Le occupazioni balcaniche richiesero perciò un impegno militare straordinario (e poi dimenticato e sottovalutato). L’esercito vi mantenne una forza di 600/650.000 uomini, che, non va commisurata al totale degli uomini alle armi, ma a quello delle forze efficienti.

“Le occupazioni balcaniche rappresentano la pagina nera della guerra italiana sotto più aspetti, la durezza verso le popolazioni e la brutalità della repressione, la crisi di efficienza di truppe e comandi, infine la rimozione pressoché totale di queste vicende. L’elemento più significativo è la carenza di una memorialistica specifica; conosciamo meno di dieci volumi di diari e ricordi. Che su oltre 600.000 uomini stanziati nelle diverse regioni balcaniche per ventinove mesi praticamente nessuno abbia sentito l’esigenza di raccontare le sue esperienza è la più efficace dimostrazione di come queste occupazioni siano state sentite e vissute da soldati e ufficiali con intimo disagio, scarsa partecipazione, come mortificante routine per molti, come brutale repressione impossibile da rivendicare, meglio da dimenticare per altri. Una rimozione continuata per decenni a livello di studi anche per altre ragioni, i problemi di lingua e di politica (la guerra fredda impediva di riconoscere validità alla guerra partigiana comunista), la grande complessità delle vicende balcaniche durante e dopo la guerra, dalla glorificazione della resistenza vincente in Jugoslavia e Albania (oggi rimossa se non condannata) alla sua cancellazione in Grecia dopo le lacerazioni del dopoguerra (oggi finalmente in via di ricupero). «Dopo lo sfacelo della Jugoslavia, ci siamo trovati sulle braccia metà di una provincia e, bisogna aggiungere, la metà più povera. I germanici ci hanno comunicato un confine; noi non potevamo che prenderne atto – aprile 1941. Inizialmente, le cose parvero procedere nel modo migliore. La popolazione considerava il minore dei mali il fatto di essere sotto la bandiera italiana». Queste parole di Mussolini per la Slovenia (luglio 1942) dimenticano quanto il suo governo aveva fatto per mettere le mani sui territori jugoslavi, ma hanno un tratto di sincerità: furono i vittoriosi tedeschi a decidere l’ambito delle occupazioni italiane, riservandosi le ragioni più interessanti come risorse economiche o ruolo strategico. (…) La prima cosa da ricordare è che queste occupazioni hanno un ruolo essenziale nella guerra fascista, spesso sottovalutato. Furono l’unico risultato concreto della politica di espansione, dovevano essere un’anticipazione dell’impero mediterraneo promesso da Mussolini, una prova della capacità italiana di dominare nuovi grandi territori acquisiti con la forza e mantenuti con un grosso impegno militare. A patto di voler dimenticare che queste conquiste non erano dovute alle armi italiane, ma al successo dell’offensiva tedesca dell’aprile 1941. Ed erano ancora precarie: anche nel caso più favorevole di una rapida vittoria sarebbe stata la Germania nazista a determinare l’assetto definitivo dei Balcani, con più attenzione ai suoi interessi che alle esigenze di prestigio di Mussolini. (…) Le occupazioni balcaniche richiesero perciò un impegno militare straordinario (e poi dimenticato e sottovalutato). L’esercito vi mantenne una forza di 600/650.000 uomini, che, non va commisurata al totale degli uomini alle armi, ma a quello delle forze efficienti. Sulle 65 divisioni disponibili nel 1941-42, la metà fu destinata ai Balcani, da 30 a 35 a seconda dei momenti. Più di quante ne furono inviate su tutti gli altri teatri, tre volte quante ne restavano in Italia nel 1943 per fronteggiare anglo-americani e tedeschi. Il che indica la priorità che le occupazioni balcaniche e le connesse aspirazioni di espansione avevano per Mussolini e gli alti comandi nella primavera 1941. L’impegno della marina fu meno appariscente, ma pure gravoso. Dal 1° luglio 1941 (quando la guerra contro la Grecia era finita) all’8 settembre 1943 il traffico per il Levante (ossia verso i porti adriatici e greci, compreso l’Egeo) fu di 1640 convogli con 2350 viaggi di mercantili e 977 di navi militari di scorta, e il trasporto di 346.300 uomini e 956.000 tonnellate di materiali. Un totale di viaggi di mercantili e di uomini superiore alla somma del traffico verso la Libia e la Tunisia (…)” (pag 360-364) [Giorgio Rochat, ‘Le guerre italiane, 1935-1943. Dall’ impero d’Etiopia alla disfatta’, Einaudi, Torino, 2005]

La guerra è sviluppata prima della pace: certi rapporti economici come lavoro salariato, macchinismo ecc., sono stati sviluppati dalla guerra e negli eserciti prima che nell’interno della società borghese

“Come la scuola tradizionale clausewitziana si è ridotta, sempre di più, a una bruta ricerca della massima violenza distruttrice possibile – così a nessuna scienza militare specifica è giunta la scuola socialista, e, come la prima è caduta in un positivismo senza sbocchi, la seconda, quando non ricade nelle stesse caratteristiche, si qualifica per un pragmatismo ben lontano dalle premessi di Marx, Engels e Lenin. In effetti Marx, nell’Introduzione a ‘Per la critica dell’economia politica’, scriveva (7): «Nota bene circa alcuni punti che sono da menzionare qui e che non vanno dimenticati: La guerra è sviluppata prima della pace: modo in cui certi rapporti economici come lavoro salariato, macchinismo ecc., sono stati sviluppati dalla guerra e negli eserciti prima che nell’interno della società borghese. Anche il rapporto tra forza produttiva e i rapporti di scambio diviene particolarmente evidente nell’esercito». Tale interdipendenza fra organizzazione militare ed economia era totalmente diversa da quella concepita da Clausewitz e rappresentava un’autentica novità, riconfermata da Marx nella lettera ad Engels del 15 settembre del 1857 (8). «L’esercito in guerra è importante per lo sviluppo economico (…) presso gli antichi il sistema salariale si è sviluppato completamente anzitutto nell’esercito. Così presso i Romani il ‘peculium castrense’ è la prima forma giuridica in cui si riconosce la proprietà mobiliare di quelli che non sono padri di famiglia (…). Così si trova nell’esercito il primo impiego delle macchine in grande (…) il valore particolare dei metalli ed il loro uso come danaro» e «la divisione del lavoro» si compirono «primamente negli eserciti», nella cui storia «si trova riassunta tutta la storia delle forme della società civile». Tali concetti, peraltro, sono stati valutati in tutta la loro autentica e determinante importanza da Lenin, che ha annotato la lettera suddetta con la postilla: «L’esercito ed il regime economico – relazioni fra storia militare e rapporti di produzione» (9). Tali concetti successivamente non sono stati convenientemente ampliati, il che ha rappresentato la causa principale dell’incapacità, da parte della scuola socialista, di fondare una nuova scienza militare” (pag 64-65) [Rodolfo Guiscardo, ‘Forze armate e democrazia. Da Clausewitz all’esercito di popolo’, De Donato, Bari, 1974] [(7) Nel 4 della bozza, quello concernente «Produzione. – Mezzi di produzione e rapporti di produzione. – Rapporti di produzione e rapporti di scambio. – Forme dello Stato e forme della coscienza in relazione ai rapporti di produzione e di scambio. – Rapporti giuridici. – Rapporti di famiglia» Cfr. K. Marx, ‘Opere scelte’, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 739; (8) In K. Marx F. Engels, ‘Carteggio’, Editori Riuniti, Roma; (9) Cfr. ‘Lenine et la science militaire’, Editions du Progrès, Moscou, 1967. In particolare cfr. “Quaderni di Lenin”, n. 18674 degli Archivi dell’Istituto Lenin di Mosca, ‘Testi scelti e annotati da Lenin dal libro di K. von Clausewitz “Sulla guerra e la condotta della guerra”; trad. it. ‘Note al libro ecc.’, Ed. del Maquis, Milano, 1970, pp 11 e 26-64]