, la sostanza feconda del pensiero rousseauniano sulla libertà (egualitaria) nell’istanza democratica del “”merito”” personale, cioè del potenziamento sociale dell’individuo (“”tramite la ‘volontà generale'””), come presupposto storico del più maturo pensiero di Marx e di Lenin. Accreditando a d.V. il merito di avviare, con questo testo, una vasta discussione sul nesso “”Rousseau-marxismo””, P. Casini, ‘Introduzione a Rousseau’, Bari, Laterza; 1974, p. 142 sottolinea che il filosofo marxista rimette qui in discussione lo “”schema di opposizione”” tra R. “”giusnaturalista”” e R. “”egualitario””, con il quale aveva promosso, fin dal 1943 (114), “”l’ardita rivalutazione”” del pensiero del ginevrino. Denunciando il disinteresse per il R. politico, da parte della cultura idealistica – da B. Croce a G. De Ruggiero, e con l’eccezione di R. Mondolfo -, U. Cerroni, ‘Prefazione a J.J. Rousseau, ‘Discorso sull’economia politica e frammenti politici’, Bari, Laterza, 1968, p. 6, rileva poi che bisogna arrivare fino al ‘Rousseau e Marx’ di d.V. “”per recuperare appieno la portata e l’incidenza moderna del pensiero roussoviano””. Ma cfr. tra gli altri, M. Rossi (621) e L. Colletti (414, 494, 592). Pubblicato nell’aprile del 1957, il volume è ristampato nel giugno dello stesso anno come “”seconda edizione””. Trattandosi, però, di una pura e semplice ristampa della prima edizione, non viene affatto registrato a parte. Di conseguenza tutti gli scritti provocati dalla ristampa saranno riferiti alla presente edizione. Il terzo saggio è tradotto in tedesco da N. Merker, col titolo ‘Methodologische Fragen in Karl Marx Schriften von 1843 bis 1859′, in Deutsche Zeitschrift für Philosofie’, n. 5. 1958, pp. 777-804; il primo saggio, comprendente i tre capitoli, ad eccezione della nota su Kant e su Locke e del §§ 1 e III del III cap., è tradotto, in tedesco, da N. Merker, col titolo ‘Rousseau und Marx’, in Deutsche Zeitschrift für Philosophie’, n. 6, 1961, pp. 724-746. (…)”” (pag 106-108) [Carlo Violi, ‘Galvano della Volpe. Testi e studi (1922-1977)’, La Libra, Messina, 1978]”,”STOx-025-FMB” “VIRGILIO (Publio Virgilio Marone), a cura di Adriano BACCHIELLI”,”Eneide.”,”Enea, il vero eroe virgiliano, non ama la guerra per se stessa ma vi è obbligato contro il suo volere, la naturale mitezza dei suoi sentimenti (pag 679) Dante su Virgilio pag 674″,”VARx-357″ “VIRGILIO Publio Marone”,”L’Eneide.”,”ex proprietario Prof. Alberto Rossi “”Figlio mio, da me la sofferenza e la virtude impara; la fortuna dagli altri…”” (Virgilio, Eneide, (Enea a Iulo, I. XII, v. 716))”,”VARx-376″ “VIRGILIO P.M.”,”Eneide.”,”Dono di Patrizia Asprea “”Degli Dei gli altari, / I simulacri guarda, e lascia a noi / Guerra e pace trattar; a noi cui tocca / Delle battaglie il faticoso incarco”” (pag 268) Biografia. Virgilio nacque il 15 di ottobre del 70 a.C. vicino Mantova, e precisamente nel villaggio di Andes, località identificata dal XIII secolo con il borgo di Pietole in tal senso si esprime Dante nella Divina Commedia (Purgatorio, 18,83). Altri studi[1] sostengono invece che l’effettivo luogo di nascita sia nella zona di Castel Goffredo.[2] La zona di Castel Goffredo, luogo della possibile nascita di Virgilio Il padre, di nome Stimicone Virgilio Marone (citato nelle Bucoliche, V,55), era un piccolo proprietario terriero arricchitosi tramite l’apicoltura, l’allevamento e l’artigianato mentre la madre, di nome Polla Magio, era la figlia di un facoltoso mercante, Magio, al cui servizio aveva lavorato il padre del poeta. Virgilio studiò prima a Cremona, poi a Milano ed infine a Roma lettere greche e latine ma anche matematica e medicina. Qui conobbe molti poeti e uomini di cultura e si dedicò alla composizione delle sue opere. Nel suo soggiorno romano, il futuro poeta fu infatti anche veterinario per i cavalli dell’imperatore Augusto. Inoltre nella capitale portò a termine la propria formazione oratoria studiando eloquenza alla scuola di Epidio, un maestro importante di quell’epoca. Lo studio dell’eloquenza doveva fare di lui un avvocato ed aprirgli la via per la conquista delle varie cariche politiche. L’oratoria di Epidio non era certo congeniale alla natura del mite Virgilio, riservato e timido, e dunque quantomai inadatto a parlare in pubblico. Infatti nella sua prima causa come avvocato non riuscì nemmeno a parlare. In seguito a ciò Virgilio entrò in una crisi esistenziale che lo porterà (non ancora trentenne) a spostarsi dopo il 42 a.C. a Napoli, dove si recò alla scuola dei filosofi Sirone e Filodemo per apprendere i precetti di Epicuro, e dove conobbe diversi importanti personaggi nel campo politico ed artistico (tra cui Orazio). Mantova, Piazza Broletto, statua di Virgilio in cattedra[3] Gli anni in cui Virgilio si trova a vivere sono anni di grandi sconvolgimenti a causa delle guerre civili: prima lo scontro tra Cesare e Pompeo, culminato con la sconfitta di quest’ultimo a Farsalo (48 a.C.), poi l’uccisione di Cesare (44 a.C.) in una congiura e lo scontro tra Ottaviano e Marco Antonio da una parte e i cesaricidi (Bruto e Cassio) dall’altra, culminato con la battaglia di Filippi (42 a.C.). Egli fu toccato direttamente da queste tragedie: infatti la distribuzione delle terre ai veterani dopo la battaglia di Filippi mise in grave pericolo le sue proprietà nel mantovano ma, grazie all’intercessione di personaggi influenti (Pollione, Varo, Gallo, Alfeno e lo stesso Augusto), Virgilio riuscirà ad evitare la confisca. Si sposterà poi a Napoli. Dopo il successo delle Bucoliche, venne in contatto con Mecenate ed entrò a far parte del suo circolo, che raccoglieva molti letterati famosi dell’epoca. Il vate frequentava le tenute terriere di Mecenate, che egli possedeva in Campania nei pressi di Atella ed in Sicilia. Attraverso Mecenate Virgilio conobbe Augusto e collaborò (forse in maniera forzata) alla diffusione della sua ideologia politica. Divenne il maggiore poeta di Roma e dell’impero. Morì a Brindisi il 21 settembre del 19 a.C. (calendario giuliano), di ritorno da un improvviso viaggio in Grecia, secondo i biografi per una vampa di sole. Prima di morire, Virgilio raccomandò ai suoi compagni di studio Tucca e Varo di distruggere il manoscritto dell’Eneide. Ma i due, per timore o per colpa, consegnarono i manoscritti all’imperatore. I resti del grande poeta furono poi trasportati a Napoli, dove sono custoditi in un tumulo tuttora visibile, sulla collina di Posillipo. Purtroppo l’urna che conteneva i suoi resti andò dispersa nel Medioevo. Sulla tomba fu posto il celebre epitaffio: Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope; cecini pascua, rura, duces; ovvero: “”Mi generò Mantova, la Calabria [la Puglia] mi rapì: ora mi custodisce Partenope [Napoli]; cantai i pascoli [le Bucoliche], i campi [le Georgiche], i capi guerrieri [l’Eneide]””. Opere [modifica] Un primo gruppo di opere (noto dal Cinquecento come Appendix Vergiliana) fu composto tra il 44 a.C. ed il 38 a.C. tra Roma e Napoli; Alla spicciolata (Catalepton) Focaccia (Moretum) Canti a Priapo (Priapea) Epigrammi (Epigrammata): che comprendono le Rose (Rosae), E non è (Est et non), Uomo buono (Vir bonus), Elegia in Maecenatis obitu, Hortulus, Il vino e Venere (De vino et Venere), Il livore (De livore), Il canto delle Sirene (De cantu Sirenarum), Il giorno natale (De die natali), La fortuna (De fortuna), Su Orfeo (De Orpheo), Su sé stesso (De se ipso), Le età degli animali (De aetatibus animalium), Il gioco (De ludo), De aerumnis Herculis, De Musarum inventis, Lo specchio (De speculo), Mira Vergilii versus experientia, Mira Vergilii experientia, I quattro tempi dell’anno (De quattuor temporibus anni), La nascita del sole (De ortu solis), Le fatiche di Ercole (De Herculis laboribus), La lettera Y (De littera Y), ed I segni celesti (De signis caelestibus). Oste (Copa) (solo secondo il biografo Servio) Maledizioni (Dirae) Airone (Ciris) Zanzara (Culex) Etna (Aetna) Gesta romane (Res romanae), opera solo progettata e poi abbandonata scrittore dell’eneide Opere successive: Bucoliche (Carmina Bucolica): composte in due o tre anni tra il 42 e il 39 a.C. a Napoli, sono una raccolta di dieci ecloghe di stile perlopiù bucolico e che seguono il modello del poeta siciliano Teocrito. La quarta ecloga è dedicata a Pollione, la sesta a Varo, e la decima a Gallo: tre potenti governatori della provincia cisalpina presso cui il poeta sperava di trovare favore per rientrare in possesso delle proprie terre perdute durante l’esproprio. Georgiche (Georgicon): composte a Napoli in sette anni (tra il 36 a.C. ed il 29 a.C.) e suddivise in quattro libri. È un poema didascalico sul lavoro dei campi, sull’arboricoltura (in particolare della vite e dell’olivo), sull’allevamento e sull’apicoltura come metafora di un’ideale società umana. Ciascun libro presenta una digressione: il primo sulla morte di Cesare, il secondo con un elogio all’Italia, il terzo sulla peste. Il poema si conclude con l’esposizione del mito di Aristeo. In realtà, nella prima stesura delle Georgiche, la conclusione del IV libro era dedicata a Cornelio Gallo ma, caduto questi in disgrazia presso Augusto, gli venne ordinato di concludere l’opera in modo diverso. L’opera fu dedicata a Mecenate. Si tratta sicuramente di uno dei più grandi capolavori della letteratura latina e l’espressione più alta dell’autentica e vera poesia virgiliana. I modelli qui seguiti sono Esiodo e Varrone. Eneide (Aeneis): poema epico composto a Napoli, Atella ed in Sicilia in dieci anni (tra il 29 a.C. ed il 19 a.C.) e suddiviso in dodici libri. Opera monumentale, considerata dai contemporanei alla stregua di un’Iliade latina, fu il libro ufficiale sacro all’ideologia del regime di Augusto sancendo l’origine e la natura divina del potere imperiale. Naturalmente il modello fu Omero. Essa narra la storia di Enea, esule da Ilio e fondatore della divina gens Iulia. Secondo alcuni biografi l’opera si sarebbe dovuta articolare in ventiquattro libri, che comprendevano la storia romana fino ai tempi di Augusto. Il poema rimase privo di revisione, e nonostante Virgilio prima di partire per l’Oriente ne avesse chiesto la distruzione e ne avesse vietato la diffusione in caso di sua morte, esso fu pubblicato per volere dell’imperatore. Nel XV secolo il poeta Maffeo Vegio compose in esametri il Supplementum Aeneidos, cioè il tredicesimo libro a completare il poema virgiliano. Fortuna [modifica] Monumento a Virgilio – Piazza Virgiliana, Mantova La fama del vate dopo la morte fu tale che egli fu considerato una divinità degna di ricevere onori, lodi, preghiere, e riti sacri. Già Silio Italico (appena un secolo dopo), che acquistò la villa e la tomba di Virgilio, istituì una celebrazione in memoria del Mantovano nel suo giorno di nascita (le Idi di Ottobre). In tal modo questa celebrazione si tramandò anno per anno nei primi secoli dell’era volgare, diventando un punto di riferimento importante soprattutto per il popolo napoletano che vide in Vergilius il suo secondo patrono e spirito protettore della città di Napoli, dopo la vergine Partenope. Ai suoi resti (cenere ed ossa), conservati nel sepolcro da lui stesso concepito secondo forme e proporzioni pitagoriche, fu attribuito il potere di proteggere la città dalle invasioni e dalle calamità. Nonostante le divinità pagane venissero dimenticate, di Virgilio si mantenne comunque intatto il ricordo, e le sue opere furono interpretate cristianamente. Egli divenne in particolare un simbolo dell’identità e della libertà politica di Napoli: fu per questo che nel XII secolo i conquistatori normanni, col consenso interessato della Chiesa di Roma, acconsentirono ad un filosofo e negromante inglese di nome Ludowicus di profanare il sepolcro di Virgilio con lo scopo di rimuovere ed asportare il vaso con le sue ossa, al fine di indebolire e sottomettere Napoli al potere normanno distruggendo l’oggetto di culto che era la base simbolica della sua autonomia. I resti di Virgilio furono salvati dalla popolazione che li trasferì all’interno di Castel dell’Ovo, ma in seguito vennero qui sotterrati e nascosti per sempre ad opera dei Normanni. Da allora i napoletani ritennero che il potere protettivo del Poeta verso la città fosse vanificato. E la storia di Napoli (caratterizzata da lunghe dominazioni straniere e dalla mancanza di autonomia) nei secoli successivi al XII sembra confermare la loro convinzione. Virgilio con l’Eneide tra Clio e Melpomene Il ricordo di Virgilio però, soprattutto nel popolo napoletano, rimase sempre vivo. Alla fama di sapiente per la tradizione colta, con il tempo si affiancò quella di mago nella tradizione popolare, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin di bene. Di tale interpretazione ci resta un corpus basso-medievale di leggende che hanno come sfondo soprattutto le città di Roma e Napoli: ad esempio, tanto per citarne una, quella che lo vede costruttore del Castel dell’Ovo magicamente edificato sopra il guscio di un uovo magico di struzzo che si sarebbe rotto solo quando la fortezza fosse stata definitivamente espugnata, oppure quella che riguarda la creazione e l’occultamento sotterraneo di una specie di palladio (una riproduzione in miniatura della città di Napoli contenuta in una bottiglia vitrea dal collo finissimo) che per magia protesse la città dalle sciagure e dalle invasioni finché non fu trovato e distrutto da Corrado di Querfurt, cancelliere dell’imperatore Enrico VI inviato nel XII secolo a conquistare il Regno di Sicilia (che allora comprendeva anche la città di Napoli). Durante l’alto Medioevo Virgilio fu letto con ammirazione, il che permise alle sue opere di essere tramandate completamente. L’interpretazione dell’opera virgiliana utilizzò largamente lo strumento dell’allegoria: al poeta fu infatti attribuito un ruolo di profeta di Cristo, basandosi su un brano delle Bucoliche (la IV ecloga) annunciante la venuta di un bambino che avrebbe riportato l’età dell’oro e identificato per questo con Gesù. Virgilio venne quindi rappresentato come vate, maestro e profeta nella Divina Commedia (Purgatorio, canto XXII, vv. 67-72) da Dante Alighieri, il quale ne fece la propria guida attraverso i gironi dell’Inferno e del Purgatorio. « O de li altri poeti onore e lume, vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore che m’ ha fatto cercar lo tuo volume. » (Inferno, Canto I, 81-83) (wikip)”,”VARx-419″ “VIRGILIO MARONE Publio, a cura di Ettore PARATORE”,”Eneide.”,”70 a. C. 15 ottobre: Publio Virgilio Marone nasce in un villaggio della campagna mantovana, Andes, di problematica localizzazione anche se tradizionalmente identificato con l’odierna Pietole, a breve distanza dalla riva destra del Mincio. Il padre piccolo proprietario terriero dedito all’agricoltura, ha costruito la sua relativa agiatezza con l’artigianato o il commercio di prodotti in ceramica. Quanto alla madre, che si chiama forse Magia Polla, sembra sia figlia di un viator al servizio di qualche magistrato. Virgilio attraversa l’Adriatico: completata la prima stesura, intende rivedere l’Eneide in grecia e in Asia Minore, muovendosi sulle tracce di Enea. publio Virgilio Marone si spegne a Brindisi il 22 settembre, la salma viene traslata a Napoli e tumulata sulla via di Pozzuoli.”,”VARx-082-FL” “VIRGILIO MARONE Publio, a cura di Marina CAVALLI Alessandro BARCHIESI Maria Grazia IODICE”,”Opere Minori.”,”70 a. C. 15 ottobre: Publio Virgilio Marone nasce in un villaggio della campagna mantovana, Andes, di problematica localizzazione anche se tradizionalmente identificato con l’odierna Pietole, a breve distanza dalla riva destra del Mincio. Il padre piccolo proprietario terriero dedito all’agricoltura, ha costruito la sua relativa agiatezza con l’artigianato o il commercio di prodotti in ceramica. Quanto alla madre, che si chiama forse Magia Polla, sembra sia figlia di un viator al servizio di qualche magistrato. Virgilio attraversa l’Adriatico: completata la prima stesura, intende rivedere l’Eneide in grecia e in Asia Minore, muovendosi sulle tracce di Enea. publio Virgilio Marone si spegne a Brindisi il 22 settembre, la salma viene traslata a Napoli e tumulata sulla via di Pozzuoli.”,”VARx-083-FL” “VIRGILIO, a cura di Vittorio SERMONTI”,”L’ Eneide di Virgilio.”,”Vittorio Sermonti è nato a Roma nel 1929 e si è sempre occupato, nelle vesti più disparate – narratore, saggista, traduttore, docente, regista, attore, insomma, dell’energia vocale latente nel linguaggio letterario. Giunone prega Eolo di alzare i venti e i flutti, cacciare in fondo al mare, nella patria delle tempeste, le isole Eolie, le navi del popolo sconfitto, seminando le acque di cadaveri galleggianti (pag 21)”,”VARx-257-FL” “VIRILIO Paul”,”L’università del disastro.”,”Paul Virilio filosofo studia lo sviluppo della tecnologia in relazione al potere, all’urbanistica e all’arte. Ha pubblicato: ‘La bomba informatica’, ‘L’incidente del futuro’, ‘Città panico’, ‘L’arte dell’accanimento’. “”riflessione disincantata di un giapponese: “”Le reti onnipresenti creeranno altrettanti problemi onnipresenti”” (pag 35)”,”SCIx-415″ “VIRNO Paolo ROSSANDA Rossana D’ERAMO Marco GAGLIARDI Rina PETRUCCIANI Stefano IACONO Alfonso M. CINI Marcello GENTILONI Filippo MENAPACE Lidia PORTELLI Sandro FLORES Marcello ROVERSI Roberto CESERANI Remo e DE-FEDERICIS LIdia DE-SANTIS Teresa e ONORI Luigi DE-FEO Massimo CAPITTA Gianfranco, articoli di”,”1968. Culture contestate culture che contestano.”,”Contiene l’articolo: ‘I conti con Marx. Il proliferare dei marxismi in Italia negli anni ’60’ di Alfonso M. Iacono (cita Panzieri e i Quaderni Rossi a cui collaborarono Vittorio Foa, Sergio Garavini Emilio Pugno Romano Alquati Mario Tronti Luciano Della Mea Franco Fortini Goffredo Fofi Alberto Asor Rosa Dario Lanzardo Rita Di-Leo Vittorio Rieser, Toni Negri Mario Miegge Michele Salvati Bianca Beccalli Giovanni Mottura Massimo Paci Liliana Lanzardo Emilio Agazzi”,”ITAC-149″ “VIROLI Maurizio”,”Il sorriso di Niccolò. Storia di Machiavelli.”,”Maurizio Viroli è uno storico delle idee. Insegna all’università di Princeton (2000). Ha pubblicato per Laterza ‘Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia’ (1995) e ‘Repubblicanesimo’ (1999). L’autore del ‘Principe’ è una personalità complessa, inquieta, smaniosa di vivere le più diverse esperienze. Intorno alla vita di Machiavelli scopriamo la Firenze dei Medici e il gioco politico degli Stati italiani del Cinquecento.”,”ITAG-056″ “VIROLI Maurizio”,”Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia.”,”Maurizio Viroli è uno dei più originali storici delle idee. Insegna all’Università di Princeton. Per Laterza ha tra l’altro pubblicato: ‘Repubblicanesimo’ (1999) e ‘Dialogo intorno alla repubblica’ (con Norberto Bobbio, 2001). Sua moglie è Nadia Urbinati L’edizione originale è inglese: ‘For Love of Country’, Oxford University Press. L’autore ha voluto mettere in evidenza che è esistita nella storia del pensiero politico una tradizione di patriottismo repubblicano distinta dal nazionalismo. Questa tesi è stata severamente criticata. Tra i critici Ernesto Galli della Loggia (pag VII). A favore dell’autore è intervenuto Gian Enrico Rusconi (distinzione tra patria, senza connotati etno-centrici, e nazione) (pag X) Contiene il capitolo: ‘La nazionalizzazione del patriottismo’ (pag 137-) Hegel: “”Il segreto del patriottismo del cittadino”” è la consapevolezza condivisa di un’unità di interessi fra l’individuo e lo stato che si consolida nelle corporazioni della società civile (pag 132) (Hegel, Filosofia del diritto)”,”TEOP-523″ “VIROLI Maurizio”,”Il dialogo fra Engels e Labriola.”,”””In una lettera del 1898 a De Sarlo, Croce abbozzava un giudizio sulla influenza esercitata da Engels nei confronti del marxismo di Labriola: «A me comincia a parere che egli abbia letto Marx troppo tardi; onde gli è restato addosso come un incubo: non ha saputo congiungere la sua nuova cultura faticosamente acquistata con l’antica, sia pure in forma di negazione e di critica, e nella sua vita intellettuale vi è uno ‘hiatus’ non una transizione o il risultato di una lotta. Ammira poi troppo l’Engels che, a mio parere ha contribuito a deviare e a far degenerare il pensiero del Marx; questi, ingegno potente davvero, non ha menato a perfezione quasi nulla di ciò che ha intrapreso nel campo della scienza, laddove l’Engels si è affrettato a rinserrare tutto in formule» (1). L’immagine di Labriola condizionato dalla schematismo e dalle formule di Engels, incapace di collegare il marxismo e la precedente formazione teorica è però largamente fuorviante. Da un lato non sa rendere ragione della complessità dell’influenza che il vecchio Engels ebbe sulla riflessione marxista di Labriola. Dall’altro è riduttiva anche nei confronti di Labriola: non si trattava di accettazione passiva di schemi, quanto di una ricerca che si incontrava positivamente con alcuni temi della riflessione engelsiana, che accettava determinati problemi per svilupparli in più di un caso in direzioni diverse, ma che restava anche estranea e lontana nei confronti di altri momenti e di altri passaggi. Nelle pagine che seguono si cercherà di ricostruire alcuni dei nodi principali attorno ai quali si intreccia il dialogo fra Engels e Labriola; anche se su alcuni di essi, come si vedrà, si sono soffermati diversi interpreti, si vuole tentare una ricostruzione d’insieme nella prospettiva di individuare i problemi che fanno da sfondo generale alle singole questioni”” (pag 163) [(1) «Un’inedita lettera di Croce a De Sarlo su marxismo e vita morale», in ‘Rivista di studi crociani’, V, 1968, p. 78. Si deve tenere presente che la dipendenza di Labriola nei confronti di Engels veniva sostenuta contemporaneamente alla diffusione della tesi circa la «deformazione» engelsiana del marxismo. Sulle differenze fra Marx e Engels è utile confrontare il punto di vista di Labriola, proprio in una lettera a Croce del 31 dicembre 1898, in Antonio Labriola ‘Lettere a Benedetto Croce, 1885-1904′, Napoli, Istituto Italiano per gli studi storici’, 1975, pp. 323-324]”,”LABD-004-FB” “VIROLI Maurizio”,”Il sorriso di Niccolò. Storia di Machiavelli.”,”Maurizio Viroli è uno storico delle idee. Insegna all’università di Princeton (2000). Ha pubblicato per Laterza ‘Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia’ (1995) e ‘Repubblicanesimo’ (1999). L’autore del ‘Principe’ è una personalità complessa, inquieta, smaniosa di vivere le più diverse esperienze. Intorno alla vita di Machiavelli scopriamo la Firenze dei Medici e il gioco politico degli Stati italiani del Cinquecento.”,”ITAG-031-FL” “VIROLI Maurizio”,”Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia.”,”Maurizio Viroli è uno dei più originali storici delle idee. Insegna all’Università di Princeton. Per Laterza ha tra l’altro pubblicato: ‘Repubblicanesimo’ (1999) e ‘Dialogo intorno alla repubblica’ (con Norberto Bobbio, 2001). Sua moglie è Nadia Urbinati L’edizione originale è inglese: ‘For Love of Country’, Oxford University Press. L’autore ha voluto mettere in evidenza che è esistita nella storia del pensiero politico una tradizione di patriottismo repubblicano distinta dal nazionalismo. Questa tesi è stata severamente criticata. Tra i critici Ernesto Galli della Loggia (pag VII). A favore dell’autore è intervenuto Gian Enrico Rusconi (distinzione tra patria, senza connotati etno-centrici, e nazione) (pag X) Contiene il capitolo: ‘La nazionalizzazione del patriottismo’ (pag 137-) Hegel: “”Il segreto del patriottismo del cittadino”” è la consapevolezza condivisa di un’unità di interessi fra l’individuo e lo stato che si consolida nelle corporazioni della società civile (pag 132) (Hegel, Filosofia del diritto)”,”NAZx-002-FSD” “VIROLI Maurizio”,”La libertà dei servi.”,”Maurizio Viroli è professore ordinario di Teoria politica all’Università di Princeton. Direttore dell’istituto di studi mediterranei all’Università della Svizzera italiana di Lugano. Ha al suo attivi vari libri tra cui ‘Il Dio di Machiavelli e il problema morale dell’Italia’ (2005).”,”TEOP-021-FSD” “VISANI Alessandro”,”La conquista della maggioranza. Mussolini, il PNF e le elezioni del 1924.”,”VISANI Alessandro (Roma, 1968) si è laureato in lettere e filosofia all’Università La Sapienza di Roma e ha conseguito il dottorato in storia dell’Italia contemporanea. Attualmente svolge attività di ricerca presso la Fondazione Archivio Nazionale Ricordo e Progresso. “”Quella maggioranza, formatasi nella consultazione del 6 aprile [1924], permise a Mussolini, una volta superate le gravi difficoltà seguite al delitto Matteotti, di avviare un rapido processo di smantellamento e di definitiva liquidazione dello stato liberale che portò all’instaurazione della dittatura e alla costruzione degli assetti di base dello stato totalitario””. (risvolto di 1° copertina)”,”ITAF-037″ “VISANI Lino”,”Politica economica. XII Lezione. Questioni di politica agraria. La difesa della piccola e media proprietà contadina.”,”Saggio in ECOT-237″,”ECOT-237-Z-2″ “VISCA Alessandro”,”Martin Luther King. Il sogno spezzato.”,”Barbara Biscotti già curatrice per il Corriere della Sera della collana ‘I grandi processi della storia’ è una storica del diritto romano e insegna presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Milano-Bicocca. E’ membro corrispondente dell’Ehess. Alessandro Visca giornalista freelance con una lunga esperienza nel settore dei periodici e dell’editoria libraria.”,”USAS-239″ “VISCONTINI Fabrizio”,”Lavoro e pane! Il Partito socialista ticinese e la Camera del lavoro di fronte alla crisi economica degli anni Trenta in Ticino.”,”VISCONTINI Fabrizio La legge federale sulla riduzione dei salari (1933) (pag 56)”,”MEOx-100″ “VISENDAZ Guido, a cura di Andrea UNGARI”,”La lunga fuga.”,”VISENDAZ Guido (Aias 1915-1992) sacerdote valdostano, cappellano militare della Divisione ‘Brennero’ durante la guerra internato nei campi di concentramento nazisti al suo ritorno in Italia abbandonò la vita militare e il sacerdozio e visse a Roma come interprete parlamentare.”,”QMIS-146″ “VISSER Jelle HEMERIJCK Anton”,”Il miracolo olandese. Occupazione, riforma dello Stato sociale e concertazione.”,”Jelle Visser insegna alla Amsterdam School for Social Research e al Max Planck Institute di Colonia; Anton Hemerijck lavora al Department of Public Administration di Amsterdam e alla Erasmus University di Rotterdam. “”Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale francese, prescive il «miracolo olandese» ai suoi connazionali: rettitudine fiscale, riforma dello Stato sociale e del mercato del lavoro, consenso sociale e aumento dell’occupazione (3). Anche i tedeschi; afflitti da una disoccupazione a livello record, dall’aggravarsi dei conti pubblici e dalla stasi delle riforme, si rivolgono per l’ispirazione al loro «grande piccolo vicino» (4), mentre i politici belgi invitano sindacati e datori di lavoro a seguire l’esempio di moderazione salariale e di politica consensuale del loro vicino settentrionale (5). E perfino «The Economist» celebra «la prassi consensuale olandese, abituale e profondamente interiorizzata, personificata dall’insolita combinazione di sinistra, destra e centro nel governo del paese, (…) e che ha accelerato un significativo distacco dal modello europeo, fatto di crescita economica calante, disoccupazione crescente ed imbarazzo (finanziario) dello Stato sociale» (6)”” (pag 10)”,”OLAx-006″ “VITALE Vito”,”Guicciardini.”,”””Vissuto in periodo di profonda crisi nella vita cittadina e nella storia d’Italia, il Guicciardini ha avuto la persuasione che a Firenze lo Stato signorile, come si era venuto storicamente costruendo, non si sarebbe retto senza l’innesto dell’aristocrazia, della qualità se non della nascita, e che senza il Papa e l’accordo tra gli Stati italiani, l’Italia sarebbe caduta in servitù. Tutti i suoi tentativi sono falliti perché mancò l’accordo tra gli Stati, e perché la signoria medicea finì con l’appoggiarsi sulla forza esterna dell’Impero. Ma nè le calunnie dei contemporanei nè le deformazioni dei posteri possono distruggere il fatto che, partendo dalla situazione politica del momento, col piegare e adattare i propri atteggiamenti alel varie contingenze, egli cercò un fine costante, onde l’accusato di cinico opportunismo ebbe in verità una condotta fondamentalmente uniforme e rettilinea, mutevole solo nei mezzi contingenti, com’è nelle necessità di ogni uomo politico””. (pag 188)”,”BIOx-119″ “VITALE Alessandro”,”L’unificazione impossibile. Una lettura diversa del collasso jugoslavo.”,”Alessandro Vitale, ricercatore presso l’Università Statale di Milano, è specialista di cultura e politica dei paesi dell’area europeo-orientale. Autore di diversi saggi sull’Europa orientale, collabora con la rivista “”élites””.”,”EURC-021-FL” “VITALE Vito”,”Breviario della storia di Genova. Lineamenti storici ed orientamenti bibliografici. I.”,”VITALE Vito”,”LIGU-138″ “VITALE Vito”,”Breviario della storia di Genova. Lineamenti storici ed orientamenti bibliografici. II. Orientamenti bibliografici e indici.”,”VITALE Vito”,”LIGU-139″ “VITALE Andrea; ACERENZA Enzo”,”Operai e teoria – La storia operaia del Capitale – L’Abito e il Monaco – Il marxismo algebrico – Lavoro astratto realizzato.”,”CRITICA A GIANFRANCO PALA PAOLO GIUSSANI E GIANFRANCO LA-GRASSA TEORIA MARXISMO VALORE LAVORO ASTRATTO”,”TEOC-091-FL” “VITALE Enzo”,”L’Assembler.”,”Enzo Vitale (Roma, 1938). Laureato in fisica nell’Università di Roma (1962). Prima ricercatore presso il C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche), occupandosi di fisica dello stato solido e di metallurgia fisica. Nel 1966 entrava a far parte dell’Ibm Italia, ove tuttora presta la sua opera nel Servizio Addestramento Clienti di Roma.”,”SCIx-170-FL” “VITALE Enzo HERNANDEZ Aldo”,”Esercitazioni di Assembler.”,”Enzo Vitale (Roma, 1938). Laureato in fisica nell’Università di Roma (1962). Prima ricercatore presso il C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche), occupandosi di fisica dello stato solido e di metallurgia fisica. Nel 1966 entrava a far parte dell’Ibm Italia, ove tuttora presta la sua opera nel Servizio Addestramento Clienti di Roma. Aldo Hernandez (Acate, 1939). Fino al 1970 si è dedicato ad attività estranee all’informatica. Entrato nel ramo degli elaboratori elettronici, acquisiva una conoscenza approfondita dei vari linguaggi di programmazione e dei sistemi operativi. Attualmente svolge mla sua attività presso l’Eni nel gruppo software e linguaggi.”,”SCIx-171-FL” “VITALE Andrea”,”Critica a Piero Sraffa. Legge del valore, prezzi e accumulazione capitalistica. E’ possibile ai governi regolare l’economia oggi?”,”Andrea Vitale è nato a Pozzuoli nel 1957. Ha studiato le posizioni sraffiane. Collabora a ‘Operai contro’ di Milano. “”Per Sraffa la quota del salario entra a far parte del sistema produttivo “”sulla stessa base del combustibile per le macchine o del foraggio per il bestiame”” (Sraffa, op. cit., pp. 11-12) e trova “”un limite al di sotto del quale… non può scendere”” (ivi, p. 12). Tale limite sarebbe il livello di sussistenza e costituirebbe la parte fissa del salario stesso. Ciò che va oltre questo limite è per Sraffa un sovrappiù, intascato dagli operai”” (pag 51)”,”ECOT-377″ “VITALE Serena”,”Il bottone di Puskin.”,”Serena Vitale è professore ordinario di Lingua e letteratura russa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.”,”VARx-178-FL” “VITALI Ornello”,”La crisi italiana. Il problema della popolazione.”,”VITALI-O (Roma, 1931) è titolare della cattedra di teoria della popolazione e modelli demografici presso l’ UNIVERSITA’ di ROMA. Ha pubblicato numerosi lavori di metodologia statistica e statistica economica, inizialmente suoi preminenti campi di interesse. Si è poi occupato di problemi demografici, sforzandosi di superare l’impostazione esclusivamente descrittiva, propria di molti studiosi del campo. Da un lato, si serve di tecniche matematiche e di strumenti analitici adeguati e, dall’altro, situa i risultati ottenuti nel più ampio contesto delle discipline socio-economiche. BIBLIOGRAFIA: – “”La formazione del capitale in Italia””. 1968. – “”La popolazione attiva in agricoltura””. 1968. – “”Aspetti dello sviluppo economico italiano alla luce della ricostruzione della popolazione attiva””. 1970.”,”DEMx-020″ “VITALI Ornello”,”Mutamenti nelle aree urbane. Popolazione e occupazione dal 1951 al 1987.”,”Ornello Vitali, Dipartimento di teoria economica e metodi quantitativi per le scelte politiche. Ha pubblicato vari lavori di metodologia statistica, statistica economica, e demografia. Ha pubblicato: ‘La formazione del capitale in Italia’ (1968); ‘La popolazione attiva in agricoltura’ (1968), ‘La crisi italiana: il problema della popolazione’ (1976), ‘L’evoluzione rurale-urbana in Italia’ (1983). Editrice Sapienza: Al momento della sua scomparsa (2005) Ornello Vitali era titolare della cattedra di statistica economica nell’Università di Roma La Sapienza e presidente della Commissione per la Garanzia dell’Informazione Statistica. Tra le sue opere: Aspetti dello sviluppo economico italiano alla luce della ricostruzione della popolazione attiva, 1970; La crisi italiana: il problema della popolazione, 1976; L’evoluzione rurale-urbana in Italia, 1983; Mutamenti nelle aree urbane. Popolazione e occupazione dal 1951 al 1987, 1990; Aree metropolitane e urbane, in chiave funzionalista. I casi di Roma, Napoli e Rimini, 1996.”,”DEMx-074″ “VITELLO Vincenzo”,”Marx e lo sviluppo economico. (in)”,”Altro saggio: Nicola MERKER, Una discussione sulla dialettica. “”Con lo sviluppo della produzione capitalistica, della concentrazione e centralizzazione del capitale, appare in modo più evidente il contrasto tra quella che Marx chiamava la tendenza allo sviluppo illimitato della capacità produttiva e la ristretta capacità di consumo delle masse nell’ambito dei rapporti capitalistici. Alcuni interpreti di Marx hanno però esagerato il ruolo che il sottoconsumo ha nella sua teoria. Certamente, quella che è stata chiamata la regina dei teorici del sottoconsumo, Rosa Luxemburg, ha interpretato la teoria dell’accumulazione di Marx in modo meccanico, fino a giungere alla conclusione di un crollo automatico del capitalismo. Ma anche i più recenti interpreti, che su questa linea si sono sostanzialmente mossi, hanno quanto meno dato al motivo del sottoconsumo un posto sproporzionatamente rilevante, che esso non pare avere nella teoria di Marx del processo di accumulazione. Paul Sweezy, ad es., è incline, nella sua interessante ‘Teoria dello sviluppo capitalistico’, a considerare il sottoconsumo non solo come elemento determinate della crisi, ma come la principale forza controagente alla espansione del capitalismo. Il Dobb, d’altra parte, che si è detto molto più vicino a questa tesi del Sweezy di quanto non fosse prima (all’epoca in cui scriveva ‘Economia politica del capitalismo), non sembra abbia precisato, per quanto è a nostra conoscenza, il suo nuovo punto di vista (che pare a “”mezza strada”” tra i due).”” (pag 863-864) (le tre note a piè di pagina presenti nel brano non sono state riportate)”,”MADS-440″ “VITELLO Vincenzo”,”Il pensiero economico moderno.”,”Lavoro nato come un corso di lezioni tenute presso l’Istituto Gramsci in Roma nell’anno 1963.”,”ECOT-268-FL” “VITO Francesco”,”La riforma sociale secondo la dottrina cattolica.”,”Francesco Vito, professore ordinario nell’Università Cattolica del S. Cuore ‘Il proletariato è un concetto essenzialmente morale’ (pag 15) (non è un concetto economico-sociale o politico)”,”RELC-395″ “VITORIA Francisco de”,”De iure belli.”,”Francisco de VITORIA: (Burgos, 1483/1493 – Salamanca, 12 gennaio 1546). Domenicano spagnolo, considerato uno dei padri fondatori del diritto internazionale e uno tra i maggiori rappresentanti della scuola filosofica di Salamanca. Per alcuni studiosi è stato il primo a esporre le nozioni di libertà di commercio e libertà dei mari (sebbene non ancora attraverso questa terminologia). La sua riflessione teologica sul tema della “”guerra giusta””, già precedentemente impostata da Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino, pur condividendo l’impostazione di San Tommaso, vi introdusse il tema di proporzionalità, per cui i mali provocati dalla guerra non devono essere maggiori di quelli a cui intende portare rimedio. Con Bartolomé de Las Casas, fu il primo teologo ad affrontare la questione della conquista spagnola delle terre americane da poco scoperte ed il tema dei diritti dei nativi. Nel “”De iure belli”” del 1539 (espressione dei corsi tenuti tra il 1538 e 1539 presso l’Università di Salamanca, dove insegnò Teologia dal 1526 al 1546) sostiene che i cristiani possono muovere guerra, che la forza può essere respinta con la forza, che guerra giusta è quella combattuta a seguito di un’offesa e descrive quali sono le azioni considerate lecite in caso di guerra giusta. Davanti alle profondissime novità che caratterizzano il suo tempo, Vitoria fornisce una versione profondamente innovativa del tema medievale della guerra giusta. La sua visione colloca il tema della guerra all’interno dell’ordine internazionale, dandone una prima forma universale, razionale e giuridica. «Per quanto riguarda la prima questione, potrebbe sembrare che le guerre siano del tutto interdette ai Cristiani. Infatti, ad essi sembra sia proibito difendersi, secondo il detto di Paolo (Romani 12, 19): “”non vendicatevi, carissimi, ma lasciate che agisca la collera divina””. E il Signore nel Vangelo dice: “”se qualcuno ti percuote nella guancia destra, porgigli anche l’altra””, e nello stesso capitolo: “”io vi dico: non resistete al male”” (Matteo 5, 39); e inoltre: “”tutti quelli che prenderanno la spada periranno di spada”” (Matteo 26, 52). Sembra sufficiente rispondere che tutti questi non sono comandamenti ma esortazioni. È infatti già abbastanza disdicevole che tutte le guerre intraprese dai Cristiani siano contrarie alle esortazioni di Cristo redentore. Comunque sia, l’opinione di tutti i dottori è contraria, e così anche la consuetudine della Chiesa universale. Tutti infatti dimostrano in molteplici circostanze che la guerra è lecita.» (pag 7).”,”QMIx-224-FSL” “VITOUX Frédéric”,”La vie de Céline. Nouvelle édition revue et augmentée.”,”VITOUX Frédéric”,”FRAV-148″ “VITTORELLI Paolo”,”L’età della speranza. Testimonianze e ricordi del Partito d’Azione.”,”VITTORELLI Paolo nasce a Alessandria d’Egitto. Si reca a Parigi per il dottorato di ricerca in Giurisprudenza. Incontra Carlo Rosselli e gli uomini di GL lo inducono a partecipare alla lotta antifascista nelle file del movimento. Dopo l’occupazione tedesca della Francia si rifugia al Cairo. Rientrato in Italia alla Liberazione di Roma, aderisce al Partito d’Azione e dirige ‘L’Italia libera’ e ‘L’Italia socialista’. Dal 1947 passa nei ranghi socialisti. E’ stato direttore del ‘Lavoro’ di Genova e dell’Avanti! “”Parri era allora persuaso – e con lui La Malfa – che sui 535 deputati dei quali si sarebbe composta l’Assemblea costituente, 60 o 70 sarebbero stati azionisti, ossia avrebbero occupato un rilevante settore dell’assemblea tra socialisti e comunisti da un lato, e Democrazia cristiana e destre dall’altro. Mi riferì Riccardo Lombardi che, dopo la scissione del Partito d’Azione, una valutazione analoga aveva fatto Alcide De Gasperi, diventato presidente del Consiglio dopo la caduta di Parri: questi attribuiva una quarantina di seggi al Partito d’Azione e una trentina a Parri e La Malfa, che si sarebbero presentati all’elezione dell’Assemblea costituente, il 2 giugno 1946, con le liste di Concentrazione democratica e repubblicana. Invece dei quaranta previsti, il Partito d’Azione ebbe sette deputati – piùdue sardisti: Emilio Lussu e Pietro Mastino – mentre Parri, invece di trenta, ebbe due seggi, uno per sé ed uno per La Malfa””. (pag 133)”,”ITAP-179″ “VITTORELLI Paolo”,”L’età della tempesta. Autobiografia romanzata di una generazione.”,”Paolo Vittorelli nasce a Alessandria d’Egitto. Si reca a Parigi per il dottorato di ricerca in Giurisprudenza. Incontra Carlo Rosselli e gli uomini di GL lo inducono a partecipare alla lotta antifascista nelle file del movimento. Dopo l’occupazione tedesca della Francia si rifugia al Cairo. Rientrato in Italia alla Liberazione di Roma, aderisce al Partito d’Azione e dirige ‘L’Italia libera’ e ‘L’Italia socialista’. Dal 1947 passa nei ranghi socialisti. E’ stato direttore del ‘Lavoro’ di Genova e dell’Avanti! “”Sebbene non si possa dire che Lussu e La Malfa la pensassero allo stesso modo, né che la pensino nello stesso modo Lombardi o Visentini (quest’ultimo oggi Presidente del PRI), né che vi sia nulla in comune, sul piano politico, fra Parri, Valiani, Foa, Calogero e tutti coloro che ho già nominato, essi hanno certamente in comune la qualità di chi non fa parte di quella poco onorata società alla quale Ernesto Rossi, in tempi molto più puliti dei nostri, dedicò il libro dal titolo: ‘Settimo, onn rubare’. Forse per questa ragione sono sempre stati così antipatici ad una gran parte della classe politica italiana, molti dei cui uomini non perdonarono neppure ai giellisti del Partito d’Azione di essere intransigentemente antifascisti e di vedere con sospetto chiunque avesse avuto responsabilità nel passato regime”” (pag 9)”,”ITAD-162″ “VITTORIA Albertina”,”Togliatti e gli intellettuali. Storia dell’ Istituto Gramsci negli anni Cinquanta e Sessanta.”,”Albertina VITTORIA, (Roma, 1953) è redattrice della rivista ‘Studi storici’ per la quale ha scritto vari saggi di storia della cultura del Novecento italiano e curato con G. BRUNO, l’ ‘Indice’ dei suoi 25 anni. Ha curato e scritto varie opere (v. retrocopertina). “”Togliatti dal canto suo fu drastico: cosa volevano ora gli intellettuali? molti di coloro che “”oggi scrivono protestando”” erano stati nei paesi socialisti e non avevano mai fatto alcuna critica”” (pag 111)”,”PCIx-124″ “VITTORIA Albertina”,”Storia del PCI, 1921-1991.”,”VITTORIA Albertina è professore di storia contemporanea alla Facoltà di scienze politiche dell’ Università di Sassari. Fa parte della direzione della rivista ‘Studi storici’. “”Nel gennaio 1947 si era svolta a Firenze la III conferenza di organizzazione del PCI, nella quale Pietro Secchia pose l’accento sullo squilibrio fra la grande forza organizzativa del paritito (arrivato a 2.100.000 iscritti) e la sua capacità politica, sottolineando nella sua relazione come esso fosse il partito della classe operaia ma non ancora del popolo. Secondo la visione di Secchia era quindi necessario trasfondere nel partito di massa le caratteristiche del partito di quadri, ovvero spirito di partito, compattezza ideologica, senso della disciplina. Il “”partito nuovo””, per Secchia, più che essere un organismo di lavoratori aperto anche a diverse ideologie (come recitava l’articolo 2 dello statuto), doveva conservare il suo carattere di classe ed essere principalmente il partito della classe operaia””. (pag 63-64)”,”PCIx-314″ “VITTORIA Albertina”,”«Il sogno d’un’ombra». Imperialismo e mito della nazione nei primi anni del Novecento.”,”A proposito del volume di Mario Morasso, ‘L’imperialismo nel secolo XX. La conquista del mondo’, 1905 “”Il termine imperialismo, all’interno di settori non specialistici, veniva (…) inteso in un’accezione non economicamente e sociologicamente corretta, ma soprattutto come espansionismo, come grande politica, politica di potenza: questo per lo meno fino al 1911, quando con la guerra di Libia anche per l’Italia si venivano a chiarire i rapporti internazionali e a definire le scelte di campo”” (pag 828)”,”ITQM-234″ “VITTORIA Albertina”,”Togliatti e gli intellettuali. Storia dell’Istituto Gramsci negli anni Cinquanta e Sessanta.”,”Albertina Vittoria (Roma, 1953) è redattrice della rivista Studi storici per la quale ha scritto vari saggi di storia della cultura del Novecento italiano e curato, con G. Bruno l’Indice dei suoi venticinque anni. É collaboratrice del Dizionario biografico degli italiani e dell’Archivio storico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana,.”,”PCIx-032-FL” “VITTORINI Marcello”,”Petrolio e potere. Il racket dei petrolieri.”,”VITTORINI Marcello (ingegnere nato a L’Aquila, ha insegnato a Roma alla facoltà di Architettura e in altre città. E’ membro del consiglio superiore dei lavori pubblici.”,”ITAE-259″ “VITTORINI Elio CALVINO Italo a cura; scritti di Vittorio SERENI Elio VITTORINI Ottiero OTTIERI Gianni SCALIA Agostino PIRELLA Lamberto PIGNOTTI Luigi DAVI Giovanni GIUDICI Marco FORTI”,”Il menabò di letteratura. 4.”,”Letteratura, brani su vita operaia in fabbrica, industria, organizzazione industriale ecc. Contiene: ‘Taccuino industriale’ di Ottiero Ottieri (pag 21-94) Il cottimo e la salute dei lavoratori in fabbrica “”Molti operai, un’ora prima della fine, smettono il lavoro, avendo raggiunto la loro media di cottimo. Ingegneri, che passano a quell’ora per i reparti, esclamano che ce la prendiamo comoda. Ma i tempi sono stretti. Gli ammalati sono molti. A vedere la fabbrica dall’ufficio dell’assistente sociale e dalla infermeria, sembra un manicomio, per la follia industriale. Eppure si spendono cifre enormi per i servizi sociali. Il che tuttavia è possibile, solo imprimendo al lavoro un ritmo acceleratissimo… Allora? Il medico mi racconta che ogni primavera si ha un cedimento generale: esaurimenti nervosi di impiegati e operai, la casa di cura-sanatoria senza più un posto libero. Ma in che percentuale sono, rispetto alla massa, i casi difficili o disperati? Per noi, basta quella diecina che emerge man mano, bastano i casi d’attualità, a disorientarci. Ecco adesso chi è di turno: il padre, che si rifiuta assolutamente al trasferimento della figlia, non mangia, non dorme, minaccia di suicidarsi. Un grande invalido del lavoro. Fu assunto ad economia; poi desiderò lui passare a cottimo e da sei mesi fa l’80 per cento. Ora intende ritornare a economia perché non resiste più. Si mangia le mani d’aver dimostrato di poter reggere il cottimo: se faceva il lavativo fin da principio sarebbe stato meglio e l’avremmo tenuto in maggiore considerazione… Il medico lo definisce un piantagrane e afferma che la sua invalidità (atrofia di certi muscoli) può ricevere beneficio e non danno dall’esercizio. L’invalido protesta: il cottimo lo ossessiona mentalmente, ricorrerà alla CI e chiederà una visita medica collegiale presso l’Ufficio del Lavoro. Un altro, piuttosto colto, ben vestito, di origine francese, rientrato l’altro giorno al lavoro dopo un periodo di riposo per tentato suicidio nel fiume. Ha ripreso esattamente da tre giorni, e già dà i numeri. Sta al montaggio; ogni tanto si ferma, imbambolato, fissa un punto nel vuoto e cade in catalessi. I compagni intorno a lui, nel terrore non lo sopportano più, e nessuno lo vuole più, da nessuna parte. Non si tratta dunque di cambiargli lavoro ma di mandarlo in casa di cura. Come? Dove? Per quanto tempo? I ‘distonici’ non si contano. Così si chiamano i deboli, gli infelici, gli inquieti per i quali nessun lavoro è buono (il sottile male del mondo). Continuano a cambiare o a tentar di cambiare. Collezionano tutti i mali e nessuno. Chi li cura? Ci vorrebbe un impiegato dell’Ufficio Personale per ognuno di loro. O lasciarli perdere. Il medico, un ragazzo di origine meridionale, sgobba tutto il giorno, infastidito dalla massa di persone che, sostanzialmente – dice lui -, non hanno voglia di lavorare. Per lui il mondo è composto di uomini condannati a lavorare: con la differenza che qualcuno si adatta e qualcuno recalcitra. Per il suo camice bianco non esiste spartiacque classista.”” (pag 55-56) [Ottiero Ottieri, ‘Taccuino industriale’]”,”CONx-253″ “VIVANTE Angelo”,”Irredentismo adriatico.”,”L’opera uscì per la prima volta nel 1912 e divenne subito un libro proibito. Nel giro di pochi giorni scomparvero dalla circolazione tutte le copie e fu la congiura del silenzio. Solo dopo la guerra vi fu qualche tentativo di confutazione con l’argomento che “”la guerra gli aveva dato torto”” mentre poi la seconda guerra doveva dargli ragione. VIVANTE apparteneva a una ricchissima famiglia triestina. Laureatosi in legge a Graz, si diede al giornalismo. Entrò nella redazione de ‘Il Piccolo’ e fu per molti anni apprezzato redattore politico. Intanto frequentava il ‘Circolo di Studi sociali’. Quando nel 1907, ‘Il Lavoratore’ divenne quotidiano, egli ne fu nominato direttore e nello stesso anno partecipò, quale rappresentante del Partito socialista triestino, al Congresso Internazionale Socialista di Stoccarda (2° Internazionale). Nel 1912 pubblicò ‘Irrendentismo Adriatico’ che gli costò oltre un anno di ricerche nelle biblioteche d’Italia e di Vienna. L’opera è ancora una fonte di riferimento per lo studio della Venezia Giulia.”,”EURC-040″ “VIVANTE Angelo, collaborazione di Elio APIH”,”Irredentismo Adriatico. Con uno studio di Elio Apih, La genesi di ‘Irredentismo adriatico’.”,”Angelo Vivante nasce l’11 agosto 1869 da facoltosa famiglia triestina. Laureatosi in legge, si appassiona al giornalismo e diviene redattore de Il Piccolo incarico che mantiene per molti anni. Segue, per conto del giornale, le conferenze indette dal Circolo di Studi Sociali, ne è fedele ed entusiasta recensore e finisce così per aderire al socialismo. Direttore de Il Lavoratore quando questo diventa quotidiano, dedica impegno ed intelligenza al giornale, rinunciando anche per questa sua attività a qualsiasi compenso. Passata la direzione del giornale ad Angelo Lanza, continua però la sua collaborazione al partito socialista, inviando corrispondenze all’Avanti!, tra le quali va ricordata quella serie di articoli fortemente polemici sulla lotta politica a Trieste, raccolti poi in un opuscolo sotto il titolo Dal covo dei traditori. Nel 1912 pubblica Irredentismo adriatico che solleva indignazione nel campo liberale ed irredentistico giuliano ma viene da altri considerato un prezioso contributo alla storia della vita politica di queste terre. Angelo Vivante rimane fedele al pensiero socialista e al partito che lo esprime fino alla morte che avviene – per suicidio – l’1 luglio 1915.”,”ITAA-006-FL” “VIVANTI Corrado”,”Niccolò Machiavelli. I tempi della politica.”,”VIVANTI Corrado ha pubblicato nella Pléiade Einaudi le ‘Opere’ di Machiavelli in tre volumi (1997,1999, e 2005). Autore di ‘Lotta politica e pace religiosa in Francia fra Cinque e Seicento’ (1963) ha diretto insieme con Ruggiero ROMANO la ‘Storia d’ Italia Einaudi’. Ha ricevuto dall’ Accademia dei Lincei il Premio per la Storia. Ha insegnato nelle Università di Torino, Perugia e ‘La Sapienza’ di Roma.”,”BIOx-127″ “VIVANTI Corrado; BARBAGALLO Francesco”,”Le Tesi di Lione e la storiografia italiana del primo Novecento (Vivanti); Il Mezzogiorno, lo Stato e il capitalismo italiano dalla «Quistione meridionale» ai «Quaderni del carcere» (Barbagallo).”,”””Le Tesi di Lione – ha osservato Spriano (1) – costituiscono «il punto d’approdo dell’elaborazione politico-teorica della direzione gramsciana, allo stesso modo che le Tesi di Roma lo furono della direzione bordighiana»”” (pag 5) (1) in Storia del Partito comunista italiano. Vol. I, Da Bordiga a Gramsci, Torino, 1967, pag 480. Per le Tesi di Roma i riferimenti sono al volume di Gramsci ‘La costruzione del Partito comunista (1923-1926), Torino, 1971, pp. 488-513″,”GRAS-148″ “VIVARELLI Roberto”,”Il dopoguerra in Italia e l’ avvento del fascismo (1918-1922). 1. Dalla fine della guerra all’ impresa di Fiume.”,”””Ma, rispetto alla formula astensionistica di Lazzari “”né aderire, né sabotare””, già la risoluta opposizione alla guerra sostenuta dall’ Avanti! sulla linea di Zimmerwald costituiva in realtà un netto superamento in senso “”disfattistico””. Nel manifesto di Zimmerwald, che Serrati riuscì con uno stratagemma a pubblicare integralmente sull’ Avanti!, la denuncia del carattere imperialistico della guerra è accompagnata da pesanti accuse contro i governi “”capitalistici”” che per sete di guadagni materiali “”seppelliscono (…) la libertà dei loro popoli insieme all’ indipendenza delle altre nazioni””, e contro il “”militarismo”” che esige dal prolatariato “”una sottomissione da schiavi”” per condurlo “”al massacro e alla morte””: sono parole in cui è implicito l’ invito alla rivolta. Nel manifesto di Kienthal, che Serrati fece diffondere clandestinamente, oltre le già note denuncie era contenuto un esplicito incitamento alle masse perché insorgessero (…)”” (pag 62-63)”,”ITAA-073″ “VIVARELLI Roberto”,”Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande guerra alla marcia su Roma. Volume II.”,”Dedicato allo memoria di Gaetano SALVEMINI e Federico CHABOD In appendice: ‘Manifestino alle truppe dei giovani socialisti, trasmesso dallo stato maggiore esercito alla presidenza del consiglio il 7 giugno 1920 (v. nota 141, cap. III) (pag 924-925) Bordiga vincitore del Congresso di Bologna (1919). “”In questo senso, cioè rispetto al significato obiettivo delle decisioni prese, si può dire che, malgrado la sconfitta della sua mozione, il vincitore effettivo del congresso di Bologna fu Amadeo Bordiga. Si doveva a Bordiga, intanto, attraverso una serie di interventi non occasionali, la interpretazione della rivoluzione di ottobre come applicazione perfettamente conseguente, anzi unica legittima linea di sviluppo, della lezione marxista, rivendicandone l’ortodossia socialista a tal punto che ne usciva radicalmente ridotta l’originalità di Lenin (17). Né si trattava, rispetto al panorama italiano, di una voce in mezzo ad altre, perché – come è stato romai ben chiarito – Bordiga fu il solo a svolgere coerentemente tale intepretazione (18). Inoltre, si doveva ancora a Bordiga la formulazione più chiara della assoluta incompatibilità tra socialismo e democrazia. Ancora a Bologna questo tema era stato al centro di ambedue i suoi interventi: in essi egli aveva ribadito che si trattava di “”due vie storiche”” assolutamente divergenti, e che fra il “”metodo social-democratico””, il quale consisteva “”nel penetrare negli istituti rappresentativi della borghesia”” illudendosi di potersene servire “”per attuare i postulati dell’emancipazione proletaria””, e il “”metodo comunista””, secondo cui “”il proletariato poteva davvero impadronirsi del potere politico solo strappandolo alla minoranza capitalistica con la lotta armata, con l’azione rivoluzionaria””, solo quest’ultimo corrispondeva alla “”genuina interpretazione marxistica””; perciò la pratica collaborazionistica seguita dai partiti della Seconda Internazionale doveva considerarsi come una degenerazione del socialismo, il quale solo nell’esperienza della Rivoluzione russa e negli enunciati della Terza Internazionale aveva ritrovato la sua strada, il bolscevismo null’altro essendo che “”quella dottrina della quale sempre siamo stati seguaci anche prima della Rivoluzione russa”” (19)”” (pag 224-225) (17) Cfr. A De Clementi, La révolution d’octobre et le mouvement ouvrier italien, in AA.VV. La révolution d’octobre et le mouvement ouvrier européen () Paris, Edi, 1967, p. 123; Id., Amadeo Bordiga, Torino, Einaudi, 1971, pp. 90-91 (18) Il primo dei testi in cui Bordiga svolse questa interpretazione, in polemica con quella “”idealistica”” di Gramsci, sembra doversi considerare ‘Gli insegnamenti della nuova storia. Commento alla rivoluzione russa’, in “”Avanti!””, 2 marzo 1918, ora in ‘Storia della sinistra comunista, I bis, Milano, edizioni Il Programma comunista del partito comunista internazionale, 1966, pp. 68-79 (…). E cfr F. Livorsi, Amadeo Bordiga. Il pensiero e l’azione politica 1912-1970’, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 77-80. Per il seguito del discorso di Bordiga, in cui si continua la polemica con Gramsci, v. in generale Caretti (), op.cit., pp 210-17, 219-20, e nota 122. (19) Resoconto stenografico, cit., pp. 59-73, 255-62 (le citaz. alle pp. 60-62, 257) () vedi RIRO-052., Marc Ferro e altri, EDI, 1967 () vedi ‘La Rivoluzione russa e il socialismo italiano 1917 – 1921’ (MITS-045)”,”ITAD-127″ “VIVARELLI Roberto”,”I caratteri dell’età contemporanea.”,”Roberto Vivarelli, già professore di Storia contemporanea nella Scuola Normale Superiore di Pisa, con il Mulino ha pubblicato: Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo, Storia delle origini del fascismo e la memoria: Fine di una stagione.”,”STOx-059-FL” “VIVARELLI Roberto”,”La fine di una stagione. Memoria 1943-1945.”,”Roberto Vivarelli (nato nel 1929) ha insegnato Storia contemporanea nella Scuola Normale Superiore di Pisa. Con il Mulino ha pubblicato ‘Il fallimento del liberalismo. Studi sulle origini del fascismo’ (1981) e ‘Storia delle origini del fascismo (2 voll. 1991). Un debito di fedeltà. Dalla parte dei vinti. “”A qualcuno che oggi mi chiedesse se sono «pentito» di avere combattutoi nelle file della disprezzata Repubblica di Salò, risponderei che non soltanto non sono pentito, ma ne sono a mio modo orgoglioso, pur essendo ‘oggi’ consapevole che la causa era moralmente e storicamente ingiusta”” (pag 104) Vivarelli racconta la sua esperienza di repubblichino adolescente. Il padre; fascista e volontario di guerra, fu ucciso dai partigiani jugoslavi nel 1942. Alla caduta del fascismo e dopo l’8 settembre 1943, rimanere fascisti per i due figli sarà anche una questione di fedeltà all’ombra paterna, ai valori patriottici che egli aveva visto incarnati nel fascismo. Il primogenito, sedicenne, s’arruola subito nella Decima Mas; Roberto, che ha tredici anni, solo nell’estate 1944, a Como, ottiene di entrare nelle Brigate Nere, e si trova a vivere i mesi della guerra civile fra attentati gappisti e rastrellamenti antipartigiani. Infine riesce a partire per il fronte, ma è il 9 aprile 1945 e il fronte è Bologna. Fascista fino all’ultima ora, dal 1948 VIvarelli avvierà una propria “”ricostruzione”” culturale e politica che lo porterà su posizioni assai lontane da quelle di partenza. Ma solo dopo mezzo secolo, attraverso la dolorosa elaborazione consegnata a queste pagine – riuscirà a far combaciare le stagioni della propria vita e a vedere il filo unitario che le lega.”,”ITAF-388″ “VIVARELLI Roberto”,”Liberismo, protezionismo, fascismo. Un giudizio di Luigi Einaudi.”,”Il saggio si propone di tracciare l’itinerario di un giudizio di Luigi Einaudi in una sua opera del 1933 sulle ragioni che resero il nostro stato liberale incapace di fronteggiare le difficoltà del primo dopoguerra sino a consentire la vittoria del fascismo. Poiché le premesse del giudizio di Einaudi si ritrovano nella critica dei liberisti italiani all’indirizzo dei governi, a partire dalla tariffa doganale del 1887, di quella critica il saggio ricostruisce sia il contesto, sia il contenuto specifico, mettendo in luce come non si trattava semplicemente di contrastare una politica economica, quanto di combattere contro una forma di stato fortemente impopolare e a favore di uno stato che fosse liberale non solo di nome ma di fatto. Gradualmente, Einaudi farà sua questa lezione, sino a considerare inscindibile, come sosterrà in una celebre discussione con Benedetto Croce, il binomio liberismo e liberalismo. Roberto Vivarelli, professore emerito alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ha studiato l’età moderna e l’età contemporanea e ha insegnato storia contemporanea. Per Rubbettino ha pubblicato Liberismo, protezionismo, fascismo Un giudizio di Luigi Einaudi (2011). La lezione della guerra (di Libia) (pag 105-106) “”L’occasione per il manifestarsi di alcune contraddizioni nel pensiero di Einaudi e poi l’incentivo per il loro graduale risolversi furono offerti dalla guerra di Libia. Di fronte ad essa egli assunse una posizione in cui emerge un contrasto assai netto tra ragione e sentimento e, insieme, comincia a mostrare contorni precisi una sua concezione della storia in aperta opposizione ad ogni interpretazione materialistica. Intervenendo su «La Riforma Sociale» poco dopo l’inizio delle ostilità, Einaudi non rinuncia affatto ad assolvere il compito, che ritiene proprio dell’economista, di dissipare ogni falsa illusione. Egli sottolinea perciò a chiare note come in termini economici la guerra non solo non avrebbe prodotto alcun vantaggio immediato, ma avrebbe anzi imposto allo stato italiano, cioè all’insieme dei cittadini contribuenti, un cospicuo sacrificio finanziario. Egli neppure si nascondeva il pericolo che, estendendosi nella nuova colonia quel regime di favori che già viveva nella madre patria, l’impresa libica potesse offrire nuova occasione di lucri gratuiti e privilegiati per particolari gruppi di cittadini a spese e della collettività nazionale e della popolazione locale. Tuttavia, proprio in quanto economicamente svantaggiosa e, invece, «opera di sacrificio» avente come fine la redenzione morale ed economica di un popolo meno civile, e perciò dettata non da spirito di conquista ma da «un alto sentimento del dovere», Einaudi riteneva che l’impresa libica dovesse giudicarsi positivamente. «Un sentimento nuovo, severo, fatto di sacrificio e di sforzo, – egli scriveva – era sorto in Italia e spingeva molti animi generosi a una spedizione che è una altruistica opera di civiltà» (1). Neppure di fronte alle pacate ma assi ferme obiezioni di Edoardo Giretti, che sottolineava quanto poco attendibili fossero le sue speranze, Einaudi recedeva dalle sue posizioni (2). A sostegno di tali posizioni, alcuni mesi dopo e di fronte alla prima mossa dei siderurgici italiani per ottenere l’adozione in Libia di un regime doganale «consono agli interessi della produzione nazionale», cioè fortemente protezionistico, egli ritiene pur possibile l’intervento dei nazionalisti. «È ora di finirla con la commedia del nazionalismo dei siderurgici e dei loro sozii () zuccherieri, navigatori, cerealicultori, ecc.! È venuto il momento di dimostrare che costoro sono i veri nemici della grandezza italiana, e che bisogna stare bene in guardia quando li si sente parlare della necessità della espansione commerciale dell’Italia nella nuova colonia. (…) O non si sa forse di quanti danni è cagione la siderurgia alla madre patria? (…) Santa e doverosa è dunque la battaglia contro i trivellatori siderurgici. E deve raddoppiare d’intensità, oggi che si avvicina la rinnovazione dei trattati di commercio e che i trivellatori già meditano di estendere il loro dominio sulla Tripolitania. A combattere quest’ultimo indegno assalto dovrebbe vigilare l’opinione pubblica. I nazionalisti che hanno voluto l’impresa coloniale per rialzare il tono del sentimento patrio, hanno qui una magnifica battaglia da combattere. Essi, se non vogliono che l’onta cada sul loro capo, se vogliono efficacemente, a fatti e non a parole, ribattere la taccia di aver voluto la conquista della colonia per servire agli interessi del capitalismo, devono essere i primi a insorgere contro questi falsi capitalisti che vogliono convertire la Tripolitania in un campo riservato per trivellarvi pozzi fecondi di profitti pagati dal contribuente italiano. Qui si parrà quale sia il nazionalismo vero e quello falso. In questa lotta, se la inizieranno, i nazionalisti avranno per alleati noi, che crediamo unicamente nella ‘piccola Italia’ come riformatrice ed educatrice della ‘più grande Italia’» (3). In realtà la posizione in cui si era messo Einaudi era insostenibile, tale da non risparmiargli le acerbe critiche del patriottismo offeso e da esporlo a un doloroso isolamento» (4)”” (pag 105-106) [(1) L. Einaudi, ‘A proposito della Tripolitania. Considerazioni economiche e finanziarie, in ‘La Riforma Sociale’, ottobre-novembre 1911, p. 597; (2) Cfr. L. Einaudi E. Giretti, ‘A proposito della Tripolitania. Ottimismo e pessimismo coloniale?’, in ‘La Riforma Sociale’, dicembre 1911, p. 740-764, e spec. la replica di Einaudi alle pp. 748-763; (3) L. Einaudi, ‘I fasti italiani degli aspiranti trivellatori della Tripolitania’, in ‘La Riforma Sociale’, marzo 1912, p. 166 e 192; (4) Ciò emerse soprattutto nella polemica che fece seguito agli articoli sulla guerra di Libia, firmati da Italicus ma di Einaudi, apparsi in ‘The Economist’, il 21 e il 28 ottobre e il 18 novembre 1911, di fronte alla quale egli arrivò sino a ritenere impossibile di continuare la sua collaborazione sul ‘Corriere della Sera’; cfr. la lettera di Einaudi a Luigi Albertini, il 21 gennaio 1912, in L. Albertini, ‘Epistolario 1911-1926’, a cura di O. Barié, 4 voll, Mondadori, Milano, 1968, pp. 91-94 e la nota del curatore p. 370] sozio /sò·zio/ sostantivo maschile Variante arc. di socio (anche col sign. di ‘amico’, ‘compare’)”,”TEOS-333″
“VIVES Jaime Vicens”,”Profilo della storia di Spagna. (Tit.orig.: Aproximación á la Historia de España)”,”VIVES Jaime V. nato nel 1910 , venne nominato ancora in giovane età alla cattetra di storia economica dell’Università di Barcellona. E’ morto prematuramente nel 1960. Storico di statura europea, oltre a questo Profilo ha lasciato studi di storia calatana e la sua fondamentale ‘Historia social y economica de Espana y America’ (1958).”,”SPAx-100″
“VOEGELIN Eric”,”Hitler e i tedeschi.”,”Nel volume tra l’altro si trattano i vari aspetti della ‘stupidità’ borghese tedesca nei confronti dell’ascesa dell’hitlerismo. L’autore si avvale della sensibilità di Karl Kraus, dell’analisi della stupidità di Robert Musil, della preveggenza di Cervantes. Eric Voegelin (1901-1985), nato a Colonia, studiò a Vienna dove divenne docente di scienze politiche alla Facoltà di Diritto. Negli Stati Uniti prima e dopo l’avvento del nazismo, prese la cittadinanza americana nel 1944. Tornerà in Germania solo nel 1964 nell’Università di Monaco dove fondò il Dipartimento di scienze politiche nella facoltà che fu anche di Max Weber.”,”GERN-147″
“VOEGELIN Eric”,”La nuova scienza politica.”,”Eric Voegelin, storico e scienziato politico di fama mondiale, è nato a Colonia (Germania) nel 1901. Ha insegnato dal 1936 al 1938 all’Università di Vienna. Nel 1938, dopo l’invasione tedesca, andò negli Usa, insegnando nelle università di Harvard, dell’Alabama, della Louisiana. Dal 1958 è professore di scienze politiche e direttore dell’Istituto di scienze politiche dell’Università di Monaco.”,”TEOP-010-FRR”
“VOGEL Hans LUDWIG Konrad BOCK Wilhelm DITTMANN Wilhelm BREITSCHEID CRISPIEN Artur FUCHACZ Marie SCHRECK Karl e altri”,”Sozialdemokratischer Parteitag Magdeburg 1929. Vom 26. bis 31 Mai in der Stadthalle. Protokoll.”,”‘Sozialdemokratischer Parteitag Magdeburg 1929. Vom 26. bis 31 Mai in der Stadthalle. Protokoll.'”,”MGEK-074″
“VOGT Joseph”,”La repubblica romana.”,”Di questa classica opera, Adolfo OMODEO ha scritto: “”ha saputo cogliere lo spirito unico e molteplice che regge la vita romana: la vita campagnola delle popolazioni, il regime della famiglia, la religione contrattuale coi numi, e il conseguente spirito giuridico””. Joseph VOGT (1895-1986) ha insegnato Storia antica a Tubinga e Magonza. Direttore di una nota serie di studi sulla schiavitù nel mondo antico, ha pubblicato, tra l’altro, “”Constantin der Grosse und sein Jahrhundert”” (München, 1960)”,”STAx-040″
“VOGT Karl MOLESCHOTT Jakob, a cura di Dieter WITTICH”,”Schriften zum kleinbürgerlichen Materialismus in Deutschland. Erster Band.”,”Oltre agli scritti di VOGT (1817-1895) e di Jakob MOLESCHOTT (1822-1893) l’ opera riporta anche gli scritti di Ludwig BÜCHNER (1824-1899) ma solo nel secondo volume.”,”FILx-246″
“VOGT William”,”Domani può essere il caos.”,”Tesi dell’autore: “”La Gran Bretagna, il Giappone e la Germania erano fra le nazioni più industrializzate del mondo. Nessuna di esse fu in grado di mantenere un alto tenore di vita con l’industrializzazione ‘senza l’accesso ad aree adeguate di terra produttiva’. Gli avvocati dell’industrializzazione vista come il toccasana dovrebbero meditare su questi esempi. Una Gran Bretagna indebolita e relativamente amante della pace si trova ora sull’orlo della fame. Il Giappone e la Germania cercarono la soluzione suggerita da Urbano II: e oggi tra le montagne di macerie delle loro città passa la carestia, né v’è chi sia riuscito a suggerire mezzi appropriati per provvedere alle popolazioni il minimo di duemila calorie al giorno. Entrambi questi popoli hanno forzato la capacità di sostentamento dei loro territori, perdendo i mezzi economici per attingere alle terre del resto del mondo il cibo e le fibre indispensabili alla vita dell’uomo moderno. La fallacia della teoria secondo cui soltando l’industrializzazione può produrre alti tenori di vita è chiaramente dimostrata nella figura 3, basata in gran parte su studi compiuti dall’economista australiano Colin Clark, il quale ha determinato il reddito reale in termini di unità internazionali, o U.I. (v. Colin Clark op.cit.). “”Per unità internazionale s’intende l’ammontare di beni e servizi acquistabili negli Stati Uniti con un dollaro nella media fra gli anni 1915 e 1934″”. E’ altamento significativo che tra i primi dieci paesi presi in esame il Canada, l’Australia e l’Argentina erano paesi dove prima della guerra l’industrializzazione aveva fatto pochi progressi: paesi, tuttavia, con popolazione scarsa in rapporto all’estensione del loro territorio e alle altre risorse naturali. D’altra parte, popolazioni industrializzate e sovrapopolate, come la Svezia, la Germania, il Belgio, la Cecoslovacchia, il Giappone e l’Italia, sono disseminate nella graduatoria fino al venticinquesimo posto. La Gran Bretagna dovrebbe scendere anch’essa molto in basso nell’elenco, se non sussistesse il fatto che essa è oggi pensionata dagli Stati Uniti. Anche la Svizzera, che ha mantenuto il suo rango grazie a una combinazione di attività che vanno dalla banca al turismo e al quasi monopolio di strumenti di precisione, cui fa riscontro un’esigua popolazione, ha purtuttavia perduto ugualmente parecchi punti nella graduatoria”” (pag 88-89)”,”DEMx-064″
“VOGT Joseph”,”L’uomo e lo schiavo nel mondo antico.”,” “”Talvolta sia Euno che Spartaco ci han dato un esempio di come preparassero a coloro che sottomettevano la stessa sorte che questi prima avevano riservato agli schiavi: Euno fece mettere in ceppi i lavoratori delle fabbriche di armi e Spartaco alla festa funebre per Crisso costrinse centinaia di prigionieri romani a combattere in duello”” (pag 109-110) Internazionale rossa dell’antichità “”Se nel considerare le guerre servili da Euno fino a Spartaco noi diamo uno sguardo d’insieme alla ricchezza di motivi dell’azione, ci meraviglia enormemente vedere con quale leggerezza una parte della ricerca moderna abbia voluto ricondurre questi motivi alla denominazione unitaria di un socialismo e di un comunismo antico. K. Bücher nella sua indagine (1) in realtà ha ammesso la presenza di forti differenze fra le singole sommosse, ma tuttavia vuol scoprire ‘il corso del tempo’ “”che muoveva gli animi dal colle Capitolino e dalle alture di Enna fino alle falde del Tauro”” (p. 114) e individua “”il movimento proletario, ampiamente ramificato, degli anni trenta del secondo secolo, quell’irrompere improvviso di socialismo che senza dubbio ha somiglianze con un fenomeno attuale, anche se le sue esigenze dovevano essere adattate alle condizioni economiche vigenti”” (pp. 115 sgg.). Fa un passo avanti A. Rosenberg (2) che senza una particolare giustificazione constata nel tentativo di rivoluzione dei Gracchi “”l’estendersi delle idee del socialismo grego in Italia”” e nello stato di Aristonico “”rapporti della ‘internazionale rossa’ dell’antichità”” (pag. 58 sgg.). Una impensabile modernizzazione di avvenimenti antichi troviamo poi in U. Kahrstedt (3). Dalla scissione del sistema statale e sociale che egli caratterizza in modo perfetto, vede emergere “”il movimento coscientemente proletario che abbraccia il mondo nel primo e nel secondo secolo a.C: (pag. 99), parla del bolscevismo in Sicilia (pag. 125) e attribuisce a Spartaco “”lo stato comunista perfettamente proletario del Bruzio”” (pag. 127). Egli ripete queste etichette (4) e, nonostante le obiezioni ben fondate di F. Oertel (5) e M. Rostovtzeff (6), alla fine (7) va tanto oltre da attribuire alla prima sommossa siciliana un “”fronte di unità proletaria contro il capitale e la borghesia”” (pag. 259), alla guerra di Aristonico “”lo stato senza classi del proletariato”” (pag. 274). Accanto a questa deformazione, appaiono equilibrate le interpretazioni di G. Walter e di B. Farrington (8) che considerano le sollevazioni degli schiavi come premesse del comunismo e parlano del sogno di una unione internazionale di tutti gli oppressi e del progetto di un nuiovo ordine di società. Maggior cautela mostrano gli studiosi che recentemente si sono interessati degli schiavi delle miniere del Laurion, H. Wilsdorf e S. Lauffer (9), quando parlano di una “”internazionale latente”””” (pag 115-116) Aristonico. (pag 122) Seneca. (pag 185) Èuno (lat. Eunus). – Schiavo di origine siriaca, capo della rivolta degli schiavi in Sicilia negli anni 136-132 a. C.: occupò Enna, si proclamò re e assunse il nome di Antioco; dopo lunghe lotte fu vinto e catturato dal console Publio Rupilio; morì in prigione. (treccani) Euno Euno Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Monumento a Euno, Enna, Castello di Lombardia. Euno, schiavo ribelle, fu a capo della guerra servile scoppiata a Enna nel 139 a.C. Euno (in latino: Eunus, in greco: ??????; … – 132 a.C.) fu lo schiavo siciliano che guidò la guerra di liberazione che scoppiò in Sicilia – nella città di Enna – nel 136 a.C.. A quel tempo nell’isola i proprietari romani chiedevano ai contadini il pagamento di quote così alte del raccolto che questi non riuscivano a pagare il dovuto, finendo schiavi per debiti dei loro stessi usurai; questo creò una massa di schiavi difficile da controllare, e si erano formate bande di schiavi siciliani liberi che arrivarono anche ad assaltare i mercanti. La rivolta esplose nelle terre del possidente Damofilo che, favorendo i Romani, cercava di ottenere la doppia nazionalità per sfruttare meglio gli schiavi; Euno era ridotto in schiavitù nei suoi possedimenti, nei pressi di Enna; Damofilo fu ucciso, ed Euno fu proclamato re: organizzò la sua corte sul modello di quelle delle monarchie ellenistiche, si fece chiamare Antioco, nome comune nella dinastia siriana dei Seleucidi, e coniò anche monete con la sua effigie e altre figure. Rimase comunque un personaggio ambiguo, tra il ciarlatano ed il profeta, legittimando la propria regalità mediante presunti contatti con la dea siriaca Atagartis che gli sarebbe apparsa in sogno. L’insurrezione si estese e il mandriano Cleone, dopo aver sollevato i siciliani ridotti in schiavitù nella zona di Agrigento, riconobbe Euno come re. L’esercito ribelle espugnò Morgantina (presso Aidone) e Taormina e continuò ad aumentare, arrivando, sembra, a contare un esercito di 200.000 uomini. La guerra di liberazione dei siciliani fu totale: sconfissero più volte le legioni romane, fino al 133/132 a.C. e buttarono a mare gli eserciti inviati da Roma; quando la guerra in Lusitania fu sospesa il console Publio Rupilio fu inviato in Sicilia e i siciliani accorsero a Messina per difendere la porta della Sicilia. Otto mila siciliani morirono nella battaglia dello stretto per impedire l’ingresso in città dei Romani che, quando entrarono in città, crocifissero altri 8.000 persone. A Taormina Pisone non riuscì a superare le difese naturali della città. Rupilio, dopo aver assediato la popolazione sino alla fame, promise loro la salvezza dopo la resa. Non fu di parola: dopo essere entrato in città fece precipitare tutti i cittadini dalla rupe. Ad Enna fu compiuta la più grande strage che la Sicilia ricordi: 20.000 cittadini furono trucidati dentro il castello dopo una strenua resistenza. Euno fu catturato e rinchiuso in carcere a Morgantina dove morì in prigionia.”,”CONx-206″
“VOGT Joseph”,”La repubblica romana.”,”Di questa classica opera, Adolfo Omodeo ha scritto: “”ha saputo cogliere lo spirito unico e molteplice che regge la vita romana: la vita campagnola delle popolazioni, il regime della famiglia, la religione contrattuale coi numi, e il conseguente spirito giuridico””. Joseph Vogt (1895-1986) ha insegnato Storia antica a Tubinga e Magonza. Direttore di una nota serie di studi sulla schiavitù nel mondo antico, ha pubblicato, tra l’altro, “”Constantin der Grosse und sein Jahrhundert”” (München, 1960). L’edizione tedesca è dedicata dall’autore ai suoi maestri W. Schubart e R. Zahn. ‘La resistenza di una gran parte della nobiltà romana contro l’allargamento della politica romana aveva la sua ultima ragione nel fatto che col nuovo indirizzo era collegato un profondo cambiamento nella costituzione e nell’amministrazione dello stato romano, e persino veniva pregiudicato il dominio della nobiltà. Già durante la guerra era apparso che il sistema abituale degli affari non era più sufficiente: si dovevano tenere in armi nello stesso tempo più eserciti; si affacciavano compiti militari che richiedevano un esteso comando di più anni. Così il regime dei magistrati annuali della repubblica si dovette interrompere più volte col prolungamento dell’impero oltre l’anno di carica (‘prorogatio’) e col conferimento dell’imperium non vincolato ad una magistratura. La carriera del vincitore Scipione che aveva ottenuto un imperio proconsolare per la guerra di Spagna ed un incarico, che doveva durare oltre il consolato, per l’offensiva in Africa, era una chiara testimonianza della trasformazione politica. Il fatto che questa ed altre innovazioni furono introdotte, nonostante la forte opposizione, specialmente in Senato, ci fa conoscere come le classi dirigenti e con loro le masse della cittadinanza sostenessero la nuova politica con le sue conseguenze inevitabili. La personalità di Scipione cooperò essenzialmente a far sì che i suoi contemporanei si rendessero conto della svolta decisiva che avevano preso le cose. Già durante la guerra aveva mostrato di avere come modello la figura di Alessandro Magno. Come questi egli pensava di essere in un rapporto personale con la divinità, prima di tutte le grandi decisioni teneva nel tempio capitolino colloqui col dio, egli sentiva strumento divino chiamato a costituire il dominio romano. E’ facile capire come negli anni delle vittorie sia cresciuto il mito intorno all’uomo geniale, alimentato dall’esercito e dal popolo. Scipione ebbe il nome onorifico di Africano, nel 199 a. C. fu eletto censore, ma la diffidenza della nobiltà rimase viva. La classe governante, in cui valeva il principio dell’uguaglianza di tutti quelli che partecipavano al governo, non era disposta a lasciar sorgere una superiore personalità di dominatore. Ma la trasformazione dell’egemonia italica in grande potenza mediterranea si estese nei sui effetti su tutta la cittadinanza ed insieme sugli alleati d’Italia. I compiti dello Stato nei riguardi finanziari e militari, per citar dapprima solo le questioni più gravi, erano divenuti nuovi e grandi oltre ogni dire’ (pag 169-170)”,”STAx-001-FC”
“VOGT-DOWNEY Marilyn a cura, contributi di Steve BLOOM Gerry FOLEY Dick FORSLUND Janette HABEL Boris KAGARLITSKY Jaroslav KOSHIW Zbigniew KOWALEWSKI Poul FUNDER LARSEN Livio MAITAN David (Seppo) MANDEL Ernest MANDEL Colin MEADE Aleksandr V. PANTSOV Esteban VOLKOV”,”The USSR 1987-1991: Marxist Perspectives.”,”Marilyn Vogt-Downey has been writing and translating works on the Soviet Union for more than twenty years. Her articles in support of the democratic rights struggles in the USSR and her translations of ‘illegal’ samizdat, or self-published, writings appeared regularly in Intercontinental Press, International Socialist Review, and The Militant throughout the 1970s and in The Bulletin in Defense of Marxism throughout the 1980s and 1990s. Acknowledgments, Notes, About the Editor, Abbreviations, Maps, Introduction, Contributors, Index,”,”RUSU-087-FL”
“VOJTINSKIJ Vladimir S., a cura di Milly BERRONE”,”Le vie per combattere la crisi mondiale.”,”‘Per Al’bert P. Nenarokov’ (a.p.), traduzione di Milly BERRONE, saggio introduttivo di Andrea PANACCIONE: ‘Una discussione del novembre 1931: Vojtinskij, la crisi, la disoccupazione, il socialismo’; ‘Per Al’bert P. Nenarokov’ (a.p.), traduzione di Milly BERRONE, saggio introduttivo di Andrea PANACCIONE: ‘Una discussione del novembre 1931: Vojtinskij, la crisi, la disoccupazione, il socialismo’; ‘Le vie per combattere la crisi mondiale’: Resoconto della riunione del club Ju. O. Martov di Berlino, 6 novembre 1931; ‘Resonconto della riunione del club Ju. O. Martov di Berlino, 19 novembre 1931; ‘Vladimir S. Vojtinskij’ di Milly BERRONE, traduzione di Milly BERRONE; Collana La biblioteca menscevica, diretta da Andrea PANACCIONE, comitato scientifico André LIEBICH Lars LIH Andrea PANACCIONE ‘Le vie per combattere la crisi mondiale’ Misure per intervento sulle forze naturali, cieche, della crisi (pag 98) ‘Nella relazione ho detto che sono chiaramente contrario alla diminuzione del salario’ (pag 118) ‘Trvoare le leve per intervenire sulla crisi è più importante che scoprirne la causa prima’ (pag 105)”,”TEOP-556″
“VOLA Giorgio a cura; saggi di Giorgio SPINI Robin CLIFTON Hans-Christoph SCHROEDER Ivan ROOTS Peter WENDE Guenther LOTTES Giorgio VOLA”,”Il potere e la gloria. La Gloriosa Rivoluzione del 1688.”,”Sotto gli auspici dell’Istituto socialista di studi storici Saggi di G. SPINI R. CLIFTON H.C SCHROEDER I. ROOTS P. WENDE G. LOTTES G. VOLA Contiene il saggio di H.C Schroeder ‘Eduard Bernstein e l’interpretazione marxista del secolo rivoluzionario inglese’ (pag 41-48)”,”UKIR-050″
“VOLCIC Demetrio”,”Sarajevo. Quando la storia uccide.”,”VOLCIC Demetrio è stato corrispondente Rai per un quarto di secolo. Ha studiato all’Università di Trieste ed è divenuto professore di storia e istituzioni dell’ Est. Il libro del croato Zerjavic. “”Per Belgrado crolla così l’elemento principe, la prova scientifica. Il croato Zerjavic riassume invece le sue conclusioni: a Jasenovac furono eliminati 100.000 serbi e non 700.000. In tutto il territorio croato, a seguito della guerra, persero la vita 335.000 serbi. L’autore tuttavia non permette che gli avversari lo accusino di “”relativizzare”” la ferocia ustascia, e si mette a smantellare anche l’altro mito, questa volta croato. Riguarda la ritorsione di Belgrado, riassunta nel nome della cittadina di Bleiburg sul confine austriaco-croato. Gli inglesi rimandarono indietro, e più tardi consegnarono agli jugoslavi, un certo numero di collaborazionisti fuggiti in Occidente. Degli 8000 sloveni si sa tutto. Non altrettanto dei croati uccisi a Bleiburg e dintorni. Le fonti dell’emigrazione croata hanno parlato di 30.000 uccisi. Dopo l’inizio della guerra con la Serbia, nel 1991, addirittura il numero salì a mezzo milione. Si voleva affermare in sostanza dai nuovi croati che il crimine ustascia è perfino inferiore a quello serbo. Zerjavic arriva a stabilire che tutti i morti croati, dunque non solo quelli uccisi dai serbi, ma anche partigiani e civili, negli anni dal 1941 al 1945 non arrivano a 150.000. Ormai sono scontenti gli oltranzisti di ambedue gli schieramenti.”” (pag 81)”,”EURC-095″
“VOLCIC Demetrio”,”1956. Krusciov contro Stalin.”,”Pesa il bilancio ungherese: 3.000 morti dell’insurrezione, 13.000 feriti, 200.000 esiliati. Quelli rimasti a casa, dunque 9 milioni di cittadini sono poco disposti a sottomettersi al potere instaurato (pag 141) D. Volcic corrispondente estero per la Rai per circa un quarto di secolo, poi direttore TG1, senatore, eurodeputato. Ha pubblicato tra l’altro: ‘Mosca, i giorni della fine’, ‘Sarajevo. Quando la storia uccide’, ‘Est. Andata e ritorno nei paesi ex-comunisti'”,”RUSS-001-FMB”
“VOLCKER Paul A. FAZIO Antonio SPADOLINI Giovanni”,”Il centenario della Banca d’Italia.”,”””L’idea di assicurare l’indipendenza alle banche centrali ha trovato la sua massima espressione nelle norme del Trattato di Maastricht sul sistema europeo delle banche centrali. Queste innovazioni hanno stimolato un dibattito di ampiezza forse senza precedenti sul ruolo appropriato delle banche centrali, sui rapporti non solo con il governo, ma fra loro stesse, e sull’adeguatezza dei loro strumenti al raggiungimento degli obiettivi. Questi problemi non sono nuovi, ma era ben diverso il contesto in cui venivano dibattuti quando le banche centrali, come la Banca d’Italia, furono create. Allora si poneva enfasi, invece che sulla politica monetaria come oggi la conosciamo, sul modo di affrontare le ricorrenti crisi bancarie. Si percepiva la necessità di una “”banca delle banche”” che garantisse un’emissione uniforme di carta moneta, che costituisce un sicuro deposito delle riserve, e che fosse il “”prestatore di ultima istanza””. Credo che venisse allora ben compreso come in tutte queste attività vi fosse possibilità di abusi. Il potere di creare moneta e di prestarla al “”sovrano”” porta con sé un potenziale di inflazione. Il processo di creazione del credito ha grande importanza per l’economia. Alcuni accorgimenti istituzionali, che generalmente includevano il mantenimento di forme privatistiche negli assetti proprietari, fornirono alle banche centrali un elevato grado di autonomia istituzionale e protezione contro le pressioni politiche. Nel contempo, l’autorità discrezionale delle banche centrali veniva compressa dalle regole del ‘gold standard’ e da limiti rigorosi imposti alla natura delle loro attività e alle loro pratiche operative, limiti ereditati dalle tradizioni bancarie commerciali. Questi assetti, e l’approccio relativamente passivo di politica monetaria che essi comportavano, non resistettero alle sollecitazioni che provenivano dalla Grande Depressione e alla ricaduta del nazionalismo economico. Si svilupparono nuove correnti di pensiero economico, che mettevano in risalto il ruolo della politica monetaria, nel più ampio complesso degli strumenti di politica economica. Dalla fine della seconda guerra mondiale, aveva preso quasi ovunque consistenza l’idea che i governi avessero un’ovvia responsabilità di stabilizzazione dell’economia, di mantenimento dell’occupazione e di rafforzamento della crescita. Nel contempo, lo sviluppo delle operazioni di mercato aperto, l’attivo intervento sui mercati valutari, il ricorso a controlli diretti del credito bancario e, infine, la caduta del regime dei cambi fissi amplificavano il potere discrezionale delle banche centrali. Un’attiva politica monetaria divenne in effetti un elemento chiave della politica economica generale. In queste nuove circostanze sembrò logico puntare su uno stretto coordinamento della politica fiscale e degli altri aspetti della politica economica, da attuare sotto il controllo di persone pubblicamente elette. Molte banche centrali persero così la loro autonomia”” (pag 21-22) [Paul A. Volcker, L’indipendenza delle banche centrali: valori e limiti] Possibilità di abusi: il potere di creare moneta e di prestarla al “”sovrano”” porta con sé un rischio di inflazione”,”ITAE-010-FP”
“VOLGUINE V.”,”Le développement de la pensée sociale en France au XVIII° siècle.”,”D’Holbach. “”Parmi le penseurs groupés autour de l”Encyclopédie’ Paul-Henri d’Holbach (1723-1789) est celui qui s’interéssait le plus aux questions sociales et politiques. D’origine allemand, né dans une famille aisée, il fut amené, enfant encore, en France, où il reçut sa premiere instruction. Puis au terme de ses études à l’Université de Leyde il revint se fixer en France jusqu’à la fin de ses jours. Il débuta dans la carriére littéraire par la traduction d’ouvrages scientifiques allemands. Puis d’Holbach se lia avec Diderot et devint l’un des collaborateurs les plus actifs de l’Encyclopédie en matière des sciences naturelles. Le salon d’Holbach à Paris était le centre où se réunissaient périodiquement les représentants les plus en vue de la pensée avancée en France. On doit à sa plume un certain nombre de brillants travaux d’inspiration athéiste et matérialiste, dont le ‘Système de la nature’, l’un des ouvrages les plus importants du matérialisme français La ‘Politique naturelle’, le ‘Système social’, l”Ethocratie’, ouvrages publiés au cours des années 70, attirèrent immédiatement sur lui l’attention du public.”” (pag 135)”,”TEOS-153″
“VOLIN, a cura di Ugo MAZZUCCHELLI”,”La rivoluzione sconosciuta. Vol. I.”,”Vsevolod Mikhailovic Eichenbaum, conosciuto sotto il nome di Volin, nacque l’11/08/1882 nel Governatorato di Voroneje, da una famiglia agiata. Ricevette dai genitori entrambi medici, un’educazione ed un’istruzione molto serie. Mentre era all’Università, dove seguiva i corsi di legge, sentì l’attrazione delle idee socialiste rivoluzionarie che agitavano il paese e mise da parte la scuola per assumere una parte attiva negli avvenimenti del 1905. Venne allora arrestato dalla polizia zarista, imprigionato dapprima e poi deportato. Nel 1907 riuscì a fuggire dal suo posto di confino ed a rifugiarsi in Francia. Frequentava i diversi ambienti di rifugiati russi, e dopo poco influenzato da A. A. Karelin lasciò il partito socialista-rivoluzionario e cominciò ad interessarsi specialmente nel lavoro dei gruppi degli emigrati russi anarchici. Nel 1913 fu membro del Comitato d’azione internazionale e partecipò alla propaganda francese contro la guerra che si annunziava prossima. Per questa sua attività la polizia francese dispose nel 1915 per il suo arresto, a cui doveva seguire l’invio in un campo di concentramento. Ma egli riuscì a fuggire alle ricerche, e imbarcatosi a Marsiglia raggiunse gli Stati Uniti.. In America dedicò la sua attivitò al giornale ‘Goloss Truda’ (La vove del lavoro), organo dei sindacati (Unions) di operai russi negli Stati Uniti e nel Canada, che contavano a quel tempo 10.000 aderenti. Nel 1917, la redazione del giornale al completo partì per la Russia per continuare la pubblicazione a Pietroburgo. A Berlino, dove pubblicò un buon opuscolo su ‘Le persecuzioni contro l’anarchismo nella Russia sovietica’ e la Storia del movimento makhnovista di Archinof. Invitato da Sebastien Faure si trasferì poi a Parigi, dove collaborò alla redazione della ‘Enciclopedia anarchica’ nella quale si trovavano suoi studi notevoli che riprodotti negli anni successivi in forma d’opuscoli servirono spesso alla propaganda, sopratutto in Spagna. Durante la rivoluzione spagnola, in accordo con la CNT di Spagna, pubblicò a Parigi un giornale in francese ‘La Spagna antifascista’. Più tardi lasciò Parigi e si trasferì a Nimes, poi passò a Marsiglia, dove lo trovò lo scoppio della seconda guerra mondiale. Ammalatosi di tubercolosi, morì a Parigi il 18/09/1945.”,”ANAx-018-FL”
“VOLIN, a cura di Ugo MAZZUCCHELLI”,”La rivoluzione sconosciuta. Vol. II.”,”Vsevolod Mikhailovic Eichenbaum, conosciuto sotto il nome di Volin, nacque l’11/08/1882 nel Governatorato di Voroneje, da una famiglia agiata. Ricevette dai genitori entrambi medici, un’educazione ed un’istruzione molto serie. Mentre era all’Università, dove seguiva i corsi di legge, sentì l’attrazione delle idee socialiste rivoluzionarie che agitavano il paese e mise da parte la scuola per assumere una parte attiva negli avvenimenti del 1905. Venne allora arrestato dalla polizia zarista, imprigionato dapprima e poi deportato. Nel 1907 riuscì a fuggire dal suo posto di confino ed a rifugiarsi in Francia. Frequentava i diversi ambienti di rifugiati russi, e dopo poco influenzato da A. A. Karelin lasciò il partito socialista-rivoluzionario e cominciò ad interessarsi specialmente nel lavoro dei gruppi degli emigrati russi anarchici. Nel 1913 fu membro del Comitato d’azione internazionale e partecipò alla propaganda francese contro la guerra che si annunziava prossima. Per questa sua attività la polizia francese dispose nel 1915 per il suo arresto, a cui doveva seguire l’invio in un campo di concentramento. Ma egli riuscì a fuggire alle ricerche, e imbarcatosi a Marsiglia raggiunse gli Stati Uniti.. In America dedicò la sua attivitò al giornale ‘Goloss Truda’ (La vove del lavoro), organo dei sindacati (Unions) di operai russi negli Stati Uniti e nel Canada, che contavano a quel tempo 10.000 aderenti. Nel 1917, la redazione del giornale al completo partì per la Russia per continuare la pubblicazione a Pietroburgo. A Berlino, dove pubblicò un buon opuscolo su ‘Le persecuzioni contro l’anarchismo nella Russia sovietica’ e la Storia del movimento makhnovista di Archinof. Invitato da Sebastien Faure si trasferì poi a Parigi, dove collaborò alla redazione della ‘Enciclopedia anarchica’ nella quale si trovavano suoi studi notevoli che riprodotti negli anni successivi in forma d’opuscoli servirono spesso alla propaganda, sopratutto in Spagna. Durante la rivoluzione spagnola, in accordo con la CNT di Spagna, pubblicò a Parigi un giornale in francese ‘La Spagna antifascista’. Più tardi lasciò Parigi e si trasferì a Nimes, poi passò a Marsiglia, dove lo trovò lo scoppio della seconda guerra mondiale. Ammalatosi di tubercolosi, morì a Parigi il 18/09/1945.”,”ANAx-019-FL”
“VÖLKER Klaus”,”Vita di Bertolt Brecht.”,”Klaus Völker nato a Francoforte nel 1938, studioso di germanistica, filosofia, storia dell’arte e del teatro, è stato fino al ’68 critico teatrale a Berlino Ovest. Già direttore artistico del teatro di Zurigo e di Basilea, tra il ’69 e il ’75. Ha al suo attivo molte pubblicazioni ed è coredattore dell’opera completa di Bertolt Brecht per l’editore Suhkamp di Francoforte. ‘Dall’infanzia agli ultimi anni di vita (1898-1956) emerge la figura di un uomo non esente da contraddizioni. Forte nel provocatorio bisogno d’imporsi all’attenzione di tutti, di evadere la mediocrità a ogni costo. Combattuto tra amici e donne diverse, eppure sempre freddamente distaccato da ognuno. Antifascista per vocazione ma vulnerabile all’esaltazione del singolo che si impone alla folla. Marxista dopo lunghi studi guidati da Karl Korsch, dapprima amico ammirato poi criticatissimo, esule in America, a Mosca, in Europa, e mai a suo agio se non nella decadente Berlino. Individualista nei suoi primi lavori, che esaltano l’asocialità e si pongono come semplici cronache di ciò che di larvale e corrotto cova la società, fu più tardi analizzatore in chiave marxista del conflitto tra padroni e sfruttati. Da ‘Baal’ il suo primo lavoro teatrale, attraverso ‘Tamburi nella notte’, ‘Un uomo è un uomo’, ‘L’opera da tre soldi’ fino a ‘Santa Giovanna dei Macelli’ e ‘Madre Courage’ e il ‘Cerchio di gesso del Caucaso’, Klaus Völker guida il lettore alla conoscenza di questo grande drammaturgo.’ Brecht e gli intellettuali a Parigi ‘Per principio ci teneva ad alleanze di quel tipo. In un’agenda del 1933 eglçi annotò la seguente citazione dell’uomo politico MacDonald: «Ogni patto è sacro, nessun patto è eterno». Brecht era noto per i suoi «patti» con le donne, stipulava accordi molto dettagliati che dovevano regolare i reciproci rapporti ed escludere a priori pretese o aspettative errate. Otre a quello cn Allert De Lange, Brecht stipulò un contratto anche con la casa editrice di Willi Münzenberg, Editions du Carrefour, per la pubblicazione di un volume di poesie ‘Lieder, Gedichte, Chöre’ (Canzoni, poesie, cori) che preparò con la collaborazione di Hanns Eisler e Margarete Steffin e alla cui redazione definitiva partecipò poi anche Elisabeth Hauptmann. (…)’ (pag 199) Münzenberg. “”Malgrado non avesse mai fatto parte della Unione degli scrittori proletario-rivoluzionari, egli [Brecht, ndr] ritenne ora l’alleanza politicamente così importante che propose a J.R. Becher, segretario dell’organizzazione, di convocare una coferenza «in cui fissare in via definitiva obiettivi e metodi del nostro lavoro futuro». Becher, che conosceva la carenza di cognizioniteoriche proprio degli scrittori operai, si adoperava in quel periodo per radunare in un fronte unito efficace gli autori sparsi in tutto il mondo. In ogni centro d’emigrazione creò basi organizzative. A Mosca fondò un’edizione tedesca della rivista «Internationale Literatur», a Praga aiutò Wieland Herzfelde a organizzare la redazione del «Neue Deutsche Blätter» e a Parigi riuscì a ricreare l’Associazione difensiva degli scrittori tedeschi la cui presidenza onoraria fu offerta in ottobre a Heinrich Mann. Dopo aver assicurato a Praga la continuazione dell’«AIZ» (1), Willi Münzenberg creò soprattutto a Parigi, con l’aiuto del Comintern e di fondi sovietici, importanti organi pubblicistici e case editrici. Era anche suo obiettivo il superamento dell’infausta divisione della sinistra e delle lotte di potere interpartitiche, Münzenberg, lo zar della stampa di sinistra ai tempi della repubblica di Weimar e antipode del gruppo Hugenberg, non fu soltanto amministratore e funzionario abile, ma anche curatore del primo libro sul nazismo, sull’incendio del Reichstag e sul terrore hitleriano, nonché fondatore di un istituto per lo studio del fascismo, un’iniziativa questa che gli invidiò molto Kurt Kläber il quale voleva realizzare un progetto simile in Svizzera ma non trovava i finanziamenti necessari”” (pag 201-202)”,”BIOx-395″
“VOLKMANN E.O.”,”La revolution allemande, 9 novembre 1918-17 mars 1920.”,”””Qualche giorno più tardi, la città è interamente occupata dalla truppe di Noske. (…) Una sorte terribile doveva essere riservata a Liebknecht e a Rosa Luxemburg. Ricercati, cacciati, perseguiti, i due capi della lega spartachista errano dal 10 gennaio, di casa in casa, cercando asilo presso amici. Non si riesce a catturarli. Si crede che siano fuggiti all’ estero. Ma ecco che sulla Rote Fahne del 15 gennaio si legge con la firma di Liebknecht: “”O mistero. Noi non siamo fuggiti, non siamo battuti. E se ci mettono ai ferri, saremo là, rimarremo là. E la vittoria sarà nostra. (…)”” La sera del 15 gennaio, Liebknecht e Rosa Luxemburg sono scoperti a Wilmersdorf, dagli uomini della guardia civica e condotti al quartiere della divisione della guardia a cavallo, installata all’ hotel Eden””. (pag 161) “”I vincitori della giornata non sono naturalmente i “”comunisti puri””; ma i loro rivali russi Leviné, Levien e Axelrod, che captano molto abilmente il tumulto generale a profitto di un cambiamento di regime e dell’avvento di un radicalismo oltranzista. I consigli d’ impresa siedono sotto la presidenza di Leviné al Hofbräuhaus, si proclamano essi-stessi istanza rivoluzionaria suprema, oscillano tutti gli altri partiti e trasmettono il potere esecutivo e legislativo della nuova e autentica repubblica dei consigli, al Comitato d’ azione diretto da Leviné””. (pa 189)”,”MGER-059″
“VOLKOFF Vladimir”,”Il voltafaccia.”,”Vladimir Volkoff è nato a Parigi nel 1932 da genitori russi. Ha studiato lettere alla Sorbona e si è laureato all’Università di Liegi. Dopo aver fatto la guerra d’Algeria ha pubblicato il primo ronazo nel 1962 e ottenuto nel 1963 il premio Jules Verne per il romanzo ‘Un métro pour l’enfer’. Il ‘Voltafaccia’, uscito nel 1979 in Francia ha vinto il premio Chateaubriand ed è stato finalista al premio Goncourt. Attualmente (1980) vive negli Stati Uniti. “”Il voltafaccia”” di Vladimir Volkoff è un romanzo di spionaggio pubblicato nel 1980. La storia esplora le motivazioni psicologiche che spingono una persona a diventare una spia e i complessi rapporti tra gli agenti segreti 1. Il romanzo affronta temi come lo sdoppiamento, la crisi di identità e la schizofrenia, mettendo in luce le difficoltà emotive e morali che gli spie devono affrontare.”,”VARx-020-FMDP”
“VOLKOGONOV Dmitri”,”Trotsky. The Eternal Revolutionary.”,”La sorella di TROTSKY, Olga KAMENEVA era la moglie di KAMENEV. Dmitri VOLKOGONOV è stato P della Commissione di declassificazione degli archivi russi dal 1991 fino alla sua morte avvenuta nel dicembre 1995. E’ autore di altre biografie (Stalin, 1991; Lenin, 1994).”,”TROS-037″
“VOLKOGONOV Dmitri, a cura di Harold SHUKMAN”,”Lenin. Life and Legacy.”,”VOLKOGONOV D. è entrato nell’esercito russo nel 1945 ha frequeintato l’accademia militare Lenin nnel 1961, è stato poi trasferito al dipartimento propaganda salendo in grado fino al grado di generale. Ha scritto la biografia di Stalin nel 1978. Nell’agosto del 1991 è divenuto consigliere della Difesa di Yeltsin (Eltsin). SHUKMAN è University Lecturer in Modern Russian History ad Oxford e Fellow del St Antony’s College dove è stato direttore del Russian Centre dal 1981 al 1991. Ha scritto vari libri tra cui ‘Lenin and the Russian Revolution’. Foto pag 297: vittime bolsceviche per attacco del Giappone a Vladivostock del novembre 1920″,”LENS-201″
“VOLKOGONOV Dmitri, a cura di Harold SHUKMAN”,”Lenin. A new Biography.”,”Dimitri Volkogonov, nato nel 1928, è professore di filosofia e generale di corpo d’armata dell’esercito sovietico. Dal 1950 è iscritto al Pcus. Fino al 1970 ha insegnato filosofia all’Accademia Militare ‘Lenin’. In seguito ha lavorato presso la Direzione politica generale delle forze armate. Oggi dirige l’Istituto di Storia militare del Ministero della Difesa dell’Urss. É autore di venti opere di storia, storia militare e filosofia. Questa è la storia di Stalin scritta da un uomo dell’Urss di oggi, dell’Urss di Gorbaciov e della perestrojka. É, pertanto, una storia inedita sotto molti punti di vista. Dimitri Volkogonov ha avuto accesso a fonti finora inesplorate dagli studiosi e il suo racconto di quegli anni drammatici è fortemente segnato da una partecipazione sofferta e diretta. Questa tragica epopea che cominciò con la morte di Lenin e si conclude nel pieno della Guerra Fredda, costellata di processi, di epurazioni, di innumerevoli e immani drammi individuali, costituisce una sorta di dolorosa presa di coscienza di tutta una nazione. L’Urss di oggi con difficoltà, con sconforto e con timore scopre le sanguinose radici in cui affonda il suo passato. L’autore dimostra come il trionfo di un uomo si sia trasformato nella tragedia di un intero popolo e abbia determinato il fallimento storico del socialismo. Translated and edited by Harold Shukman, List of Illustrations, Map, List of Abbreviations, Chronological Table, Editor’s Preface, Introduction, Postscript: Defeat in Victory, Notes, Index,”,”LENS-036-FL”
“VOLKOGONOV Dimitri”,”Trionfo e tragedia. Il primo ritratto russo di Stalin.”,”Dimitri Volkogonov, nato nel 1928, è professore di filosofia e generale di corpo d’armata dell’esercito sovietico. Dal 1950 è iscritto al Pcus. Fino al 1970 ha insegnato filosofia all’Accademia Militare ‘Lenin’. In seguito ha lavorato presso la Direzione politica generale delle forze armate. Oggi dirige l’Istituto di Storia militare del Ministero della Difesa dell’Urss. É autore di venti opere di storia, storia militare e filosofia. Questa è la storia di Stalin scritta da un uomo dell’Urss di oggi, dell’Urss di Gorbaciov e della perestrojka. É, pertanto, una storia inedita sotto molti punti di vista. Dimitri Volkogonov ha avuto accesso a fonti finora inesplorate dagli studiosi e il suo racconto di quegli anni drammatici è fortemente segnato da una partecipazione sofferta e diretta. Questa tragica epopea che cominciò con la morte di Lenin e si conclude nel pieno della Guerra Fredda, costellata di processi, di epurazioni, di innumerevoli e immani drammi individuali, costituisce una sorta di dolorosa presa di coscienza di tutta una nazione. L’Urss di oggi con difficoltà, con sconforto e con timore scopre le sanguinose radici in cui affonda il suo passato. L’autore dimostra come il trionfo di un uomo si sia trasformato nella tragedia di un intero popolo e abbia determinato il fallimento storico del socialismo.”,”STAS-004-FL”
“VOLKOGONOV Dimitri”,”Autopsy for an Empire. The Seven Leaders Who Built the Soviet Regime.”,”Dimitri Volkogonov, nato nel 1928, è professore di filosofia e generale di corpo d’armata dell’esercito sovietico. Dal 1950 è iscritto al Pcus. Fino al 1970 ha insegnato filosofia all’Accademia Militare ‘Lenin’. In seguito ha lavorato presso la Direzione politica generale delle forze armate. Oggi dirige l’Istituto di Storia militare del Ministero della Difesa dell’Urss. É autore di venti opere di storia, storia militare e filosofia. Questa è la storia di Stalin scritta da un uomo dell’Urss di oggi, dell’Urss di Gorbaciov e della perestrojka. É, pertanto, una storia inedita sotto molti punti di vista. Dimitri Volkogonov ha avuto accesso a fonti finora inesplorate dagli studiosi e il suo racconto di quegli anni drammatici è fortemente segnato da una partecipazione sofferta e diretta. Questa tragica epopea che cominciò con la morte di Lenin e si conclude nel pieno della Guerra Fredda, costellata di processi, di epurazioni, di innumerevoli e immani drammi individuali, costituisce una sorta di dolorosa presa di coscienza di tutta una nazione. L’Urss di oggi con difficoltà, con sconforto e con timore scopre le sanguinose radici in cui affonda il suo passato. L’autore dimostra come il trionfo di un uomo si sia trasformato nella tragedia di un intero popolo e abbia determinato il fallimento storico del socialismo. Harold Shukman is University Lecturer in Modern Russian History at Oxford and a Fellow at St. Antony’s College. List of Illustrations, Editor’s Preface, Introduction, Postscript, Notes, Translated by Harold SHUKMAN, Index,”,”RIRB-035-FL”
“VOLKOGONOV Dmitri, a cura di Harold SHUKMAN”,”Trotsky. The Eternal Revolutionary.”,”Dmitri Volkogpnov was chairman of the Russian Archives Declassifying Commission from the time of the abortive coup attempt in 1991 until his death from stomach cancer in December, 1995. He is the author of Stalin and Lenin. List of Illustrations, Map: The USSR in 1920. Chronological Table, Editor’s Preface, Introduction, Epilogue, Notes, Index,”,”TROS-073-FL”
“VOLKOGONOV Dimitri”,”Le vrai Lénine. D’après les archives secrètes soviétiques.”,”Ouvrage publié sous la direction de Charles Ronsac Ex direttore aggiunto della Propaganda dell’Armata Rossa, poi direttore dell’Istituto di Storia militare, il generale Dimitri Volkogonov, costretto alle dimissioni nel 1991, fu, dopo il putsch, incaricato da Boris Eltsin di supervisione degli archivi del partito e dello Stato”,”LENS-330″
“VÓLKOV Solomón”,”San Pietroburgo. Da Pùskin a Bródskij, storia di una capitale culturale.”,”Solomòn Vòlkov (1944), musicista e saggista russo, è stato direttore artistico del Laboratorio sperimentale di Opera da Camera a Leningrado. Emigrato nel 1976 negli Stati Uniti, ha pubblicato numerosi saggi e studi sulla musica e cultura russa. Per Mondadori ha curato nel 1979 Testimonianza, Le memorie di Dmitrij Sostakóvic.”,”RUSx-039-FL”
“VOLLGRAF Carl-Erich SPERL Richard HECKER Rolf a cura e redazione, collaborazione redazionale di Elena ARZANOVA e Wladislaw HEDELER; Comitato scientifico di MOON-GIL Chung Anneliese GRIESE Michael HEINRICH Michael KRÄTKE Jürgen JUNGNICKEL Alessandro MAZZONE Jannis MILIOS Akira MIYAKAWA Helmut REICHELT Jakov ROKITJANSKIJ; Saggi di Rolf HECKER Svetlana MICHAJLOVNA KOTOVA Anna BORISOVNA ZAKS Lija IVANOVNA L’VOVA Maja DAVYDOVNA DVORKINA Viaceslav Viktorovic KRYLOV Gottfried NIEDHART Rolf HECKER Gabriele STAMMBERGER Jakov G. ROKITJANSKIJ Nikita J. KOLPINSKIJ J.N. AMIANTOV Wladislaw HEDELER A.A. CERNOBAEV”,”David Borisovic Rjazanov und die erste MEGA. Editionsprinzipien der ersten MEGA Marx-Engels-Museum und Bibliothek des Instituts Schicksale der revolutionären Intelligenz: Nikolaevskij – Pokrovskij – Bucharin – Deborin. Internationale Verbindungen: Gustav Mayer – Iwasuburo Takano. Erinnerungen an Rjazanov Kampf für Gerechtigkeit und gegen staatliche Willkür.”,”Comitato scientifico di MOON-GIL Chung Anneliese GRIESE Michael HEINRICH Michael KRÄTKE Jürgen JUNGNICKEL Alessandro MAZZONE Jannis MILIOS Akira MIYAKAWA Helmut REICHELT Jakov ROKITJANSKIJ; Saggi di Rolf HECKER Svetlana MICHAJLOVNA KOTOVA Anna BORISOVNA ZAKS Lija IVANOVNA L’VOVA Maja DAVYDOVNA DVORKINA Viaceslav Viktorovic KRYLOV Gottfried NIEDHART Rolf HECKER Gabriele STAMMBERGER Jakov G. ROKITJANSKIJ Nikita J. KOLPINSKIJ J.N. AMIANTOV Wladislaw HEDELER A.A. CERNOBAEV. Nikolaevsky in Germania lavora sui manoscritti di Marx. “”Als Rjazanov im Sommer 1923 nach Berlin kam, verhandelte er in seiner Eigenschaft als Direktor des Marx-Engels-Instituts mit dem Vorstand der SPD über die Rechte zur Herausgabe der Werke von Marx und Engels. Um eine kontinuierliche Zusammenarbeit mit dem Archiv zu gewährleisten, bezog er Korrespondenten ein. Der Vorstand der SPD beschloß am 23. Oktober 1924, Nikolaevskij im Archiv arbeiten zu lassen. Als wissenschaftlicher Konsultant wurde Paul Kampffmeyer hinzugezogen. Nikolaevskij arbeitete als korrespondierender Mitarbeiter des MEI mit Adolf Braun und Rudolf Hilferding zusammen. Nachdem der Herausgebervertrag über die MEGA unterschrieben war, begann Nikolaevskij mit den Fotokopierarbeiten der Manuskripte. Im Frankfurter Institut für Sozialforschung wurde ein spezielles Fotolabor eingerichtet. Mit der dort vorhandenen Technik konnten 400 Kopien in drei Stunden hergestellt werden. Drei Jahre lang pendelte Nikolaevskij zwischen Frankfurt und Berlin hin un her, um den Auftrag des Moskauer Marx-Engels-Instituts zu erfüllen. Darüber hinaus sah Nikolaevskij die Manuskripte von Marx und Engels durch, sichtete Zeitungen und Zeitschriften, die Marx und Engels in ihren Aufsätzen zitieren.”” (pag 52)”,”MADS-431″
“VOLLGRAF Carl-Erich MORI Kenji SHIGETA Sumio MILIOS Jannis FINESCHI Roberto KLIMAN Andrew STAMATIS Georg HECKER Rolf SCHRÖDER REICHARDT Wolfgang KUBO Seijiro CHUNG Moon-Gil SCHRÖDER Wolfgang ALTENA Bert, VAN SUETENDAEL Werner e Dirk, HOFF Jan”,”Neue Aspekte von Marx’ Kapitalismus-Kritik. Engel’s Kapitalismus-Bild und seine Zusätze zum dritten Band des ‘Kapitals’ – Zu den Merkmalen der Umschlagstabellen von Marx für das 2. Buch des Kapitals – Zur Geschichte der Terminologie des “”Kapitalismus”” – Die Marx’che Werttheorie und Geld – Die Stellung der Zirkulation in der Reproduktion des Produktionssystems – Der Drucker des ‘Kapitals’: Guido Albert Reusche.”,”scritti di VOLLGRAF Carl-Erich MORI Kenji SHIGETA Sumio MILIOS Jannis FINESCHI Roberto KLIMAN Andrew STAMATIS Georg HECKER Rolf SCHRÖDER REICHARDT Wolfgang KUBO Seijiro CHUNG Moon-Gil SCHRÖDER Wolfgang ALTENA Bert, VAN SUETENDAEL Werner e Dirk, HOFF Jan Contiene un profilo biografico di un editore del Capitale di Lipsia: Guido Albert Reusche (pag 185-194)”,”MAES-153″
“VOLLI Ugo”,”Per il politeismo. Esercizi di pluralità dei linguaggi.”,”Politeismo come metafora Ugo Volli è Professore associato di Filosofia del linguaggio all’Università di Bologna. Ha pubblicato ‘Contro la moda’ (1988), ‘La quercia del duca’ (1989), ‘Apologia del silenzio imperfetto’ (1991).”,”FILx-008-FB”
“VOLPE Gioacchino”,”Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana. Secoli XI-XIV.”,”Tesi: è l’ Italia dei comuni che accoglie e alimenta il meglio delle forze eretiche”,”RELP-005 RELC-058″
“VOLPE Gioacchino”,”L’ Italia in cammino. L’ultimo cinquantennio.”,”Gioacchino VOLPE, storico italiano (Paganica 1876-Santarcangelo di Romagna 1971). Laureatosi a Pisa con Crivellucci (1900) e perfezionatosi a Berlino (1903), fu professore di storia moderna all’Accademia scientifico-letteraria di Milano dal 1906 e dal 1924 all’Università di Roma. Rappresentante tra i più significativi della scuola storica detta economico-giuridica, i suoi interessi prevalenti, specie agli inizi della sua attività, furono rivolti all’età medievale da lui indagata con metodo rigoroso sotto l’aspetto filologico, ma con programmatico disinteresse per ogni sistemazione filosofica del metodo storico: da qui la contraddittorietà dei suoi atteggiamenti ideologici e politici che da un’iniziale adesione a principi marxisti lo portò a posizioni nazionalistiche e infine all’adesione al fascismo (fu deputato nel 1924-29). Le più notevoli tra le sue opere, molte delle quali raccolgono i risultati di studi sparsi precedenti, sono: ‘Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana’ (1922, nuova ed. 1971), ‘Studi sulle istituzioni comunali a Pisa nei secoli XII-XIII’ (1902, nuova ed. 1970), ‘Italia moderna’ (1943-52, 3 vol.), ‘Toscana medievale’ (1964), ‘Il Medioevo’ (prima ed. 1965). (GE20)”,”ITAA-021″
“VOLPE Gioacchino”,”La storia degli italiani e dell’ Italia.”,”VOLPE ha scritto una storia ‘patriottica’ che finisce con l’ incensare MUSSOLINI e il fascismo.”,”ITAF-049″
“VOLPE Gioacchino”,”Il medioevo.”,”””Quanto alla Spagna, molti Genovesi erano lì, non certo i più adatti come colonizzatori spirituali. La loro virtù si esauriva quasi tutta negli affari: commercio, banca, appalti ecc.. Un bizzarro scrittore nostro, Traiano Boccalini, poteva, fra il XVI e XVII secolo, rappresentare la Spagna come una “”potente reina””, dal corpo coperto di sanguisughe, “”per la maggior parte, Genovesi””. E ve ne è grandi come anguille di Comacchio!”” (pag 596)”,”EURx-151″
“VOLPE Gioacchino”,”Storici e Maestri.”,”Ritratti e profili di storici: Amedeo CRIVELLUCCI Giacinto ROMANO Vittorio FIORINI Pietro SILVA Michelangelo SCHIPA Antonio LABRIOLA Alfredo ORIANI Pasquale VILLARI Ersilio MICHEL Gioacchino VOLPE. “”E nel socialismo si era confermato negli anni 1886-1889: gli anni stessi in cui Labriola si immerse tutto nello studio della Rivoluzione francese, “”per conoscere a fondo le cause vere intime decisive della presente civiltà d’ Europa, che ha i suoi segnacoli nel liberalismo economico e nel liberalismo politico”” (Scritti vari, 301, 305). “”Il socialismo, aggiunse, io non lo ho appreso dalla bocca di un grande maestro, e quel che ne so lo debbo solo a me stesso””. “”Mi ci ha condotto il disgusto del presente ordine sociale e lo studio diretto delle cose”” (pag 109).”,”ITAB-120″
“VOLPE Gioacchino”,”Storici e Maestri.”,”Ritratti e profili di storici: Amedeo CRIVELLUCCI Giacinto ROMANO Vittorio FIORINI Pietro SILVA Michelangelo SCHIPA Antonio LABRIOLA Alfredo ORIANI Pasquale VILLARI Ersilio MICHEL Gioacchino VOLPE. “”Più che materialismo storico, lo chiamerei realismo storico; un realismo che poteva essere più o meno accettato anche da chi non accettava il materialismo storico, come veniva inteso e applicato da molti suoi neofiti, politicamente socialisti. a questa visione della vita storica, usciva attenuato il classismo, lo stesso classismo di un socialista com’era Labriola. Egli vedeva le classi non soltanto nel loro schieramento di battaglia, ma anche nella loro interdipendenza, nella conscia e inconscia collaborazione e, vorrei dire, concreazione. Il formarsi delle borghesie è condizionato dal formarsi dei proletariati; i proletariati devono la loro unità e la loro forza, rotti i piccoli aggregati feudali e municipali, alla formazione e unità delle nazioni, al loro sviluppo, alla loro espansione in altri continenti, ai loro rapporti l’ una con l’ altra, vari a seconda delle condizioni interne. Donde il consenso che Labriola diede alla politica africana, il rammarico che l’ Italia fosse giunta troppo tardi nell’ agone, il desiderio che, fallita essa alle prime prove, non disertasse il campo. Non era, questo, l’ imperialismo degli “”imperialisti””, ma era pur sempre una specie di imperialismo, nascente dal basso, dalla “”struttura””. (pag 117-118)”,”STOx-079″
“VOLPE Gioacchino”,”L’ Italia nella triplice alleanza (1882-1915).”,”VOLPE ha utilizzato il libro di WOLLEMBORG ‘Politica estera italiana, 1882-1917′, uscito nel 1938 presso le edizioni Roma. “”Tutto sommato, la Triplice rappresentò l’ equilibrio fra gli interessi mediterranei e quelli continentali, fra quelli coloniali e quelli più propriamente nazionali dell’ Italia””. (pag 18)”,”ITQM-078″
“VOLPE Gioacchino”,”Italia moderna, 1815-1898. Volume 1.”,”Gioacchino VOLPE (1876-1941) è uno dei maggiori storici itlaiani del Novecento. “”La politica estera di Crispi, guardata nei suoi scopi positivi, puntava essenzialmente sul Mediterraneo. Crispi era l’ uomo nato nel mezzo di quel mare e vissuto bordeggiando fra le sue sponde; un po’ sentimento profondo che per l’ Italia, quali che fossero le sue più lontane possibilità, il “”primum et ante omnia”” era di viver sicura e di crescere nel Mediterraneo. Grande cruccio di Crispi, per quello che era successo dopo il 1870. “”A noi vecchi unitari””, scriveva, “”è toccato di veder l’ unità italiana coincidere non con l’ aumento ma con la diminuzione del prestigio nostro in questo mare””. Ed era vero.”” (pag 209)”,”ITAA-070″
“VOLPE Gioacchino”,”Il popolo italiano tra la pace e la guerra (1914-1915).”,”VOLPE Gioacchino (1876-1971) è uno dei maggiori storici italiani del ‘900. Tra i suoi lavori più noti ‘Medioevo italiano’, ‘Il Medioevo’, L’ Italia in cammino, Storia della Corsica italiana (1939), ‘Italia moderna’. Le città del neutralismo e dell’ interventismo. “”Se vogliamo a questo punto, guardare tutta la penisola, ecco una sommaria veduta panoramica. Il Piemonte, piuttosto freddo per la guerra: Torino, anche in questo si contrapponeva a Milano, come la torinese Stampa al milanese Corriere della Sera, e gli uomini politici piemontesi agli uomini politici lombardi. Tener presente l’ opinione pubblica di questa regione estrema dell’ Italia settentrionale, confinante con la Francia e sempre poco tenera della Francia. Per la coltura, essa era un pollone di ceppo francese, lentamente differenziatosi (…). Con la scissione del partito socialista, che ebbe a Milano le sue conseguenze maggiori, questa città divenne essa sempre più il grande centro dell’ interventismo italiano, come già fra il XVIII e XIX secolo, era stato il centro del movimento giacobino, poi liberale e nazionale. Nel novembre, Mussolini compieva la sue evoluzione, finiva di demolire dentro di sé quel che rimaneva del “”dogma della neutralità assoluta””, (…). (pag 113-115)”,”ITAD-067″
“VOLPE Gioacchino”,”Caporetto.”,”Lavoro di alta divulgazione come lo ha definito lo storico Piero PIERI. E’ una testimonianza sulla rotta di Caporetto. Tesi dell’ autore è che “”Caporetto fu essenzialmente un fatto militare””. Nato a Paganica (L’ Aquila) nel 1876, Gioacchino VOLPE è stato professore di storia moderna dal 1I906 al 1940.Le sue prime ricerche storiche riguardarono l’ Italia medievale e la civiltà dei comuni. CROCE definì il filone storiografico a cui apparteneva VOLPE come “”scuola economico-giuridica””. “”E i socialisti proclamarono il fallimento dell’ “”Italia borghese””, credettero vicino il ‘redde rationem””, vider anche l’ Italia disertare la guerra ed alzar il suo imperioso grido di pace. Anche nel campo che già fu degli interventisti, nel campo di quelli che, durante il 1916 e 1917, avevano pur dato opere e parole alla causa della guerra, della guerra sempre più vasta e sempre più a fondo; anche lì molto scoramento, molto bisogno di giustificazione. Furono quasi travolti anche nobili e generosi cuori. Il senatore Franchetti, fraterno amico di Sonnino, caldo fautore dell’ intervento, uomo di cultura e di equilibrio, non resisté: e si uccise. Leonida Bissolati, interventista, intervenuto, ferito, ministro senza portafoglio nel gabinetto Boselli e poi Orlando, sempre su la breccia contro chi insidava la guerra, (…) colpito come da un colpo malvagio vacillava: “”Sono un uomo finito””, diceva ad un amico. “”Non ho più ragione di vivere, io… La buona volontà, la fede, l’ azione non bastano…””. (pag 122-123) “”Vi erano stabilimenti attrezzatissimi che avevano portato la produzione al di là delle stesse richieste. L’ Ansaldo, per esempio, aveva pronti centinaia di cannoni di grosso e medio calibro; e furono subito gettati verso il fronte.”” (pag 169)”,”QMIP-053″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume primo. Dalle origini all’Alto Medioevo. La Liguria antica. Genova romano-bizantina e longobarda. Genova tra l’ Impero e il mare.”,”Volume 1 “”‘Dopo il quale orrendo prodigio vennero i Saraceni con una potentissima armata e pigliarono la città e spogliaronla, e, non contenti d’averla spogliata, l’abbruciarono tutta. E corse il sangue de’ molti cittadini per le strade della città in tanta copia quanta che aveva significato e preannunciato la sanguinosa fontana. E le matrone, le vergini, i fanciulli e tutti coloro, che restarono vivi dopo tanto esterminio (cosa rare volte udita) furono menati via dalle prigioni: e rimasero le mura della città vuote in tutto nude d’ogni abitatore.’ Così narra l’annalista genovese Agostino Giustiniani vissuto nella prima metà del XVI secolo. Si tratta del più devastante dei diversi attacchi che Genova e il circondario dovettero subire da parte delle flotte saracene nel corso del X secolo. In realtà nel 935 i musulmani fatimiti, comandati dall’ammiraglio Ya qub ibn Ishaq, la cui flotta forte di 30 navi l’anno precedente era sbarcata nei dintorni di Genova razziando le località costiere, riuscirono a penetrare in città attraverso una breccia praticata nelle mura costruite circa un secolo prima, la conquistarono e la saccheggiarono. Ibn Haldoun, il più famoso storico arabo, definisce il sacco di Genova l’operazione meglio riuscita della marineria saracena. Jacopo da Varagine, nato nel 1230 e morto al concludersi del secolo, nella sua Chronica Civitatis lanuensis descrive invece con molta efficacia la vendetta dei Genovesi. “”Tornate indietro le galee genovesi, gli uomini scesero a terra. Ma avendo udito dai superstiti la narrazione di ciò che era avvenuto ed essendo i fatti così tristi e dolorosi, con animo acceso dall’odio, come leoni feroci si gettarono prontamente all’inseguimento dei nemici. I Saraceni nel frattempo erano sbarcati alla Buxinaria, un’isola della Sardegna chiamata anche Insclamontor, dove si accamparono per dividersi il bottino, per mangiare e riposarsi. I Genovesi con veemenza aggredirono i nemici e li trucidarono tutti con la spada, tanto che ancora oggi, così dicono quelli che lo videro, si trova sull’isola un ammasso delle ossa dei morti a testimonianza delle numerose uccisioni avvenute. Perciò, i Genvoesi, recuperati le mogli, i figli e i tesori, con immensa gioia ritornarono a Genova””. (pag 134)”,”LIGU-009″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume secondo. Formazione ed espansione del Comune. Genova alla prima Crociata. L’età dei consoli. Genova podestarile.”,”Volume 2 “”Federico affida a un genovese il supremo comando della sua armata. Nell’ambito della realpolitik che univa contro Federico II gli Stati che si erano anche scontrati nel 1238 e nel 1239, Genova strinse un trattato con Venezia e con il Papato, in cui si stabiliva che le due città si prestassero reciproco e vicendevole aiuto in mare contro tutti i nemici, specialmente in Sicilia, in Calabria e nelle colonie (in segno di alleanza le loro galee dovevano inalberare le bandiere dei due comuni). Contemporaneamente il pontefice Gregorio IX tentava di realizzare autonomamente la conquista del Regno di Sicilia con l’aiuto delle due potenze marinare. Si decretava infatti che le due Repubbliche avrebbero armato 50 galee, metà a proprie spese e metà a spese del papa, il quale avrebbe pagato per ogni galea 270 lire genovesi al mese, con diritto di chiedere di aumentare o diminuire il numero delle navi a seconda delle necessità della guerra. A Genova il papa prometteva la città di Siracusa con le sue dipendenze, e a Venezia una città e un territorio equivalente. Federico preparò con grande energia il suo piano di difesa; per prima cosa tentò di creare dei nemici contro le due città , e non dovette cercarli lontano: Pisa e i feudatari ghibellini contro Genova, Ancona e Zara contro Venezia. Per mettere maggiormente al sicuro il suo regno, Federico ne espulse tutti coloro che avevano parteggiato per il papa; proibite le relazioni tra i suoi sudditi alla corte di Roma, ordinò che tutte le navi che approdavano alle porte del suo Stato fossero sottoposte a un’accurata visita di controllo per evitare infiltrazioni di emissari nemici. Firmò un grandissimo numero di ordini ai suoi dipendenti per la riparazione dell’armata navale, per l’arruolamento dei marinai, per il pagamento della ‘collecta maris’ (tassa del mare), per le fortificazioni delle città costiere, per proibire ai Veneziani l’accesso ai suoi porti e per fare arrestare tutti i Genovesi, che non fossero mercanti conosciuti. Mise in cantiere navi e galee a Gaeta, Napoli, Castellamare, Amalfi, Salerno e diede ordine di costruire a Napoli un grande arsenale. Anche la Sicilia era piena di cantieri in attività. Pensò anche che questa grande forza armata avesse bisogno di un buon comandante e prese a suo servizio con regolare contratto, il ghibellino fuoriuscito genovese Niccolò Spinola, affidandogli il supremo comando con pieni poteri””.”,”LIGU-010″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume terzo. Podestà, capitani e dogi. Genova tra podestà e capitani. Dogi a vita. Genova sotto il dominio visconteo. Ancora i dogi a vita. Genova sotto il dominio sforzesco.”,”Volume 3 “”Fino all’istituzione del Monte di Pietà a Genova non fu mai regolamentato il prestito del denaro, lasciato sempra in balia degli speculatori. Gli Ebrei che ovunque esercitavano a quell’epoca l’usura, non potevano soggiornare a Genova per più di tre giorni proprio perché tale attività in città era praticata da cristiani, compresi gli stessi nobili, nonostante gli anatemi di papa e concili: gli israeliti avrebbero rappresentato dei pericolosi concorrenti. D’altra parte l’Ufficio o Casa di San Giorgio, anch’essa dedita ai prestiti e all’usura si occupava di speculazioni in grande stile, intenta a sostenere la Repubblica nelle sue funzioni di Banca di Stato. Non era quindi compito suo accordare i prestiti a piccoli commercianti e artigiani e tanto meno sollevare i bisognosi dalle grinfie degli usurai””. (pag 125)”,”LIGU-011″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume quarto. L’aristocrazia al potere. Genova sotto il governatorato francese. L’èta di Andrea Doria. Il consolidamento dell’aristocrazia.”,”Volume 4 Economia. L’azienda Genova nel XVI secolo. La diaspora mercantile e finanziaria. “”L’oligarchia finanziaria e mercantile genovese, che coincide con il ceto dei cittadini di governo, gode di una solidità economica quale non si era mai verificata nei secoli precedenti. Il suo raggio d’azione abbraccia l’Europa occidentale, le coste africane del Mediterraneo e si allunga fino alle isole atlantiche e alle terre dei Caraibi. Il suo campo di interessi comprende l’armamento, il commercio, la manifattura e la finanza. (…) A fianco di questo movimento commerciale opera una flotta mercantile la cui capacità di carico nel 1559 raggiunge le 28700 tonnellate. (…) Nel 1596 la quota genovese dei prestiti concessi a Filippo II era del 75% del totale dei crediti vantati dai banchieri spagnoli, italiani e tedeschi. (…) Nel 1575 Giulio Pallavicino stimava che normalmente fossero assenti da Genova la metà circa dei nobili vecchi e la terza o quarta parte dei nobili nuovi: in totale 670-735 persone pari al 37% dei nobili.(…)”” (adattamento da G. Doria, 1995 e da E. Otto, 1995) (pag 161)”,”LIGU-012″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume quinto. Genova tra Spagna, Francia e i Savoia. Genova e la difficile neutralità. Genova dopo la pace dei Pirenei. La lenta ripresa.”,”Volume 5 La congiura di Gian Paolo Balbi per rovesciare il governo di Genova con un Mazarino poco convinto. Il complotto viene scoperto e fallisce. (pag 95)”,”LIGU-013″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume sesto. Il declino della Repubblica. L’ inizio della decadenza. La Repubblica democratica.”,”Volume 6 “”La frenesia di scrivere e stampare è cresciuta in Europa, a misura che si sono annebbiati i princìpi della Religione. E disgraziatamente per l’Umanità accade dei libri ciò che è accaduto alle armi. Inventate queste dall’innocenza, dall’industria, dal bisogno, furono poi rese crudeli e micidiali dall’interesse e dalla malizia. Infatti tutti i venditori di libri della città non potranno venderne senza averne presentata la nota di essi, ed ottenuta la permissione dal M. Deputato, dovra apporre la sua firma con il “”publicetur””, inoltre questi avrà la facoltà di scrivere il nome di ciaschedun di detti venditori in cancelleria. I venditori condannati, dovranno pagare 150 scudi d’oro, entro 15 giorni. Non sarà permessa la ristampa di alcun libro che fosse iscritto all’Indice dei libri proibiti di Roma”” (estratto da Il Regolamento per gli Stampatori e Librai emesso dal doge e dai governatori della Serenissima Repubblica di Genova nel 1790).”” (pag 79)”,”LIGU-014″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume settimo. Dal Regno di Sardegna al Regno d’Italia. Genova sabauda. Genova, storia di una città.”,”Volume 7 “”Il modello genovese di sviluppo industriale nello Stato si concretizzava in “”provvedimenti governativi a sostegno dell’attività cantieristica con premi, sgravi fiscali a favore dei costruttori di navi nei cantieri italiani (allora in gran parte liguri) e, soprattutto, con una costante politica di commesse statali e di provvedimenti a favore dell’attività armatoriale, con l’apertura di linee di sovvenzione dallo Stato, sostenute anche dalla concessione di crediti a tasso d’interesse contenuto”” (D. Veneruso, 2003)”” (pag 84)”,”LIGU-015″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume ottavo. Genova nel XX secolo. Genova nel regime fascista. Genova nella Repubblica Italiana.”,”Volume 8 “”Il bombardamento di Genova del 9 febbraio del 1941. La Gran Bretagna progettò e attuò il terribile bombardamento del 9 febbraio del 1941 non tanto per motivi prettamente bellici quanto per due obiettivi collaterali: uno propagandistico che consisteva nel dimostrare che la Marina italiana poteva essere attaccata ovunque si trovasse, l’altro politico, volto a dimostrare alla Spagna, di cui si temeva l’entrata in guerra a fianco dell’Asse, la debolezza italiana e le conseguenze della guerra. Una squadra briannica chiamata in codice Forza H, al comando dell’ammiraglio Sommerville salpò da Gibilterra il 31 gennaio del 1941 con meta il golfo ligure. (…) Aveva il duplice obiettivo di bombardare la diga del Tirso e di cannoneggiare Genova. L’attacco alla diga avvenne il 2 febbraio, ma le pessime condizioni atmosferiche consigliarono l’ammiraglio Sommerville di rientrare a Gibilterra e ripartire per la seconda missione chiamata in gergo ‘Grog’. Il giorno 9 febbraio la Forza H si presentò al largo di Genova , all’altezza del promontorio di Portofino e di lì, protetta da una densa foschia, iniziò un pesante bombardamento che durò fino alle 9,45. (…) Per una serie di malintesi e di ritardi la flotta italiana, che era superiore a quella del Sommerville, non riuscì ad agganciare la flotta inglese che se ne tornò tranquillamente alle sue basi””. (pag 67)”,”LIGU-016″
“VOLPE Felice PADOVANO Aldo testi; contributi redazionali di Laura ACETI Silvia CANEVARO Davide CAVANNA Simona RATTO Marco SCUDERI”,”La grande storia di Genova. Volume nono. Appendici antologiche e indici. Antologia storica. Appendici. Indice analitico completo. Bibliografia completa.”,”Volume 9 “”La rivolta genovese del 1746. Emanuele Celesia ancora a metà del 1800, scrivendo con stile ricercato e con termini inconsueti la rivolta antiaustriaca originata dal gesto di Perasso, si schiera nettamente tra gli storici che trovarono criticabile il comportamento del governo nobiliare e dei singoli nobili durante i momenti di quelle giornate. ‘(…) La storia registrava nelle sue tavole il nome del valoroso, che primo diè via al memorando riscatto. Chiamavasi Giovanni Battista Perasso, volgarmente il Balilla: il villaggio di Pratolongo gli dava le origini. Intanto o di lor fuga vergognassero gli imperiali, o di vendetta bruciassero, o a mostrar fronte l’incitasser di nuovo i comandamenti di chi li guidava, sguainate le spade, tornavano addietro in numero di circa ducento a dar dentro alle turbe, ma scompigliati da un più fiero grandinare di pietre, tegole, masserizie, vasi, pece ed olio bollente che dall’alto dei veroni e dalle tetta le donne precipitavano sulle lor teste, rotti, laceri e pesti si davano un’altra volta alla fuga.'”” (pag 57) Wikip: Giovan Battista Perasso Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. Vai a: Navigazione, cerca “”Che l’inse?”” “”Che l’inse?”” – il celebre motto con cui si ritiene Giovan Battista Perasso abbia avviato la rivolta del popolo genovese insofferente ormai alle angherie delle truppe dell’impero asburgico che occupavano la città – è una tipica forma interrogativa della lingua genovese pre-ottocentesca che prevedeva l’uso della preposizione che seguita dal congiuntivo. Può essere tradotto con “”La comincio?”” o semplicemente “”Comincio?”” oppure “”Volete che cominci?””, “”Devo cominciare?””. (Nell’immagine in alto: il monumento a Balilla in piazza Portoria; qui sopra: tela di Giuseppe Comotto raffigurante la rivolta di Portoria contro gli Austriaci nel 1746. Al centro è raffigurato Giovanni Battista Perasso) Giovan Battista Perasso o Giambattista, detto Balilla (…) è una popolare figura storica di patriota della Genova del Settecento. La tradizione racconta che nacque nella frazione di Pratolongo di Montoggio in valle Scrivia. La sua reale identità è rimasta dubbia ma in lui viene identificato il giovane da cui il 5 dicembre 1746 prese le mosse la rivolta popolare contro gli occupanti dell’impero asburgico nel quartiere genovese di Portoria. La popolazione venne incitata dal ragazzo a sollevarsi attraverso il lancio di un sasso contro le truppe austro-piemontesi che sotto il comando del ministro plenipotenziario Antoniotto Botta Adorno occupavano la città, a quel tempo alleata con i francesi e gli spagnoli. Il 10 dicembre 1746 la città fu così liberata dalle truppe austriache. L’arroganza dei soldati austriaci, che pretendevano di essere aiutati ad estrarre fuori dal fango un pezzo di artiglieria, fu la miccia che fece esplodere la risolutiva – per le sorti di Genova – rivolta popolare. Mito discusso, identità incerta [modifica] Come ricorda il giornalista e scrittore Paolo Lingua nel suo libro Breve storia dei Genovesi, il mito del Balilla fu alimentato (e ingrandito) principalmente in pieno Risorgimento, ovvero cento anni dopo gli accadimenti che portarono alla rivolta popolare contro le truppe austro-piemontesi guidate dal plenipotenziario asburgico Antoniotto Botta Adorno. La sua figura fu poi ulteriormente enfatizzata, sempre in chiave fortemente patriottica, nel ventennio dell’era fascista, anche attraverso la creazione dell’Opera Nazionale Balilla. Antoniotto Botta AdornoLe cronache dell’epoca non registrano l’esatta identità del monello che, unica cosa che si sa, è che era soprannominato Mangiamerda. E il particolare – appurato da una commissione storico-scientifica – indispettì non poco il duce Benito Mussolini, che preferì non ne fosse fatta pubblica menzione[senza fonte]. Nessuna testimonianza storica accertata e accertabile, né alcun documento ufficiale forniscono dunque il nome esatto del protagonista di questo storico episodio, tanto che a lungo attorno a questa figura – che pure è stata, questa sì, storicamente accertata – è aleggiato un alone di leggenda. Approfondite ricerche sulla esatta identità dell’eroe di Portoria furono peraltro portate avanti nell’Ottocento con esiti controversi. Si giunse però ad accertare che due Giovan Battista Perasso (o Giambattista Perasso) erano nati rispettivamente uno nel 1729 a Pratolungo di Montoggio, sulle colline di Genova; l’altro nel 1735 nello stesso quartiere di Portoria. Entrambi quindi sono i possibili Balilla della storia. Significato di “”Balilla”” [modifica] Etimologicamente, la parola balilla equivale a monello o ragazzo[senza fonte], ma molte fonti[senza fonte] la fanno derivare da Baciccia, adoperato a Genova come diminutivo del nome Giovan Battista (o Giambattista). Genova, Piazza Portoria Monumento a Balilla (2009)È appurato comunque[senza fonte] che un tale ragazzo sia esistito realmente: ne fa fede un resoconto dell’avvenimento[senza fonte] inviato al governo austriaco che riferisce come: « la prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella di un picciol ragazzo, quel dié di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco. » La Società Ligure di Storia Patria nel 1927 ha messo, per così dire, una parola definitiva sulla questione stabilendo che non è possibile – sulla base dei documenti di cui si dispone – identificare con sicurezza il “”ragazzo delle sassate””. Anche per lo storico Federico Donaver, del resto, il monumento eretto a ricordo dell’episodio di Portoria rappresenta, oltre che l’eroe in sé stesso, “”l’ardire generoso d’un popolo che, giunto al colmo dell’oppressione, spezza le sue catene e si rivendica la libertà””. CURIOSITA’: Nell’entroterra ligure venivano fatti i cosiddetti “”Panin du Balilla””, in onore del “”Balilla”” e dedicati a tutti i bambini. Dopo la guerra il nome venne cambiato in “”Panin du Balin””. Erano rotondi di leggera pasta frolla zuccherati in superficie, una vera golosità, oggi sono spariti. Il giovane Balilla viene citato nell’inno nazionale italiano di Goffredo Mameli, nella quarta strofa: « I bimbi d’Italia / Si chiaman Balilla »”,”LIGU-017″
“VOLPE Gioacchino”,”Origini della nazione italiana.”,”introduzione di Gennaro MALGIERI, Agorà, Collana diretta da Gennaro MALGIERI VOLPE Gioacchino (1876-1971) è stato uno dei più grandi storici italiani del secolo scorso. Innovatore negli studi medievisti, indagò sull’Italia risorgimentale e post-risorgimentale. Per bibliografia v. risvolto 4° copertina. I germani calati in Italia erano solo qualche centinaio di migliaia Spostamento e rifugio dei romani più colti verso l’Italia marittima. Esodo dalla valle del Po e dalla Venezia verso la Liguria, l’Esarcato, la Pentapoli, le lagune venete; e il ritrarsi di tante popolazioni verso le spiagge toscane, … (finire) (pag 23)”,”ITAG-211″
“VOLPE Gioacchino”,”Italia ed Europa.”,”introduzione di Gennaro MALGIERI, I libri di Percorsi, direttore Gennaro MALGIERI VOLPE Gioacchino (1876-1971) è stato uno dei più grandi storici italiani del secolo scorso. Innovatore negli studi medievisti, indagò sull’Italia risorgimentale e post-risorgimentale. Per bibliografia v. risvolto 4° copertina.”,”ITAG-212″
“VOLPE Gioacchino”,”Casa Savoia.”,”VOLPE Gioacchino (1876-1971) professore all’Università di Roma, Accademico d’Italia, direttore della Scuola di storia moderna e contemporanea fu anche responsabile della sezione di storia medievale e moderna dell’Enciclopedia Italiana e direttore della ‘Rivista storica italiana’.”,”ITAB-287″
“VOLPE Gioacchino”,”Storia d’Italia moderna. Volume secondo, 1898-1910.”,”””Intanto, già nel 1907, la Camera del lavoro di Torino venne in mano della frazione sindacalista: e ne seguirono contrarietà e difficoltà nella giovanissima e ancor gracile Confederazione. Altre Camere ebbero la stessa sorte, come quella, assai importante, di Parma. Nella primavera di quello stesso anno, scioperi agrari a Ferrara e a Parma. Nell’ottobre, in seguito ad una vertenza tra gazisti milanesi e Società del Gaz, per questioni di salario, prima, e per protesta poi contro carabinieri che scortavano un treno di ‘crumiri’, tentativo di sciopero a Milano e successivamente a Torino, Bologna, Parma, Cremona. Ma i ferrovieri si mossero solo a Milano e in qualche altra minore città. Li tenne a freno Giolitti che applicò ai ferrovieri scioperanti la legge, senza lasciarsi piegare da clamori e proteste. Anche la Confederazione e il Partito fecero da moderatori, sebbene a sciopero già iniziato. Si temé della reazione pubblica. Nel 1907, le statistiche degli scioperi e scioperanti toccarono di nuovo cifre altissime, quali solo nel 1901 e 1902 si erano avute: 575.000 tra operai e contadini (1). E ne veniva alimentato lo spirito di resistenza nei ceti della borghesia e in una parte delle stesse masse operaie, spesso scioperanti di mala voglia, trascinate dalla macchina della “”organizzazione””, dai doveri della solidarietà ecc. Nel novembre, congresso a Parma: e qui, rottosi l’ultimo filo che ancora teneva uniti socialisti e sindacalisti, questi ultimi si staccarono dalla Confederazione e dal partito. Tirò un sospiro di sollievo Turati, che vedeva in quello “”spirito anarchico, anarcoide anarchicheggiante”” non solo una cosa diversa dal socialismo, ma addirittura la negazione sua (2). Nel maggio 1908, nuovo e maggiore sciopero agrario nel Parmense, guidato da Alceste de Ambris, segretario della Camera del Lavoro sindacale, contro l’Associazione Agraria, da poco costituitasi con grossi e medi proprietari della regione”” (pag 474-475) (1) Vedi la tabella statistica del decennio, nell’Annuario del Bachi, L’Italia economica nell’anno 1913, Torino, vol. V, 1914, p. 10; (2) Intervista sua col “”Giornale d’Italia””, 4 nov. 1907 Tumulti e assalto alla Camera del Lavoro di Parma (1907) (pag 475)”,”ITAB-321″
“VOLPE Gioacchino”,”L’ Italia in cammino. L’ultimo cinquantennio.”,”Vigilia della Prima guerra mondiale. “”In Francia si aveva una mediocre idea della lealtà italiana, sebbene i mezzi a cui quel Governo ricorreva per guastar l’Italia con i suoi antichi alleati con l’Italia, peccassero essi, talvota di scarsa lealtà (…). Tuttavia, da questa sua valutazione negativa della moralità politica italiana, non che dalla scarsa stima del nostro apparecchio militare e della nostra volontà di batterci, per lo meno all’inizio e nella fase incerta di una eventuale conflagrazione europea; da tutto questo, il Governo della Repubblica, se a volte traeva motivo di timore, a volte e più spesso traeva motivo di buone speranze su la debolezza della Triplice e, in ogni modo, incoraggiamento a persistere nella sua intransigenza con noi. Era presso a poco la stessa mediocrissima opinione, non si sa se più della nostra capacità guerresca o della nostra lealtà, che vigeva, anche dopo l’ultima rinnovazione della Triplice, nelle corti alleate, specialmente a Vienna, come ci attesta Konrad. Gli avvenimenti successivi 1914-18 permetteranno di giudicare il grado di fondatezza di tale previsioni, di queste diffidenze, di questa disistima che da ogni parte circuivano l’Italia e che rendevano difficile la sua politica estera, incerta ed oscillante la sua pubblica opinione, difficile la formazione di stati d’animo un po’ consistenti. Dunque, quasi isolamento dell’Italia in Europa. Al processo di sfaldamento morale della Triplice, non si era accompagnato un processo di accostamento sicuro al sistema dell’Intesa. Ciò che il Governo italiano aveva fatto in questo senso viveva ancor sempre di vita precaria”” (pag 260-261)”,”ITQM-023-FR”
“VOLPE Gioacchino”,”Caporetto.”,”Gioacchino Volpe nato nel 1876 a Paganica (L’Aquila) è stato professore di storia moderna dal 1906 al 1940. Le sue prime ricerche storiche riguardano l’età medioevale e in particolare la civiltà dei comuni. La sua produzione storiografica può essere inquadrata nel fertile filone metodologico che il Croce definì ‘scuola economico-giuridica’ La prima guerra mondiale spostò i suoi interessi verso la storia più recente. Anche in questo settore di ricerca il Volpe lasciò una traccia profonda. Qualità queste che fanno di lui anche’ora uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana di questo secolo.”,”QMIP-024-FL”
“VOLPE Giorgio”,”La disillusione socialista. Storia del sindacalismo rivoluzionario in Italia.”,”””Lo sciopero generale del 1904 segna il debutto ufficiale del sindacalismo rivoluzionario in Italia, ma è necessario andare più indietro nel tempo per rintracciarne le origini. Come la maggior parte dei movimenti politici, anch’esso, prima di riuscire a darsi una struttura organizzativa ed a costruire un solido impianto teorico, fu contrassegnato da una fase embrionale che ne condizionò gli sviluppi. Nell’affrontare il problema delle ‘origini politiche’ di tale movimento, il primo dato che balza agli occhi è la provenienza meridionale, campana in particolare, della maggior parte dei suoi esponenti: Arturo Labriola ed Ernesto Cesare Longobardi nacquero a Napoli, Enrico Leone a Pietramelata (Ce), Sergio Panunzio a Molfetta (Ba), Agostino Lanzillo e Paolo Mantica a Reggio Calabria, Walter Mocchi e Nicola Trevisonno, rispettivamente nati a Torino ed a Civita Campomarano (Cb), giovanissimi si trasferirono a Napoli. Ad essi possiamo aggiungere anche altre figure non di primissimo piano, ugualmente tutte meridionali: Silvano Fasulo, Roberto Forges Davanzati, Eugenio Guarino, Stefano Bartolotta, Focione Vakalopulos. Oltre alla comune provenienza geografica, i sindacalisti rivoluzionari italiani appartennero ‘quasi’ tutti alla stessa generazione. (…) L’omogeneità del dato anagrafico risulta ancora più interessante se riferita al contesto politico nazionale. I sindacalisti napoletani rappresentavano infatti un nuovo ‘tipo-politico’: cittadino italiano sin dalla nascita, militante già in giovanissima età ed iscritto ad un moderno partito di massa. Anche in una formazione giovane come il PSI, essi marcavano una netta differenza all’interno della dirigenza (…). L’anomalia, rilevata sul piano anagrafico, risulta confermata anche dal punto di vista sociale: il futuro gruppo dirigente sindacalista era interamente d’estrazione borghese”” (pag 1-2)”,”MITT-398″
“VOLPE Gioacchino”,”Italia moderna. Vol. I. 1815-1898.”,”Gioacchino Volpe nato nel 1876 a Paganica (L’Aquila) è stato professore di storia moderna dal 1906 al 1940. Le sue prime ricerche storiche riguardano l’età medioevale e in particolare la civiltà dei comuni. La sua produzione storiografica può essere inquadrata nel fertile filone metodologico che il Croce definì ‘scuola economico-giuridica’ La prima guerra mondiale spostò i suoi interessi verso la storia più recente. Anche in questo settore di ricerca il Volpe lasciò una traccia profonda. Qualità queste che fanno di lui anche’ora uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana di questo secolo.”,”ITAB-013-FL”
“VOLPE Gioacchino”,”Italia moderna. Vol. II. 1898-1910″,”Gioacchino Volpe nato nel 1876 a Paganica (L’Aquila) è stato professore di storia moderna dal 1906 al 1940. Le sue prime ricerche storiche riguardano l’età medioevale e in particolare la civiltà dei comuni. La sua produzione storiografica può essere inquadrata nel fertile filone metodologico che il Croce definì ‘scuola economico-giuridica’ La prima guerra mondiale spostò i suoi interessi verso la storia più recente. Anche in questo settore di ricerca il Volpe lasciò una traccia profonda. Qualità queste che fanno di lui anche’ora uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana di questo secolo.”,”ITAB-014-FL”
“VOLPE Gioacchino”,”Italia moderna. Vol. III. 1910-1914.”,”Gioacchino Volpe nato nel 1876 a Paganica (L’Aquila) è stato professore di storia moderna dal 1906 al 1940. Le sue prime ricerche storiche riguardano l’età medioevale e in particolare la civiltà dei comuni. La sua produzione storiografica può essere inquadrata nel fertile filone metodologico che il Croce definì ‘scuola economico-giuridica’ La prima guerra mondiale spostò i suoi interessi verso la storia più recente. Anche in questo settore di ricerca il Volpe lasciò una traccia profonda. Qualità queste che fanno di lui anche’ora uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana di questo secolo.”,”ITAB-015-FL”
“VOLPE Gioacchino”,”Storia d’Italia moderna. Volume primo. 1815-1898.”,” Cap. IV. Dal congresso di Berlino alla Triplice Alleanza. Cap. VI. Lavoro e lavoratori nell’Italia unita. Cap. VII. Iniziative e moti di popolo”,”ITAB-003-FC”
“VOLPE Gioacchino”,”Storia d’Italia moderna. Volume secondo, 1898-1910.”,” Cap. VI: Imperialismo, nazionalismo, patriottismo Cap. VII. Attività riformatrice e conati rivoluzionari”,”ITAB-004-FC”
“VOLPE Gioacchino”,”Italia moderna, 1815-1898. Volume I.”,”Gioacchino Volpe (1876-1971) è uno dei maggiori storici italiani del Novecento. Tra le sue opere: ‘Medio Evo italiano’ (1923), ‘Italia in cammino’ (1927) ‘Il popolo italiano tra pace e guerra, 1914-1915’ e i tre volumi di ‘Italia moderna’.”,”ITAB-005-FC”
“VOLPE Gioacchino”,”Italia moderna, 1898-1910. Volume II.”,”Gioacchino Volpe (1876-1971) è uno dei maggiori storici italiani del Novecento. Tra le sue opere: ‘Medio Evo italiano’ (1923), ‘Italia in cammino’ (1927) ‘Il popolo italiano tra pace e guerra, 1914-1915’ e i tre volumi di ‘Italia moderna’.”,”ITAB-006-FC”
“VOLPE Gioacchino”,”Storia d’Italia moderna, 1815-1898. Volume primo.”,”Gioacchino Volpe nato nel 1876 a Paganica (L’Aquila) è stato professore di storia moderna dal 1906 al 1940. Le sue prime ricerche storiche riguardano l’età medioevale e in particolare la civiltà dei comuni. La sua produzione storiografica può essere inquadrata nel fertile filone metodologico che il Croce definì ‘scuola economico-giuridica’ La prima guerra mondiale spostò i suoi interessi verso la storia più recente. Anche in questo settore di ricerca il Volpe lasciò una traccia profonda. Qualità queste che fanno di lui anche’ora uno dei maggiori rappresentanti della cultura italiana di questo secolo.”,”ITAB-024-FL”
“VOLPI Roberto”,”La fine della famiglia. La rivoluzione di cui non ci siamo accorti.”,”VOLPI Roberto, statistico, ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’ infanzia e l’ adolescenza del ministero del Welfare presso l’ Istituto degli Innocenti di Firenze. Coordina il Gruppo tecnico di programmazione incaricato di redigere il piano strategico della città di Pisa. E’ autore di ‘Storia della popolazione italiana dall’ Unità ai giorni nostri’ (La Nuova Italia, 1989) e ‘I bambini inventati’ (idem, 2001) e ‘Liberiamo i bambini’ (Donzelli 2004). Irresponsabilità dei figli nella famiglia. “”Nella famiglia di oggi un figlio maggiorenne, anche se femmina, anche se trentenne – e, anzi, a maggior ragione se trentenne -, gode dunque di condizioni di libertà analoghe a quelle di cui godrebbe se vivesse per suo conto. E se le condizioni di libertà sono analoghe, i vantaggi non sono neppure lontanamente paragonabili. Dal risparmio economico incommensurabile – giacché di solito i figli che restano in famiglia non compartecipano alle spese, o vi compartecipano in misura irrilevante, anche se lavorano e godono di una regolare retribuzione – al non doversi preoccupare di comprare e fare da mangiare, della pulizia della casa e de guardaroba, assicurati senza neppure bisogno di chiedere, alle minute incombenze quotidiane – bollette, uffici, code, attese – tutte baipassate tranquillamente in quanto compito chissà quanto tranquillamente assolto da qualcun altro. Una pacchia. O, quantomeno, un più che sopportabile, gradevole limbo””. (pag 76) Sconvenienza dei figli. “”La maternità consapevole si risolve sempre più di frequente in maternità posticipata o rifiutata perché avvertita come un’ opportunità che, anziché aprire la vita, tende piuttosto a restringerla se non a chiuderla, soffocandola tra le mille esigenze che sembrano profilarsi all’ orizzonte prima ancora del concepimento, già quando si pone mente alla prospettiva del figlio””. (pag 110)”,”ITAS-119″
“VOLPI Guglielmo”,”Storia letteraria d’Italia. Scritta da una Società di Professori. Il Trecento.”,”VOLPI Guglielmo professore nel liceo d’Arezzo”,”ITAG-198″
“VOLPI Alessandro”,”Breve storia del mercato finanziario italiano. Dal 1861 a oggi.”,”Alessandro Volpi, ricercatore di Storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si è occupato di storia economica e finanziaria della Toscana.”,”ITAE-083-FL”
“VOLPI Mauro”,”Le riforme elettorali in Francia. Una comparazione con il «caso» italiano.”,”Mauro Volpi è nato a Perugia nel 1948 ed è ricercatore di Diritto Costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Perugia. Ha pubblicato ‘La democrazia autoritaria. Forma di governo bonapartista e V Repubblica francese, Il Mulino; 1979 e ‘Lo scioglimento anticipato del Parlamento e la classificazione dei regimi contemporanei’, Maggioli, 1983.”,”TEOP-568″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet”,”Trattato sulla tolleranza.”,”Storia supplizio e morte di Jean CALAS, idea della Riforma del secolo XVI, Q tolleranza religiosa, Q intolleranza diritto umano o naturale, tolleranza e intolleranza degli antichi romani e greci, martiri e persecuzioni, abuso dell’intolleranza, intolleranza in giudaismo ebrei, in cristianesimo, lettera a gesuita LE-TELLIER, superstizione, virtù e scienza.”,”FILx-047″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet”,”Lettere inglesi.”,”Durante il suo soggiorno inglese di due anni e mezzo, dovuto alla persecuzione aristocratica francese contro di lui, VOLTAIRE volle far conoscere il carattere e ‘un’idea generale’ dello ‘strano’ popolo inglese. Le lettere pubblicate nel 1734 diedero l’avvio a quel movimento intellettuale che doveva nei decenni seguenti investire e sgretolare i fondamenti ideologici dell’ ancien regime.”,”FILx-084″
“VOLTAIRE Francesco-Maria Arouet di; a cura e prefazione di Palmiro TOGLIATTI”,”Trattato sulla tolleranza.”,”Nato a Parigi nel 1694 e morto nella stessa città nel 1778, educato dai gesuiti, vissuto in Francia e in Inghilerra, a Ginevra e alla corte di FEDERICO II di Prussia, è il maggiore dei pensatori francesi dell’ illuminismo. Poeta, drammaturgo, storico, scrittore di racconti, filosofo, autore di centinaia di opuscoli polemici e di un epistolario monumentale, V. in tutta la sua opera e la sua vita ha combattuto contro l’ oscurantismo e il fanatismo religioso e per il trionfo dei nuovi principi razionalistici e liberali. Di lui sono noti il ‘Saggio sui costumi’, il ‘Secolo di Luigi XIV’, il ‘Dizionario filosofico’ e il ‘Candido’. Il ‘Trattato sulla tolleranza’ fu scritto nel 1762 e diffuso in varie edizioni clandestine.”,”FILx-126″
“VOLTAIRE F.M.A. a cura di Barbara ALLASON”,”Storia dell’ impero russo sotto Pietro il Grande.”,”Carlo XII (Stoccolma 1682 – Fredrikshald 1718), re di Svezia (1697-1718), figlio di Carlo XI. Dichiarato maggiorenne all’età di quindici anni, succedette al padre nel 1697. Un’alleanza fra la Danimarca, la Polonia e la Russia contro la Svezia gli offrì la possibilità di dimostrare la fermezza del suo carattere e il suo genio militare. Sbarcò nell’isola di Sjaelland nel 1700, respinse i Danesi fin sotto le mura di Copenaghen e concluse la pace a Travendal (1700). Volse allora tutte le sue forze contro Pietro il Grande e Augusto II di Polonia, sbaragliò i Russi superiori di numero a Narva (1700), poi i Sassoni di Augusto al passaggio della Dvina occidentale (1701). Invece di fare la pace, invase la Polonia e, battuto nuovamente Augusto a Klissow (1702), fece eleggere re Stanislao Leszczynski, invase la Sassonia, e ottenne con la pace di Altranstädt (1706) la sottomissione del re spodestato. Quando lo zar riprese l’offensiva, Carlo invase la Russia, nel 1707, deciso a marciare su Mosca. Ma il suo”,”RUSx-053″
“VOLTAIRE Francisco Maria (AROUET)”,”Historia del Imperio de Rusia bajo Pedro el Grande. Tomo 1,2.”,”VOLTAIRE nacque nel 1694 e morì nel 1778.”,”RUSx-064″
“VOLTAIRE Francesco Maria Arouet”,”Trattato sulla Tolleranza. In occasione della morte di Jean Calas.”,”La Francia fanatica e intollerante ben rappresentata dalla città di Tolosa trasformò un semplice caso di suicidio di un figlio, Marco Antonio, in un parricidio compiuto dal padre Jean Calas, commerciante ugonotto, accusato di aver strangolato il figlio perché questi avrebbe deciso di abiurare il giorno dopo la religione protestante per farsi cattolico. Voltaire non tardò a convincersi dell’ innocenza della vittima, torturata e poi uccisa sulla ruota, per la mancanza della più piccola prova, per l’ irregolarità del processo e la manifesta assurdità dell’ accusa. E scattò in lui l’ antico e insopprimibile odio contro il fanatismo. “”se si tiene conto delle guerre di religione, dei 40 scismi papali, quasi tutti cruenti, delle imposture quasi tutte funeste; gli odi irriconciliabili a causa di contrasti di opinione; tutti i mali, insomma, causati dalla falsa devozione, se ne dovrà concludere che gli uomini, l’ inferno, l’ hanno già patito a lungo in questa vita”” (pag 68)”,”FILx-252″
“VOLTAIRE (Francois-Marie AROUET)”,”Vita di Federico II.”,”””Mentre mi trovavo in Olanda occupato in questa faccenda, Carlo VI morì nel mese di ottobre del 1740 a causa d’ una indigestione di funghi che gli provocò un colpo apoplettico; e quel piatto di funghi mutò radicalmente le sorti del continente. Ben presto apparve chiaramente che Federico II, re di Prussia, non era così nemico di Machiavelli come era parso che fosse il Principe Reale”” (pag 18) “”Ma era nel suo carattere far sempre il contrario di quanto dicesse o scrivesse: non per spirito di dissimulazione, ma perché scriveva e parlava lasciandosi trascinare da una particolare specie di entusiasmo, riservandosi, per agire, di ubbidire a un entusiasmo di tutt’ altra specie”” (pag 19)”,”GERx-091″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet”,”Trattato sulla tolleranza.”,”Il testo di una delle più famose opere dell’ illuminismo, curato e presentato da Palmiro TOGLIATTI. Il merito del razionalismo ottocentesco e in particolare dell’ illuminismo francese sta nell’ aver condotto la battaglia per la tolleranza con la più grande decisione, senza esitare di fronte ai colossi dell’ autorità e della tradizione, di fornte ai poteri minacciosi di una gerarchia che si affermava spirituale e di un governo che si proclamava assoluto, con fiducia illimitata nella propria forza intellettuale e morale, il che vuol dire, in sostanza, con illimitata fiducia nella facoltà della ragione umana. “”Il grande principio del senato e del popolo romano era: Deorum offensa diis curae, “”Abbiano cura gli dei delle offese fatte agli dei””. Questo popolo-re non pensava che a conquistare, a governare l’ universo, a dargli un ordine. Sono stati i nostri legislatori, come i nostri vincitori; mai però Cesare, che ci dette catene, leggi e giuochi, volle forzarci a lasciare i nostri druidi (Sacerdoti degli antichi celti, ndr) per lui, benché fosse pontefice massimo di una nazione che ci era sovrana””. (pag 50)”,”RELx-034″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet, a cura di Paolo SERINI”,”Scritti filosofici. Volume primo.”,”””Senza dubbio, l’ uomo può volere soltanto le cose di cui gli è presente l’ idea. Non potrebbe aver desiderio di recarsi all’ Opera, se non avesse l’ idea dell’ Opera (…)””. (pag 178) “”L’ intelletto e la volontà non esistono, dunque, realmente come elementi distinti; ed è assurdo sostenere che l’ uno agisce sull’ altro””. (pag 178) Osservazioni sulla storia. Dalla fine del secoo XV. “”(…) L’ arte della stampa, che venne inventata in quel tempo, comincia a renderla meno incerta. L’ Europa muta faccia: i Turchi, che vi penetrano, cacciano da Costantinopoli le belle lettere; esse fioriscono in Italia, s’ insediano in Francia, non tardano a digrossare l’ Inghilterra, la Germania e i paesi nordici. Una nuova religione stacca metà dell’ Europa dall’ obbedienza papale. Si afferma un nuovo sistema politico. Con l’ aiuto della bussola, si compie il periplo dell’ Africa e si commercia con la Cina più facilmente che tra Parigi e Madrid. Viene scoperta l’ America; si soggioga un nuovo mondo, e il nostro cambia quasi del tutto; l’ Europa cristiana diventa una specie d’ immensa repubblica, nella quale la bilancia del potere finisce con l’ affermarsi meglio che nell’ antica Grecia. Una perpetua corrispondenza ne collega tutte le parti, nonostante le guerre, suscitate dall’ambizione dei re, persino nonostante le guerre di religione, ancor più distruttive. Le arti che fanno la gloria degli Stati, sono portate a un culmine che né la Grecia né Roma mai non conobbero””. (pag 270)”,”FILx-367″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet, a cura di Paolo SERINI”,”Scritti filosofici. Volume secondo.”,”””E’ perciò evidente che è la sostanza della religione d’una setta quella che vien considerata come superstizione da un’ altra setta. I musulmani accusano di superstizione tutte le confessioni cristiane, e ne sono a loro volta accusati. Chi giudicherà questo gran processo? Forse la ragione? Ma ogni setta pretende di avere la ragione per sé. A giudicare sarà quindi la forza, in attesa che la ragione penetri in un numero abbastanza grande di teste da poter disarmare la forza””. (pag 500) Spinoza. “”ll grande dialettico Bayle ha confutato Spinoza. Il che significa che il sistema di Spinoza non è dimostrato come una proposizione di Euclide. Se fosse tale, sarebbe impossibile combatterlo. Dunque, è per lo meno oscuro.”” (pag 570)”,”FILx-368″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet;”,”Candido e altri romanzi.”,”Candido l’ingenuo che imbottito di formule filosofiche è convinto di vivere nel “”migliore dei mondi possibili””.”,”VARx-367″
“VOLTAIRE François-Marie (AROUET), a cura di Riccardo CAMPI”,”Il pirronismo della storia, e altri scritti storici.”,”VOLTAIRE François-Marie (AROUET) (Parigi 1694-1778) “”Più di chiunque altro nel corso dell’intero Settecento, Voltaire, con la propria molteplice attività di polemista e di storico, fece “”uso pubblico della propria ragione”” nella maniera più rumorosa e spregiudicata: e nessuna autorità, nemmeno quella della storia, poteva avere la pretesa di insegnare a Voltaire quali fossero i suoi diritti e i suoi doveri. Per apprendere la lezione della storia gli bastava poter esercitare liberamente su di essa il suo ‘esprit’, e quel ‘sens commun’ che, privo della guida dell’intelligenza, è, secondo Voltaire, mero “”buon senso, ragione grezza, ragione nascente””, ma sul quale, proprio per questo, deve fondarsi il criterio di giudizio, soprattutto nel valutare la certezza o meno delle verità di fatto, empiriche, ossia storiche: “”Non credo neppure ai testimoni oculari, quando mi dicono cose che il senso comune sconfessa”””” (pag 15, introduzione)”,”STOx-207″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet”,”Carlo XII re di Svezia.”,”””Una palla del peso di mezza libbra l’aveva colpito alla tempia destra facendovi un foro in cui si potevano introdurre tre dita (…). L’attimo della ferita era stato quello della sua morte: tuttavia egli aveva avuto la forza, spirando in modo così repentino, di portare con gesto istintivo la mano all’elsa della spada, e stava ancora in quell’atteggiamento. A tale vista Mégret, uomo strano e indifferente, disse semplicemente: – La commedia è finita, andiamo a cenare. (…) Così morì all’età di trentasei anni e mezzo Carlo XII, re di Svezia, dopo avere sperimentato ciò che la prosperità ha di più grande e l’avversità di più crudele, senza esser stato infiacchito dall’una, né scosso dall’altra. Quasi tutte le sue azioni, anche quelle della sua vita privata e intima, furono fortunate al di là del verosimile. Egli fu forse il solo di tutti gli uomini, e finora il solo di tutti i re, che sia vissuto senza debolezze: portò tutte le virtù degli eroi a quel punto estremo in cui esse diventano pericolose quanto i vizi opposti. La sua fermezza, divenuta ostinazione, cagionò i suoi mali in Ucraina e lo trattenne cinque anni in Turchia; la generosità, degenerando in prodigalità, rovinò la Svezia; il coraggio, spinto fino alla temerità, causò la sua morte; La sua giustizia andò talvolta fino alla crudeltà e, negli ultimi anni, la conservazione della sua autorità rasentava la tirannia. Le sue grandi qualità, una sola delle quali avrebbe potuto rendere immortale un altro principe, determinarono la disgrazia del suo Paese. Egli non aggredì mai nessuno; ma non fu tanto prudente quanto implacabile nelle sue vendette. Fu il primo ad avere l’ambizione d’esser conquistatore senza pensare ad ingrandire i suoi Stati: voleva acquistare imperi per donarli. La sua passione per la gloria, per la guerra e per la vendetta gli impedì d’esser buon politico, qualità senza la quale non si è mai dato conquistatore. Prima della battaglia e dopo la vittoria non aveva che modestia; dopo la sconfitta, fermezza; duro verso gli altri come verso se stesso, incurante delle sofferenze e della vita dei sudditi come della sua; uomo unico più che uomo grande, ammirevole più che da imitare. La sua vita deve insegnare ai re quanto un governo pacifico e felice sia al disopra di tanta gloria”” (pag 277-278)”,”EURN-009″
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet ROUSSEAU Jean-Jacques KANT Immanuel, a cura di Andrea TAGLIAPIETRA”,”Sulla catastrofe. L’illuminismo e la filosofia del disastro.”,”Andrea Tagliapietra insegna storia della filosofia moderna e contemporanea all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha pubblicato tra l’altro: ‘Che cos’è l’illuminismo?’ (Milano, 1997). Ha pubblicato pure ‘Filosofia della bugia’ (2001) e ‘La virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità’ (2003). Per segnare la nascita dell’età moderna possono essere scelti molti eventi. Uno di essi è, senza dubbio, l’immane terremoto che colpì Lisbona il 1° novembre del 1755. Da qui è nato un dibattito pubblico generale in cui si sono impegnate le menti più noteveli del tempo: Voltaire, Rousseau e Kant. Nota manoscritta a pagina 22-23 “”Tutte le mie rimostranze sono dunque rivolte contro il ‘Poema sul disastro di Lisbona’, perché mi aspettava da voi un risultato più degno dell’umanità che sembra avervelo ispirato. (…)”” (Lettera di J.J. Rousseau a Voltaire sul disastro di Lisbona) (pag 23)”,”FILx-286-FF”
“VOLTAIRE Francois Marie Arouet, a cura di Jorge Luis BORGES”,”Micromegas.”,”La Biblioteca di Babele, Collana di letture fantastiche diretta da Jorge Luis Borges.”,”FILx-151-FL”
“VON HAGEN Victor W.”,”L’ impero degli Incas.”,”VON HAGEN Victor W. nato a St Louis nel 1908, esploratore, etnografo, archeologo e naturalista, quindi scrittore, è conosciuto anche in Italia per le sue opere su ‘Il mondo dei Maya’, ‘Civiltà e splendore degli Aztechi’, ‘Gli imperi del deserto nel Perù precolombiano’ e ‘La grandi strade di Roma nel mondo’. “”Entro questa immensa apertura geografica l’ edilizia presentava una uniformità di stile e di intenti che la caratterizzava tutta come ‘incaica’. Anche se è vero – e il tema è stato continuamente ribadito fino in fondo che la maggior parte della civiltà incaica fu presa in prestito, nondimeno gli Inca unificarono tutta quella congerie geografica e diedero alla sua cultura un’ unità architettonica. La città – o meglio, il concetto di città – risale a poco più di 6.000 anni. Allora l’ uomo neolitico legato alla terra, che viveva in villaggi autocircoscritti, si fece un concetto della città. V. Gordon Childe ha definito ciò una “”Rivoluzione Urbana””. La popolazione americana, sebbene fosse al di fuori dela vasta corrente dell’ evoluzione euroasiatica (una forte corrente cui attinse tutta la cultura del Vecchio Mondo), nondimeno seguì istintivamente lo stesso modello. Ovunque, si trattasse delle valli del Nilo, o della Grecia, dell’ Egitto, della Sumeria o anche degli Inca, la città mostrò le stesse caratteristiche dinamiche: mano d’opera specializzata, produzione intensificata, organizzazione regolata, costruzione di templi, palazzi, piramidi, sepolcri e altri simboli dell’ immaginazione collettiva. La città incaica di Cuzco fu il massimo esempio, (…)””. (pag 130)”,”AMLx-079″
“VON MISES Ludwig”,”Libertà e proprietà.”,”L. Von-Mises (1881-1973) ha insegnato a Vienna, Ginevra e New York. E’ stato l’esponente più autorevole della scuola austriaca di economia, che oltre all’economia si è occupata di sociologia, di metodologia e di politica.”,”ECOT-158″
“VON MISES Ludwig, edizione italiana a cura di Dario ANTISERI”,”Burocrazia.”,”VON MISES Ludwig (1881-1873) è una delle figure più eminenti della grande Vienna. Erede diretto di Carl Menger e di Eugen Böhm-Bawerk, egli – prima a Vienna, poi a Ginevra e negli Stati Uniti, ha formato pensatori del livello di F.A. von Hayek, O. Morgenstern, F. Machlup, A. Schütz, E. Voegelin, H. Sennholz, M. Rothbard e I. Kirzner.”,”ECOT-174″
“VON MISES Ludwig”,”Teoria e Storia.”,”VON MISES Ludwig (1881-1973) rappresentante di primo piano della “”Grande VIenna”” è stato maestro di economisti e scienziati sociali del livello di F.A. von HAYEK, Fritz MACHLUP, G. HABERLER, A. SCHÜTZ, Israel M. KIRZNER. Ha dato contributi nel campo dell’economia, della teoria dell’azione, dell’epistemologia.”,”TEOP-271″
“VON HAGEN Mark”,”Soldiers in the Proletarian Dictatorship. The Red Army and the Soviet Socialist State, 1917-1930.”,”VON HAGEN Mark è Associate Professor nel History Department e nell’Harriman Institute della Columbia University. Dibattito al 10 congresso del Partito (pag 137-) Ironia di Riazanov su Smilga. “”Ivar Smilga, only recently head of PUR (Political Administration of the Revolutionary Military Council of the Workers’-Peasants’ Red Army), defended the army’s special character and criticized Bukharin’s proposals – that is, those of the Central Committee – as “”liberal rose-colored politics””. He denounced those of the Democratic Centralists and Workers’ Opposition as “”incorrect, syndicalist, petit bourgeois, and anarchist””. Communists in several army units currently were electing political staffs, he warned, and soldiers were again demanding the right to elect officers. “”If the army turns into a political club – and this has happened – then we will have entered a period of a Soviet Kerensky regime (…)””. Smilga reminded the delegates that he had experience both in destroying the tsarist army and in creating the Red Army, and he warned that the radical proposals being put forward to reintroduce “”democracy”” in the army would destroy what little fighting ability Red Army units had managed to preserve. (…) D.B. Riazanov, representing the Moscow provincial organization and recently appointed to head the Institute of Marx and Engels, bitingly referred to Smilga as “”our Prishibeev””, an allusion to the main character in a Chekhov short story of the same name. “”Sergeant Prishibeev””. Prishibeev, an army veteran, interfered in village life by ordering peasants and officials about. He went strictly by the book, demanding fawning respect for all superiors and displaying no imagination or initiative in solving problems””. (pag 142)”,”RIRO-404″
“VON MOHRENSCHILDT Dimitri a cura, Saggi di V. MAKLAKOV Mary STOLYPIN BOCK A. TYRKOVA-WILLIAMS Alexander KERENSKY Mark ALDANOV Sir Peter BARK Paul MILIUKOV Zinaïda SHAKHOVSKOI Sergei G. PUSHKAREV N.N. SUKHANOV Irakli TSERETELLI Victor B. SHKLOVSKY Victor MANAKIN Nicholas N. GOLOVIN Count Valentin ZUBOV V.I. LENIN Leon TROTSKY Victor CHERNOV Peter N. WRANGEL J.V. STALIN”,”The Russian Revolution of 1917. Contemporary Accounts.”,”Dimitri Von Mohrenschildt, founder and editor of The Russian Review, is a Senior Research Fellow in Russian History at the Hoover Institution on War, Revolution, and Peace, and Professor Emeritus of Russian History and Literature at Dartmouth College. A distinguished scholar in his field, Mr. von Mohrenschildt is the author of Russia in the Intellectual Life of Eighteenth-Century France as well as many articles and reviews in historical and literary journals. He is presently at work on a forthcoming book, Federalism and Regionalism in Modern Russian History. Preface, Epilogue, Notes, Index,”,”RIRx-100-FL”
“VON CIESZKOWSKI August, a cura di Massimiliano TOMBA”,”Prolegomeni alla storiosofia.”,”August Cieszkowski nasce da una nobile famiglia polacca nel 1814. Studia filosofia a Berlino con gli allievi di Hegel, tra i quali Carl Michelet che gli rimarrà amico per l’intera vita. Con Michelet fonda Philosophische Gesellschaft e la celebre rivista Der Gedanke. negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione del 1848, Cieszkowski integra la propria attività di ricerca con l’impegno politico, facendosi eleggere deputato della dieta provinciale di Posen.”,”FILx-083-FL”
“VON HAYEK Friedrich August”,”La denazionalizzazione della moneta. Analisi teorica e pratica della competizione fra valute.”,”Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia 1992), premio Nobel per l’Economia nel 1974, diresse l’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31) e in seguito insegnò alla London School of Economics (1931-50) e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e di Friburgo. Esponente di rilievo della Scuola economica austriaca, ne sviluppò gli indirizzi teorici, collegando la teoria dei prezzi, del capitale del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Angelo Maria Petroni è professore ordinario di Epistemologia delle Scienze Umane nell’Università di Bologna e docente stabile della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.”,”ECOT-157-FL”
“VON CLAUSEWITZ Carl, a cura di RUSCONI Gian Enrico”,”Della guerra.”,”Carl von Clausewitz (1780-1831) generale prussiano. La guerra Clausewitz l’aveva vissuta sui campi di battaglia d’Europa combattendo per anni contro Napoleone. Gian Enrico Rusconi è professore di Scienza politica all’Università di Torino.”,”QMIx-064-FL”
“VON-BÜLOW Bernhard”,”La Germania imperiale.”,”Fondo Tarcisio Parlanti FTP ‘Una politica nazionale vitale è la vera arma contro il socialismo’ (pag 161) Scritta nel 1913, dapprima concepita come introduzione a una grandiosa opera collettiva che si proponev adi fornire “”un quadro della vita tedesca e della situazione complessiva della Germania”” e in seguito pubblicata come volume autonomo, ricostruisce la vicende dell’Impero tedesco dagli inizi del secolo fino alla viglia del primo conflitto mondiale. L’autore fa un’analisi serrata dei precari equilibri che reggevano l’Europa nei primi decenni del Novecento. Nato ad Altona, nel 1849 B.H. Von Bulow studià a Losanna, Berlino e Lipsia. Partecipò alla guerra franco-prussiana ed in seguito fece una carriera diplomatica nelle principali capitali europee. Nominato ministro degli esteri nel 1897, fu cancelliere dal 1900 al 1909 con l’appoggio di un blocco composto da liberali e conservatori. Interprete autorevole della “”politica imperiale”” di Guglielmo II, all’inizio della grande guerra fu inviato come ambasciatore straordinario a Roma, dove cercò di impedire l’entrata in guerra dell’Italia a fianco degli Alleati, e dove morì nel 1929. Scrisse quattro volumi di memorie pubblicati dopo la sua morte. Le Edizioni Studio Tesi fanno parte del Gruppo Editoriale Edizioni Mediterranee. Nate nel 1953, sulle vestigia della Casa Editrice Mediterranea – già fondata negli anni ’30 – le Edizioni Mediterranee hanno, tra le prime case editrici italiane, accolto nel loro catalogo opere di arte, divulgazione scientifica, narrativa e sport. A cominciare dagli anni ’60 hanno esteso i propri interessi anche ad altri campi: parapsicologia, esoterismo, filosofie orientali, religione, alchimia, occultismo e medicina alternativa e, per quanto riguarda le collane sportive, a tutte le arti marziali (Karate, Kung Fu, Judo, Ju-Jitsu, Tae-kwon-Do, Aikido, Thai Boxe, Savate) e alla preparazione fisica. Le Edizioni Mediterranee hanno, nel tempo curato la pubblicazione dei migliori testi relativi a questi temi – yoga, filosofie orientali, psicologia e parapsicologia, esoterismo, alchimia, astrologia, cure naturali – a ciascuno dei quali è stata dedicata una collana. Un menzione particolare merita la collana Iniziazione, una serie di libri con un prezzo basso – ormai oltre cento titoli – che permette a tutti di avvicinarsi per la prima volta alle vecchie, nuove e nuovissime interpretazioni dell’uomo e dell’universo. Anche questa collana, come le altre ormai affermate nel Catalogo Mediterranee, ha un carattere estremamente innovativo e alternativo, fondato però su un serio impegno nella divulgazione di nuove e valide idee sia sotto il profilo sociale che culturale. Fanno parte del gruppo editoriale Edizioni Mediterranee anche Hermes Edizioni, casa editrice nata negli anni Sessanta i cui titoli trattano perlopiù di medianità, medicine naturali e magia. Nella collana Manuali Hermes si trovano anche molti testi di auto-aiuto. Arkeios Edizioni invece, altro marchio del gruppo editoriale, si contraddistingue nella sua produzione per lo spazio concesso a religioni orientali e occidentali, simbolismo e filosofia. Studio Tesi marchio che nel passato si è contraddistinto per aver fatto conoscere ai lettori italiani la cultura e la letteratura mitteleuropea, ora continua il suo percorso con opere raffinate e ricercate di saggistica e narrativa”,”GERx-001-FSD”
“VON-ESCHENBACH Wolfram”,”Parzival. Volume primo.”,”Scarse notizie sul’autore Wolfram von Eschenbach (visse negli ultimi decenni del XII secolo e i primi del XIII.”,”VARx-170-FV”
“VON-EULER Hans SKARZYNSKI Bol.”,”La biochimica dei tumori. Uno sguardo ai più moderni aspetti del problema del cancro.”,”Contiene tabella e grafico su mortalità per tubercolosi in Italia per fasce d’età triennio 1930-32 (pag 25) In un anno sono morte in Italia 3839 persone per tifo, 1966 per morbillo, 236 bambini al primo anno di vita per difterite…. Per tubercolosi dovrebbero essere 29.000 (pag 24)”,”SCIx-018-FV”
“VON-HAGEN Victor”,”Alla ricerca dei Maya. I viaggi di Stephens e Catherwood.”,”Victor Von Hagen è nato nel 1908. Personaggio dall’attività culturale intensissima e poliedrica, si è fatto universalmente apprezzare come studioso di archeologia, esploratore, etnografo, naturalista, scrittore. “”Perciò [Stephens] si recò al consolato americano e qui conobbe l’uomo che avrebbe dato un indirizzo e un significato precisi alle sue peregrinazioni.nel paese. George Gliddon, inglese di nascita come il padre, gli era succeduto nella carica di primo agente consolare degli Stati Uniti in Egitto. Sebbene il suo compito consistesse nel prendersi cura dei turisti americani e nell’invitarli a colazione e a pranzo (salvo addebitare le spese al governo) la passione che lo divorava era l’archeologia e un suo opuscolo intitolato ‘Appeal to the Antiquarians in the Destruction of Monuments’ e comparso nel 1841 segnò la genesi dell’attenzione che gli “”antiquari”” americani rivolsero all’Egitto. Gli americani cominciarono a piovere in Egitto nel 1832, quando scoprirono che il Nilo era una stazione climatica invernale per i convalescenti e un posto ideale per i ricchi. Tuttavia nel 1835 non si poteva ancora affermare che fosse un paradiso dei turisti, perché in realtà non offriva più sicurezza ai viaggiatori di quanta ne offrisse il West selvaggio e per questo motivo Stephens, dopo ch’ebbe visitato le meraviglie di Alessandria, si sentì consigliare di recarsi al Cairo per ottenere un’udienza da Mehmet Ali e farsi consegnare, se possibile, un firmano del pascià, come garanzia della propria incolumità personale. (…) Mehmet Ali, un gran visir che sembrava uscito dalle pagine delle ‘Mille e una notte’, era signore e padrone di un harem sorvegliato dagli eunuchi e popolato da un’intera compagnia di mogli, nonché di un reggimento di figli che egli continuava a generare nonostante i suoi sessantasei anni. Sedeva solenne nella sala marmorea d’un palazzo costruito da Saladino, rinfrescata da fontane ruscellanti con divani scarlatti tutt’intorno. Con la barba bianca, le vesti di seta e il turbante ornato di gioielli aveva tutto l’aspetto di quello che non era: un benevolo patriarca. Le potenze europee in lotta per assicurarsi l’egemonia del Mediterraneo e il controllo della porta verso l’India avevano trovato in Mehmet Ali un degno competitore in fatto di slealtà; lo stesso Talleyrand, maestro inarrivabile di doppiezza, era costretto a riconoscerlo in termini pesanti. Quanto agli inglesi, di solito riusciva a farli andare fuori dai gangheri e Lord Palmerston aveva promesso di “”buttarlo nel Nilo””. Però Mehmet Ali sopravvisse a tutte le minacce e a tutti i tentativi di assassinio di cui fu fatto oggetto. Morì nel proprio letto – cosa che capita raramente ai tiranni – all’età di ottant’anni, affetto da una tranquilla pazzia senile e circondato dalla famiglia, un vero esercito di discendenti. Ricevette Stephens con marcata cordialità…”” (pag 64-66)”,”ASGx-047″
“VON-HAGEN Victor”,”Alla ricerca dei Maya. I viaggi di Stephens e Catherwood.”,”Victor Von Hagen è nato nel 1908 a Saint Louis negli Stati Uniti da una famiglia di origine prussiana. Fin da giovanissimo si è dedicato allo studio delle civiltà indigene americane. Personaggio dall’attività culturale intensissima e poliedrica, si è fatto universalmente apprezzare come studioso di archeologia, esploratore, etnografo, naturalista, scrittore.”,”ASGx-003-FFS”
“VON-HAYEK Friedrich August”,”Legge, legislazione e libertà. Una nuova enunciazione dei principi liberali della giustizia e della economia politica.”,”Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia 1992), premio Nobel per l’Economia nel 1974, diresse l’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31) e in seguito insegnò alla London School of Economics (1931-50) e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e di Friburgo. Esponente di rilievo della Scuola economica austriaca, ne sviluppò gli indirizzi teorici, collegando la teoria dei prezzi, del capitale del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Angelo Maria Petroni è professore ordinario di Epistemologia delle Scienze Umane nell’Università di Bologna e docente stabile della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri.”,”ECOT-162-FL”
“VON-HAYEK Friedrich August”,”La via della schiavitù.”,”Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia 1992), premio Nobel per l’Economia nel 1974, diresse l’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31) e in seguito insegnò alla London School of Economics (1931-50) e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e di Friburgo. Esponente di rilievo della Scuola economica austriaca, ne sviluppò gli indirizzi teorici, collegando la teoria dei prezzi, del capitale del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato.”,”ECOT-218-FL”
“VON-HAYEK Friedrich August, a cura di W.W. BARTLEY, III Edizione italiana a cura di Dario ANTISERI”,”La presunzione fatale. Gli errori del socialismo.”,”Friedrich August von Hayek (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia 1992), premio Nobel per l’Economia nel 1974, diresse l’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31) e in seguito insegnò alla London School of Economics (1931-50) e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e di Friburgo. Esponente di rilievo della Scuola economica austriaca, ne sviluppò gli indirizzi teorici, collegando la teoria dei prezzi, del capitale del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato.”,”ECOT-219-FL”
” VON-LAUE Theodor Hermann”,”Why Lenin? Why Stalin? Why Gorbachev? The Rise and Fall of the Soviet System.”,”Theodor H. Von Laue, professore di Storia alla Washington University. Preface to the First Edition and Third Edition, Acknowledgments, Introduction, Notes, Index,”,”RUSU-086-FL”
” VON-LAUE Theodor Hermann”,”Why Lenin? Why Stalin? Why Gorbachev? The Rise and Fall of the Soviet System.”,”Theodor H. Von Laue, professore di Storia alla Washington University. Preface to the First Edition and Third Edition, Acknowledgments, Introduction, Notes, Index, Critical Periods of History,”,”RUSU-128-FL”
” VON-LAUE Theodor Hermann HIATT Jacob and Frances”,”Why Lenin? Why Stalin? A Reappraisal of the Russian Revolution, 1900-1930.”,”Theodor H. Von Laue, professore di Storia alla Washington University. Jacob and Francis Hiatt Professor of History at Clark University, formerly taught at Washington University. Preface to the First Edition, Preface to the Second Edition, Introduction, Conclusion, Suggestions for Further Reading, Index, Note, Critical Periods of History,”,”RIRO-181-FL”
“VON-LUCK Hans”,”Panzer Commander. The Memoirs of Colonel Hans Von Luck.”,”‘From the turret of a German tank, Colonel Hans von Luck commanded Rommel’s 7th and then 21th Panzer Divisions. El Alamein, Kasserine Pass, Poland, Belgium, Normandy on D-Day, the disastrous Russian front – von Luck fought there with some of the best soldiers in the world. German soldiers.’ ‘Awarded the German Cross and the Knight’s Cross, von Luck writes as an officer and a gentleman. Told with the vivid detail of an impassioned eyewitness, his rare and moving memoir has become a classic in the literature of World War II, a first-person chronicle of the glory – and the inevitable tragedy – of a superb soldier fighting Hitlers’s war’ (quarta di copertina) Hitler e l’offensiva delle Ardenne (pag 225-226) “”The turn of the year had just been celebrated; we had drunk to a New Year full of question marks with a modest glass of punch, when a message reached us that the division was to prepare to move out that very night. I was summoned to Feuchtinger at his command post. He was very grave, wished me a happy New Year, and gave me the following briefing. “”On 28 December, I was called to Army Group G, where I met all the Army, corps, and divisional commanders. From there we went to Field Marshal von Rundstedt, who told us that Hitler wished to speak to us all that afternoon at his HQ in Bad Nauheim. There we also met Field Marshal Keitel, Colonel-General Jodl, Himmler, and Bormann. “”The presence of the highest Army and Party leaders pointed to an important communication from Hitler. He began as usual with a long speech and emphasized that we were waging an ideological war, the loss of which would destroy the German people. ‘I haven’t the slightest intention of losing the war. Think of Frederick the Great and his Seven Year War’. “”Hitler then came to speak of the Ardennes offensive, in which ‘not all the objectives had been achieved’ (a highly optimistic view, it seemed to me), but which had had an ‘incidental’ consequence, namely, the weakening of the American front opposite us, where ‘Operation North Wind’ was to begin. He estimated the strength of the Americans on our front as down to only four or five divisions, which he proposed to ‘destroy’ with eight offensive German divisions, in order to follow up with further blows, Hitler then ended his address by saying, and these were his words: ‘It must be our absolute goal to settle the matter here in the west offensively; that must be our fanatical goal’. “”‘Operation North Wind’ began on New Year’s Eve””, Feuchtwinger went on, “”our division is he Army group’s reserve. Hitler’s plan is to break through the Maginot Line south of Pirmasens with an armored group and advance south along the western fringe of the Vosges, in order to make contact with the 19th Army’s bridge-head at Colmar. (…) What happened was inevitable: the Americans had made very good preparations for an attack on their right flank and established themselves in the Maginot Line. The division of our forces into two assault groups, especially with the inexperienced infantry group, was unable to produce the desired result. Nevertheless, as we learned from prisoners and intercepted messages, Eisenhower, under the impact of the Ardennes offensive and “”Operation North Wind””, begun on New Year’s Eve, had ordered the attack on the Western Wall in northern Alsace to be abandoned for the time being. According to reports, Eisenhower and de Gaulle had agreed, on 3 January, to withdraw to the Maginot Line in lower Alsace, retaining weak forces for the defense of Strasbourg. “”Operation North Wind”” made no progress. In the snowed-in Vosges and to the west of them the two assault groups came to a standstill. A new plan was conceived. (…)”””” (pag 225-226)”,”QMIS-307″
“VON-MAYENBURG Ruth”,”Hotel Lux.”,”Nata a Teplitz-Schönau (regione dei Sudeti) da una famiglia aristocratica tedesca, Ruth von Mayenburg fu per anni la compagna di lotta e la moglie del leader comunista austriaco Ernst Fischer. Con lui, dopo la fallita rivolta di Vienna, nel 1934, emigrò dapprima in Cecoslovacchia e poi a Mosca, dove, tra il ’38 e il ’45 visse all’Hotel Lux. Nel ’45 si stabilì a Vienna, dove vive tuttora, dedicandosi ad attività letterarie. Ha pubblicato, tra l’altro, un’autobiografia intitolata Sangue blu e bandiere rosse. L’Hotel Lux per oltre vent’anni fu dimora degli alti funzionari del Comintern e dei capi comunisti stranieri, in viaggio o in esilio a Mosca: Togliatti, Gramsci, Tito, Ho Chi Minh, Gottwald, Ulbricht, Bela Kun, Thoréz, Rakosy, Ciu En-lai, Carillo, Sorge e tanti altri grandi nomi del comunismo internazionale vissero nelle sue stanze.”,”RUST-018-FL”
“VON-MISES Ludwig”,”L’azione umana.”,”25 L. Von Mises caposcuola degli economisti viennesi in esilio, è nato a Leopoli il 28 settembre 1881. Laureatosi all’Università di Vienna in ambo le leggi nel 1906 si dedicò presto allo studio dell’economia e delle scienze sociali. Consigliere economico della Camera di Commercio Austriaca, condusse pervicace opposizione all’interventismo e al socialismo che premevano sull’organizzazione economica del Paese. Per quattro lustri insegnò economia all’Università di Vienna, indi, amareggiato dalla piega degli avvenimenti austriaci, relazioni internazionali all’Istituto Superiore di Studi Internazionali di Ginevra. Nel 1940 emigrò negli Stati Uniti. Dal 1945 insegna alla Graduate Scuool of Business Administration dell’Università di New York. (pag IX, presentazione di Tullio Bagiotti) “”La critica di Marx al modo capitalistico di produzione è interamente errata”” (pag 667) (!!!!)”,”ECOT-350″
“VON-MISES Ludwig”,”Lo Stato onnipotente. La nascita dello Stato totale e della guerra totale.”,”Erede diretto di Carl Menger e Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises (1881-1973) è una delle figure di maggior spicco della Grande Vienna. Maestro di pensatori come F.A. von Hayek, G. von Haberler, E. Machlup, O. Morgenstern, A. Schütz, E. Voegelin, M. Rothbard, I. Kirzner ed altri ancora, Ludwig von Mises ha dato contributi di inestimabile valore alla teoria economica, all’epistemologia e all’analisi sociologica.”,”ECOT-217-FL”
“VON-MISES Ludwig”,”Human Action. A Treatise On Economics.”,”Erede diretto di Carl Menger e Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises (1881-1973) è una delle figure di maggior spicco della Grande Vienna. Maestro di pensatori come F.A. von Hayek, G. von Haberler, E. Machlup, O. Morgenstern, A. Schütz, E. Voegelin, M. Rothbard, I. Kirzner ed altri ancora, Ludwig von Mises ha dato contributi di inestimabile valore alla teoria economica, all’epistemologia e all’analisi sociologica.”,”ECOT-220-FL”
“VON-MISES Ludwig”,”Problemi epistemologici dell’economia.”,”Erede diretto di Carl Menger e Eugen von Böhm-Bawerk, Ludwig von Mises (1881-1973) è una delle figure di maggior spicco della Grande Vienna. Maestro di pensatori come F.A. von Hayek, G. von Haberler, E. Machlup, O. Morgenstern, A. Schütz, E. Voegelin, M. Rothbard, I. Kirzner ed altri ancora, Ludwig von Mises ha dato contributi di inestimabile valore alla teoria economica, all’epistemologia e all’analisi sociologica.”,”ECOT-264-FL”
“VON-WIESER Friedrich, a cura di Elena FRANCO NANI”,”Opere. La legge del potere. Il valore naturale.”,”VON-WIESER Friedrich “”La prima guerra mondiale, con la sua ‘Unbegrifflichkeit’ (inspiegabilità) ha riportato l’autore sul tema della forza non solo come momento realizzativo del fatto o del patto sociale ed economico. Ancora alla vigilia del conflitto (1914) Böhm-Bawerk si esprimeva per dilemma in un saggio rimasto classico, ‘Macht oder ökonomisches Gesetz?’ (Forza o legge economica?). Riguardo al prevalere monopolistico egli concludeva che la “”distribuzione funzionale”” del reddito resta l’argomento principale di ogni teoria scientifica della distribuzione; e che ad essa vanno pertanto riferite anche le tesi “”circa i limiti dell’influsso degli atti di potenza artificiali sulla distribuzione””. Tuttavia soltanto nei riguardi della distribuzione “”funzionale””. La potenza influirebbe invece sulla distribuzione “”personale”” entro limiti di intensità e durata assai più vasti: “”Mentre per mezzo della potenza possono essere spostati permanentemente anche i “”dati”” sui quali influiscono le regole della distribuzione funzionale, nel campo della distribuzione personale sono possibili degli interventi, al cui effetto non sono posti limiti temporanei di nessuna specie””. Quattro anni prima R. Hilferding pubblicava a Vienna ‘Das Finanzkapital’, che non è un manuale della concorrenza ma del prevalere dell’alta finanza; e due anni prima Schumpeter; sempre in Vienna, teorizzava l’imprenditorialità come momento dominante sulla condizione immanentemente livelattrice”” (introduzione) (pag 22)”,”ECOT-193″
“VON-WIESER Friedrich, a cura di Elena FRANCO NANI”,”Opere.”,”16 “”Fino al XVIII secolo quasi tutti i popoli dell’Europa moderna si erano sottomessi volontariamente alla legge che veniva loro imposta da un ristretto numero di nobili o addirittura da un singolo principe sovrano. Pochi individui governavano le masse cosicché vigeva incontrastato il principio minoritario. Nell’antichità le cose non erano andate diversamente. In Oriente, il principio minoritario era giunto quasi ovunque fino al dispotismo e presso quasi tutti i popoli le masse, spesso ridotte in schiavitù, obbedivano alle leggi del loro signore. Anche se Greci e Romani, durante certi periodi della loro storia, furono essi stessi liberi, il principio minoritario venne tuttavia da loro applicato rigidamente nei paesi dove estesero il loro dominio. La minoranza romana diede le leggi al mondo. Il principio minoritario è il problema più interessante che la storia ci propone. Come tutti i grandi problemi esso non venne considerato tale per molto tempo. Per secoli era stato per gli uomini tanto naturale piegarsi al potere della minoranza, al quale non potevano sfuggire, che essi non si chiedevano neppure perché pochi individui dovessero avere il sopravvento sulle masse. Quando finalmente si fece strada il concetto di sovranità popolare esso fu accolto con tanto entusiasmo che, in un primo tempo, nessuno si chiese perché non si fosse affermato fin dal principio. «Il popolo dormiva, ma si è svegliato e d’ora innanzi il potere sarà tenuto dalle masse». L’opinione pubblica si accontentò di questa affermazione che veniva diffusa dagli oratori del tempo. Il concetto di sovranità popolare, che in un primo tempo era stato elaborato da pensatori della borghesia, acquistò maggiore significato per merito degli uomini di pensiero del proletariato che si sentivano i veri rappresentanti delle masse popolari. Pure sarebbe vano attendere da loro la spiegazione dell’essenza del principio minoritario in quanto ad essi importava soprattutto affermare, senza possibilità di equivoco, che soltanto il popolo era chiamato al potere. Le loro indagini intorno al potere miravano soltanto al tale fine. Il discorso di Lassalle ‘La natura della Costituzione’ con il quale egli iniziò la sua rivoluzione e che si sarebbe potuto chiamare “”La natura del potere”” fa parte di queste indagini intorno alla realtà politica del momento. A questo tipo di ricerche appartiene anche l’interpretazione materialistica della storia fatta da Marx il quale analizza il divenire storico del potere. Ma queste brillanti esposizioni non ci devono ingannare: esse lasciano sempre inspiegata l’essenza del problema del potere. All’inizio del suo discorso Lassalle afferma che il re di Prussia è uno dei poteri reali. Egli sfiora così il problema dell’accentramento del potere ma prosegue senza fermarsi ad analizzarlo. Più a lungo egli si ferma ad analizzare il potere materiale delle armi. Mentre chiama «pezzo di carta» la costituzione prussiana, dice che i cannoni sono «un fondamento della costituzione», cioè una parte reale del potere. Lassalle accusa violentemente la democrazia di avere perduto il tempo quando, nel 1848, volle elaborare la costituzione invece di impadronirsi dei cannoni, cosa che avrebbe potuto fare facilmente. Ma sarebbe stato davvero così facile conquistare allora i cannoni? Prima si avrebbe avuto a che fare con i cannonieri che erano fedeli al re. Il momento adatto per la conquista dei cannoni venne, per il popolo, settant’anni più tardi quando il re di Prussia, dopo il crollo dell’impero, aveva cessato di essere una forza effettiva. Quando il principe governa con la forza delle armi, governa mediante il potere spirituale che esercita su coloro ai quali le armi sono affidate: questo potere spirituale è la ‘chiave’ del suo potere materiale. Lassalle non ha cercato di analizzare questo potere chiave; perciò non solo non ci ha spiegato quale sia la natura del potere ma non ha neppure impostato il problema. Anche Marx, nella sua interpretazione materialistica della storia, non è giunto a tanto. Consentiamo con lui quando afferma che, nei secoli che seguono la colonizzazione di un territorio, il ruolo determinante è svolto dalla proprietà fondiaria mentre il capitale acquista un ruolo determinante nell’era industriale, ma non siamo più d’accordo quando dice che, nel primo periodo, principi, nobiltà e clero erano potenti perché possedevano le terre e che gli imprenditori sono potenti perché dispongono di capitali. Egli avrebbe dovuto prima spiegarci come mai il possesso, che aveva un ruolo determinante, non si trovasse nelle mani delle grandi masse, invece non ha neppure tentato di farlo. Che cosa ha dato a poche persone il ‘potere chiave’ mediante il quale esse conquistarono il possesso che garantiva loro un ruolo determinante? Questo è il punto importante da chiarire. (…) Lassalle e Marx, come i pensatori della borghesia liberale del loro tempo, non furono in grado di analizzare il problema del potere perché mancava loro un concetto chiaro di esso”” [Friedrich Von Wieser, ‘Opere’, Milano, 2010] [“”Friedrich von Wieser appartiene al gruppo, dapprincipio abbastanza ristretto, dei protagonisti della cosiddetta «rivoluzione marginalistica». Una rivoluzione il cui maggior titolo potrebbe essere nell’incruenza dell’esito”” (dall’introduzione)] (pag 76-77) “”Le prime cento pagine del ‘Capitale’ di Marx sono quanto di più difficile sia stato scritto in campo economico”” (pag 255)”,”ECOT-339″
“VORONSKY Aleksandr Konstantinovich, a cura di Frederick S. CHOATE”,”Art as the Cognition of Life. Selected Writings 1911-1936.”,”Aleksandr Konstantinovich Voronsky was born in the small town of Khoroshavka, in the Russian province of Tambov, in September 1884. He was shot by a Stalinist executioner on August 13, 1937, and buried in a mass grave on the outskirts of Moscow. With a life that spanned one of the stormiest periods of modern history, Voronsky actively participated in the revolutions of 1905 and 1917, the building of the first Soviet regime, and the struggle against its degeneration. He participated as an underground Bolshevik, political exile, leading member of various committees in state power, editor of several influential newspapers and journals, as an oppositionist, once again as an exile, and finally as a persecuted ‘Old Bolshevik’, who, like the majority of Marxist revolutionaries of his generation, sought ways to survive in a regime increasingly hostile to everything for which he had fought. Foreword, Appendix 1: Resolution of the First All-Union. Conference of Proletarian Writers, 2: On Party Policy in the Realm of Imaginative Literature, 3: Five Years of Red Virgin Soil, 4: Letter from Voronsky to Ordzhonikidze, 3 March 1927, 5: To the Central Committee of the All-Russian Union of Metalworkers, 6: Leon Trotsky: Culture and Socialism, Glossary, Biographical Notes, Name Index, Subject Index, Index of Literary Works and Characters, foto, illustrazioni,”,”RUSS-061-FL”
“VOSLENSKY Michael S.”,”Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica.”,”VOSLENSKY, nato in URSS nel 1920, laureatosi all’Istituto superiore di relazioni internazionali di Mosca, interprete al processo di Norimberga, è stato professore ordinario all’Univ Lumumba di Mosca. Dal 1950 al 1972, anno del suo espatrio, ha lavorato in stretto contatto con l’apparato del CC del PCUS. In seguito è diventato ricercatore all’Istituto Max-Planck di Starnberg.”,”RUSU-047″
“VOSLENSKY Michael S.”,”Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica.”,”Michael S. Voslensky, nato in Urss nel 1920, laureatosi all’Istituto superiore di relazioni internazionali di Mosca, interprete al processo di Norimberga, è stato professore ordinario all’Università Lumumba di Mosca. Dal 1952 al 1972, anno del suo espatrio, ha lavorato in stretto contatto con l’apparato del comitato centrale del PCUS, Attualmente cittadino austriaco, è lettore presso tre università e ricercatore all’Istituto Max-Planck di Starnberg. I libri di oggi sono i fatti di domani. Thomas Mann”,”RUSU-030-FL”
“VOSS Kim”,”The Making of American Exceptionalism. The Knights of Labor and Class Formation in the Nineteenth Century.”,”Kim VOSS è Associate Professor of Sociology all’ Università di California. In copertina la riproduzione dell’opera di Robert KOEHLER (1886) ‘The Strike’ (Deutsches Historisches Museum, Berlin).”,”MUSx-069″
“VOSSLER Otto”,”L’ idea di nazione dal Rousseau al Ranke.”,”””Il genovese Giuseppe Mazzini costruì ed elaborò teoricamente l’ idea di nazione fino a farne una propria concezione del mondo, anzi una religione…”” (pag 105) Contiene il capitolo ‘L’ Italia e la rivoluzione francese'”,”TEOP-142″
“VOSSLER Karl”,”Algunos caracteres de la cultura española.”,”La comparazione linguistica. Catalano, castigliano. “”Hasta ahora se ha empleado en lingüística, por lo general, el método comparativo para buscar lo común o lo análogo, con lo que, por ejemplo, se ha encontrado al catalán relacionado, por una parte, con la ‘langue d’oc’, y, por otra, con el castellano. Lo propio del catálan podría parecer así sólo un resto negativo formado por lo que no es castellano y lo que no es provenzal. Este método es, sin duda alguna, necesario, y cuando es puesto en práctica por un maestro de la talla de Meyer-Lübke, extraordinariamente valioso; sin embargo, puede imaginarse también un tipo de comparación que tienda a descubrir lo original y específico en lugar de lo común y análogo.”” (pag 67)”,”SPAx-092″
“VOSSLER Karl”,”Historia de la literatura italiana.”,”VOSSLER Karl”,”ITAG-139″
“VOVELLE Michel e altri”,”1789 – 1989. Bicentenario della rivoluzione francese.”,”VOVELLE è Presidente della CNRS.”,”FRAR-064″
“VOVELLE Michel, presentazione; saggi di BERNET Jacques BURSTIN Haim COQUARD Olivier CZOUZ-TORNARE A.J. DAWSON Philip DORIGNY Marcel DUCOUDRAY Emile DUPUY Catherine ELYADA Ouzi FAGUAY Sophie GENGEMBRE Gerard GENTY Maurice GERBOD Paul GILLI Marita GOTLIB Roland GUIGON Isabelle GUILHAUMOU Jacques KAFKER Frank A. LE-COUR-GRANDMAISON Olivier LE-GUILLOIS Robert LIBERMANN Paule MARADAN Evelyne MATHARAN Jean-Louis MINARD Philippe MONNIER Raymond OLIVA Gianni PEYRARD Christine RAO Anna-Maria RAXHON Philippe SCHIAPPA Jean-Marc SICSIC Michel TACHEVA Rossitza”,”Paris et la revolution.”,”Saggi di BERNET Jacques, BURSTIN Haim, COQUARD Olivier, CZOUZ-TORNARE A.J., DAWSON Philip, DORIGNY Marcel, DUCOUDRAY Emile, DUPUY Catherine, ELYADA Ouzi, FAGUAY Sophie, GENGEMBRE Gerard, GENTY Maurice, GERBOD Paul, GILLI Marita, GOTLIB Roland, GUIGON Isabelle, GUILHAUMOU Jacques, KAFKER Frank A., LE-COUR-GRANDMAISON Olivier, LE-GUILLOIS Robert, LIBERMANN Paule, MARADAN Evelyne, MATHARAN Jean-Louis, MINARD Philippe, MONNIER Raymond, OLIVA Gianni, PEYRARD Christine, RAO Anna-Maria, RAXHON Philippe, SCHIAPPA Jean-Marc, SICSIC Michel, TACHEVA Rossitza.”,”FRAR-066″
“VOVELLE Michel”,”I giacobini e il giacobinismo.”,”VOVELLE (Gallardon, 1933) è Prof emerito dell’Univ Paris I (Pantheon-Sorbonne). Ha diretto per dieci anni l’ Institut d’ Histoire de la Revolution Francaise e ha presieduto la commissione di ricerca scientifica per il bicentenario della Riv Franc. La sua ricerca si è concentrata sui due filoni della storia della mentalità, in particolare per l’età moderna, e della storia della Riv Franc. La nota biografica del libro riporta le sue opere tradotte in italiano.”,”FRAR-155″
“VOVELLE Michel”,”La morte e l’ Occidente. Dal 1300 ai giorni nostri.”,”VOVELLE Michel (Gallardon, 1933) è professore emerito dell’ Università di Paris I (Pantheon-Sorbonne) e ha diretto l’ Institut d’ Histoire de la Revolution Francaise’. Ha studiato la storia delle mentalità nell’ età moderna e la storia della rivoluzione francese. Il male di vivere dei giovani. “”Nel 1774, pubblicando I dolori del giovane Werther, Goethe dà a questo disagio il suo sbocco ultimo. Non diremo ch’egli inventi il suicidio, giacché il romanzo prezioso non l’ aveva ignorato per i suoi Celadoni; ma erano suicidi mancati, artifizi teatrali. Il suicidio diviene invece ora il prolungamento naturale e lo sbocco del male di vivere di tutta una gioventù che si riconosce in Werther. Già i suoi contemporanei discussero se l’ eroe di Goethe non avesse fatto scuola, e determinato un aumento dei suicidi: un conteggio assai arduo””. (pag 424)”,”STOS-120″
“VOVELLE Michel a cura, testi riuniti da Antoine de BAECQUE”,”Recherches sur la revolution. Un bilan des travaux scientifiques du Bicentenaire sous la direction de Michel Vovelle.”,”Saggi di Francoise BRUNEL e Jacques GUILHAUMOU Claude MAZAURIC Helene DUPUY Yann FAUCHOIS Philippe GOUJARD Paolo VIOLA Elizabeth LIRIS Roger DUPUY Jacques GUILHAUMOU Yannick BOSC Michel PERTUE’ Claire GASPARD Michel VOVELLE Raymonde MONNIER Patrice BRET Sylviane e Christian ALBERTAN Raymond DARTEVELLE Nicolas WEILL Patrick GARCIA Sylvie DALLET Serge BIANCHI Olivier COQUARD Emile DUCOUDRAY Guy LEMARCHAND Catherine KAWA Jean JACQUART Francois HINCKER Philippe MINARD Dominique MARGAIRAZ Marita GILLI Sophie WAHNICH Pierre SERNA Evelye LEJEUNE-RESNICK Gilles LE-BIEZ Christian-Marc BOSSENO Leszek KOLODZIEJCZYK Alain CZOUZ-TORNARE Marcel DORIGNY Yves BENOT Amaury FAIVRE-D’ARCIER. L’ iconografia rivoluzionaria. “”Stiamo per scoprire le immense ricchezze della iconografia rivoluzionaria. L’ affermazione può sembrare perentoria e al limite ingiusta, innanzitutto perché l’ epoca rivoluzionaria non è la sola a beneficiare di questo interesse nuovo portato all’ immagine, in particolare dagli storici. Medievalisti, modernisti (gli specialisti dell’ antichità non hanno mai misconosciuto questo ricorso indispensabile ai tempi della fonte rara), e sempre di più anche gli storici del XIX e XX secolo, hanno smesso di vederla come un complemento marginale, una serva a volte affascinante, per donarle il posto che le spetta””. (pag 149, M. Vovelle)”,”FRAR-322″
“VOVELLE Michel, a cura di Anna Maria RAO”,”La scoperta della politica. Geopolitica della Rivoluzione francese.”,”Mediterranea: Comitato scientifico: Gérard DELILLE, Giovanni MUTO, Anna Maria RAO, Biagio SALVEMINI, Maria Antonietta VISCEGLIA. La RAO è professore di storia moderna presso la facoltà di lettere e filosofia dell’ Istituto universitario orientale di Napoli. VOVELLE ha insegnato all’ Università di Aix-en-Provence e alla Sorbona di Parigi. Storico delle mentalità, e della lunga durata, come professore di storia della rivoluzione francese, direttore dell’ Istituto di storia della rivoluzione e presidente della commissione internazionale di storia della rivoluzione francese ha contribuito al rinnovamento degli studi e alle ricerche sulla Francia rivoluzionaria. Il grande trasloco. “”Un movimento frenetico, dunque: per valutarne l’ importanza, non ci si può limitare agli attori principali, ufficiali o no; bisogna guardare anche alle masse, a tutti quelli per i quali la Rivoluzione comportò processi di sradicamento, di migrazione spontanea o forzosa. Una volta ho definito il periodo rivoluzionario come un “”grande trasloco””: il movimento degli uomini si intensifica fortemente, che sia in maniera momentanea o duratura. Il fenomeno può sembrare ovvio, ma siamo ben lontani dall’ avere tutti i dati esplicativi.”” (pag 122) Il peso del Nord nell’ apparato statale. “”La struttura della nuova burocrazia anche per quanto riguarda il personale è molto rappresentativa della popolazione parigina (carta 72.2): il 28% dei 240 impiegati della Commissione sono nativi di Parigi (percentuale corrispondente a quella proponibile per l’ insieme della popolazione parigina). Sul 72% di impiegati nati fuori della capitale, solo il 15% è nato a sud della linea Maggiolo, lasciando una solida maggioranza – quasi il 60% – alla Francia settentrionale, dalla quale proviene, del resto, la maggioranza della popolazione parigina. Questa Francia in Rivoluzione è pur sempre amministrata da gente del Nord. L’ esempio, purtroppo isolato, mostra tutta l’ utilità di studi del genere (1) (…)””. (pag 288) (1) di Catherine KAWA, Le fonctionnnement d’une administration en l’an II: la commission des subsistances, tesi di laurea, Paris I, 1984″,”FRAR-337″
“VOVELLE Michel, a cura di Anna Maria RAO”,”La scoperta della politica. Geopolitica della rivoluzione francese.”,”Comitato scientifico di ‘Mediterraneo’: Gerard DELILLE, Giovanni MUTO Anna Maria RAO Biagio SALVEMINI Maria Antonietta VISCEGLIA , segreteria di redazione Saverio RUSSO e Angelantonio SPAGNOLETTI VOVELLE ha insegnato all’ Università di Aix en Provence e alla Sorbona. Storico della mentalità e della lunga durata, ha diretto l’ Istituto di Storia della Rivoluzione ed è stato presidente della Commissione internazionale di storia della rivoluzione francese. RAO è professore di storia moderna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Istituto Universitario Orientale di Napoli. La diffusione della stampa. I giornali di provincia. “”All’ altra estremità dello scacchiere politico, su ‘L’Ami du peuple’ di Marat non abbiamo notizie altrettanto precise, anche se disponiamo di elementi e indizi sufficienti per ritenere che la sua diffusione sia prevalentemente parigina (carte 26.1, 26.2): in mancanza di liste di abbonati di provincia, possiamo far riferimento soltanto alla corrispondenza ricevuta nel 1790-1791 da “”L’ Ami du peuple”” e nel 1792-1793 dal ‘Journal de la République francaise’ che ne fu l’ erede. Ciò consente comunque di valutare l’ interesse che Marat manifesta per la provincia, di conoscere le informazioni che ne riceve e di cogliere un’ evoluzione nel tempo. I contatti sono all’ inizio episodici e dispersi, anche se, a parte i dintorni di Parigi, risaltano la regione del Nord, la Seine-Inférieure, la frontiera dell’ Est (in occasione degli eventi di Nancy) e il turbolento polo marsigliese: in tutto una decina di dipartimenti.”” (pag 136)”,”STOS-135″
“VOVELLE Michel”,”Battaglie per la Rivoluzione francese.”,”VOVELLE Michel “”E’ tuttora enorme il cantiere di riferimento rivoluzionario nei discorsi come nelle dottrine politiche, fino al recente passato o anche fino ad oggi. All’argomento sono state dedicate alcune monografie (si vedano, recentemente, gli studi pubblicati sulla Rivoluzione francese nel pensiero di Marx, tanto da parte di F. Furet, quanto a seguito del convegno tenutosi a Parigi nel 1985 per iniziativa dell”Institut de recherche marxiste’ (1)). Nell’impossibilità di trattare il problema nella sua vastità, si è tentati di assumere a titolo dimostrativo la fortuna storica di alcune parole-chiave o riferimenti storici: ad esempio il concetto di “”giacobino”” e di “”giacobinismo”” che attengono sicuramente ad uno dei temi più sensibili in quanto chiamano in causa tutta la specificità dell’organizzazione rivoluzionaria sperimentata dalla Rivoluzione. Da Michelet, che vi vede uno strumento inquisitorio e dittatoriale, così come Quinet, anche se in termini differenti, a Louis Blanc o a Jaurès che ne giustificano la necessità, il dibattito attraversa la riflessione in Francia fino ai giorni nostri. Esso ha trovato un’eco nel pensiero internazionale, e si può seguire, da Marx a Gramsci passando per Lenin, l’evoluzione del concetto di “”giacobino”” (Marx, febbraio 1848: “”Ci sono nella storia analogie sorprendenti. Il giacobino del 1793 è diventato il comunista dei giorni nostri””)”” (pag 155) Michel Vovelle, Battaglie per la Rivoluzione francese, Edizioni Pantarei, Milano, 2014 Marx, le marxisme et les historiens de la Révolution française au XXe siècle; Cahiers d’histoire de l’Institut de Recherches Marxistes, n° 21, 1985.”,”FRAR-401″
“VOVELLE Michel”,”Battaglie per la Rivoluzione francese.”,”VOVELLE Michel Parallelismo “”La riflessione populista, con Herzen, aveva sostenuto la necessità di superare la Rivoluzione francese, di andare oltre le libertà formali che avevano esaurito il loro valore, ma aveva condannato il Terrore, giustificabile nel 1793 ma ormai privo dell’innocenza originaria. Nel 1858 Cernysevskij, proclamandosi giacobino, aveva inaugurato un modo di procedere per analogia, o per assimilazione di termini, che peserà molto sull’avvenire, anche se la sua concezione del giacobinismo, fortemente connotata di blanquismo, si basava essenzialmente sulla presa violenta del potere da parte di una minoranza, che poi lo conservava. Dopo la rivoluzione del 1905 il dibattito aveva ripreso vigore; Plechanov nel 1902 aveva fatto scandalo per un’apologia del Terrore, Lenin affina la tesi sviluppando il concetto di una “”dittatura delle classi più basse”” associando “”proletariato e contadini””, e riferendosi al precedente francese definisce dopo Marx il Terrore dell’anno II come il “”metodo plebeo per farla finita con i nemici della borghesia, l’assolutismo, il feudalesimo e lo spirito piccolo-borghese””. Prima tappa di una riflessione destinata ad essere riformulata sull’onda delle circostanze. Ma sappiamo anche che l’interpretazione leninista suscita allora le critiche della corrente menscevica, di Martynov, contrario ad una presa del potere anche temporanea e all’idea di una dittatura rivoluzionaria nella fase di una eventuale rivoluzione borghese. Se Lenin tende a smarcarsi dal blanquismo associato all’idea del complotto, per definire il giacobinismo, al quale rivendica l’adesione, in termini di insurrezione, non sfugge alla critica di Trotsky, all’epoca menscevico, che gli attribuisce tendenze blanquiste e lo accusa di gettare un ponte fra democrazia giacobina borghese e democrazia proletaria … Senza entrare nei dettagli della disputa, possiamo concludere, con T. Kondratieva (1), che alla vigilia del 1917 è presente nei bolscevichi una oggettiva incertezza circa l’analogia che sostiene una loro filiazione diretta del giacobinismo. Ma il tema è presente, nei termini in cui lo ha definito Lenin nel 1904-1906 (‘Un passo avanti e due indietro’): il giacobinismo è la linea che propone la Rivoluzione “”fino al suo esito finale”” e non il “”miserabile compromesso””, la linea che si fonda sull’insurrezione popolare e non sulle istituzioni rappresentative”” (pag 182-183) [Michel Vovelle, Battaglie per la Rivoluzione francese, Edizioni Pantarei, Milano, 2014] Tesi di dottorato: (1) Tamara Kondratieva, ‘L’impact de la Révolution française sur la conscience révolutionnaire en Russie-URSS”” (L’impact de la Revolution francaise sur la conscience revolutionnaire en Russie-URSS Autore: Tamara Kondratieva; Universite Pantheon-Sorbonne (Paris). Editore: [Paris] : [s.n.], 1988. Tesi: These de doctorat : Histoire : Paris 1 : 1988. Edizione/Formato: Tesi/dissertazione : Thesis/dissertation : French Banca dati: WorldCat Voto: (non ancora votato) 0 con commenti – Diventa il primo. Soggetti France — 1789-1799 (Revolution) — Influence — Theses et ecrits academiques. Russie — Politique et gouvernement — Histoire — Theses et ecrits academiques. Russie — Relations exterieures — France — Histoire — Theses et ecrits academiques. Vedi tutti i soggetti Altri come questo Documenti simili)”,”ELCx-195″
“VOVELLE Michel”,”Die Französische Revolution. Soziale Bewegung und Umbruch der Mentalitäten.”,”””Jaurès verortet sich selbst in der doppelten Tradition von Michelet und Marx und entwickelt in den ersten Jahren des 20. Jahrhunderts das monumentale Fresco seiner “”Histoire socialiste de la Révolution Française””. Darin wird zum erstenn mal der Versuch unternommen, die Revolutionsforschung gegenüber einer Sozialgeschichte der Masse zu öffnen. Jaurés hat bekanntlich selbst in den Archiven gearbeitet und vor allem eine lebhafte Vorahnung von der Bedeutung neuer Arbeitsfelder gehabt, um zu diesem sozialhistorischen Untersuchungsstadium vorzustoßen. Auch begründete er die ‘Comission d’Histoire économique et sociale de la Révolution Française’, die nach der Jahrhundertwende lange Zeit eine gigantische Arbeit der Quellenauswertung und – publikation koordinierte und die heutige Revolutionsgeschichte vorbereitete. Mit Jaurés beginnt innerhalb der französischen historischen Schule eine jakobinische Tradition, die bis in unsere Tage reicht – von Albert Mathiez über Georges Lefebvre bis zu Albert Soboul – und die sich zunehmend und kontinuierlich um eine sozialgeschichtlich-marxistische Lektüre der Revolution bemüht. Albert Mathiez (1) (2), einer der Begründer dieser Geschichtsschreibung, symbolisiert bis zu seinem Tod 1923 in seinem Werk diesen Wandel der Historiographie: Seine klassische ‘Histoire de la Revolution Française’ steht noch ganz im Zeichen der politischen Geschichte und hat ihren Autor – gegen Aulard und die Dantonisten – als Verteidiger der Person un der Aktion Robespierres, des Unbestechlichen, berühmt gemacht. Robespierre escheint hier erstmals als die Verkörperung des unnachgiebigen Jakobinismus und der sozialen Demokratie. Aber mit seinem Buch ‘Mouvement social et vie chère sous la Terreur’ kündigte Mathiez zugleich eine Forschungsrichtung an, die weit über den personenbezogenen Konflikt (Danton oder Robespierre) im luftleeren Raum und den für die Historiographie der Jahrhundertwende so typischen Personenkult hinausgeht und sich statt dessen den anonymen Volksmassen zuwendet”” [Michel Vovelle, Die Französische Revolution. Soziale Bewegung und Umbruch der Mentalitäten, Frankfurt, 1985] [(1) Jean Jaures, ‘Histoire socialiste de la Revolution française’ (1901-1908), 7 Bde, Paris, 1969-73; (2) Albert Mathiez, ‘La Révolution française’ (1922-27), dt: ‘Die Franzözische Revolution’, 3 Bde, Hamburg 1950] (pag 61-62)”,”FRAR-412″
“VOVELLE Michel”,”La rivoluzione francese, 1789-1799.”,”Michel Vovelle (Gallardon, 1933) ha insegnato all’Università di Aix en Provence e dal 1983 è professore di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona. Dal 1985 presiede la Commissione internazionale di Storia della Rivoluzione francese. Ha pubblicato tra l’altro ‘La mentalità rivoluzionaria’ (1987) e ‘Ideologia e mentalità’ (1989). La ‘Grande Paura’ (luglio 1979). le regioni coinvolte (cartina pag 146) “”L’alta specializzazione dell’autore si rivela nella serrata concatenazione che sa mantenere fra eventi tanto clamorosi e spesso contrastanti: dalla riunione della Convenzione e dalla proclamazione della Repubblica all’esecuzione del re, dal contrasto fra giacobini e girondini allo straripare del movimento popolare, con i massacri di settembre e i movimenti di piazza per calmierare i prezzi dei generi alimentari, dalla condanna e la persecuzione dei girondini (31 maggio – 2 giugno 1793) all’assunzione del potere dal parte del Comitato di salute pubblica nella forma radicale del 10 luglio 1783 e, alla implacabile conduzione del moto rivoluzionario all’interno e alle frontiere, fino alla catastrofe del Termidoro (27 luglio 1794)”” (F. Diaz, pag XI)”,”FRAR-441″
“VOVELLE Michel”,”Breve storia della rivoluzione francese.”,”Un libro scritto espressamente per l”Universale Laterza’ da uno dei più noti studiosi francesi. Il volume si articola in cinque parti: cronologia essenziale della Rivoluzione fracese, narrazione degli episodi salienti, aggiornata rassegna storiografica, saggio sulle trasformazioni della mentalità colletitiva, bibliografia. Michel Vovelle ha compiuto gli studi all’Ecole normale supérieure di Saint-Cloud, dove ha poi insegnato fino al 1958. Passato all’Università di Aix-en-Provence, vi dirige l’Unité d’Enseignement et de Recherches d’Histoire. Autore di ‘Piété baroque et déchristianisation’ (1972), ha collaborato all’Histoire de France diretta da Duby, all’Histoire de la Provence (1971) e all’Histoire de Marseille (1973). Nella Universale Laterza è già apparso un altro suo studio su ‘La Francia rivoluzionaria. La caduta della monarchia’ “”Sostituire all’antica psicologia delle folle e degli individui lo studio delle mentalità collettive, significa trattare i comportamenti collettivi nella loro globalità, in cui il loro anonimato esige l’uscita dal ristretto ambito delle fonti tradizionali – e in particolare dal rapporto o dalla cronaca, proiezioni di una visione ufficiale – per esplorare non solo le proclamazioni di una società in rivolta, ma anche i suoi silenzi”” (pag 90)”,”FRAR-442″
“VOVELLE Michel”,”La Rivoluzione francese spiegata a mia nipote.”,”Michel Vovelle, professore emerito dell’Università Paris I (Panthéon-Sorbonne), ha diretto per dieci anni l’Institut de la Révolution Française e ha prosieduto la commissione di ricerca scientifica per la celebrazione del bicentenario della Rivoluzione.”,”FRAR-028-FL”
“VOVELLE Michel”,”Les folies d’Aix ou la fin d’un monde.”,”Il libro racconta la storia di quattro personaggi che rappresentano la crisi dell’antico regime in Francia. Questi personaggi sono il menuaio Joseph Sec, il robin Desorgues, il presidente de Gueidan e il marchese d’Argens. Il libro descrive le loro storie e le loro esperienze durante la crisi dell’antico regime.”,”STOS-021-FSD”
“VOVELLE Michel”,”La rivoluzione è morta?”,”Testo della conferenza omonima tenuta nel giugno 1988 presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Roma La Sapienza “”Primo punto: la rivoluzione è morta: si potrebbe parlare dunque di un «requiem per la rivoluzione» Secondo punto: la rivoluzione non è morta: plagiando Goya de ‘I Capricci’: «la bestia si agita ancora» Terzo punto: dall’ambiguità alle prospettive concrete, dal paradosso all’immagine e alla figura che potremmotentare di delineare del bicentenario della rivoluzione francese”” (pag 50) La storiografia rivoluzionaria (Alphonse, Aulard, Albert Mathiez, Georges Lefebvre, Albert Soboul) è fossilizzata? (pag 53) Negli ultimi vent’anni c’è stato un dibattito ideologico con le opere di Alfred Cobban, François Furet, Denis Richet) (pag 57) Concetto di ‘dérapage’, di radicalizzazione della rivoluzione nel suo corso Pierre Chaunu, non è uno specialista della rivoluzione ma è specialista di ogni periodo… Idea o mito che vi siano due rivoluzioni: la buona e la cattiva. Il 1789 sarebbe la rivoluzione senza lacrime, la rivoluzione senza violenza, la rivoluzione dell’unanimità… I partigiani dell’anatema: si è un po’ a disagio quando Pierre Chaunu dichiara di sputare per terra quando passa davanti al liceo intitolato a Carnot, organizzatore della vittoria (pag 61)”,”FRAR-010-FGB”
“VOVELLE Michel, a cura di Giovanni FERRARA”,”La morte e l’ Occidente. Dal 1300 ai giorni nostri.”,”Michel Vovelle, storico francese (Gallardon, Eure-et-Loir, 1933 – Aix-en-Provence 2018). Prof. di storia moderna all’univ. di Aix-en-Provence (1976-83) e (1984-93, poi emerito) di storia della Rivoluzione francese alla Sorbona. Già presidente della Société des études robespierristes e della Commission internationale d’histoire de la Révolution française, presidente onorario della Société d’histoire moderne et contemporaine. Studioso di storia sociale e delle mentalità in una prospettiva di lunga durata, ha contribuito a un profondo rinnovamento delle ricerche sulla Francia rivoluzionaria. Tra le opere: Piété baroque et déchristianisation (1973); Les métamorphoses de la fête en Provence (1976; trad. it. 1986); Idéologies et mentalités (1982; trad. it. 1986); La mort et l’Occident (1983; trad. it. 1986); La mentalité révolutionnaire (1985; trad. it. 1987); La Révolution française (4 voll., 1986; trad. it. 5 voll., 1993); La découverte de la politique (1993; trad. it. 1995); Les folies d’Aix ou la fin d’un monde (2003); Les mots de la Révolution (2004; trad. it. 2006); La Révolution française expliquée à ma petite-fille (2006; trad. it. 2007).”,”STOS-037-FSD”
“VOVELLE Michel”,”Battaglie per la Rivoluzione francese.”,”note in fondo al testo assenti nell’originale francese ma stabilite per l’edizione italiana. VOVELLE Michel (Gallardon, 6.2.1933 – Aix en Provence, 6.10.2018). Storico e saggista francese. Titolare della cattedra di Storia della Rivoluzione francese alla Sorbona dopo la morte di Albert Soboul. Di formazione marxista, vicino alla storiografia di Georges Lefebvre e di Albert Soboul, fu direttore per un decennio dell’Institut de la Révolution Française e diresse la Commissione di ricerca scientifica per la celebrazione del bicentenario della Rivoluzione. «La Rivoluzione francese e la teoria comunista sono strettamente legate da almeno due profonde ragioni. In primo luogo, è in quel grande evento storico che affondano le radici del “”socialismo francese””. Insieme all'””economia inglese”” e alla “”filosofia classica tedesca”” esso costituisce, secondo la felice definizione di Lenin, una delle “”tre fonti e tre parti integranti del marxismo””. É nel corso della Rivoluzione francese che Gracco Babeuf organizza la sua “”congiura degli Eguali””, primo tentativo genuinamente proletario di prendere il potere. É sempre in quella cesura storica che prende vigore e si tempra l’idea che “”libertà, uguaglianza e fraternità”” siano parole vuote finché esiste una classe sottoposta allo sfruttamento economico. Su questo concetto si sviluppano le varie scuole di socialismo utopistico cui Marx ed Engels daranno poi il fondamento scientifico. In secondo luogo, lo svolgimento della più grande rivoluzione borghese è stato per lungo tempo l’unico riferimento su cui Marx ed Engels potevano impostare e verificare le proprie ipotesi di strategia per la rivoluzione proletaria, e perciò entrambi la studiarono a fondo. Michel Vovelle è, tra gli studiosi contemporanei della Rivoluzione francese, una delle voci più appassionate ed autorevoli. Queste le due motivazioni che hanno portato alla pubblicazione della presente opera.» (pag VII, Nota editoriale). «(…) La Rivoluzione non è terminata e le lotte imperversano anche se non le controlliamo e non riusciamo ad interpretarle. Restano la speranza e la certezza, espresse un giorno da Robespierre: “”Il mondo è cambiato, cambierà ancora””.» (pag XII, dalla Prefazione di Vovelle all’edizione italiana del 2014)”,”FRAR-007-FSL”
“VRANICKI Predrag”,”Storia del marxismo. 1. Da Marx a Lenin. 2. Dalla 3° Internazionale ai giorni nostri.”,” “”Sun Yat-sen moriva nel 1925, ma la sua azione e il suo programma politico furono di grande aiuto per i comunisti cinesi. I primi gruppi marxisti vennero organizzati da Cen Du-siu e Li Ta-ciao e diedero poi vita al Partito comunista cinese (1921). Il movimento comunista poggiò anzitutto sul proletariato cinese, che era a quel tempo molto esiguo. Inoltre, in quanto aderiva alla III Internazionale, il partito cinese si adeguò con senso di disciplina alle sue direttive, ritenendo che le grandi esperienze della Russia rivoluzionaria fossero una garanzia della giustezza di quelle direttive (…). Con la morte di Sun Yat-sen il Kuomintang passò nelle mani dei militaristi e di Ciang Kai-scek. I primi segni del nuovo orientamento furono le azioni organizzate contro i comunisti, per esempio a Canton, nel 1926. Mentre i comunisti continuavano a propugnare l’ alleanza con il Kuomintang e ad estendere la loro influenza nelle file del proletariato, Ciang Kai-scek preparava, insieme con la borghesia e con le forze imperialistiche, la controrivoluzione. Intanto nel partito bolscevico e nella III Internazionale era in corso una lotta molto aspra: Stalin era favorevole all’ alleanza del Partito comunista cinese con il Kuomintang; Trotskyinvece la contrastava, esigendo che il partito cinese svolgesse un’ attività autonoma. In quel periodo Trotsky vedeva nella dittatura del proletariato la soluzione del problema cinese.”” (pag 287)”,”MADS-127″
“VRANICKI Predrag; altri studi di Adam SCHAFF Rudolf SCHLESINGER Predrag VRANICKI Henri LEFEBVRE Lucien GOLDMANN Iring FETSCHER Roger GARAUDY, miscellanea di Ivan DUBSKY György MARKUS Enrique GONZALEZ-PEDRERO, contributi bibliografici di R. BAUERMANN W. EUCHNER G. DREKONJA T. PATRIKIOS I. MESZAROS A. OLTVANYI C. DRESNER L.M. LOMBARDI-SATRIANI S. TOHARA J. O’NEILL V. KORAC A.B. STOJKOVIC Bert ANDREAS”,”La signification actuelle de l’ humanisme du jeune Marx. (in)”,”Saggi di Adam SCHAFF Rudolf SCHLESINGER Predrag VRANICKI Henri LEFEBVRE Lucien GOLDMANN Iring FETSCHER Roger GARAUDY. Altri titoli: Studi: Adam SCHAFF, Decouverte nouvelle de notions anciennes du marxisme. Rudolf SCHLESINGER, Les “”Manuscrits économico-philosophiques”” de Marx replacés dans leur perspective historique. Henri LEFEBVRE, Propositions et sociologie dans l’ oeuvre du jeune Marx. Iring FETSCHER, La concretisation de la notion de liberté chez le jeune Marx. Roger GARAUDY. Fichte et Marx. Miscellanea: Ivan DUBSKY, Zur Frage des Wesens des Menschen bei Feuerbach und Marx Gyorgy MARKUS, Der Begriff des “”menschlichen Wesens”” in der Philosophie des jungen Marx. Enrique GONZALEZ-PEDRERO, L’ umanesimo del giovane Marx. Contributi bibliografici: AAVV, L’ oeuvre de jeunesse de Marx et Engels dans les études publiées de 1945 à 1963-1964. Bert ANDREAS, Marx et Engels et la gauche hegélienne.”,”ANNx-007″
“VRANICKI Predrag”,”Storia del marxismo. 1. Da Marx a Lenin. 2. Dalla 3° Internazionale ai giorni nostri.”,”””Come vediamo, tutti gli elementi fondamentali della nuova concezione della storia e dell’uomo, la dialettica materialistica e la concezione materialistica della storia, sono ormai dati. Anzi, proprio nei ‘Manoscritti’, nelle ‘Tesi su Feuerbach’ e nell”Ideologia tedesca’ la concezione marx-engelsiana appare più profonda, più universale e coerente. Ritengo proprio che in queste opere del periodo di maturazione, nello sforzo di risolvere i problemi alla cui soluzione aveva atteso e attendeva una pleiade di geniali pensatori, la posizione fondamentale di Marx e Engels sia stata espressa in maniera più duttile, complessa e adeguata alle loro profonde intenzioni di quanto non sia avvenuto più tardi, quando prevalse il proposito di enunciare i risultati in maniera più chiara e divulgativa. Le formulazioni posteriori, concernenti “”la base e la sovrastruttura””, l'””elemento ideale come elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello dell’uomo””, “”la coscienza come riflesso””, ecc., sono ben lontane dall’essere le formulazioni più precise di quel punto di vista che Marx e Engels, e in particolare Marx, scelsero per analizzare l’essenza dell’uomo e della storia. Ma anche nell”Ideologia tedesca’ abbiamo un tentativo di sintesi dell’intera concezione, che conviene qui riportare anche allo scopo di confrontarlo con quello successivo, e assai più noto, contenuto nella prefazione a ‘Per la critica dell’economia politica’ (1859): “”Questa concezione della storia si fonda dunque su questi punti: spiegare il processo reale della produzione, e precisamente muovendo dalla produzione materiale della vita immediata, assumere come fondamento di tutta la storia la forma di relazioni che è connessa con quel modo di produzione e che da esso è generata, dunque la società civile nei suoi diversi stadi, e sia rappresentarla nella sua azione come Stato, sia spiegare partendo da essa tutte le varie creazioni teoriche e le forme della coscienza, religione, filosofia, morale, ecc., ecc. e seguire sulla base di queste il processo della sua origine, ciò che consente naturalmente anche di rappresentare la cosa nella sua totalità (e quindi anche la reciproca influenza di questi lati diversi l’uno dall’altro). Essa non deve cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione idealistica della storia, ma resta salda costantemente sul ‘terreno’ storico reale, non spiega la prassi partendo dall’idea, ma spiega le formazioni delle idee partendo dalla prassi materiale, e giunge di conseguenza anche al risultato che tutte le forme e prodotti della coscienza possono essere eliminati non mediante la critica intellettuale, risolvendoli nell””autocoscienza”” o trasformandoli in “”spiriti””, “”fantasmi””, spettri””, ecc., ma solo mediante il rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti, dai quali queste fandonie idealistiche sono derivate; che non la critica, ma la rivoluzione è la forza motrice della storia, anche della storia della religione, della filosofia e di ogni altra teoria. Essa mostra che la storia non finisce col risolversi nell'””autocoscienza”” come “”spirito dello spirito””, ma che in essa ad ogni grado si trova un risultato materiale, una somma di forze produttive, un rapporto storicamente prodotto con la natura e degli individui fra loro, che ad ogni generazione è stata tramandata dalla precedente una massa di forze produttive, capitali e circostanze, che da una parte può senza dubbio essere modificata dalla nuova generazione, ma che d’altra parte impone ad essa le sue proprie condizioni di vita e le dà uno sviluppo determinato, uno speciale carattere; che dunque le circostanze fanno gli uomini non meno di quanto gli uomini facciano le circostanze. Questa somma di forze produttive, di capitali e di forme di relazioni sociali, che ogni individuo e ogni generazione trova come qualche cosa di dato, è la base reale di ciò che i filosofi si sono rappresentati come “”sostanza”” ed “”essenza dell’uomo””, di ciò che essi hanno divinizzato e combattuto, una base reale che non è minimamente disturbata, nei suoi effetti e nei suoi influssi sull’evoluzione degli uomini, dal fatto che questi filosofi, in quanto “”autocoscienza”” e “”unico””, si ribellano ad essa. Queste condizioni di vita preesistenti in cui le varie generazioni vengono a trovarsi decidono anche se la scossa rivoluzionaria periodicamente ricorrente nella storia sarà o no abbastanza forte per rovesciare la base di tutto ciò che è costituito, e, qualora non vi siano questi elementi materiali per un rivolgimento totale, cioè da una parte le forze produttive esistenti, dall’altra la formazione di una massa rivoluzionaria che agisce rivoluzionariamente non solo contro alcune condizioni singole della società fino allora esistente, ma contro la stessa “”produzione della vita”” come è stata fino a quel momento, l'””attività totale”” su cui questa si fondava, allora è del tutto indifferente, per lo sviluppo pratico, se l”idea’ di questo rivolgimento sia già stata espressa mille volte: come dimostra la storia del comunismo”” (Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Roma, 1969, pp. 29-31)”” [Predrag Vranicki, Storia del marxismo. 1. Da Marx a Lenin, 1973] (pag 135-137)”,”SOCx-026″
“VRANICKI Predrag”,”Storia del marxismo. I. Marx ed Engels. La I e la II Internazionale.”,”Libertà e necessità. (pag 229-231) “”Le particolarità individuali non costituiscono le caratteristiche distintive della specie, possono essere diverse da individuo a individuo, non sono necessarie per lo sviluppo della specie, ma sono infinitamente varie. Scrive Hegel nella ‘Logica’ che è casuale ciò che può essere ma anche non essere, ciò che può essere in un modo ma anche in un altro modo, e che tale suo essere o non essere è dovuto a qualcos’altro (32). I fenomeni sono in prevalenza inessenziali per lo sviluppo del singolo, ma certe manifestazioni casuali nello sviluppo, ad esempio, di una data specie possono diventare anche dominanti e, quindi, necessarie ed essenziali. Sulla conversione del casuale nel necessario si basa in sostanza anche il darwinismo, come dice Engels: “”Darwin, nella sua opera di importanza storica, prende le mosse dalla più larga base esistente della casualità. Sono proprio le infinite, casuali particolarità degli individui all’interno delle singole specie, particolarità che si accentuano fino alla rottura del carattere della specie, le cui origini prossime stesse sono dimostrabili solo nel minor numero dei casi, che lo costringono a mettere in discussione il fondamento sul quale era fino allora basata ogni regolarità in biologia, il concetto di specie nella forma metafisica, rigida e inalterabile, che aveva fino ad allora avuto”” (33). Questa concezione presuppone, del resto, che le caratteristiche e casualità particolari siano conseguenze di certe cause, inizialmente esterne, che siano cioè determinate. Altra questione è quanto noi conosciamo le determinanti di determinate casualità e in quale grado possiamo ordinarle. Come si vede, il concetto di “”determinazione”” e il concetto di “”necessità”” non coincidono. La necessità è una delle forme della determinazione, così come la normale causalità e infine la casualità. In merito al problema del rapporto tra necessità e libertà, abbiamo già rilevato, soprattutto nell’analisi dei ‘Manoscritti economico-filosofici’, che alla concezione di Marx inerisce una “”contraddizione””: tra il principio dell’uomo come essere libero, persona creatrice, e il carattere deterministico dello sviluppo naturale e storico. Tale contraddizione costituisce la difficoltà e preoccupazione più importante della ricerca filosofica e sembra essere data nel corso delle cose e nell’esistenza stessa dell’uomo. Le secolari polemiche tra deterministi e indeterministi sul problema della libertà umana sono il documento di questo travaglio. La soluzione del problema fornita da Marx, in base alle concezioni di Spinoza e di Hegel, è un contributo allo scioglimento di quest’enigma. Nei suoi testi più tardi Engels non si attiene alle analisi iniziali di Marx, ma si richiama invece alla concezione di Hegel, che riconduce il problema della libertà umana a quello del rapporto necessità-libertà. Secondo tale concezione, l’uomo non è solo il prodotto di uno sviluppo elementare, non è nella sua varia attività solo un cieco strumento della necessità, perché egli è consapevole di questa necessità, e a tale consapevolezza conforma il suo comportamento, si serve delle forze e degli elementi a cui in caso diverso soggiacerebbe, ecc. Il grado della sua libertà dipende dal grado della sua conoscenza della necessità. “”La libertà non consiste – ha scritto Engels nell”Antidühring’ – nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza, di farle agire secondo un piano per un fine determinato. Ciò vale in riferimento tanto alle leggi della natura esterna, quanto a quelle che regolano l’esistenza fisica e spirituale dell’uomo stesso: due classi di leggi che possiamo separare l’una dall’altra tutt’al più nell’idea, ma non nella realtà. Libertà del volere non significa altro perciò che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto ‘più libero’ è il giudizio dell’uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la ‘necessità’ con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l’incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contraddittorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell’oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondato sulla conoscenza delle necessità naturali: essa è perciò necessariamente un prodotto dello sviluppo storico. I primi uomini che si separarono dal regno degli animali erano tanto privi di libertà in tutto quello che è essenziale, quanto gli stessi animali, ma ogni progresso nella civiltà era un passo verso la libertà”” (34)”” [Predrag Vranicki, Storia del marxismo. I. Marx ed Engels. La I e la II Internazionale, Roma, 1979] [(32) La tesi è ripresa da Engels quando nella ‘Dialettica della natura’ (p. 230), dopo aver addotto l’esempio dei piselli, dichiara: “”Si può affermare quanto si vuole che la varietà delle specie e degli individui organici e inorganici esistenti su di un dato terreno è basata su ferrea necessità: per le singole specie e individui rimane, com’era, fatto casuale””; (33) Ivi, p. 231; (34) Engels, Antidühring, p. 121] (pag 229-231)”,”SOCx-004-FL”
“VUCINICH Alexander a cura, Saggi di P.L. LAVROV N.K. MIKHAILOVSKII B.A. KISTIAKOVSKII M.M. KOVALEVSKII A.A. BOGDANOV”,”Social Thought in Tsarist Russia. The Quest for a General Science of Society, 1861-1917.”,”Alexander Vucinich is professor of history at the University of Texas at Austin. He has published two volumes of a study of science in Russian culture and is currently working on the third volume. Professor Vucinich is the author of The Soviet Academy of Sciences and many scholarly articles. Acknowledgments, Introduction, Conclusion, Notes, Bibliography, Index,”,”RUSx-150-FL”
“VUILLAUME Maxime”,”Mes cahiers rouges au temps de la commune.”,”Nuova edizione ACTES-SUD 1998 pag 534 16° prefaz Gerard GUEGAN (MFRC-038 bis)”,”MFRC-038 MFRC-038 bis”
“VUILLEUMIER Marc”,”Immigrants and Refugees in Switzerland. An Outline History.”,”Contiene foto di lavoratori emigrati pag 62-63: foto di gruppo: Willi Münzenberg tra attivisti socialisti tra cui Platten”,”MEOx-088″
“VUILLEUMIER Marc”,”Histoire et combats. Mouvement ouvrier et socialisme en Suisse, 1864-1960.”,”VUILLEUMIER Marc La situazione compromessa della minoranza bakuniniana tra Ginevra e Basilea “”On ne saurait sous-estimer l’importance du congrès de Bâle, dans ce processus; c’est lui qui a révélé aux adversaires de Bakounine sa puissance et l’efficacité de son action, action d’autant plus redoutable que son caractère secret pouvait inciter à la surestimer. Il faudrait étudier en détail les réactions de Marx et Engels, des Allemands, des différentes sections. D’ailleurs, en 1872 encore, lors de la préparation du congrès de La Haye, Marx et Engels redouteront de voir les partisans de Bakounine, renouvelant leur action de 1869, apparaître en force au congrès et le majoriser. D’où les efforts pour faire attribuer des mandats à leurs amis et pour faire invalider ceux de leurs adversaires. À Genève, tout s’est joué en huit ou dix mois, de la fondation de l’Alliance au congres de Bâle. Fondée sur une certaine équivoque, reprenant la tradition très vivante à Genève de ces sociétés à caractère plus ou moins secret et au vocabulaire des plus révolutionnaires adhéraient des proscrits d’autres pays, la section de l’Alliance ne tarda pas à perdre une grande partie de ses éléments. En butte aux même difficultés que les autres section de l’Internationale, elle souffrit comme elles du manque d’assiduité de ses membres. Par la suite, Bakounine se hâtera de rejeter la responsabilité de son échec sur Perron et Robin, mais force est de constater qu’à son départ de Genève, le 30 octobre 1869, il leur laissait une situation déjà bien compromise”” [Marc Vuilleumier, Histoire et combats. Mouvement ouvrier et socialisme en Suisse, 1864-1960, 2012] (pag 185-186) AIT (Prima Internazionale) AIL Associazione internazionale dei lavoratori Da Wikipedia, l’enciclopedia libera. L’Associazione internazionale dei lavoratori (A.I.L.), conosciuta anche come Prima Internazionale, era un organismo avente lo scopo di creare un legame internazionale tra i diversi gruppi politici di sinistra: socialisti, anarchici, repubblicani mazziniani, marxisti[1] e tra le varie organizzazioni di lavoratori, in particolare operai. Per questo motivo viene anche conosciuta come Associazione internazionale degli operai. L’organizzazione non va confusa con la (bakuniana) Lega Internazionale dei Lavoratori la cui componente anarchica in seguito confluirà nella Prima Internazionale, con una convivenza dibattuta prima della frattura tra anarchici e marxisti in seno all’organizzazione, del 1872. Anarchici e marxisti prenderanno due strade definitivamente indipendenti durante la Seconda Internazionale, nel 1896[2] Indice [nascondi] 1 Storia 2 Dopo la Prima Internazionale 3 Congressi della Prima Internazionale 4 Congressi della Prima Internazionale antiautoritaria 5 Note 6 Bibliografia 7 Voci correlate 8 Collegamenti esterni Storia [modifica] Fu fondata nel 1864 in seguito all’incontro avvenuto due anni prima a Londra tra delegazioni operaie francesi ed inglesi. L’esperienza rivoluzionaria del 1848-49 aveva infatti dimostrato come i problemi dei diversi paesi fossero strettamente legati tra loro. Inoltre veniva considerato necessario un organismo che coordinasse la lotta a livello internazionale così come la repressione veniva coordinata dalle alleanze tra stati. L’Internazionale si pose soprattutto degli obiettivi pratici da conseguire per migliorare la condizione dei lavoratori: tra questi si ricorda la limitazione della giornata lavorativa ad otto ore. Questa prima esperienza fu caratterizzata dalla convivenza di più correnti ideologiche: in origine, l’organizzazione conteneva gruppi operai inglesi, anarchici, socialisti francesi e repubblicani italiani, e vedeva al suo interno personaggi noti del tempo come Karl Marx, Michail Bakunin e molti altri. Si accese quindi un intenso dibattito, che portò all’allontanamento dei mazziniani; subito dopo emerse la discussione tra marxisti ed anarchici (proudhoniani prima, Michail Bakunin e seguaci poi). Entrambi rifiutavano lo Stato borghese, ma mentre i primi teorizzavano la conquista della società comunista attraverso le fasi della “dittatura del proletariato”, della proprietà collettiva dei mezzi di produzione che in ultimo avrebbe portato alla società senza classi, gli anarchici puntavano ad un’azione diretta mirante alla disarticolazione e all’estinzione immediata dello Stato e di ogni tipo di istituzione, indipendentemente da chi ci fosse a reggerla. Il confronto tra Marx ed i proudhoniani (Proudhon era morto pochi anni prima) portò all’espulsione di quest’ultimi dall’organizzazione. In seguito, dispute tra Marx e Bakunin, l’esponente anarchico più rilevante nell’Internazionale, portarono ad una rottura tra gli anarchici ed i marxisti. Al Congresso dell’Aia (1872), dove si modificarono gli statuti dell’AIL in confermazione delle decisioni prese alla Conferenza di Londra del 1871), vennero espulsi Bakunin e lo svizzero James Guillaume, segnando la rottura definitiva tra le due ali. Gli anarchici si considerarono sempre vittime di un’ingiustizia e, con il sostegno delle federazioni della Spagna, dell’Italia, del Belgio e della Svizzera romanda, decisero di continuare l’Internazionale, ripristinando i suoi statuti e organizzando un nuovo congresso da tenersi a Saint-Imier (Svizzera). Questo internazionale antiautoritaria avrà altri 4 congressi fino al 1877. A questo punto, nel 1872 l’esperienza internazionalista procederà suddivisa su due strade: L’Internazionale di Saint-Imier, o internazionale antiautoritaria che sposterà poco dopo la sede del Consiglio generale da l’Aia a Saint-Imier, Internazionale ortodossa, A.I.L. marxista, che si sposterà poco dopo la sede del Consiglio generale da l’Aia a New York. Durante la prima internazionale vi fu anche uno scontro fra il delegato italiano, l’ambiguo Adolfo Wolf, inviato da Giuseppe Mazzini, ed i marxisti. I mazziniani infatti erano decisamente contrari alle teorie che si basavano sulla lotta di classe (pensavano di risolvere i problemi sociali attraverso la solidarietà nazionale), ma nello statuto provvisorio Marx aveva già inserito dei punti che qualificavano in senso classista l’organizzazione. In seguito infatti anche i mazziniani si ritirarono dall’Internazionale (al contrario di Garibaldi, che espresse il suo favore verso di essa). Il conflitto con gli anarchici, il fallimento dell’esperienza della Comune di Parigi, la crisi economica del ’73 e un’inadeguatezza organizzativa, portò allo scioglimento della prima internazionale nel 1876. Dopo la Prima Internazionale [modifica] Nel 1889 a Parigi, fu creata la Seconda Internazionale, nella quale parteciparono socialisti riformisti e rivoluzionari, marxisti e anarchici, (quest’ultimi fuoriuscirono definitivamente durante il 4º congresso nel 1896). La Seconda Internazionale rimase in vita fino al 1916, risorgendo in parte, a impronta socialdemocratica con l’Unione dei Partiti Socialisti per l’Azione Internazionale, o Internazionale 2½, nel 1921. Nel 1922, durante un congresso a Berlino, fu creata una nuova Associazione Internazionale dei Lavoratori formata da quei sindacati rivoluzionari e anarcosindacalisti che non accettavano di far parte dell’Internazionale sindacale rossa controllata dai bolscevichi. È tuttora in esistenza, noto con la forma spagnola del suo nome, Asociación Internacional de los Trabajadores. Congressi della Prima Internazionale [modifica] 1864 4 ottobre: Congresso costitutivo, a Londra, durante un comizio di solidarietà con la Polonia oppressa. Il Congresso si tenne alla presenza delle delegazioni operaie inglese e francese, e di invitati di altri paesi, tra cui rifugiati politici in esilio nella capitale inglese (tra cui Marx); inoltre, si incominciò a parlare di Associazione Internazionale da un primissimo incontro, a Londra, tra operai inglesi e francesi, durante l’Esposizione universale nel 1862, il tutto finanziato dal governo di Napoleone III. Nel 1863, ci fu un grande meeting da parte degli operai di Londra a favore della indipendenza della Polonia. In questa occasione vi furono invitati anche sei delegati parigini per poter dibattere della lotta contro il Capitalismo. Fu eletto un Consiglio generale, con sede a Londra, il quale tenne, tra il 1864 e il 1872, 385 sedute. 1864 1º novembre: approvazione Statuto provvisorio da parte del Consiglio generale. 1865 25 – 27 settembre: prima Conferenza internazionale, a Londra. 1866 3 – 8 settembre: I Congresso, a Ginevra (assente Marx). Massiccia partecipazione di delegati francesi e svizzeri, oltre ai rappresentanti inglesi e tedeschi, e i delegati del Consiglio generale. Si confrontano e scontrano le tendenze mutualiste e collettiviste. Importante è la risoluzione a favore della lotta per la limitazione della giornata lavorativa a otto ore, che verrà posto come uno degli obiettivi dell’Associazione. 1867 2 – 8 settembre: II Congresso, a Losanna (assente Marx). Delegati svizzeri, francesi, tedeschi, belgi, italiani, inglesi. Predominano ancora i proudhoniani. Temi discussi: cooperazione; credito popolare; istruzione (indirettamente lo Stato). 1868 6 – 13 settembre: III Congresso, a Bruxelles. Delegati belgi, inglesi, svizzeri, tedeschi, francesi, un italiano e uno spagnolo (assente Marx). Fu discussa approvata la tesi sulla socializzazione dei mezzi di produzione, proposta da Marx. Debellati i proudhoniani, prevale la linea classista. 1869 5 settembre: IV Congresso, a Basilea. Delegati per la maggioranza francesi e svizzeri; poi belgi, tedeschi, e spagnoli; Bakunin e Caporusso per l’Italia (assente Marx); sei membri del Consiglio generale. I mutualisti ripropongono i punti sulla socializzazione della terra, abolizione del diritto di eredità, centralizzazione e aumento dei poteri del Consiglio generale, già discussi e decisi al congresso di Bruxelles. L’assemblea riconferma le risoluzioni già adottate e i mutualisti devono uscire dall’A.I.L. 1870: il Congresso che si sarebbe dovuto tenere a Magonza, non si tenne per lo scoppio della guerra franco-prussiana. 1871 18 marzo: fondazione della Comune di Parigi. 1871 17 – 23 settembre: seconda Conferenza internazionale, a Londra (Marx ed Engels partecipano). 1872 2 – 7 settembre: V Congresso (“”ultimo””), all’Aja (Marx ed Engels partecipano). Il Consiglio generale si trasferisce a New York (fino all’estate del 1874), sotto la direzione di Sorge. 1873 7 – 13 settembre: “”VI Congresso””, a Ginevra. Fallito per l’assenza di delegati Usa, francesi, inglesi, tedeschi, italiani, spagnoli, portoghesi, austriaci, ungheresi. Ci furono quasi esclusivamente svizzeri. 1876 15 luglio: alla conferenza di Filadelfia viene dichiarato ufficialmente lo scioglimento dell’A.I.L. Congressi della Prima Internazionale antiautoritaria [modifica] 1872 15 – 16 settembre: “”V Congresso””, a Saint-Imier. 1873 27 settembre: “”VI Congresso””, a Neuchâtel. Abolizione del Consiglio generale e riaffermazione dell’autonomia delle federazioni 1874 7 – 12 settembre: “”VII Congresso””, a Bruxelles. 1876 26 – 29 ottobre: “”VIII Congresso””, a Berna. 1877 6 – 8 settembre: “”IX Congresso””, a Verviers. Note [modifica] ^ Giovanni Domanico, L’Internazionale dalla sua fondazione al Congresso di Chaux-de Fonds (1880), con note e documenti. Parte prima, vol. I. (1864-1870) Casa Editrice Italiana, 1911 ^ Vedi George Woodcock, L’anarchia: storia delle idee e dei movimenti libertari , Feltrinelli Editore, 1966.pp 263-264 Bibliografia [modifica] David B. Rjazanov. Alle origini della prima internazionale. Edizioni Lotta comunista, 1995, 128 pagine di testo e 16 pagine di foto, brossura; in appendice lettere di Marx ed Engels e indice dei nomi. Gian Mario Bravo. La Prima Internazionale: storia documentaria. Roma, Editori riuniti, 1978. 624 p. Gian Mario Bravo. Marx e la prima Internazionale. Roma-Bari, Laterza, 1979, 176 p. Angiolina Arru. Classe e partito nella prima Internazionale: il dibattito sull’organizzazione fra Marx, Bakunin e Blanqui (1871-1872). Bari, De Donato, 1972, 189 p. Tullio Martello. Storia dell’Internazionale: dalla sua origine al congresso dell’Aja. Padova, Fratelli Salmin, Napoli, Giuseppe Marghieri, 1873. – XV, 504 p. G. M. Stekloff. History of The First International. (1928), in inglese. Karl Marx. Istruzioni per i delegati del Consiglio Centrale Provvisorio dell’A.I.L.. (20/2/1867). Karl Marx. La Guerra Civile in Francia. Pier Carlo Masini. La Federazione Italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Atti ufficiali 1871-1880. Milano, Edizioni Avanti!, 1963. Fabio Bertini. Figli del ’48. I ribelli, gli esuli, i lavoratori dalla Repubblica Universale alla Prima Internazionale. Roma, Aracne editrice, 2013, 564 p. Bernd Rother: Die Sozialistische Internationale, Institute of European History, 2012, consultato in data: 20 febbraio 2013. Voci correlate [modifica] Seconda Internazionale Internazionale Socialista Comintern, la Terza Internazionale Quarta Internazionale Quinta Internazionale Asociación Internacional de los Trabajadores Collegamenti esterni [modifica] La Prima Internazionale (1864-1872)”,”MEOx-108″
“VUILLEUMIER Marc”,”La première internationale en Suisse.”,”Marc Vuilleumier, Genève”,”MOIx-046-I”
“VUILLEUMIER Marc, a cura di Marianne ENCKELL”,”La Suisse et la Commune de Paris, 1870-1871.”,”Marc Vuilleumier (1930-2021) ha svolto un ruolo da precursore nello sviluppo della storia sociale ed operaia in Svizzera e in Europa. Ha insegnato nell’Università di Ginevra e pubblicato quasi cento articoli relativi ai rifugiati e agli immigrati in Svizzera, al movimento operaio e a diversi aspetti della storia sociale. Una scelta dei suoi articoli sono stati pubblicati con il titolo ‘Histoire et combats’ (Editions d’en bas, 2012)”,”INTP-097″
“VYGODSKIJ Vitalij S. a cura di Cristina PENNAVAJA”,”Introduzione ai “”Grundrisse”” di Marx. Un’ analisi del “”processo unitario”” che lega inscindibilmente la critica marxiana dell’ economia politica all’ elaborazione della teoria economica.”,”Contiene il capitolo ‘Perché il secondo quaderno di ‘Per la critica dell’ economia politica’ non fu pubblicato’ (pag 75-88). ‘Sulla maniera in cui Marx andava elaborando la sua teoria economica nel periodo degli anni cinquanta, Engels scrive nel 1893: “”Marx ha elaborato la teoria del plusvalore negli anni cinquanta tutto solo e in segreto, e si è rifiutato con tutte le sue forze di pubblicare qualcosa sull’ argomento prima di essersi completamente chiarito tutte le conseguenze. Di qui la mancata pubblicazione del secondo e dei successivi quaderni di ‘Per la critica dell’ economia politica”” (Lettera di Engels a Schmuilow, 7 febbraio 1893 in K. Marx e F. Engels, Briefe über ‘Das Kapital’ (Dietz, 1954)). “”Del resto faccio dei bei passi avanti”” (Marx, lettera ad Engels del 16 gennaio 1858) “”Una formazione sociale non tramonta mai prima che siano sviluppate tutte le forze produttive di cui essa è capace”” (Marx, Per la critica dell’ economia politica, Prefazione, gennaio 1859). “”La scoperta del plusvalore fu la più grande svolta rivoluzionaria nella scienza economica. Essa permise a Marx, per la prima volta nella storia dell’economia politica, di scoprire e spiegare scientificamente il meccanismo dello sfruttamento capitalistico. Per usare l’immagine di Vladimir Majakovskij, Marx «afferrò la mano dei ladri di plusvalore e li colse sul fatto» (30). Marx dimostrò per primo nella storia della scienza economica che l’appropriazione del plusvalore creato dall’operaio da parte della classe dei capitalisti è la base del modo di produzione capitalistico e si compie in pieno accordo con le sue leggi interne, in particolare con la legge del valore. Se lo sfruttamento capitalistico risulta dalla natura dei rapporti capitalistici di produzione stessi, la conseguenza diretta è che nell’ambito dell’ordinamento capitalistico non è possibile alcuna liberazione della classe operaia dallo sfruttamento. «Le masse espropriate non hanno altra prospettiva di ottenere il possesso, se non quella di trasferire alla società, per via rivoluzionaria, la proprietà dei mezzi di produzione, di fare cioè di questi mezzi di produzione il bene comune di tutto il popolo» (31). La rivoluzione socialista è dunque non solo possibile, ma anche necessaria: questa la conclusione decisiva che deriva dalla teoria del plusvalore di Marx. Così l’ipotesi scientifica avanzata negli anni quaranta del XIX secolo si era trasformata, alla fine degli anni cinquanta, in una tesi scientificamente dimostrata. La scoperta della categoria «plusvalore» da parte di Marx non può essere ridotta alla mera invenzione del termine corrispondente. Così hanno fatto tuttavia gli economisti borghesi che hanno voluto gettare il discredito sulla teoria marxista attribuendone i meriti per esempio ai socialisti ricardiani. Alcuni studiosi sovietici ritengono che Marx abbia inventato il termine «plusvalore» (32). Quest’opinione non può essere assolutamente condivisa. Il termine «surplus value» (plusvalore) era stato già usato dal socialista ricardiano inglese William Thompson nella sua opera ‘An Inquiry into the Principles of the Distribution of Wealth Most Conducive to Human Happiness’ (1824) (33). Come fece notare F. Engels nell’articolo ‘Juristen-Sozialismus’ scritto in collaborazione con K. Kautsky, Thompson designava con questo termine il sovrapprofitto che il capitalista, che impiega macchine, ottiene nei confronti dell’artigiano, che fa un lavoro manuale. Accanto al termine «surplus value», Thompson usò anche il termine «additional value» (valore aggiunto), col quale egli designava l’intero valore creato ex-novo (v+p). Engels accennò anche al fatto che «in Francia l’espressione plusvalore per ogni eccedenza di lavoro che non costa nulla al possessore di merci, è, a memoria d’uomo, comunissima nel normale mondo degli affari» (34). E’ anche interessante notare che Marx, molto tempo prima che apparisse il ‘Capitale’, in uno dei suoi primi articoli (scritto nell’ottobre del 1842) usò un paio di volta la parola «plusvalore», e precisamente nel significato di valore aggiuntivo, di multe pecuniarie con cui il proprietario di boschi sarebbe stato indennizzato nel caso di furto di legna (35). Il fatto che Marx introdusse il termine «plusvalore» per designare la categoria corrispondente fu naturalmente di importanza essenziale per l’elaborazione della teoria del plusvalore stessa. Circa il significato della terminologia nello sviluppo della scienza Engels ebbe a dire: «Ogni concezione nuova di una scienza racchiude una rivoluzione nelle espressioni tecniche di questa scienza (…). L’economia politica si è accontentata in generale di prendere i termini della vita commerciale e industriale così com’erano, e di operare con essi, non avvedendosi affatto che in tal modo si limitava alla ristretta cerchia delle idee espresse in quelle parole. Così, la stessa economia politica classica, pur consapevole perfettamente che tanto il profitto quanto la rendita non sono che suddivisioni, sezioni di quella parte non retribuita del prodotto che l’operaio deve fornire al suo imprenditore (che è il primo ad appropriarsela benché non ne sia il possessore ultimo, esclusivo), non è mai andata al di là delle nozioni comunemente accettate di profitto e di rendita, non ha mai esaminato nel suo complesso, come un tutto unico, questa parte non retribuita del prodotto (che è chiamata da Marx plusprodotto), e dunque non è mai giunta ad una chiara comprensione né della sua origine e della sua natura, né delle leggi che regolano la successiva distribuzione del suo valore» (36)”” [Vitalij S. Vygodskij, ‘Introduzione ai “”Grundrisse”” di Marx’, a cura di Cristina Pennavaja, Firenze, 1974] [(30) V. Majakovskij, ‘Poesie e poemi’; (31) ‘Programm und Statut der Kommunistischen Partei der Sowjetunion’, Berlin, 1961, p. 28; (32) Cfr. E.A. Messerle, (…) I, Alma Ata, 1956, p. 46; (33) W. Thompson, ‘An Inquiry into the Principles of the Distribution of Wealth Most Conducive to Human Happiness’, London, 1824, pp. 167, 169; (34) ‘Juristen-Sozialismus’, in Werke, Bd. 21, p. 506; (35) K. Marx, ‘Debatten über das Holzdiebstablgesetz’, in Werke, Bd. 1, pp. 135, 136, 139; (36) F. Engels, ‘Vorwort zur englischen Ausgabe des ersten Bandes des Kapitals’, in Werke, Bd. 23, p. 37 s. [Il Capitale, I, p. 54 s.]] (pag 71-72-73)”,”MADS-311″
“VYGODSKIJ Vitalij”,”Il pensiero economico di Marx.”,”VYGODSKIJ-V.S. “”Nell’elaborazione della teoria del comunismo scientifico, Marx procede sempre in stretto rapporto con l’elaborazione della teoria economica. I principi fondamentali del comunismo scientifico sono il risultato della prima grande scoperta di Marx – la concezione materialistica della storia, da lui elaborata, con Engels, verso la metà degli anni ’40 dello scorso secolo. Risultato a sua volta delle ricerche storiche ed economiche di Marx e di Engels, e base metodologica della futura teoria economica marxiana, la concezione materialistica della storia fornisce al tempo stesso il programma del successivo lavoro sull’economia politica. (…) Nel processo attraverso cui viene formulata la teoria del plusvalore – la seconda grande scoperta di Marx, compiuta tra il 1850 e il 1863 – viene innanzitutto dimostrata, e ribadita, la stessa concezione materialistica della storia, che da ipotesi geniale diventa teoria scientifica. E con ciò stesso viene suffragata la teoria del comunismo scientifico (2). (…) L’elaborazione e l’argomentazione della teoria del comunismo scientifico procede per gradi, parallelamente all’elaborazione della teoria economica. E così come questa può essere compresa soltanto nella sua evoluzione (…), le tesi marxiane sul comunismo scientifico, nate in periodi storici diversi, non possono essere affrontate senza stabilire alcun legame con il grado di maturità raggiunto, nei periodi corrispondenti, dalla dottrina economica di Marx. Ciò richiede che al loro esame si proceda nella successione storica in cui si son venute formando (3). La storia dell’elaborazione della dottrina economica, e quindi anche della teoria del comunismo scientifico, non finisce certo nel 1863. Nell’ultimo ventennio della sua vita, Marx non solo continua ad approfondire la teoria economica, ma prepara e pubblica tre edizioni del I volume del ‘Capitale’. Per tutto il periodo in cui fu attiva l’Associazione internazionale degli operai – la I Internazionale (1864-1872) – e anche in seguito, Marx si dedica all’elaborazione della politica economica della classe operaia, applicando le proprie concezioni alla soluzione dei problemi concreti della lotta di classe e costruisce la dottrina della futura società comunista”” [Vitalij Vygodskij, Il pensiero economico di Marx, 1975, premessa] [(2) I problemi della dimostrazione del socialismo scientifico nel ‘Capitale’ sono stati esaminati in particolare in una serie di lavori di A.M. Rumjantsev (cfr. A.M. Rumjantsev, ‘Il Capitale di Marx e le basi scientifiche del socialismo’, in: ‘Marx e l’età contemporanea’, Mosca, 1968, pp. 112-132; dello stesso: ‘Il Capitale e i problemi economici del socialismo’, in ‘Il Capitale di Marx – Filosofia ed età contemporanea’, Mosca 1968, pp. 36-45; ‘Principi delle basi scientifiche del socialismo nel Capitale di Marx’, in ‘K. Marx e l’economia socialista’, Mosca, 1968, pp. 5-22; (3) “”… Il partito al quale appartengo – scriveva Engels nel 1886 – non formula mai proposte prefabbricate. Le nostre opinioni sulle linee caratterizzanti la futura società non capitalistica rispetto all’attuale, discendono rigorosamente dai fatti e dai processi storici dello sviluppo e, al di fuori del nesso con questi fatti e processi, non hanno alcun valore teorico e pratico”” (Engels a Edward R. Pease, in Marx-Engels, Werke, Bd. 36, Berlin, 1967, p. 429)] (pag 7-8-9) “”Nel ‘Capitale’, il modo di produzione capitalistico è presentato come un insieme vivo, una fase storicamente determinata, transitoria, dello sviluppo della società umana. Nella sua analisi scientifica, Marx pone sistematicamente a confronto il capitalismo con le formazioni precapitalistiche e col futuro modo di produzione comunista. Questa caratteristica della teoria economica discende direttamente dal metodo di indagine che è logico e storico insieme e che gli consente, da un lato, di chiarire più profondamente la specificità della società capitalistica e, dall’altro, di scoprire la legge economica del suo movimento e di dimostrare come sia inevitabile che ad essa subentri il comunismo. Naturalmente, Marx non fornisce, né poteva fornire, nel ‘Capitale’ il quadro della società futura in tutti i suoi dettagli. “”Questo libro sarà una grande delusione per qualche lettore – scrive Engels in una recensione del I libro del ‘Capitale’ – … altri … immagineranno di potervi apprendere ora come apparirà esattamente il millenario regno del comunismo… Marx rimane il rivoluzionario che è sempre stato… ma di ciò che sarà dopo la rivoluzione sociale, egli ci dà soltanto accenni ‘molto’ vaghi”” (1). E tuttavia, pur considerando il modo di produzione comunista nei suoi aspetti più generali, Marx già definisce le linee essenziali dell’economia della nuova società”” [Vitalij Vygodskij, Il pensiero economico di Marx, 1975] [(1) Marx-Engels, Werke, cit, Bd. 16, p. 216 (recensione di Engels del I libro del ‘Capitale’ per la ‘Düsseldorfer Zeitung’)] (pag 287-288)”,”MADS-617″
“WACHENHEIM Hedwig”,”Die deutsche Arbeiterbewegung, 1844-1914.”,”WACHENHEIM H. Vormärz (ted. «prima di marzo») Nella storia tedesca con questa espressione si intende la fase di preparazione, sul piano politico-sociale e culturale, delle insurrezioni democratico-borghesi e contadine che nel marzo 1848, in seguito agli eventi parigini di febbraio, portarono alla formazione di governi liberali in Baden, Baviera, Sassonia, Assia e Prussia. Il V., avviando al successo la rivoluzione borghese in Germania, rappresentò anche il momento decisivo per la maturazione del socialismo scientifico, a livello sia organizzativo che teorico: nel febbr. 1848 fu pubblicato il Manifesto del partito comunista di K. Marx e F. Engels. Con l’espressione «sistema del V.», nell’uso storico, si indica il sistema politico vigente nell’impero austriaco dal 1815 fino alla rivoluzione viennese del marzo 1848; esso coincide con il sistema attuato dal cancelliere austriaco C. von Metternich, caratterizzato dall’avversione pregiudiziale a qualsiasi novità che potesse alterare l’equilibrio internazionale e l’ordinamento giuridico e sociale costituito. (Treccani) Lenin e la Commissione di Stuttgart sulla questione coloniale (pag 444) “”Im September 1848 erlitt die Revolution in Wien weitere Rückschläge. Marx schrieb damals über die Unfähigkeit der Bourgeoisie, für ihre eigene Sache einzutreten. Das Mittel, die Geburtswehen einer neu aufkommenden Ära abzukürzen, sei der revolutionäre Terrorismus (67)”” (pag 47) (1) Neue Rheinische Zeitung vom 17. September 1848 “”La rivoluzione a Vienna ha subito ulteriori battute d’arresto nel settembre del 1848. A quel tempo Marx ha scritto sull’incapacità della borghesia di difendere la propria causa. Il mezzo per limitare le fitte del parto di una nuova era è il terrore rivoluzionario”” (pag 47)”,”MGEx-248″
“WACHTEL Nathan”,”La visione dei vinti. Gli indios del Perù di fronte alla conquista spagnola.”,”Etnologo, linguista, sociologo Nathan Wachtel non ancora quarantenne (1977), insegna all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, ed ha al suo attivo una serie di ricerche “”sul campo”” in Perù e Bolivia. Ha pubblicato una raccolta di saggi di storia e antropologia andina ‘Sociedad e ideologia’ (Lima, 1973). Un suo saggio sull’acculturazione è compreso nel primo volume di ‘Faire l’histoire’, a cura di Pierre Nora (Gallimard, 1974, in traduzione presso Einaudi) [Conquista. La catastrofe demografica, la destrutturazione economica, sociale, culturale, mentale. “”[C]on il vocabolo ‘destrutturazione’ vogliamo intendere il sopravvivere di vecchie strutture, o di loro elementi parziali, ma al di fuori del contesto relativamente coerente entro il quale si collocavano: dopo la Conquista, i frammenti dello Stato inca permangono; viene, invece, disintegrato il cemento che li univa. Perchè questa disintegrazione? Dobbiamo anzitutto prendere in considerazione il fatto stesso della dominazione spagnola. La Conquista si è realizzata con la violenza, e la violenza è continuata anche dopo. Non si tratta di riprendere, in questo caso, la troppo facile «leggenda nera»: vogliamo dire che la violenza, con il suo permanere, caratterizza la società coloniale come un elemento strutturale. Certo, la violenza non è estranea ad altre società, a cominciare dallo stesso Impero inca, costituitosi attraverso conquiste successive; né il governo dell’Inca – nonostante le leggende – fu privo di durezza. Tuttavia, i conquistatori inca fondarono il loro Impero assumendo come proprie le istituzioni tradizionali che s’erano in precedenza sviluppate al livello stesso della comunità; e, in questo senso, si può dire che – nonostante la sua complessità – la società inca conservasse una certa coerenza. Certamente, come abbiamo già visto, l’estensione stessa dell’Impero determinava lo sviluppo di istituzioni nuove, come quelle degli yana, che avevano in sé il germe d’una organizzazione sociale di tipo diverso: quest’evoluzione, però, era il risultato di una dialettica interna. Gli spagnoli, invece, hanno imposto brutalmente e dall’esterno un gruppo sociale dalla cultura del tutto estranea (religione cristiana, economia di mercato, ecc.): e così la Conquista ha determinato la sovrapposizione di due settori, l’uno minoritario e dominante, l’altro maggioritario e dominato. Coesistenza dunque di due diverse culture, ma non radicale dicotomia: i due settori che costituiscono la società coloniale non sono vissuti in semplice giustapposizione, senza legami l’uno con l’altro: anzi, il settore spagnolo è potuto vivere soltanto traendo la propria sussistenza da quello indio e proprio attraverso il gioco della dominazione e della violenza. La società india, forzatamente sottoposta a un sistema estraneo alla propria tradizione, ne è stata profondamente sconvolta. Questo capitolo riassume gli effetti negativi della Conquista sul mondo indigeno. Concentreremo il nostro interesse sugli aspetti demografici, economici e sociali: ma non dobbiamo dimenticare che in questi settori passa anche la dimensione religiosa e che essi coinvolgono sempre l’atteggiamento mentale (1)”” (pag 127-128)] [(1) Ricordiamo che il periodo da noi preso in esame ricopre una quarantina d’anni (dal 1532 al 1570 circa), e che il governo del viceré Toledo ha impresso una svolta alla storia del Perú coloniale]”,”AMLx-020-FF”